C’è un tempo per mantenere le distanze.

C’è un tempo per distogliere lo sguardo.

C’è un tempo per ricordare.

Se mi avessero detto all’inizio degli anni Settanta del Novecento, nel 1974, che quella ragazzina alta dai capelli corvini e ricci, dal nome Delia, che veniva dalla “Brianza” e con cui frequentavo il Liceo Artistico Statale II in Piazza XXV Aprile 8 a Milano, l’avrei ritrovata dopo decenni, nel Terzo millennio, all’epoca del Covid19, della “peste” che avrebbe attanagliato l’Europa ed il Mondo, facendo migliaia di morti in Lombardia; probabilmente, pur essendo un appassionato di fantascienza, avrei detto che : “Siete tutti pazzi! E’ impossibile!”.

Eppure, allora, c’era il terrorismo imperante in Italia, si sparava ad “alzo zero” a Milano, per strada; si sequestrava e si uccideva Aldo Moro (16 marzo – 9 maggio 1978). Se non era “follia” quella. Ricordo ancora che ci radunarono, a noi studenti, quel 16 marzo nell’aula magna, del Liceo (un’ex sede dei Fasci del Littorio del 1938, opera dell’architetto Renzo Gerla) e ci dissero, che la democrazia era in pericolo, di andare a casa a piccoli gruppi, alla spicciolata. Ora quella sede, architettura d’angolo interessante, con una scala a chiocciola pazzesca ed una terrazza in copertura meravigliosa, è ancora lì, ed è diventata la sede del “Museo del Cinema” promosso dall’adiacente “Cinema Anteo” di via Milazzo, in cui tutti noi abbiamo “imparato ad andare al cinema”.

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Ex sede dei Fasci del Littorio del 1938, opera dell’architetto Renzo Gerla

Qualche anno prima, Il 4 aprile 1975 veniva fondata ad Albuquerque, Nuovo Messico, negli Stati Uniti la Microsoft, una cosa che probabilmente nessuno di noi sapeva, ma che ci avrebbe cambiato la maniera di vivere negli anni a venire. La prima volta che vidi una calcolatrice portatile, fu nel 1974, era una Texas Instruments SR 10 ai fosfori rossi, che mi regalò mio padre (https://bit.ly/2KRv1Ee). Fu vietatissima dal docente di matematica, tal Professor Marchetti, che “aborriva” ogni innovazione, che divergeva dal “Regolo Calcolatore”  (https://bit.ly/3d6wPFl) che aveva perennemente in dotazione nel taschino.

Tutto allora era molto chiaro, soprattutto in politica: o eri di destra, oppure di sinistra. C’era poi una terza via cattolica. Nel luglio 1977 le Brigate Rosse gambizzano Mario Perlini, in quanto «segretario regionale dell’organizzazione di Comunione e Liberazione»

La ragazza, dai capelli corvini, era certamente schierata a “sinistra”, mentre io facevo parte di un piccolissimo gruppo di studenti, che guardavano alla cultura “come dei facoceri affamati”, senza distinguere, tra destra e sinistra. Si leggevano i testi di Celine, Camus, Gide, ecc. ma anche con grande attenzione alla produzione filmografica Russa, ricordo la visione collettiva di Andrej Rublëv e di Solaris di Tarkovskij, ma anche il Laureato o 2001 Odissea nello Spazio. Dal punto di vista musicale, si ascoltava, anziché i cantautori italiani, allora molto in voga, i Pink Floyd, gli Yes, i led Zeppelin, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area, Battiato.

Imparammo al Liceo a progettare, ad esprimerci con la matita; ad architettare sotto l’occhio vigile e colto di Margherita Cavallo, nostra insegnante di “Architettura”.

Io e Delia proseguimmo a frequentarci, dopo il Liceo, ambedue iscritti ad architettura al Politecnico di Milano. Era l’Anno Accademico 1978/1979. Qui il contenitore che ci accolse era un edificio sapiente, moderno semplice e bello, realizzato tra il 1953 ed il 1961 su progetto di: Ponti Gio’ (Giovanni); Portaluppi Piero; Forti Giordano. Un edificio rimasto incompiuto, che nell’idea dei progettisti doveva servire da “edificio insegnate” con un campionario di materiali ed architetture contemporanee. Gli inizi furono “duri” e caotici, la Facoltà di architettura, risultava funzionare a “singhiozzo”, spesso occupata dai docenti che, dopo averci fatto (da studenti o da assistenti) il Sessantotto, tentavano di vedere ratificato un loro ruolo all’interno della Facoltà. I primi giorni sembrava un “assalto al treno”, tutti volevano iscriversi e fare gli architetti. Furono certamente “anni affollati”. Gli interni erano completamente affrescati con murales inneggianti alla politica ed alla rivoluzione. Ci vollero anni affinchè, sia l’ordinamento del percorso di studi, che gli ambienti assumessero una dimensione didattica più efficiente e comprensibile. Era un enorme “ Fai da Te”.

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Facoltà di Architettura al Politecnico di Milano (1953/1961) progetto di: Ponti Gio’ (Giovanni); Portaluppi Piero; Forti Giordano

Mentre a fatica, cercavamo di laurearci con quella “mente sadica” del bergamasco Prof. Sergio Crotti, che citava il Vangelo o Le Corbusier a memoria, pagina e versetto; a latere dell’edificio di Ponti e soci, venne edificato tra il 1982 ed il 1985, su progetto di Vittoriano Vigano, il nuovo ingresso della Facoltà da via Amperè, con aule e spazi didattici della Facoltà da via Amperè.

Un edificio che fa il verso, al Beaubourg di Renzo Piano e Richard Rogers, a Parigi, come ha dichiarato lo stesso autore. Una grande piazza coperta, con una facciata segnata dalla “grande A”, rossa e metallica, che caratterizza l’ingresso.

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Vittoriano Vigano, nuovo ingresso, con aule e spazi didattici della Facoltà di Architettura da via Amperè (1982 / 1985)

Ci laureammo nel 1985, a luglio (senza mai aver potuto fruire di quella nuova facoltà), con una Tesi, dal titolo, degno per lunghezza, dei film di Lina Wertmuller: “Il Passante ferroviario di Milano, tra centro e periferia. Ricostruzione del margine urbano alla Bovisa”. Non ricordo quante volte, rimandammo la discussione della Tesi, per l’indecisione e la titubanza del relatore, tanto che l’anno seguente prese come riferimento didattico dei suoi corsi proprio la tematica affrontata in quella “discussione”. Decine di tavole enormi (90 x 150 centimetri), che dall’analisi urbana conducevano ad un progetto dettagliato lungo i binari del “Passante Ferroviario” tra il Cavalcavia Bacula e quell’area che oggi viene denominata “La Goccia”, alla Bovisa di Milano. Tutte le tavole disegnate “a mano” con Rapidograf e china, su carta da lucido, in un numero imprecisato di notti insonni.

Nel 1982, c’era stata la prima “release” del software statunitense CAD (Computer Aied Design – Autodesk) e di fatto da lì è iniziata la progressiva e rapida archiviazione di tutto il sapere quasi artigianale, da noi acquisito manualmente, in anni di studio, come ha ben descritto Juhani Palasmaa nel suo saggio (Juhani Palasmaa, La mano che pensa, Safarà, 2014).

Il 12 dicembre 1985, l’americana IBM (International Business Machines), metteva in commercio il primo personal computer, di fatto accelerando in maniera impressionante quel processo prima descritto.

Di fatto, nel momento stesso in cui ci laureavamo, io e Delia, finiva un mondo nell’architettura, e se ne apriva un altro, probabilmente ricco, quanto il primo, ma in divenire così rapido, che gli effetti positivi li si vedrà solo in futuro. Chissà ?

Tanto che oggi, ormai solo per alcuni il disegnare “a matita”, ha ancora un valore, un legame atavico, un “filo rosso” con la Storia dell’Architettura, con Bramante e Brunelleschi. Le attività grafiche manuali, oggi sembrano doversi limitare solo alla costruzione dell’idea, poi bisognerà, imparare (sempre di più) ad agire in un mondo tridimensionale, come un videogioco. Come scriveva qualche anno fa Rem Koolhaas, riferendosi alla progettazione con mezzi elettronici: “Bisogna agire come il pilota di un aereo da caccia supersonico, con intuito, più che con raziocinio. Facendo proprio il motto – Se pensi sei morto! -” (Rem Koolhaas, Verso un’architettura estrema, Postmediabooks, 2002).

Dopo la Laurea io e la “ragazza dai capelli ricci e corvini”, ci siamo persi di vista, abbiamo condotto una vita parallela: io a Milano e lei a Roma. Ci siamo tolti alcune piccole soddisfazioni nella nostra disciplina. Abbiamo affrontato con coraggio e serenità gli accadimenti, che la vita sottopone a noi umani in questa parte di Universo. Gli anni, i decenni, sono passati rapidi ed inesorabili: “Il tempo è un treno – Che rende passato il futuro – Ti lascia fermo alla stazione – Con la faccia schiacciata contro il vetro” (U2, LP Achtung Baby, brano Zoo Station, 1991).

Qualche settimana fa, una telefonata, nel giorno del mio compleanno, in pieno isolamento per pandemia da Covid-19; era la voce inconfondibile di Delia, che era riuscita a rintracciarmi e ad avere il coraggio di riconnettere ciò che era stato momentaneamente interrotto. Un regalo prezioso.

Ormai nel mondo, gli edifici importanti, anche di pochi milioni di euro, vengono tutti progettati e cantierizzati, in Building Information Modeling (B.I.M. – Modello informativo dell’edificio).

Si tratta di un metodo per l’ottimizzazione della pianificazione, realizzazione e gestione di costruzioni tramite aiuto di un software. Tramite esso tutti i dati rilevanti di una costruzione possono essere raccolti, combinati e collegati digitalmente. La costruzione virtuale è visualizzabile inoltre come un modello geometrico tridimensionale.

La matita, ed il CAD (quello tradizionale 2D) vengono utilizzati solamente all’inizio, per gli “schizzi” ed i primi dimensionamenti. Poi si “costruisce” meticolosamente il 3D; tutto il resto, viene “estruso” dal modello tridimensionale B.I.M : piante, prospetti, sezioni, dettagli, ecc.

A Milano, ormai è da qualche anno che si sta implementando tale “visione del progetto”, ovviamente con estrema difficoltà, vista l’arretratezza del pensiero di chi progetta e costruisce. Soprattutto di Noi che abbiamo vissuto una “formazione artigianale”, in un mondo di “lentezza” e “decantazioni”. Non si progetta più in due dimensioni, ma direttamente, per tutte le competenze disciplinari, in maniera geometrica tridimensionale.

Sono i committenti, spesso immobiliari estere, ad imporre questa nuova visione del progetto, che sta divenendo una richiesta sempre più frequente, e ovviamente un costo.

Un edificio, un locale, viene definito “disegnato” in un ambiente 3D (modello), con tutte le sue finiture, le strutture ed i suoi impianti elettrici e meccanici. Ad ogni componente (ad esempio: un calorifero, un pavimento, ecc.) viene assegnato un codice QR (https://bit.ly/3aHuyPz) che lo identifica dalla progettazione, all’acquisto, alla posa, alla verifica finale di accettazione con le “snag list” (lista difetti), agli “As Built” che ormai sono restituzioni tridimensionali, sinergiche anche alla successiva manutenzione e/o sostituzione.

La “matita”, se non vuole morire, definitivamente sostituita da app come “Sketchbook”, da utilizzarsi su Pad, con infinite possibilità grafiche e coloristiche, dovrà per forza confrontarsi con questa profonda mutazione in atto ormai da alcuni anni e destinata a “dilagare” come la peste in futuro.

E’ il mondo delle attività umane, mutevole, fluido, in continuo cambiamento e perfezionamento, la progettazione gli sta andando dietro, velocemente, forse troppo. Probabilmente è anche per questo che è dilagata la pandemia, nei corpi, nelle idee, e probabilmente nell’architettura, o meglio in certe architetture.

Tra qualche minuto anche Delia compirà gli anni……..ed io scrivo.

1 maggio 2020, ore 23 e 54 minuti.

Dario Sironi