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Builders of the future

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Droga per architetti


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Durisch & Nolli, progetto primo classificato al concorso AIM.
Mendrisio 2015

TESTIMONIANZA – Ho lavorato, per un lungo periodo, tra il 1988 ed il 1991, per un’architetto di Milano, geniale e simpatico (che chiameremo Patsy, come il personaggio di Bonvi). Patsy, aveva 45 anni, pesava ben oltre i 100 chili, ed era alto più di centonovanta centimetri. Il suo bagaglio culturale spaziava a 360 gradi, dall’architettura alla letteratura, all’universo femminile, passando per la cucina (di cui era un raffinato interprete).

Costui, di buona (e ricca) famiglia dell’alta borghesia milanese, era stato assistente al Politecnico di un noto teorico dell’architettura, che poi sarebbe diventato Preside della Facoltà di Architettura.

La moglie (più giovane di qualche anno), di origine spagnola, lavorava con lui essendo anch’essa architetto. I due avevano una bella casa in affitto nel centro di Milano, vicino alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Lo studio di Patsy (da lui stesso ristrutturato), ovviamente si trovava in zona Navigli, e vagamente assomigliava allo studio di Le Corbusier di Rue De Sevres a Parigi. La vasta biblioteca dello studio contava oltre 4.000 volumi; gli acquisti si succedevano a ritmo incessante.

Patsy aveva un unico difetto : era letteralmente “impossessato” dal morbo dei concorsi di architettura. Lui e la moglie, vivevano letteralmente per la competizione, trovando li, la sublimazione del loro rapporto. I concorsi di architettura, per loro erano come una droga, oltre che un motivo di vita.

Negli anni che ho lavorato per loro, si realizzavano tra gli 8 ed i 10 concorsi per anno. Tutta l’attività professionale, ancora incentrata sulla manualità, orbitava attorno ai concorsi di architettura, essi costituivano un momento di ricerca, ma soprattutto erano stati individuati come l’unico momento per fare veramente “L’Architettura”, quella con la “A” maiuscola. Senza compromessi, senza condizionamenti, senza clientela mafiosa (ricordo che allora Milano “era da bere”, saldamente in mano alla gerontocrazia socialista).

Tre, quattro persone, più loro due, lavoravano costantemente in studio, quasi esclusivamente a produrre gli elaborati concorsuali; a cui io mi aggregai in qualità di coordinatore. Pochissima attività professionale redditizia. Facemmo anche molti concorsi internazionali: in Giappone, in Svizzera, in Francia, ecc..

http://www.ticinonews.ch/ticino/260769/nuova-sede-delle-aim-ecco-il-progetto-vincitore

Tutti i concorsi iniziavano con un sopralluogo a cui partecipava tutto lo studio, in cui si vagava in maniera a-finalistica per l’area oggetto dell’intervento, scattando numerose fotografie. Lunghe ed interminabili riunioni (anche notturne) per decidere il progetto, la composizione delle tavole, la scelta della carta da lucido, le tecniche di coloritura degli elaborati finali. La ritualità della chiusura delle buste e dei pacchi, per l’invio degli elaborati (internet ancora non era diffusa), era quasi un “evento” sacro. La consegna talvolta, si trasformava in un finale concorsuale tragico.

Ricordo ancora chiaramente quando Patsy, con la moglie, una volta preparato il tutto, partì dopo una nottata passata a finire le tavole concorsuali, in direzione Firenze. Era inverno, e Patsy (mentre la moglie cercava di tenerlo sveglio) spesso abbassava il finestrino per esporre la testa all’aria fresca, per mantenersi vigile. Arrivato nella città toscana, con largo anticipo, decise di fermarsi appena dopo il casello, per una pennichella in auto, prima della consegna. I due dormirono ben oltre l’orario di consegna, e gli elaborati finirono inevitabilmente incorniciati, su un muro dello studio, ad imperitura memoria.

Gli insuccessi si succedevano con estrema regolarità. I pochi successi, mai compensavano i costi. Le spese della struttura lavorativa erano impressionanti. Già nel 1990,  il fornitore del gas che alimentava la caldaia dello studio, iniziò a piombare le valvole. I pagamenti dei collaboratori si fecero saltuari; il pagamento degli affitti, dei fornitori e delle rate dell’auto una remota eventualità a cui sfuggire in maniera sempre più rocambolesca. I due architetti “succhiato” tutto quello che era credibilmente ottenibile dai parenti, caddero in disgrazia. Lo studio fu chiuso definitivamente nell’estate del 1992 (quasi all’inizio di “Tangentopoli”), anche se ormai era inagibile dall’inverno precedente, senza illuminazione, riscaldamento, e presidiato dai proprietari che rivendicavano numerosi trimestri arretrati di affitto.

Ho rivisto recentemente Patsy, che è stato lasciato dalla moglie (che ha avuto poi due figlie) e si è trasferito vicino a Ravenna, dove si è rifatto una vita anche professionale (ristruttura ville storiche per una società tedesca).

Abbiamo riso assieme davanti ad una birra, ricordando quegli anni “gloriosi”. In particolare abbiamo evocato un incontro con Flora Ruchat, nella sua bellissima casa di Riva San Vitale, per organizzare un “ticket” per partecipare ad un concorso a Locarno. Davanti ad un salamino e ad un bicchiere di vino, presente anche Ivo Trumpy, mentre parlavamo dell’attività concorsuale insieme a Patsy,  essi “disegnarono” a me (giovane architetto di quasi 30 anni), ed a lui, un panorama ben chiaro del “fare concorsi di architettura” in Italia ed in Svizzera.

In Svizzera allora (ma vale anche per oggi) bisogna correre con il “cavallo giusto”. Soprattutto, sempre bisogna avere nel team concorsuale, uno svizzero che abbia una conoscenza molto alta del panorama geo – concorsual – politico, in modo che sia chiaro fin dall’inizio se sia opportuno o meno partecipare. Solo così, l’attività concorsuale può diventare anche un’occasione professionale ripagata dai premi che la giuria ha a disposizione, o dalla costruzione dell’oggetto concorsuale che non è mai un’eventualità remota.

In Italia, invece, di concorsi d’architettura, certamente non si campa, ieri come oggi. I premi sono ridicoli, i bandi sono fatti male. Quasi mai l’oggetto concorsuale viene realizzato.

Comunque sia nella Svizzera del Canton Ticino, come in Italia, sia allora come oggi, l’attività concorsuale è egemonizzata da un ristretto numero di “soggetti” che si “lottizzano” con estrema sapienza i concorsi più “ghiotti”.

Patsy oggi è completamente disintossicato, dai concorsi di architettura. Si è rifatto una vita, professionale e familiare, ha una bellissima figlia che studia enologia. Comunque per non ricaderci, come un alcolista anonimo, preferisce evitare anche solo di visionare un bando concorsuale.

http://www.varesenews.it/2015/12/piazza-repubblica-foto-vincitori-e-motivazioni/468290/

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Tognella / Gardella


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Ignazio Gardella, che nell’ultima parte della sua vita (novantaquatrenne) sembrava una dentiera che cammina: magro e consunto, aveva raggiunto quella “secchezza dell’anima” che solo i grandi esseri umani conquistano in senilità, come ben ci descrive James Hillmann nel suo libro “La forza del carattere”.

Gardella oggi, che si stanno completando i lavori di ristrutturazione della sua bellissima casa Tognella al Parco Sempione di Milano, probabilmente, nella sua arca funebre, si morderà in silenzio le ossa, per evitare di urlare.

La casa infatti risulta essere uno di quei restauri del moderno, molto, ma molto  discutibili, ad iniziare dal sopralzo/villula (Pastrufaziana che evoca il Gadda dela “Cognizione del dolore”), posto in copertura. Avvallato dagli enti competenti (Soprintendenza, Commissione per il Paesaggio) come una necessità impiantistico tecnologica, in realtà è una vera e propria addizione erculea architettonicamente avulsa dal progetto originario.

Fosse solo questo, ma all’occhio dell’osservatore attento le incongruenze sono parecchie: le tapparelle sono state realizzate con elementi dimensionalmente molto più grandi di quelle originali; lo stesso vale per le sezioni dei profili dei serramenti; le lattonerie  sono smaccatamente con angoli di apertura diversi; Il vetro cemento del blocco scale sembra non adeguato; le lampade dei balconi in rame avulse dall’architettura storica; le prolunghe in inox per mettere a norma i parapetti; la recinzione, un muro di nascondimento rispetto alla trasparenza voluta dal Gardella; gli intonaci rosati hanno l’effetto “nuvolato” pizzeria che non avevano nel progetto originale; ecc..

Insomma una vera e propria “porcata”, dove neanche il dibattito (sterile per capacità di incidere nella società milanese) promosso sul portale dell’Ordine degli Architetti di Milano, è servito a mitigare lo scempio. Scempio che non è solamente nell’entità volumetrico compositiva (con il sopralzo), ma soprattutto in quei “meravigliosi dettagli” minimali, dove certamente risiedeva Dio (e Mies Van der Rohe), di cui Ignazio Gardella era “Magister Artium” assoluto ed inarrivabile.

Un altro esempio di quello “Stile Milanese”, asciutto  lasciatoci dai Padri, che va alle ortiche in questi tristissimi anni bui (particolarmente bui a Milano) che conducono inevitabilmente, così facendo, ad un medioevo architettonico (senza la “M” maiuscola) milanese, prossimo venturo. Quello del dopo “fiasco” di Expo 2015.

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“Architettura morta”


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Esiste una relazione tra architettura e musica, tra canzonetta e paesaggio. Anche Claudio Baglioni fa outing durante la trasmissione “Deejay chiama Italia”. Si scopre così che ha studiato architettura a Roma (studente lavoratore dichiara), e una decina di anni fa circa, ha pure conseguito l’abilitazione per esercitare la professione. Quindi oltre ad Edoardo Bennato, che pure professa ormai da anni (http://bit.ly/1eF89mx), anche l’ex “ricciolone belloccio” deroma, discetta amabilmente con i due conduttori, sancendo con autorevolezza che : “In Italia l’architettura è morta!”

http://bit.ly/1j0ac26

Ci voleva Baglioni per ricordarci ciò? Eh si, forse si. Infatti parafrasando probabilmente inconsapevolmente, il titolo di un noto libro di Giorgio Grassi, Baglioni, focalizza di nuovo, dichiarandone la morte, per la gente comune, ma anche per noi architetti, l’attenzione su questa bistrattata (in Italia) disciplina.

Scriveva infatti G.G. nella presentazione di un suo libro di “Scritti Scelti 1965-1999” : “Questo libro è fatto soprattutto per gli studenti di architettura, per i futuri architetti, quelli che secondo Hannes Meyer dovrebbero “consegnare le piramidi alla società del futuro”,con la speranza che sentano di nuovo il forte bisogno di mettere in discussione per prima cosa la ragione di essere del loro lavoro, cioè la ragione di essere (e la responsabilità) di un lavoro tanto antico da includere appunto perfino le piramidi; è però dedicato ai miei vecchi studenti e anche a quelli un po’ meno vecchi, ma che hanno avuto tutto il tempo per imparare, a loro spese, che non è affatto facile mantenersi fedeli alle scelte che si sono fatte a scuola spinti dall’entusiasmo, ma che è ancora più difficile tradirle dopo, sapendo che una volta, anche se per breve tempo, le si è credute decisive e per sempre.” 

Appunto un lavoro così difficile, che oggi non c’è più, essendo quasi completamente scomparso il lavoro, e quindi la ragione stessa di essere architetti. Nessuno lo dice, ma dopo il paesaggio, o meglio contemporaneamente alla sistematica distruzione del paesaggio, in Italia, si è definitivamente uccisa la professione dell’architetto. Oggi chiunque, in Italia, magari lettore spietato di Casamica, si picca di essere architetto ed insegnare a chiunque una disciplina che necessita di anni di studio per essere appieno compresa. Un omicidio-suicidio, infatti anche noi architetti abbiamo contribuito a questa “morte” sancita dal Baglioni, non tutelando il nostro mestiere e consentendo che sia costantemente oggetto di saccheggio e razzia da chicchessia.

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Le immagini soprastanti sono dell’Auditorium di Ravello (Na) – progetto Oscar Niemayer

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Lo stato delle cose (La grande adunata)


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OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl 29 marzo 2013, abbiamo partecipato al sopralluogo per l’ennesimo concorso “virtuale” di idee (il secondo quest’anno), visto che il lavoro, quello reale, è ormai un’utopia sempre più irrealizzabile. Questa volta il concorso lo gestisce un privato, in accordo con l’Amministrazione comunale. Si tratta di proporre delle idee per il masterplan atto a riqualificare l’area dismessa della Mazzoleni Spa a Seriate (Bergamo) .

 http://riusomazzoleni.wordpress.com/

Il concorso, esente da una costosa iscrizione, ed avendo come elaborato una sola tavola A0, da inviarsi per posta elettronica, è stato ovviamente gettonatissimo. Tantissimi i contatti per scaricare il bando (come dichiarato dagli stessi organizzatori). Centinaia i gruppi iscritti al sopralluogo, che proprio a causa dell’inusitata partecipazione, è stato “spalmato” su due date. Una moltitudine impressionante, gli iscritti, tanto che per alcuni giorni il sito per ottenere l’iscrizione è andato in “tilt”.

Il 29 marzo, quando abbiamo eseguito noi il sopralluogo dell’area, sembrava di trovarsi ad una “grande adunata”, ad un raduno di architetti, provenienti da tutta Italia ed anche da alcuni paesi europei. Per un attimo è come se l’area, ormai in completo abbandono, si fosse animata di nuovo, non più frequentata da lavoratori, ma da creativi, ansiosi di esprimere le loro idee in merito.

In realtà, era la “fame di lavoro” a spingere molti alla “partecipazione creativa”. Una fame che nell’edilizia, ormai in crollo vertiginoso di investimenti,  vede sempre di più, coinvolti soprattutto i creativi : architetti, ingegneri, designer, ecc., i primi a soffrire, mentre si completano gli ultimi lavori di cui si sono ritirati i permessi di costruire.

Tutto ciò era particolarmente evidente nell’intorno dell’area oggetto del concorso, dove recenti interventi  residenziali ultimati da circa un anno, trovavano un’occupazione degli alloggi solamente in piccolissima parte (un 85% risultava invenduto). Nonostante ciò, seppur con lentezza, altri lotti contigui all’area, si apprestavano a partire, per realizzare “scatoloni” destinati a rimanere vuoti, per chissà quanto tempo.

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CRISI

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Oggi il mestiere di progettista, è fortemente inflazionato. Ci sono innumerevoli corsi universitari, da Napoli,  Roma, e Milano, che sfornano centinaia di laureati e diplomati ogni anno, mentre il lavoro è in continua costante riduzione da almeno due anni. D’altro canto le università (veri e propri potentati, governati da una casta di intoccabili, non interessati da rinnovamento che sta colpendo la politica), devono autoalimentarsi di studenti a cui “spennare” le tasse universitarie e mantenere stabile una popolazione universitaria che consente ad un sistema ormai esclusivamente “parentelare/clientelare” di sopravvivere.

Che il “creativo” sia un mestiere per benestanti, se non proprio per ricchi, appare ormai evidente: se si trova il lavoro, ormai rarissimo, si va a bottega da noti professionisti e/o società d’ingegneria, ma difficilmente ci si emancipa da una situazione sottopagata, o addirittura non pagata. Situazione che può durare anni e con la nuova legislazione (per lavorare) impone l’obbligo di partita iva ed iscrizione all’ordine professionale. È considerevolmente cresciuta l’offerta di professionisti, e quindi, per effetto della concorrenza, si sono abbassati i compensi, che ormai hanno raggiunto il limite della mera sussistenza.

Non che per chi è “anziano creativo”, sia meglio, spesso si langue, in una contrazione del reddito, che porta alla realizzazione di veri e propri equilibrismi economici. Nasce quindi, sempre più evidente un nuovo proletariato creativo, abbandonato a se stesso. Non si ha uno stipendio fisso, non si possono inscenare delle rivendicazioni, anche con un solo micragnoso lavoro sottopagato si è sempre occupati.

Probabilmente per tutti i creativi, ormai alla fame, non rimane che esportare la loro creatività all’estero, in quella che negli anni sta diventando ormai una vera e propria diaspora. Oltre all’hardware, rappresentato dalle moltissime fabbriche che con tutti i macchinari (spesso di notte), vengono trasferite in toto in paesi esteri, anche il software, sta subendo lo stesso destino, ormai da anni. Per chi resta non rimane che la desertificazione sistematica della creatività, quella secchezza dell’anima (e delle menti), che solo in terreni sterili ed aridi, come è l’Italia in questi anni, può avvenire.

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