Si sale con una delle funicolari piu’ pendenti al Mondo ( https://www.ritom.ch/funicolare/ ), dalla centrale idroelettrica Ritom, circa 1000 mslm, di Piotta, ai 1789 metri sul livello del mare di Piora (Vicino al Bar – La Tana del Lupo). I Laghi del Ritom, sono poco più in là, raggiungibili con una comoda strada asfaltata, fino al Rifugio laghi Ritom ( https://lagoritom.ch/ ), da dove si dipanano numerosi sentieri, con varie difficoltà.
Da quì si entra nel cuore della Val Piora, che rappresenta insieme ai suoi laghi, uno dei paesaggi alpini più affascinanti della Svizzera. Circondati da pascoli d’alta quota, boschi di larici e imponenti cime granitiche, questi specchi d’acqua di origine glaciale colpiscono per le intense sfumature turchesi e smeraldo, che cambiano con la luce e le stagioni. Il Lago Ritom, insieme ai vicini Lago di Tom e Lago Cadagno, forma un mosaico di laghi alpini immersi in un ambiente di straordinaria naturalità, spesso definito il “paradiso dei laghi alpini”. La quiete del luogo, la ricchezza della flora e della fauna e l’ampiezza degli orizzonti rendono la Val Piora una meta di rara bellezza, capace di coniugare spettacolarità paesaggistica e autenticità.
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Meravigliosa installazione del maestro Mimmo Paladino (Paduli – Benevento, 1948), a Palazzo Citterio a Milano, nella Sala ipogea James Stirling.
I “Dormienti” , uno dei suoi più celebri capolavori qui riallestiti in stretto dialogo con l’architettura del “geniaccio inglese” che lo ospita, con un’appendice di opere su carta del 1973 (Dal sogno di Icaro).
I corpi scultorei rannicchiati in maniera fetale, nel buio della sala, in cui il pubblico può muoversi liberamente, sono palesati da “raggi di luce”; spesso sembra di trovarsi davanti ai corpi degli abitanti di Pompei, colti nel sonno dall’eruzione mortale del Vesuvio.
Una installazione d’atmosfera, che fa riflettere. Aiuta anche il corredo sonoro che si diffonde nella sala.
L’esposizione, curata da Lorenzo Madaro e realizzata da “La Grande Brera” in stretta collaborazione con l’Archivio Paladino.
E poi fuori, nel cortile/giardino di Palazzo Citterio, c’è pure il “Muro Longobardo” sempre di Paladino del 2017/2018.Il Muro Longobardo è un’installazione artistica permanente. Creata dal maestro della Transavanguardia, per l’apertura di Palazzo Citterio, l’opera funge da scenografico fondale per la Collina di Ermes ed è costruita assemblando pietre di recupero e frammenti archeologici.
Sempre nel cortile/giardino del palazzo, fino al 31 luglio 2026 è fruibile anche : Padiglione ispirato alle iurta dell’Asia Centrale, come spazio di aggregazione contemporaneo, su progetto di WHY Architecture.
Un fresco gazebo in cui è possibile consumare anche qualche “raffrescante prodotto” indispensabile in questa infernale estate europea.
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Villa Caffetto a Calcinate (Bs) in via Branca, progettata e realizzata tra il 1972 ed il 1974 dall’architetto Fausto Bontempi (1935/2025) per l’artista Claudio Caffetto (1942/2022), è una delle più significative architetture residenziali sperimentali “brutaliste” del secondo Novecento italiano.
L’edificio ha una dimensione “Hollywoodiana”, un’astronave nel piccolo paese di Calcinate. Caffetto è anche intervenuto direttamente negli arredi avendo una competenza familiare in merito. All’interno della zona giorno della villa, i divani e i tavolini da caffè – disegnati dallo stesso Caffetto – sono storicamente accostati e illuminati dalla lampada Alba, un’icona del design d’illuminazione prodotta da Guzzini negli anni Settanta e progettata dai designer Ermanno Lampa e Sergio Brazzoli.
L’edificio sviluppa una composizione plastica in calcestruzzo armato a vista, legno e vetro, articolata su più livelli sfalsati che seguono la morfologia della collina, annullando la distinzione tra organismo costruito e paesaggio.
La poetica è palesemente legata alle architetture di Carlo Scarpa (maestro allo IUAV di Bontempi, soprattutto a Villa Ottolenghi a Bardolino), con citazioni di Vittoriano Viganò (Casa La scala, detta anche Villa Bloc a San Felice del Benaco), e Frank Lloyd Wright (Praire House) soprattutto nei dettagli e nei materiali.
Il progetto adotta una pianta libera, percorsi spaziali non gerarchici, lucernari zenitali e grandi superfici vetrate che costruiscono una sequenza percettiva continua tra interno ed esterno. Il parco in tal senso svolge una funzione fondamentale, ogni pianta è collocata per essere vista ed apprezzata dall’interno. La residenza integra fin dall’origine funzioni abitative ed espositive, configurandosi come una vera e propria casa-museo-studio d’artista, in cui la struttura, la luce, il giardino, i materiali assieme alle opere d’arte costituiscono un unico sistema paesaggistico architettonico interno/esterno.
Oggi i proventi della vendita dei quadri e delle sculture di Claudio Caffetto, in aste periodiche, contribuiscono al mantenimento della Villa e del suo patrimonio. Garantendone l’apertura al pubblico e la manutenzione.
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Il pittore principale della chiesa di San Francesco al Fopponino a Milano è Francesco Tabusso. L’artista torinese ha realizzato nel 1975 la grande pala d’altare absidale, intitolata “Il Cantico delle Creature”, oltre agli otto trittici che adornano la navata centrale, completati nel 1984.
La chiesa, meravigliosa per fattura architettonica e materiali, è stata progettata da Gio Ponti e finita di costruire nel 1964, ed è situata in via Paolo Giovio, vicino a Piazzale Aquileia. Opera principale: “Il Cantico delle Creature” è un’opera di quasi 100 metri quadrati che si sviluppa come un libro aperto, integrandosi nel rigore geometrico di Gio Ponti. Un omaggio a San Francesco ed alla Natura. Altre opere: Nella chiesa sono presenti anche opere di Francesco Tomea (Crocifissione), Virginio Ciminaghi (statue bronzee) e altri.
Il paesaggio di Camogli non è soltanto una realtà fisica, ma una costruzione culturale, un intreccio di natura e storia che si offre allo sguardo come forma compiuta. In esso si manifesta con particolare evidenza ciò che il pensiero moderno, da Alexander von Humboldt a Georg Simmel, ha riconosciuto: il paesaggio non coincide con il territorio, ma nasce nel momento in cui l’uomo lo percepisce, lo seleziona e lo interpreta.
A Camogli, questo processo è immediato. Il borgo si dispone come una quinta teatrale lungo il mare: le case alte, strette, dipinte in tonalità calde, non sono soltanto una soluzione urbanistica alla scarsità di spazio, ma diventano un dispositivo visivo. Esse guidano l’occhio lungo una linea verticale che contrasta e insieme dialoga con l’orizzonte marino. Il risultato è un equilibrio dinamico tra stabilità e apertura, tra radicamento e fuga.
Alle spalle del paese si erge il Parco Naturale Regionale di Portofino, che introduce una dimensione ulteriore: la verticalità naturale del promontorio, coperto di macchia mediterranea, si oppone e si integra alla verticalità artificiale delle architetture. Qui il paesaggio rivela la sua natura dialettica: non è mai puro dato naturale né semplice prodotto umano, ma relazione viva tra i due.
Il mare, elemento dominante, non è solo sfondo ma principio generativo. Storicamente, esso ha determinato l’identità di Camogli come borgo marinaro, orientando economia, cultura e immaginario. In termini fenomenologici, potremmo dire che il mare costituisce l’orizzonte originario dell’esperienza: ciò verso cui lo sguardo tende e da cui ogni misura dello spazio prende senso. In questa prospettiva, il paesaggio di Camogli si configura come un sistema di relazioni percettive in cui il limite — la linea di costa — diventa anche apertura verso l’infinito.
Non è un caso che un luogo simile susciti quella particolare emozione estetica che la tradizione romantica ha definito “pittoresco”: una bellezza irregolare, fatta di contrasti, di scorci, di variazioni luminose. Ma accanto al pittoresco si avverte anche una forma di “sublime mitigato”: la presenza del mare e della scogliera introduce una misura di vastità e di potenza naturale che tuttavia non travolge, perché mediata dalla scala umana del borgo.
In questo senso, Camogli può essere letto come un esempio paradigmatico di paesaggio mediterraneo, dove la lunga durata della storia ha sedimentato forme armoniche tra uomo e ambiente. Non si tratta di un equilibrio statico, ma di una tensione continuamente rinnovata, oggi esposta alle pressioni del turismo e della trasformazione economica. Proprio per questo, il paesaggio di Camogli ci appare non solo come oggetto di contemplazione, ma come realtà fragile, che richiede cura e consapevolezza.
Guardare Camogli, dunque, significa esercitare uno sguardo colto: riconoscere che ciò che appare naturale è in realtà il risultato di una lunga interazione tra forze geografiche e azione umana, e che il paesaggio, lungi dall’essere dato una volta per tutte, è una forma in divenire, affidata anche alla responsabilità di chi lo abita e lo osserva.
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Sotto i portici del bell’ edificio di BBPR (1969) per la sede della Chase Manhattan Bank a Milano, mi sono formato frequentando la sezione architettura (terzo piano) della mitica libreria Hoepli, nell’ omonima via vicino a Piazza Meda. Erano gli anni Settanta ed Ottanta del Novecento, dove trovare una planimetria di un edificio e delle sue immagini, significava necessariamente praticare i sacri testi, non esistendo ancora internet. L’incontro con i libri mi ha fatto sviluppare un imprinting, che ancora oggi mi fa collezionare in maniera seriale e feticistica i testi di architettura che avidamente leggo. Oggi all’ epoca dell’ intelligenza artificiale i libri sono considerati dai più uno strumento vetusto, non più remunerativo, ed ecco che gli eredi di Ulrico Hoepli (uno svizzero emigrato a Milano) decidono di mettere in cassa integrazione i dipendenti, vaticinando la possibilità della chiusura definitiva.Speriamo non sia così, Milano avrebbe perso l’ ennesimo punto culturale di riferimento in ambito architettonico e non solo. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa l’Ordine degli Architetti di Milano, visto che oggi molte interessanti pubblicazioni dell’ Ordine erano esposte (come sempre) per la vendita.
Questo articolo, e le relative immagini, sono il frutto del bellissimo sopralluogo notturno dell’edificio per appartamenti Novocomum progettato dall’architetto Giuseppe Terragni a Como, avvenuto il 22 novembre 2025 (nell’ ambito della manifestazione “Slow Lake Como”) tra le ore 18,30 e le 20,00 sotto la colta regia del Presidente dell’Archivio Terragni (Arch. Attilio Terragni).
Ciò ha consentito di poter visionare anche i locali dell’Archivio Terragni e la interessante mostra allestita per l’occasione inerente l’edificio.
Il nome Novocomum della società edificatrice, deriva dall’unione di “Novo” (nuovo) e “comum” (in riferimento a Como); l’edificio è considerato un manifesto del razionalismo architettonico italiano.
Le forme innovative del Novocomum edificato tra il 1927 ed il 1928, e le sue pareti senza decorazioni, scandalizzarono gli ignari discendenti dei comacini, che appellavano la nuova costruzione come un “obbrobrio”.
Anche perché il Novocomum, si andava a collocare (completando un lotto) proprio in adiacenza ad un edificio esistente in stile storicista, ricco di decorazioni.
Il Commissario prefettizio di Como, com’è noto, salutò la prima casa moderna costruita in Italia con un singolare decreto. Vi si leggeva: – In seguito all’avvenuta costruzione in contrasto coi criteri espressi dalla commissione di ornato di un palazzo in stile razionalista….ha nominato una commissione….col compito di stabilire se esso costituisca elemento di deturpazione della zona, ed eventualmente se e di quali modificazioni sia suscettibile – (Stralcio di pagina 13 del bel testo di Mario Labo’ intitolato a Giuseppe Terragni, nella collana edita dalla casa editrice “Il balcone” di Milano, nel 1947).
Rimasta intatta, la casa, anche alle vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale fu sarcasticamente battezzata dai comacini “Transatlantico”.
SOPRA – Vista dalla copertura praticabile, a terrazza comune, del Novocomum
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Nell’anno 1956 Carlo Scarpa è insignito del prestigioso premio Olivetti per l’Architettura. In quel periodo l’architetto veneziano era impegnato, oltre agli interventi a Ca’ Foscari, ad alcuni allestimenti espositivi. Carlo Scarpa aveva appena concluso la realizzazione di palazzo Abatellis a Palermo ed il padiglione del Venezuela ai Giardini della Biennale. Soprattutto era impegnato nella conclusione di quel capolavoro di luce che è la Gipsoteca canoviana a Possagno. Nel 1957 Carlo Scarpa viene incaricato, direttamente da Adriano Olivetti, della progettazione del nuovo negozio in piazza San Marco. Olivetti intende realizzare una vetrina per esibire il lavoro della impresa di famiglia in Italia.
Piccolo invaso d’acquacon scultura “Nudo al sole” di Alberto Viani
Lo spazio individuato si trova in un punto privilegiato sotto i portici delle Procuratie Vecchie all’angolo con il sotto-portego e la corte del Cavalletto, in piazza San Marco. Il nuovo ambiente di vendita viene inaugurato il 26 novembre 1958. Il negozio si presenta, come uno spazio museale, esaltato da una scelta sapiente dei materiali, completamente aperto verso l’esterno, con le quattro campate angolari, che si proiettano nella Piazza.
Al piano superiore trovano posto l’esposizione delle macchine da scrivere e di calcolo prodotte dalla Olivetti insieme ad alcuni ambienti d’ufficio, che mostrano la sapiente capacità dell’architetto veneto nell’orchestrare i volumi e gli spazi.
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LUNGO IL CONFINE CON MILANO – il tramonto a Sesto San Giovanni
Un confine osmotico ma unidirezionale. L’area metropolitana (o città metropolitana) di Milano ha circa 3.247.623 abitanti al 1° gennaio 2023.
Se togliamo la popolazione del comune di Milano, che è di circa 1.458.170 abitanti (previsti nel 2025) nello stesso periodo, rimangono circa1.789.453 abitanti nei comuni metropolitani escluso Milano. Eppure gli abitanti dell’ Area Metropolitana che studiano, lavorano, consumano sanità, eventi e soprattutto acquisti, ecc. a Milano, e di fatto passano lì la maggior parte del loro tempo, non è riconosciuto il diritto di decidere dal punto di vista politico chi li deve amministrare.
Una evidente incongruenza, che si ripeterà l’anno prossimo con le Amministrative milanesi.
Ma la cosa peggiore, sono i residenti entro i confini comunali di Milano. Avendo acquisito la residenza per nascita o per trasferimento, la conservano a caro prezzo. Essi quindi, non “leggono” gli altri 132 comuni, se non per riempirsi la bocca con il termine “metropolitano” solo all’abbisogna.
Questa incongruenza, insiste da decenni ed è di difficile elaborazione, tanto che anche nelle persone più acculturate, permane indefessa.
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