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Meglio non fare nulla, che fare qualcosa.


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Sopra il Corsera di oggi 9 gennaio 2019 con l'articolo di Gian Antonio Stella a pagina 42.

Nel febbraio 2017, veniva bandito un concorso di progettazione, in due gradi, per l’ampliamento della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Diamanti a Ferrara (https://bit.ly/2shhSuT). Importo previsto dei lavori euro 2.615.500 per 660 metri quadrati. Risultava vincitore il progetto proposto dalla triade 3TI + Labics + Vitruvio (https://bit.ly/2RlEd9t); con un progetto minimalista e poco invasivo, che si fa alla tradizione del Moderno (Mies van der Rohe), per rispondere alle esigenze di dare compattezza e futuro alla Galleria d’Arte Moderna. Settanta i progetti ricevuti, dieci quelli selezionati per partecipare alla seconda fase, valutati dalla commissione presieduta da Maria Luisa Pacelli, dirigente del servizio Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e di cui erano membri, in qualità di “dotti” esperti, Giorgio Cozzolino, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini e Alfonso Femia, ex socio dello studio 5+1AA e fondatore di Atelier(s) Alfonso Femia. Da allora si è sviluppato un “ginepraio” dove la così detta società civile, capitanata dai fratelli Sgarbi (Vittorio ed Elisabetta), chiede con una raccolta di firme la non esecuzione del progetto, secondo loro “distruttivo” e vero e proprio scempio ! (https://bit.ly/2SOVWTG). Tra i firmatari dei veri e propri maestri in “scempi architettonici” in luoghi sensibili : Mario Bellini (https://bit.ly/2Aywhaw), Mario Botta (https://bit.ly/2Rju6BY), ecc.; ed anche dei veri e propri “esperti” dell’architettura in luoghi ad alta sensibilità paesaggistico : Massimo D’Alema (politico in pensione), Klaus Davi (massmediologo), Furio Colombo (giornalista tuttologo), Oscar Farinetti (imprenditore), ecc. (qui l’elenco dei firmatari – https://bit.ly/2QxA1yi). Sotto, sotto (ma neanche tanto) vi sono le imminenti elezioni amministrative a Ferrara (Tagliani sindaco del centrosinistra, versus Sgarbi Family che fa l’occhiolino al centrodestra Salviniani/Leghista). A PERDERCI COME SEMPRE E’ L’ARCHITETTURA (soprattutto quella moderna) e GLI ARCHITETTI, messa/messi in mezzo per un MASSACRO. Tutto sembra tendere verso quello che è ormai il tragico motto di una nazione immota e ferma : “Meglio non fare nulla, che fare qualcosa”, il che esclude anche la possibilità di aumentare gli spazi culturali di una città importante, ad uso anche di una migliore attrattività turistica, oltre a perdere forse dei finanziamenti già acquisiti.

http://artemoderna.comune.fe.it/

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

Call for Ideas


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Nel lontano 1978, appena diplomato al Liceo, e da poco iscritto alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, l’assistente di disegno (che faceva l’architetto) mi propose, chiamandomi a casa, visto che ero il più dotato del suo corso, di fare un lavoretto di disegno, per un annetto part-time, in un comune dell’Hinterland milanese.

Si trattava di disegnare e correggere gli elaborati del nuovo Piano Regolatore Generale, che si andava a redigere. A tal fine il comune dove allora imperavano i socialisti, aveva costituito nella recente sede comunale, un apposito ufficio di Piano.

I tre architetti incaricati di redigere il P.R.G. erano tutti di “sinistra”, il capintesta (che poi sarebbe diventato dopo questa esperienza il mio datore di lavoro) ovviamente iscritto al Partito Socialista e con ufficio in prossimità della sede provinciale del PSI in Corso Magenta a Milano.

Gli altri due molto più giovani, gravitavano ; uno nell’area del PCI, l’altra (la mia assistente) probabilmente nel PDUP, il partito di unità proletaria, o giù d lì.

La Stesura delle tavole di piano avveniva cercando di interpretare i dati raccolti sul territorio, i possibili sviluppi futuri, le desiderata dei cittadini e dei politici che veniva interpellati in estenuanti riunioni. Sembrava un’operazione “scientifica” ed immutabile, o almeno a me così appariva all’inizio.

L’incarico era di disegnare a mano i profili del centro storico e stendere su degli enormi radex (copie eliografiche su supporto lucido), i retini autoadesivi delle varie destinazioni funzionali, i trasferelli con i percorsi pedonali, le sigle, le legende, ecc..

Un lavoro demenziale se immaginato oggi; un lavoro manuale, che l’Ufficio Tecnico comunale non era in grado di svolgere perché sottodimensionato, e che a me consentiva di fare la mia prima esperienza lavorativa.

Io c’ero…..ma non c’ero, per motivi politici; e per questo il Comune mi pagava IN NERO circa 1.500 lire all’ora (meno di un euro). Come faceva l’amministrazione comunale a pagarmi in nero, lo sa solo Dio. Ma allora era quasi una consuetudine.

La mia disponibilità di tempo doveva esserci anche la sera fino alle ore piccole. Infatti dopo ogni presentazione pubblica degli elaborati dello strumento urbanistico ai cittadini, avvenivano delle riunioni ristrette, al piano sottostante (sindaco, giunta assessori, rappresentanti dei partiti che amministravano), dove spesso si aggiungevano “altri personaggi” (rappresentanti dell’opposizione, immobiliaristi, proprietari di grossi appezzamenti di terreno, singoli con molto potere decisionale, imprenditori, ecc.).

Io dovevo essere abile e preciso, a spostare immediatamente i retini per trasformare zone inedificabili in terreni costruibili; spostare improvvisamente strade e quant’altro. Spesso attendevo per ore, mentre sentivo che litigavano a voce alta animatamente. Poi velocemente spesso anche aiutato per velocizzare la cosa dovevo trasformare il lavoro dignitoso fatto in una “porcata”. Il tutto avveniva anche più volte nella stessa serata.

Era il SACCO del territorio. La compravendita “bendata” al mercato delle vacche. Era una accesa “partita a tresette”, come veniva dai più chiamata.

Poi i tre tecnici dovevano fare “digerire” quanto prodotto, al consiglio comunale ed ai cittadini. All’opinione pubblica.

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Oggi un certo Pierfrancesco Maran, e l’amministrazione Giuseppe Sala tutta, lanciano per l’aggiornamento al 2030 del PGT (Piano di Governo del Territorio, cioè quello che una volta era il Piano Regolatore Generale), anche una “Call for Ideas”. Insomma il Comune raccoglie idee e scenari che si ispirino agli obiettivi e regole del PGT (ovviamente gratis) rivolta a esperti, investitori, operatori che vogliano immaginare possibili scenari urbanistici per alcune aree della città in base alle regole e agli obiettivi del Piano di Governo del Territorio. Le proposte dovranno essere inviate tra il 30 novembre e il 20 dicembre 2018.

http://www.comune.milano.it/wps/portal/ist/it/servizi/territorio/revisionePGT/PGT_Milano2030_CALL?fbclid=IwAR16vCKN6LeTwm_XmwQVZh4a8-Ey9qkEcT4CT4sxbJ1gFWfPJwJuZbccwXs

Una chiara, e triste, OPERAZIONE DI MARKETING POLITICO, di FALSA DEMOCRAZIA ED INCLUSIONE, infatti tutto avverrà esattamente come ho descritto nel testo soprastante, alla stessa maniera in uso nel 1978 (40 anni fa) : la “partita a tresette”. Ma ovviamente Maran e Sala questo non possono dirlo, e tutta l’operazione di NASCONDIMENTO E PARTECIPAZIONE avviene con l’avvallo dell’Ordine degli Architetti di Milano e provincia. Soprattutto Maran e Sala, non possono dire che molte delle opzioni possibili politiche e territoriali, a questo punto sono già state decise.

http://www.arcipelagomilano.org/archives/51222

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Ingegneria del consenso


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Nel salotto buono della politica milanese, la Sala Alessi a Palazzo Marino, si è tenuta una “garrula” conferenza/dibattito in merito all’apertura dei Navigli milanesi. Il fronte del NO ha dimostrato con l’ausilio di numerosi tecnici, che l’opera strenuamente voluta da Giuseppe Sala sindaco, è superflua (11 luglio 2018, ore 18,00).

L’idea è dimostrare l’inutilità dell’operazione e la macchinazione mediatica che c’è dietro.

Presenti : Beltrami Gadola, Emilio Battisti, Alberto Artioli………politici, consiglieri e quant’altro.

Il comune (Sala) sta promuovendo un’operazione da “debat public” ( https://bit.ly/2NHEDl7 ) in merito al progetto di riaprire i Navigli milanesi, sostenuto da anni apposita associazione ( https://bit.ly/2KMj8BK ).

Debat public non attuati con la procedura con cui sono utilizzati in Francia, in quanto mancanti di un’autorità “terza” in grado di discernere tra le opzioni della Amministrazione e quelle dei Cittadini. Una triste vicenda di “falsa democrazia” finalizzata a costruire un’ingegneria del consenso.

Sala ne fa una questione di principio, visto che in merito c’è stata anche la possibilità di un referendum. Entro la fine del suo mandato vuole aprire il primo tratto (costo 150 milioni dei 500 totali previsti). L’idea è quella di aumentare il turismo a Milano grazie alla “riscoperta” di tale infrastruttura.

Il progetto è meschino, infatti non si intende riscoprire i Navigli storici con criteri archeologici, ma bensì realizzare una serie di “vasche” (cinque tratti) difficilmente navigabili, collegati tra loro da una tubazione di ricircolo. Una operazione che renderà difficile l’accesso alle abitazioni contermini, complicherà il traffico ed avrà dei costi di gestione (manutenzione, pulizia, ecc.) stimati in circa 10 milioni annui.

Insomma una “porcata”, da collocarsi in un nuovo sedime, distruggendo le tracce (ora interrate e/o tombinate) del Navigli storici.

I costi stimati sembrano ottimistici, i possibili ritrovamenti archeologici, la sistemazione dei sottoservizi, sicuramente faranno lievitare i costi ed i tempi di realizzazione. Senza contare lo sconvolgimento della viabilità e dei trasporti che tali “vasche” necessariamente indurranno.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Il Bidello dell’architettura


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Parecchi anni fa, negli anni Ottanta del Novecento, all’Istituto Universitario di Venezia (IUAV) esisteva una figura nota a tutti, un bidello, una specie di factotum, che aveva acquisito fama e notorietà, anche perchè portava degli occhiali identici a quelli di Le Corbusier.

Si trattava del capo bidello, il cui tavolino era collocato nell’atrio del corridoio. Costui era considerato una sorta di “segretario generale”, di “super-bidello” della facoltà; anche perchè sapeva sempre tutto e di tutti. Nonostante le numerose mansioni che svolgeva, spesso al di fuori del proprio ruolo, quasi confondendosi con la docenza e la gestione universitaria; nonostante i numerosi “svarioni” a cui era avvezzo; nonostante le fandonie che spesso raccontava travisando la realtà, ai più risultava “simpatico”. Un male necessario ed indispensabile. Nel corso del tempo era divenuto quasi una potenza, o perlomeno così gli piaceva far credere.

Questo suo fare, intrallazone ed ai limiti della liceità, lo portò ad essere parte attiva in una vicenda di esami di stato truccati, che nel 1985 lo condusse agli arresti.

Una losca tresca tra docenti, personale della segreteria, bidelli di cui ci resoconta con dotta sapienza, Roberto Bianchin, in un’articolo della Repubblica del 27 novembre 1985.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/11/27/architettura-arrestato-un-docente.html

 

 

Milano City (Testa o Croce).


 

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La "Nube Purpurea che uccide" su Milano fotografata dalla Torre Garibaldi

Se con il lancio di una monetina, Milano ha perso l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), a favore della più rutilante, ecologica e culturalmente più dotata Amsterdam, questo fatto non deve essere vissuto negativamente, in quanto può essere una grande occasione.

Infatti, l’arrivo dell’Agenzia Europea del Farmaco (che ora ha sede a Londra), con i suoi oltre 800 impiegati, i congressi ed il relativo turismo conseguente, avrebbero ulteriormente indotto la metropoli milanese ad una crescita urbanistica “gonfiata” che già consta di decine di migliaia di vani sfitti e/o inutilizzati; soprattutto di terziario e di residenziale.

Non dimentichiamoci che Milano, una delle zone al mondo con il più alto consumo di suolo, insiste in una delle regioni della Pianura Padana in cui gli abitanti dell’area metropolitana sono esposti quotidianamente (tra ottobre e marzo) a livelli di inquinamento atmosferico da biossido di azoto e da micropolveri sottili (PM 10 e PM 2,5) di gran lunga superiore ai limiti di legge. Da Paderno Dugnano a Lacchiarella, da Corbetta a Truccazzano.

È evidente la necessità di un urgente e decisivo piano d’intervento che vada finalmente ad incidere sulle politiche relative alle fonti di inquinamento. E’ ormai un problema di salute pubblica, che ricorre praticamente ad ogni inverno, per più settimane.

A ciò non esula l’urbanistica. Anziché di continuare a progettare dei Piani di Governo del Territorio (PGT)  di espansione della superficie lorda di pavimento (con conseguente inevitabile consumo di suolo), bisognerebbe decostruire, riducendo il numero degli abitanti insediati. Concentrando tutte le disponibilità economiche sulla realizzazione di spazi verdi (filtranti) e di mezzi di trasporti pubblico efficienti, capillari ed economici.

Una occasione è stata di recente offerta dall’Accordo di Programma (A.d.P) tra Ferrovie dello Stato e Comune di Milano, inerente la riqualificazione degli scali ferroviari dismessi (oltre 1,2 milioni di metri quadrati oggi abbandonati e degradati sparsi nel territorio comunale) delle aree : Farini, Porta Genova, Porta Romana, Lambrate, Greco, Rogoredo e San Cristoforo, ecc.. Una occasione colta solo parzialmente d’invertire un futuro di “cemento”.

Infatti i progetti, presentati la scorsa primavera in occasione del Salone del Mobile, sono maestosi, ricchi di verde, di piante e di grandi prati, ma anche di tanto edificato “dipinto di verde” : troppo edificato e tanti palazzoni inutili, probabilmente invendibili a medio e lungo termine.

Non si tratta di realizzare, degli scenari per le “fauci feroci” degli immobiliaristi, o per le “matite verdeggianti” degli architetti, troppo spesso “servi” di costoro, ma invece bisogna consentire ai cittadini di tornare a respirare, invertendo una tendenza che non consente più deroghe, già da molti anni. Alle auto ecologiche ed elettriche, al costruito sostenibile con contenimento spinto dei consumi energetici, deve anche seguire un’architettura che sappia contenersi nella quantità (volume) per dare più spazio alla qualità, ai contenuti.

Non è più accettabile pensare alla Città di Milano ed alla sua area metropolitana in termini di edificato, ogni brandello di terreno da riqualificare deve diventare esclusivamente un’area verde. Un verde da intendersi «come infrastruttura ecologica ed economica», che sia fruita insediandovi attività diverse che possono essere orti urbani, istallazioni temporanee, spazi per i concerti e attività sportive. Per il costruito ci sarà solo l’impronta degli edifici già edificati, il sopralzo (contenuto) di quelli esistenti. Un lascito per le generazioni future.

Dario Sironi

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Giungla


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La prima volta che ho sentito parlare della “giungla di via Noale” a Milano, studiavo da poco architettura. Era la fine degli anni Settanta del Novecento. Venivamo inviati, per “toccare con mano”, in maniera sparuta, quasi di nascosto, visto che imperava ancora per poco la Politica del Collettivo Studentesco (Tante parole e poca architettura) a contemplare (per imparare) gli edifici, dell’Architettura Moderna e Contemporanea, che i nostri professori di progettazione (Emilio Battisti, Sergio Crotti, Daniele Vitale, Ernesto D’Alfonso, Cesare Pellegrini, Massimo Fortis, Enrico Mantero, ecc.) ci descrivevano come magnifici ed esemplari : il Gallaratese di Aymonino e Rossi, la “Rustici” di Terragni, la Casa a Torre di Bottoni in Corso Sempione, gli edifici di Giò Ponti, la Torre Velasca dei BBPR, ecc.. Il “viatico” per chi iniziava a praticare questa antichissima e splendida disciplina.

Tra questi faceva specie, la lunghissima digressione in via Noale (Zona Baggio, verso la Tangenziale Ovest), dove uno dei nostri professori, Vittoriano Viganò, aveva costruito parecchi anni prima (nel 1952) un edificio per l’istruzione , il Marchiondi Spagliardi, completamente abbandonato nel 1970. Da tutti definito “Brutalista”.

Già allora, noi giovani studenti, ci aggiravamo in una piccola giungla urbana, frutto dell’incuria a cui la struttura era stata completamente abbandonata. Ancora bellissime, le ardite strutture in cemento armato a vista, di chiara impronta lecorbuseriana, scandivano lo spazio dell’intorno: mentre all’interno, già via abitavano strane creature urbane con le loro suppellettili.

Già allora, si incominciò a “parlare” in merito alla necessità di tutela e di restauro del complesso didattico. Ne vaticinava anche lo stesso Viganò, quando nel 1985, inaugurò il nuovo ingresso della Sede Facoltà di Architettura in via Ampere, da lui progettata.

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Così rappresentativo di un’epoca, che l’edificio fu, dopo pochi anni, vincolato dalla  Soprintendenza ai Beni architettonici, ma il degrado continuò a progredire nonostante i numerosi tentativi di farne un’uso finalizzato al suo restauro.

Nel corso del tempo ho più volte assistito a dibattiti tra architetti e non sulle sorti di una tale “bellezza architettonica moderna” (per non dire ancora contemporanea), il cui modello architettonico è esposto al Mo.Ma di New York.

Ma nulla, assolutamente nulla, è avvenuto, se non il recupero a centro disabili diurno, di una piccolissima parte del complesso. Intanto la natura, la “Giungla” lentamente fa il suo inesorabile corso, e si sta “mangiando nell’indifferenza più totale” le immaginifiche e sontuose strutture. Il tutto avviene mentre un recinto alto e minaccioso, protegge e santifica l’evento distruttivo “naturale”.

L’ultimo “dibattito in merito” a cui ho personalmente assistito è avvenuto nel 2015, presso il belvedere “Enzo Jannacci” del Grattacielo Pirelli di Giò Ponti e soci, ma non ha prodotto nulla, assolutamente NULLA, nonostante l’Expo e le aspettative della figlia di Vittoriano Viganò (deceduto nel 1996), Paola, che pregava gli astanti (docenti, soprintendenti, architetti, esperti) almeno di ripristinare l’impermeabilizzazione del tetto, per salvare il salvabile.

Eppure ancora oggi, il pellegrinaggio di architetti, in via Noale, da tutte le parti del Mondo, è pressochè costante. Cosa ci vorrebbe a fare una “Call/Chiamata” internazionale, per trovare un operatore, un magnate, che intenda restaurare perfettamente (sotto l’occhio vigile della Soprintendenza) una tale “bellezza”. Gli si potrebbe lasciare l’usufrutto per i prossimi 99 anni, ad un euro (come per Palazzo Farnese a Roma)!

Tanto, se non ci si è riusciti in oltre 45 anni a trovare una soluzione politica/economica ed un uso congruo per tale edificio, per scongiurarne la completa “rovina”, probabilmente non la si troverà mai, passassero mille anni.

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Dario Sironi

Limoni e paesaggio


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Passammo davanti a Limone, i cui giardini, disposti a terrazze e coltivati a limoni, crearono un’immagine ricca e ordinata – Johann Wolfgang von Goethe,

Viaggio in Italia, 1786

Una magica alchimia tra paesaggio, clima “quasi” mediterraneo, architettura, ha fatto si che Limone del Garda sia da sempre il luogo più a nord del mondo dove crescono gli agrumi: cedri, limoni, bergamotti. Essi rappresentano i simboli naturali del clima mediterraneo che è proprio del lago, ed è quì  particolarmente evidente.

Per tutelare le preziosissime piante, ed i loro frutti, soprattutto durante l’inverno, nel corso del tempo si è sviluppata un’ architettura essenziale, semplice, che opera una sintesi tra paesaggio ed esigenze colturali. Mura alte, sapientemente orientate, cingevano le gradonate digradanti verso il lago (per proteggerle dai venti gelidi da nord); pilastri quadrati a maglia regolare consentivano di dispiegare un sistema di serramenti durante la stagione più fredda.

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Le origini delle serre di limoni, modernissimi ed efficienti “giardini ornamentali” risalgono al XVII Secolo, per garantire soprattutto un apporto di vitamine ai ceti benestanti austriaci. Poi divenne un’attività commerciale fiorente, che però, col tempo perse capacità concorrenziali. L’unificazione dell’Italia e la conseguente eliminazione dei dazi doganali, lo sviluppo delle reti di trasporto e la degenerazione delle piante per la malattia della “gommosi”, portarono al graduale abbandono di questa attività agricola.

Lentamente, le “macchine” per coltivare e proteggere i limoni, furono lasciate decadere.

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Le strutture, nel corso del tempo, vennero “occupate”; “colonizzate” per essere abitate. Divennero case, ristoranti, abitazioni, hotel, ecc.. Alcune ristrutturate con sapienza, conservandone le caratteristiche uniche per modernità e minimalismo; altre “brutalizzate” con interventi meno attenti.

Oggi solo alcune limonaie (quattro), sono ancora utilizzate per produrre i pregiatissimi agrumi, e sono visitabili : quella più interessante dal punto di vista della conservazione è la Limonaia del Castèl.

Bisogna però rilevare come, in tutto il paesino lacustre, l’architettura delle limonaie ha condizionato (e condiziona) qualunque nuova costruzione: imponendo uno stile, una misura proporzionale, data proprio da questa presenza architettonica, che potremmo definire “endemica”, ormai parte indissolubile del paesaggio.

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Qui sotto alcune immagini di “occupazioni” sapenti delle limonaie

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Dario Sironi

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Lati-nismi


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Quest’uomo, quest’architetto, lo stiamo “seguendo” da un po. Ormai da parecchi anni. Da quando, partecipando al concorso di progettazione per la stazione marittima del Porto Grande di Siracusa (dove arrivammo a metà classifica), risultò vincitore il team italo-spagnolo guidato dall’Ing. Enrico Reale e composto dagli architetti Vincenzo Latina, Jordi Garcés, Emanuela Reale, Daria de Seta, Anna Bonet, Raimondo Impollonia, Angela Tortorella e Jose Zaldìvar. Era l’ormai lontano 2009.

In quell’occasione, ci colpì molto una personalità locale, l’architetto Vincenzo Latina (8 aprile 1964, Froridia / Siracusa), che sembrava animare, dal punto di vista dell’architettura e della qualità, il team vincitore.

Da allora è stata quasi una consuetudine seguirne la prestigiosa e rapida carriera architettonica ed accademica, che lo vede al giorno d’oggi essere un po dovunque, indispensabile, piacevole e “saporito” come il prezzemolo.

Tra i principali, recenti riconoscimenti :

nel 2012 – Vincitore della Medaglia d’Oro della Triennale di Milano. Premio Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana 2012 della Triennale di Milano. Al progetto “Padiglione di Accesso Agli scavi dell’Artemision”;

nel 2013 – Vincitore del Premio internazionale di architettura in pietra “ARCH&STONE”;

nel 2015 – Vincenzo Latina è il vincitore del Premio Architetto italiano, bandito dal Consiglio Nazionale degli Architetti;

nel 2017 – Vincitore del concorso Internazionale per la copertura dell’Arena di Verona;

nel 2017 – Era inserito nella rosa dei “papabili” per la curatela del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2018.

Nelle settimane scorse è stato spesso “quì al nord” : a ritirare il premio alla ARCHMARATHON SELECTIONS 2017 del Made Expo a Rho/Pero, come migliore architetto; alla presentazione del numero monografico 1013 di Domus ” Non c’è Italia senza spine” (curato da Fulvio Irace, in cui sono presentati i suoi ultimi progetti) a Mendrisio presso il Tatro dell’Architettura di Mario Botta; era invitato allo spazio sotterraneo H2OTTO di Milano a tenere una “lectio Magistralis”; era tra i designers del “Foodies Challenge” di Milano dove architetti e cuochi interagivano tra loro; ecc..

La sensazione, “gravitandogli attorno” da diversi anni, è che ci troviamo di fronte ad una personalità di grande spessore disciplinare, molto simpatico, diremmo “verace” ed umile, come difficilmente se ne trovano nel campo dell’architettura (infestato da “fighetti puzzoni” e da “egocentrici stralunati”). Insomma uno bravo, “certificato” e riconosciuto, destinato ad un grande futuro.

Tutto ciò è ancora più evidente se lo si segue sul “libro di facce” (Facebook), dove alterna un pensiero colto per l’architettura, con una foto della moglie che produce gli arancini nella casa di campagna. Dove alla diffusione virale di un evento di cui è partecipe, segue la foto dell’oblò di un aereo (condizione ormai consuetudinaria per un globetrotter dell’architettura) o acuti appunti di viaggio, oppure un selfie con un collega.

A “seguirlo”, facilmente ricorrono alcune terminologie, che potremmo definire dei “Latinismi architettonici” ; parole che danno lo spessore dell’attività di questo grande architetto, identificabile soprattutto una serie terminologica ben precisa :

TRADIZIONE, TRADUZIONE, TRADIMENTO – (tutti dalla radice latina tradere) che viene inteso dal Vincenzo Latina, come tradire per tradurre. L’architetto/archeologo, inevitabilmente tradisce il passato,  per poter “tradurre” nella realtà odierna la spazialità architettonica che gli viene richiesta. L’architettura è sempre “tradimento” della tradizione.

Forza Vincè, pedala, che il Pritzker Prize è quantomai vicino.

Link ad una lectio Magistralis di Vincenzo Latina a Varese

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Dream Team


Il complesso delle Gallerie degli Uffizi a Firenze, pur essendo stato coinvolto solo marginalmente dalle distruzioni belliche, venne interessato, nel Dopoguerra, da una serie di interventi di ripristino, con la finalità di sostituire l’allestimento museale ottocentesco, con una serie di frammenti modernisti, un po’ neutri.

A volere questi interventi : il funzionario interno alla Soprintendenza Guido Morozzi, e Roberto Salvini, allora direttore della Galleria degli Uffizi, storico dell’arte all’Università di Trieste, nonché sostenitore di criteri di innovazione museale. Ambedue affiancati da una Commissione di esperti allestita ad hoc.

Le sale, oggetto degli interventi, sono quelle numerate da 2 a 7. Esse vennero ricavate sul finire dell’Ottocento dall’antico teatro mediceo. L’allestimento voluto nel Dopoguerra, venne progettato a partire dal 1953 e completato nel 1956 dagli architetti Giovanni Michelucci, Carlo Scarpa e Ignazio Gardella, che “scoprirono” la sala, togliendogli il controsoffitto ottocentesco, disvelando il soffitto a capriate, ad imitazione delle chiese medievali. Le sale espongono opere databili tra la prima metà del XIII secolo e gli inizi del XIV secolo.

Un Dream Team di architetti, forse il “meglio” possibile in ambito disciplinare per allora in Italia.

Gli architetti, a parte alcune resistenze iniziali a certi aspetti dell’intervento, decidono di comune accordo, di non alterare in maniera evidente l’impostazione planimetrica degli spazi esistenti, riproponendone quasi la stessa suddivisione. Viene invece completamente variata la sezione. I controsoffitti piani vengono eliminati ripulendo le soffitte da una selva di legname stratificatosi in seguito a rimaneggiamenti successivi e viene deciso per la prima sala, di mettere a nudo l’orditura principale della copertura a capanna con le grandi capriate originarie in legno, lasciate in vista ed esaltate dalla luce radente di un lungo lucernario orizzontale di nuova formazione, che stacca la massa della parete dal tetto.

L’ambiente, collocato nel Primo corridoio della Galleria (al piano primo), di “sommessa eleganza”, venne subito denominato “Sale dei primitivi”, dove sono esposti capolavori come le Maestà di Giotto, Duccio e Cimabue e il grande trittico de “L’incoronazione della Vergine” di Lorenzo Monaco.

Di recente l’allestimento (2015) è stato rivisitato, ma non nella sala 2, quella così detta “Delle Maestà”, dove tutto è rimasto come progettato dal Dream Team.

Racconta Giovanni Michelucci nel 1990 (poco tempo prima di morire) al Soprintendente agli Uffizi Antonio Godoli (1) : “Molto della progettazione avveniva così: giorno per giorno sul cantiere, venivano fatte delle proposte, le discutevamo tutti e tre e una volta d’accordo si andava avanti col lavoro; ma dei disegni non restava nulla, lo si dava al fabbro per esempio, o a quell’artigiano che era incaricato di eseguire quel certo lavoro. Gli esecutivi erano spesso sui muri, cioè quei segni che per il muratore servivano volta volta. L’opera nasceva via via a contatto con quei capolavori. Si faceva eseguire, si controllava l’esecuzione; l’architetto, secondo me, doveva stare il più possibile da parte nel senso che aveva il compito di vedere poi il risultato.”

“Furono momenti molto belli e interessanti. Ricordo che ci fu in un primo tempo una certa opposizione verso noi progettisti all’apertura di quella finestra in alto. D’altronde a nostro favore c’era il fatto che rimaneva tutta quell’altezza fra le opere e la finestra per cui la luce non può disturbare.”

Ed ancora : “È certo che per me la presenza del progettista si doveva sottrarre al massimo, noi dovevamo sparire. Si trattava semplicemente di appropriare le opere alle pareti con un lavoro di muratore. Non c’è dubbio che la personalità di Scarpa era difficile; era sempre attento ad avere la trovata, giusta si, ma che mettesse l’opera dell’architetto in evidenza e di questo se ne compiaceva. Io per principio mi ero posto di sparire di fronte alle opere di quella portata meditando moltissimo: l’idea di mettere un sostegno, per esempio di ferro, lo sentivo come un fatto di grande responsabilità, il risultato era far si che l’opera quasi naturalmente si mostrasse.”

Sempre Michelucci, racconta : “Si volle dare al soffitto un certo peso, un certo valore, Scarpa pensò al disegno dei ferri delle capriate e degli altri ferri presenti nelle sale come i telai dei lucernari, le transenne, i battiscopa. Poi ci fu l’invenzione della lastra di pietra con il grande Cristo del Cimabue che risolse lo spazio della sala in modo meraviglioso; l’opera fu posta in modo che se ne potesse vedere anche il retro, guardarla dava veramente un senso di piacere.”

In piedi, di fronte ad una finestra del primo corridoio della Galleria, sulla soglia dei 100 anni Michelucci ebbe a dire al Gozzoli in merito agli Uffizi : “Io ci ho lasciato il cuore in questa costruzione, l’ho sentita criticare nella scuola come cosa non riuscita di Vasari, ma essa è una grande opera di urbanistica: è la città stessa.”

Vale un viaggio a Firenze, la sola visita di questi “mitici” luoghi, sia per l’architettura espressa da questi “geniacci”, sia per l’immaginifico contenuto.

1 – Antonio Godoli, Michelucci e gli Uffizi, in Aa.Vv., Gli Uffizi. Studi e ricerche. Interventi museografici e progetti, Centro Di, Firenze 1994.

Dario Sironi

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