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Builders of the future

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Drawings (disegni)


 

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Scrive Richard Sennet, nel libro “L’uomo artigiano” (Feltrinelli, 2008), che la maestria artigianale, si è qualificata lentamente (sia dal punto di vista anatomico, sia come metafora), nel legame tra mano e testa, una relazione che gli artigiani hanno per tradizione, da sempre, espresso attraverso il disegno.

Sennett ricostruisce le linee di faglia che separano tecnica ed espressione, arte ed artigianato, creazione e applicazione. Fino ad arrivare, a quello che per lui è il miglior esempio di “artigianato” moderno il gruppo che ha creato Linux, gli uomini del “saper fare” della moderna cattedrale informatica.

Fin da quando si è vincolato, nella specie Homo Sapiens, il disegno alla capacità di rappresentare una realtà tangibile, e quindi dai primi disegni nelle caverne o nelle incisioni rupestri, si è iniziato a stabilire un legame tra azione di rappresentare il mondo che ci circonda e sua interpretazione mentale.

Tali capacità, si sono sedimentate, nel corso del tempo, nel nostro cervello, nei neuroni specchio. Se viene scisso il legame neurologico tra la testa e la mano, si rischia un “deficit mentale”, una condizione che, sostiene Sennet, sarebbe la norma quando il computer sostituisce completamente la mano nella progettazione architettonica.

Sennet, non si ferma quì, entrando nello specifico, dichiara che la progettazione computerizzata inibisce l’accesso diretto al libero pensiero esplorativo, l’apprendimento che si ottiene dal considerare un problema con un atteggiamento giocoso e partecipativo. I limiti del computer e soprattutto del suo schermo, rendono a suo dire più difficile essere interessati a variabili quali il clima, l’atmosfera, la fisicità, la struttura, la scala e la proporzione, e preclude anche la sfida tradizionale e spesso gratificante con un problema difficile. In ultima analisi, il computer troppo facilmente offre un risultato finito, chiudendo il processo di progettazione troppo presto, senza decantazione . Ed ancora : ” Il difficile e l’incompleto dovrebbero essere eventi positivi nella nostra attività intellettiva; dovrebbero stimolarci, come non possono fare la simulazione e la manipolazione facilitata di oggetti già completi……….Gli abusi del CAD illustrano come, quando la testa e la mano divorziano, è la testa a soffrirne”.

Ovviamente chi progetta al computer, dissente, sostenendo che l’elettronica del CAD è solamente una “moderna matita”, molto piu’ veloce, ma con pari quantità di indeterminatezza nei risultati finali. Insomma il computer è semplicemente un altro mezzo di espressione, non ancora pienamente interpretato.

Sta di fatto che il computer, interrompe la “connessione sensuale e tattile” (come sostiene Juhani Pallasmaa) tra la testa e la mano che ha guidato gli architetti per secoli, portando soltanto ad un approccio progettuale troppo concettuale e geometrico, non in grado di interpretare veramente la realtà vissuta attraverso i nostri ricettori. Inoltre le immagini al video di un computer alterano la nostra comprensione percettiva delle cose.

Gli edifici oltre a fornire riparo e piacere sensoriale, dice Pallasmaa : “sono anche estensioni mentali e proiezioni, sono esternalizzazioni della nostra immaginazione, memoria e capacità concettuale”. Il computer è diventato un appuntamento fisso nella pratica architettonica, in pochissimi anni, e probabilmente continuerà a migliorare come mezzo per la progettazione; però la cultura architettonica, tradizionalmente praticata con rotolo di carta da schizzo e matita non potrà facilmente essere totalmente messa da parte. Essa è un bene prezioso, che può essere acquisito con pazienza e pratica qualificata e, come ritenuto dai più (giovani ed anziani) favorisce un approccio meditativo di decantazione e riflessione, piuttosto che semplicemente calcolante. Un approccio in cui la variabile “tempo” non puo’ essere trattata semplicisticamente come sostiene Rem Koolhaas nel libro “Verso un’architettura estrema” (Postmedia Books, 2002), dove paragona l’attività dell’architetto contemporaneo che utilizza il computer, a quella dei piloti americani dei caccia da guerra supersonici, dove vige il motto : “Se pensi sei morto”.

Dichiara sempre Pallasmaa : “Il disegno a mano è un esercizio sia piacevole sia seducente che genera un’intensità poetica con la mano (ndr. – una sintesi tra spazio e tempo), spesso straordinariamente efficiente per arrivare al nocciolo di una questione”.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Camera con vista


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Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca, d’inverno, con la sola giacca addosso, dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi con frasi in madrelingua. Nella tazza si raffredda il caffè. Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij – Strofe veneziane VIII (1982)

Gli edifici, sono quasi sempre considerati degli “oggetti particolari”, frutto della moda e per questo stravaganti; o che comunque devono sempre affermarsi nell’immaginario collettivo per la loro particolarità architettonica. Invece si tratta di elementi ricavati dagli uomini, modificando, per sempre,  la materia estratta dal Pianeta Terra. Sono gli “involucri” indispensabili alla sopravvivenza della specie umana, al cui interno, o nel loro esterno, si realizza quel “microclima”  (fisico, termico e psichico) indispensabile affinchè le funzioni umane biologiche e/o artificiali, possano svolgersi nella miniera migliore possibile. Sono la rappresentazione (e la testimonianza) di come noi, specie umana, adattiamo il “paesaggio naturale” del Pianeta alle nostre esclusive esigenze. Modificandolo per sempre, tanto che dopo il nostro passaggio non si può più parlare di “paesaggio naturale”.

In questo senso, gli edifici, ed il paesaggio che ne conseguono per sommatoria, sono elementi “tangibili” a cui i nostri corpi ed i nostri sistemi neurologici, sono intimamente ed indissolubilmente interconnessi.

Così scrive, in sintesi, Harry Francis Mallgrave nel bellissimo libro “L’empatia degli spazi” (2013) : portando avanti un discorso di interpretazione multidisciplinare della percezione dell’architettura e dello spazio, nato probabilmente con Heinrich Wolfflin (Psicologia dell’architettura, 1898) e continuato con l’antropologo Edward T. Hall (La dimensione nascosta, 1966).

Il nostro corpo, collezionando esperienze “sul campo”, attraverso i sensi, ma non solo, ci insegna a percepire le forme estetiche tridimensionali : una città, un edificio, un interno, un elemento di arredo. La nostra mente, il nostro corpo, l’ambiente che ci circonda e la cultura, durante il percorso continuo di apprendimento (che dura tutta la vita), si interconnettono tra loro a diversi livelli, facendo nascere in noi una capacità multisensoriale e psichica di percepire lo spazio. Oggi le neuroscienze consentono di “leggere” in maniera diversa l’architettura ed anche la sua storia.

Il corpo crea innanzitutto per sè, per soddisfare la propria esigenza di bellezza, ma anche per chi verrà dopo di noi. Sempre con una finalità di procurare piacere e soddisfazione, nonchè testimonianza del transito terrestre. Senza dimenticare gli aspetti emozionali ed affettivi, che inevitabilmente connotano, ogni modalità di relazione sensoriale e motoria con il mondo fisico costruito.

Il corpo, ci evidenzia infine Mallgrave, ritorna ad essere l’epicentro della cultura architettonica; il fondamento stesso dell’esistenza dell’architettura. Il tutto genera ovviamente una nuova attenzione, una “cura”, per coloro che stanno negli intorni (dentro o fuori), degli edifici che progettiamo, che costruiamo.

Ecco quindi, che una “camera con vista”, contenuta  in quello che fu un edificio eccellente di Venezia, diventa un “osservatorio empatico” sulla citta’ lagunare e sulla sua architettura. Il clima invernale umido e freddo che titilla la resistenza dei corpi umani, la bellezza degli affascinanti esterni architettonici della Giudecca, la rumorosità concitata dell’omonimo canale, l’esperienza olfattiva di una realtà culinaria importante, il contrasto con degli interni mediocri figli dell’international style, ecc. : diventano le scenografie di un’empatia architettonica multi sensoriale.

Se esiste una spazialità, figlia delle neuroscienze e percepibile con tutto il corpo (nel suo insieme piu omnicomprensivo), qui a Venezia e soprattutto nei sui dintorni periferici, se ne ha la più alta consapevolezza.

L’isola della Giudecca, quella di San Giorgio, Murano, Torcello, ecc. costituiscono un “panorama” entro cui sperimentare al meglio quanto sostenuto da Harry Francis  Mallgrave. Dato che da questi luoghi, più che dal centro,  nasce da sempre la “potenza” culturale, economica, sociale della citta’ lagunare.  L’apice lo si conquista con l’isola di San Michele, dove natura, morte ed artificio architettonico, convivono splendidamente in una decrepita stratificazione spaziale; i corpi dei vivi vanno all’isola dei morti, quasi esclusivamente per acquisire un’esperienza empatica spaziale (tra passato e futuro), girovagando tra le tombe di Stravinskij, Brodskij, Nono, Vedova, Pound, ecc..

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

 

Semplice ma bello


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Expo 2015, Padiglione del Bahrain

Dopo lunghe, e gratuite, peregrinazione in Expo 2015, se si dovesse scegliere il padiglione “più bello”, certamente bisognerebbe cercare di “surfare” tra una cacofonia di immagini architettoniche ridondanti, per non dire pacchiane, banali e soprattutto già viste.

Tra questa “folle ridda di architetture” emerge per la sua rigorosa semplicità e per il percorso museale scarno e semplice, il Padiglione del Bahrain.

Il padiglione, progettato dall’architetto olandese Anne Holtrop e dalla paesaggista svizzero/olandese Anouk Vogel, è concepito come un continuum paesaggistico di meravigliosi ed intimi frutteti (10 giardini dell’Eden) che si intersecano in una serie di spazi espositivi chiusi. Il Padiglione è tutto costruito in pannelli prefabbricati in calcestruzzo bianco. Il Padiglione verrà trasferito in Bahrain alla fine di Expo Milano 2015 e sarà ricostruito, trasformandosi in un giardino botanico aperto al pubblico. I componenti prefabbricati, volutamente visibili, sono come attraversati da ancestrali “disegni”, da “cuciture”, da “piccoli canali”, che idealmente li collegano l’uno all’altro.

Il “centro” del Padiglione, rende omaggio ad un ricco patrimonio storico ed archeologico e presenta, pochi ma selezionati manufatti storici, risalenti a migliaia di anni fa, ognuno dei quali legato alle tradizioni agrarie e alle leggende  che circondano il Bahrain, desertico ma ricco d’acque sotterranee, ed in particolare l’antica Cultura di Dilmun.

https://it.wikipedia.org/wiki/Cultura_Dilmun

Qui non troverete grandi folle e lunghe code, ma soltanto la semplicità della “grande architettura”, ed un percorso museale con un racconto chiaro e semplice. La sera, tenui luci aggiungono fascino e mistero alle forme architettoniche che si confrontano con la natura. Niente a che vedere con le “strombazzature luminose” degli altri padiglioni.

http://bahrainpavilion2015.com/it

Tra tante architetture “scrause”, degne di essere cancellate per sempre dopo appena sei mesi (la durata di expo 2015), questo piccolo padiglione (circa 2.000 metri quadrati), si offre come un’isola felice in cui ritrovare il vero senso dell’architettura, in grado di resistere al tempo.

Qui sotto il link ad alcune immagini del Padiglione del Bahrein

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

La “funzione ibrida” e complessa


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L’ingresso del Labirinto della Masone

Ho conosciuto, ed apprezzato Franco Maria Ricci molti anni fa quando a Milano si occupava della rivista FMR (acquisita nel 1994 dal Gruppo Art’è). Oggi che è diventato anche un “progettista di architettura e paesaggi”, mi è sembrato giusto andare a vedere ciò che aveva combinato a Fontanellato (Parma), dove da anni , nella sua tenuta di campagna, insieme agli architetti Pier Carlo Bontempi e Davide Dutto, si era ritirato a realizzare un “Parco culturale”.

Fontanellato, per me è sempre stata, fin da piccolo quando mi ci portavano i miei genitori passando per andare a trovare i parenti (mia nonna paterna Italina era di Fornovo Val di Taro), la Rocca Sanvitale, con la sua “camera ottica”, gli affreschi del Parmigianino e gli angiolotti cicciottelli. Ma soprattutto l’immancabile “Torta fritta” (o gnocco fritto, che dir si voglia) con il Culatello di Zibello ed il burro.

Il Labirinto della Masone è a sud di Fontanellato a circa 5 chilometri; perso nella bellissima campagna parmigiana, dove l’agricoltura ancora, segna con prepotenza il paesaggio.

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La campagna circostante vista dalla Torre di Osservazione del Labirinto della Masone

Quì il Ricci ha voluto creare un epicentro culturale, la sua Fondazione, ma soprattutto una di quelle “funzioni ibride” e complesse, che stanno alla base dello stimolare l’interesse per i luoghi, da parte degli esseri umani. All’ingresso del Labirinto c’è un bar/ristorante e un bookshop dove, oltre a libri e gadget, forse in futuro si potranno acquistare Culatello e Parmigiano Reggiano, di certo per ora le informazioni sul bambù (tipologie, caratteristiche, ecc.) dei numerosi giovani guardiani del Labirinto sono scarse. Al piano superiore si sviluppa la galleria-museo dove Ricci ha sistemato la sua collezione di 450 opere tra sculture e quadri, la maggior parte risalenti al Settecento e al primo Impero, busti e ritratti soprattutto. E quasi tutti i volumi di Giambattista Bodoni che Ricci ristampò in un formato raffinatissimo nel 1963. C’è anche spazio per mostre temporanee, oggi dedicate ad Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi, con il titolo “Arte e Follia”.

Quì sotto il link ad una mappa dei luoghi

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kAY9oLV7Cuss&usp=sharing

E poi, soprattutto, c’è il Labirinto di Bambù, uno spettacolo in cui perdersi, con oltre 20 tipologie diverse di piante, con al centro una grande piazza porticata con : suite, sale per eventi, una cappella piramidale.

Il tutto in mattoni “faccia a vista”, rigorosamente fatti a mano. Il “Parco Culturale” ha aperto il 29 di maggio 2015.

Quì sotto il link ad alcune immagini del sopralluogo effettuato

Che dire, nel nulla, un privato fa un investimento considerevole, probabilmente discutibile dal punto di vista dell’architettura (sembra troppo legata ad una rivisitazione storica che ricorda tanto il Post-Modern – http://it.wikipedia.org/wiki/Architettura_postmoderna), non certamente per la “funzione ibrida” e complessa che si è voluta insediare. Ormai le funzioni tradizionali “canoniche” : residenza, alberghi, terziario, ristoranti, commercio, ecc., sono morte, bisogna guardare ad altro e Ricci (che ha un grande fiuto imprenditoriale) è certamente sulla strada giusta. In un sabato anonimo di un giugno tra i più caldi e torridi a memoria umana (36 gradi in loco, 55% di umidità), la presenza di visitatori era consistente, nonostante il costo del biglietto abbastanza alto (18 euro a persona). Probabilmente nelle “funzioni ibride” e complesse sta anche il rilancio dell’edilizia e del turismo italiano, attraverso la valorizzazione del paesaggio e dell’architettura esistente e nuova. Basta avere le idee giuste.

Architettura, arte dei giardini, attività museali, bibliofilia, cultura, editoria, enogastronomia, ecc. quì a Masone si fondono a rappresentare (ed elevare) un paesaggio eccellente quale è quello parmigiano. La scommessa sarà vinta se, una volta passata la novità, tale luogo saprà continuamente rinnovarsi e generare attrattività ed interesse.

http://www.labirintodifrancomariaricci.it/

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Nutrire il cemento. Energie per la “fuffa”


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Il progetto Expo 2015 di Burdett, Herzog, Boeri, Petrini con cui si è vinta la manifestazione a Milano

Poco prima che Expo 2015 succeda, ecco il bel racconto di Stefano Boeri, che descrive (alla televisione della Svizzera Italiana), lo “scempio” che si è fatto dell’evento e del sito espositivo. Facendo delle proposte per “salvare il salvabile”. Un racconto “critico” ma reale, che è anche una riflessione sullo stato dell’arte della società milanese.

A COSI

Quanto si sta effettivamente realizzando, in totale spregio rispetto al progetto iniziale

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Urbanistica Netnografica (scenari)


La parola “Netnografia” è stata inventata dal sociologo  Robert Kozinets, che elabora questo metodo di analisi delle tendenze, all’interno dei percorsi di formazione teorica della Consumer Culture Theory  e del Marketing tribale. Di fatto “Netnografia” vuol dire applicare metodi di studio ed analisi dell’etnografia in internet.

Il metodo di analisi “Netnografico” è stato sviluppato, adottato e approfondito in Europa dal Centro Studi Etnografia Digitale (http://www.etnografiadigitale.it/chi-siamo/), diretto dai professori Adam Ardvisson e Alex Giordano. La “Netnografia” si configura come un metodo di ricerca qualitativa legato soprattutto allo studio della cultura di consumo online sia per finalità sociologiche che di marketing.

Con l’avvento del Web 2.0, Internet è divenuto il luogo preferito dai consumatori per scambiarsi informazioni su marchi e prodotti esprimendo valutazioni, critiche, modifiche d’uso, possibili miglioramenti e innovazioni per i brand e per i prodotti. In tale contesto, la metodologia di ricerca “Netnografica” riesce ad imporre tecniche di osservazione dirette e non intrusive delle conversazioni, in generale di tutto il passaparola generato online dall’utenza rispetto ad un argomento specifico, ad un brand o ad un prodotto. Da qui, si possono trarre anche delle informazioni utilizzabili, nel campo della pianificazione territoriale. Ad esempio, la lingua di dialogo utilizzata può definire dei punti di socializzazione on-line, dove “costruire” una nuova rete di luoghi di socializzazione.Oppure, il tracciamento dei cellulari dei ciclisti, può dare indicazioni in merito all’effettivo uso delle piste ciclabili di una città.

Esempio di Netnografia – Una mappa in crowdsourcing per i ciclisti di Berlino

http://www.societing.org/2012/09/dynamic-connections-una-mappa-per-i-ciclisti-di-berlino/

Quindi l’obiettivo principale dell’analisi “Netnografica” è quello di definire contorni netti attorno agli ambienti della rete in cui le popolazioni del web 2.0 si esprimono, al fine di raccogliere basi di dati qualitativi e oggettivi da tradurre in soluzioni utili a potenziare la propria offerta commerciale .

Le strategie di pianificazione urbana oggi possono beneficiare di queste nuove fonti di informazioni in tempo reale provenienti dai social network, che permettono di percepire le emozioni, le visioni, i desideri e le tensioni dei Cittadini. Utilizzando i dati in tempo reale, con particolare attenzione ai dati “inter-operabili” (che utilizzano formati aperti e con forte attenzione dedicata alle politiche e alle pratiche che rendono i dati accessibili al pubblico), si stanno aprendo scenari nuovi ed interessanti per l’innovazione dei progetti urbanistici e sociali (provvisori e permanenti) nelle nostre città.

La possibilità di ascoltare le idee, le visioni, le emozioni e soprattutto ascoltare le  proposte provenienti dai Cittadini, sia in modo esplicito ed anche in modo implicito, consentono di predisporre dei modelli di come usano le loro città, i loro luoghi di lavoro, i centri commerciali, i luoghi della socializzazione, ecc.. Social Network, tecniche di raccolta delle conversazioni, ci permettono di ascoltare in maniera continua il  pubblico dei Cittadini. La interconnessione costante, potrebbe definire meglio le nostre città i loro sistemi di trasporto, le infrastrutture, gli spazi architettonici, i quartieri, il verde.

 Immagine di Netnografia a Torino – Urban Sensing at NEXA Center for Internet and Society, Turin Polytechnic

“Le reti di rilevamento” possono creare, mediante l’applicazione di tecniche di analisi del linguaggio delle conversazioni,  uno “scenario” di dati acquisiti, permettendo ad organizzazioni, istituzioni, imprese e Cittadini di essere in grado di “leggere” la città, così come effettivamente descritta dai suoi utilizzatori .

Reti di sensori possono essere inclusi nello scenario di registrare i dati in tempo reale in materia di inquinamento, traffico e altre grandezze che danno forma agli aspetti ecologici, la vita sociale, amministrativa e politica della città. Mettendo insieme tutto questo, è possibile creare narrazioni “a più strati” sulla città, fatto che ci permette di leggere la città stessa in diversi modi, in base alle diverse strategie e metodologie. Soprattutto in grado di evidenziare come la città (attraverso i suoi Cittadini e per conto suo, con sensori) si esprime in materia di ambiente, cultura, economia,  trasporti, energia, politica.

Questo metodo per l’osservazione in tempo reale della città può essere definito come una forma di “antropologia della rete onnipresente”, basata sull’idea di una partecipazione diffusa e in una struttura di rete che può essere considerato come un “sistema esperto”. Nasce quindi uno scenario in cui il concetto di cittadinanza può essere reinventato, tendente verso una visione in cui il Cittadino è più consapevole e attivo, partecipando in tempo reale, alla conoscenza ed alla definizione della sua città.

Come scrive un noto Netnografo :  “Se mi permettete una forma retorica, direi che fare Netnografia focalizzandosi solo sui numeri o facendo solo una sintesi del contenuto è come capire cosa avviene in una piazza rimanendo con gli occhi chiusi. Si avvertono suoni indistinti e anche le parole diventano parte di questa massa indistinta di rumori. La Netnografia è capire cosa avviene in quella piazza restando con gli occhi aperti, guardando come interagiscono le persone tra di loro, analizzando il loro linguaggio non verbale e contestualizzando il contenuto delle loro conversazioni.”

Video intervista a Robert Kozintes – Esperto internazionale di Netnografia

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