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Builders of the future

PCI 100


IMMAGINE tratta da “La cultura comunista e la formazione del nuovo architetto”, di Antonio Labalestra

PCI 100 – Su invito, nel 1954, dell’Associazione Italia/URSS, Aldo Rossi (Milano, 3 maggio 1931 – Milano, 4 settembre 1997), giovane attivista milanese del PCI, si unisce a far parte di una ristretta delegazione di cui fanno parte il coetaneo compagno di studi al Politecnico di Milano, Massimo Vignelli (Milano, 10 gennaio 1931 – New York, 27 maggio 2014), futuro celebre grafico, designer e collaboratore della rivista newyorchese «Oppositions» e Renato Zangheri (Rimini, 8 aprile 1925 – Imola, 6 agosto 2015), politico e storico bolognese, che negli anni sarà anche sindaco di Bologna. Non si tratta però del “soggiorno di studio” presso le scuole di partito sovietiche, che caratterizzava la formazione politica dei giovani comunisti italiani ed europei, ma di uno di quei viaggi più brevi e convenzionali organizzati per gli appartenenti al partito. Del viaggio si conserva una esigua documentazione, tra cui una cartolina che Rossi scrive alla madre da Praga, di norma la seconda tappa dopo Zurigo per raggiungere Mosca. Pur tuttavia un primo resoconto del viaggio è pubblicato dallo stesso Vignelli al loro ritorno, con una foto in cui si vede Aldo Rossi che contempla, con intensità, un ritratto di Stalin a Mosca nel 1955. Dopo il rimpatrio e sulla scia dell’entusiasmo di questa esperienza Aldo Rossi propone in conferenze, seminari, incontri e scritti una lettura critica estremamente positiva dell’architettura sovietica promossa da Stalin. Tra cui il numero 262 di Casabella Continuità (di cui Rossi fu redattore tra il 1955 ed il 1964, quando era diretta da Ernesto Nathan Rogers), dell’aprile 1962, numero monografico dedicato all’architettura dell’URSS. (tratto e rielaborato da, La cultura comunista e la formazione del nuovo architetto, di Antonio Labalestra)

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La Torre di Babele


In questi giorni, mi capita spesso di passare in prossimità della Torre UNIPOL, il nuovo Headquarters del Gruppo Unipol/Sai, in costruzione in zona Garibaldi/Repubblica (https://bit.ly/2KFiruO).

Un gruppo Unipol/Sai, che è storicamente “pilotato” dalle cooperative emiliane (https://bit.ly/33lNK4z). Un gruppo assicurativo, presente anche nel settore finanziario ed immobiliare, ed anche con molte finalità sociali e culturali, essendo da sempre legato al milieu valoriale della “sinistra” italiana.

La Torre che si sta realizzando a Milano, è un edificio imponente ed innovativo, ad alta efficienza, firmato dall’archistar bolognese Mario Cucinella (Mca & Partners). Un edificio con finiture eleganti e strutture particolari, molto costoso: si parla di una cifra finale di pura costruzione, di circa 105 milioni di euro, destinati a lievitare con il “fit out” finale (finiture interne ed arredi) a circa 130 milioni di euro. Il tutto per 22 piani e 100 metri di altezza, tre piani interrati, un auditorium per 270 posti, una grande serra per eventi. Il tutto per una superficie totale di circa 35 mila metri quadrati, di cui solo circa 15 mila ad uffici e spazi di accoglienza (https://bit.ly/3o24sxx).

Il tutto per una cifra per metro quadrato, particolarmente “squilibrata”, anche nel faraonico panorama milanese : circa 8.500 euro/metro quadrato a conclusione del “fit out”, se si calcolano i soli spazi utili (15.000 mq.); circa 3.700 euro/metro quadrato se si calcola la superficie totale (35.000 mq.).

Quando a Milano, costruire degli edifici di terziario, ben rifiniti, costa mediamente attorno ai 2000/2500 euro per metro quadrato.

E proprio l’area su cui insiste la Torre Unipol/Sai, palesa un’altra incongruenza della metropoli meneghina. Infatti Piazza Gae Aulenti, è un moderno luogo di ritrovo cittadino “apparentemente pubblico”, dominato dai lussuosi grattacieli privati affittati alle banche ed alle principali società nazionali ed internazionali. Ma in realtà questo “luogo” è uno spazio privato solamente in uso pubblico (convenzionato).

Molti “luoghi apparentemente pubblici” a Milano, e soprattutto molti giardini e piazze, appartenenti a questa categoria sono il prodotto del ricorso sempre più diffuso alla compensazione degli “oneri di urbanizzazione” (le tasse che il costruttore edile deve per legge al patrimonio collettivo) attraverso la costruzione di “opere di urbanizzazione”, cioè opere di utilità pubblica come: piazze, giardini, musei, scuole, parcheggi, ecc..

Il circolo “perverso” è dunque il seguente: un terreno adiacente ad un complesso edilizio privato diviene giardino mediante l’uso virtuale di denaro pubblico ma, attraverso la formula della concessione (come ad esempio la manutenzione nel caso della Biblioteca degli Alberi Milano – BAM), ritorna nelle mani del privato che ha interessi immediatamente contigui (uffici, case, negozi, ecc.) e lo trasforma in un’appendice tesa a valorizzare ulteriormente il bene di consumo che ha costruito.

La repressione delle libertà individuali e collettive, attuate dal gestore privato, in questi “luoghi in uso pubblico” (contegno, orari, sicurezza, eventi, ecc.) ha uno scopo puramente funzionale a conservare al meglio i vantaggi di chi ha costruito, e non risponde, se non minimamente, ad una effettiva e piena valorizzazione sociale di quei luoghi.

Tanto che di clochard, o mendicanti, nel complesso Garibaldi/Repubblica/Porta Nuova, non c’è traccia, sono stati tutti relegati, a suon di ammonizioni, nelle vie adiacenti, che ancora sono luoghi pubblici, non ancora nelle mani dei privati.

Semplicemente, a Milano, il bene pubblico quasi più non esiste……..esistono solo le scenografie all’americana dei grattacieli, per i quali, ci “siamo venduti la civitas” (https://bit.ly/37mxX6O),  e soprattutto continuiamo a costruire le nuove “Torri di Babele” (https://bit.ly/2JgcPHb).

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LIBERTA’


“Benché la società contemporanea sia più pluralistica di quanto non sia stata in passato, accade che la gente comune venga sempre più esclusa dalle grandi decisioni. Nel campo dell’organizzare e formare lo spazio fisico, dove un tempo ogni essere umano era protagonista, nessuno può decidere non solo come sarà la sua abitazione, ma neppure dove potrà abitare. Tutto è già stato prestabilito da chi controlla i suoli, indirizza l’espansione della città, apre autostrade, distrugge foreste, inquina…….. Il problema è nella sua sostanza politico ma riguarda anche l’architettura che a questo punto deve decidere se il suo cliente è l’anonimo potere economico o burocratico, oppure gli esseri umani che la esperiscono come un’essenziale componente della loro scena ambientale”

(Giancarlo De Carlo. Gli spiriti dell’architettura. Editori riuniti, Roma 1992, p. XVI.)

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Il Respiro della Vita


Dall’alto di un Monte, le cose umane, che stanno in basso, sembrano più chiare e definite. Da sempre, isolato nell’ovattata sicurezza della Montagna, un’entità di nome Etere osservava l’evolvere di una “costruzione collettiva” in cui sapienza ed ignoranza, s’intrecciavano nella realtà di una pandemia virale globale, sempre più feroce ed invasiva, che sta letteralmente devastando i corpi e le menti degli uomini.

L’uomo, e la natura, sembrano qui, sul Monte, ritrovare una loro dimensione equilibrata; dove anche i contenitori per lo svolgimento delle attività legate alla vita degli uomini, riescono ad inserirsi magistralmente nel paesaggio locale, nella Natura. Certamente in maniera diversa, e con meno densità abitativa, da quanto succede nelle città, caotiche, molto costruite ed inquinate.

L’aria è un bene indispensabile ed irrinunciabile per la vita, oggi lo si può comprendere meglio, proprio a seguito di questa crudele pandemia virale di Covid-19, che uccide gli esseri umani, proprio sottraendogli la capacità polmonare di assumere il fluido “aria”, per poter vivere.

La Montagna è un’arca del respiro, un luogo, vicino al cielo. Probabilmente la casa del mitico Etere, avrebbero sancito i greci antichi. Il luogo dove il fluido purissimo che dà la vita alle divinità, nasce dai boschi e si rende palpabile ed evidente, al di là dell’automatica consuetudine, che ci fa dimenticare questo semplice ed indispensabile gesto automatico: respirare. Alberi, piante, cielo, ed il mito di un’aria pulita e sopraffina, qui trovano la loro fusione in una biosfera unica legata alla respirazione del corpo umano e dell’ambiente.

Sono stati microscopici organismi, usciti dagli oceani, che, milioni di anni fa hanno incominciato a produrre, quale “scarto” della loro esistenza, quell’ossigeno, che nel corso del tempo, grazie alla fotosintesi di miliardi di piante, di alberi, ha costruito la parte “nobile” di quel fluido gassoso che contraddistingue la vita così come la conosciamo oggi.

Il mito dell’aria degli Dei (Etere), ha origini antichissime, ma viene precisato e meglio definito nell’antica Grecia, prendendo i connotati e le forme di una divinità religiosa. Etere sarebbe la potenza del cielo, in particolare di quella zona inaccessibile del cielo dove i greci pensavano vivessero solamente gli Dei, e dove era racchiusa la luce. Secondo i greci antichi, infatti, gli Dei respiravano un’aria diversa da quella della comune gente mortale: l’aria dell’etere. Etere, secondo Esiodo, era figlio di Erebo e della Notte. Suo fratello era il giorno, Hemere. Personificazione del cielo, della luminosità, della parte della luce più pura che è distante dalla terra e vicino agli Dei, questo soggetto ritorna sia nella filosofia, che nella teologia. Secondo Aristotele, infatti, le divinità erano composte proprio di questa sostanza, di questo mitico “fluido”: l’etere. Dai greci era raffigurato come un uomo dal fisico forte, con spalle possenti, gambe nerborute e lunghi capelli con boccoli.

Mi piace pensare, stando qui tra i boschi di larici ed abeti della Montagna, laddove la selva diventa più fitta, vi sia la casa di Etere. La casa di quel “fluido mitico” fattosi divinità in forme umane. Una dimora, ampia con i soffitti molto alti, ed accogliente, ma spartana e semplice, molto luminosa, ovviamente realizzata con un legno antico di origini misteriose. La magione è un campionario di scricchiolii delle travi, dei rivestimenti, degli arredi lignei, tanto che tra la notte ed il giorno, sembrano stirarsi, contorcersi. Migliaia di fessure microscopiche generano sibili e fischi. Una casa in cui gli alberi che la circondano, possano entrare in essa, dalle porte, dalle finestre: con i rami, senza un vero vincolo preciso tra interno ed esterno. Più che altro un tetto primigenio, una protezione, un luogo dove incontrarsi: uomini, miti, divinità ed alberi. Quegli alberi, quelle piante, che sono generatrici di “Etere”. Una casa normale, una costruzione che protegga ed includa; le cui stanze diventino una foresta, e la foresta una casa, che non andrà mai in rovina. Mentre fuori sta la Natura, è un rassicurante giardino selvaggio, in cui: ghiri, scoiattoli, picchi, cuculi, e uomini, possano trovare una nuova maniera di convivere assieme.

Le persone, soprattutto quelle urbanizzate, sono troppo spesso disconnesse dalla natura, dovrebbero avere una tregua. Vivere la maggior parte dell’anno in luoghi con l’aria inquinata, caotici e con una “distanza” da quella natura di cui siamo parte, certamente non aiuta. La pandemia ha risvegliato un desiderio sottorappresentato negli abitanti delle città di connettersi con la natura. Quel desiderio è un diritto umano. L’aria pulita dovrebbe essere, di fatto, una conquista a cui tutta la nostra società umana dovrebbe tendere, invece troppo spesso ciò non è un fatto scontato.

Gli alberi, le piante, sono stati, e se ben ci pensiamo, ancora lo sono, i riferimenti che ci consentono di provare a spiegare la realtà della vita “respirante” di noi uomini: una vita interconnessa ad un ecosistema planetario di cui siamo solamente una parte insignificante.

Noi umani, siamo parte di quella natura, da cui proveniamo, e che riteniamo, come specie apicale: “una proprietà esclusiva”, asservendola alle nostre necessità. Nutrendoci di essa, modificandola e distruggendola come più ci aggrada, ma essa ci è soprattutto indispensabile per la nostra vita. Una vita vocata a “mangiarci” fisicamente il Pianeta, a “succhiarne” tutta l’energia possibile, replicandoci in numeri ormai insostenibili per la Terra.

Moriremo espirando, e questa è l’unica certezza che abbiamo dalla nascita. E le piante, ci saranno sul Pianeta Terra, anche parecchio tempo dopo la nostra ineluttabile scomparsa da esso.

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Architettura? Pelle? Folle ridda di luci?………


Sede Ercole Marelli, a Sesto San Giovanni, edificato nei primi anni del 900′

Nei primi del Novecento, era un edificio innovativo e moderno dal punto di vista architettonico. Un luogo del lavoro luminoso e funzionale, costruito con quel “beton” che stava diventando il futuro dell’architettura.

Rappresentava con le sue fatture, la porta di accesso a Sesto San Giovanni, che stava diventando “la città delle fabbriche e delle acciaierie”.

Passato di proprietà, l’edificio, nei primi anni Novanta, sempre del Novecento, un architetto locale ne fece una rivisitazione completa, con una “pelle” postmodernista, che ancora oggi ne connota “brutalmente” l’architettura e l’intorno. Bisognava dare un senso di contemporaneità alla nuova destinazione, che passava definitivamente “ad uffici”, diventando sede della IMPREGILO (fusione tra le  imprese edili : Girola, Lodigiani, Impresit e Cogefar).

Rivisitazione dell’edificio negli anni Novanta del 900′

Oggi, dopo trent’anni, si pensa di riqualificare l’immobile, abbandonato da più anni, e l’intorno, facendolo diventare il “simbolo” del nuovo centro direzionale sestese. Una “folle ridda di materiali e luci”, degrada ulteriormente l’architettura di quello che fu un bell’edificio produttivo/terziario. Il tutto avviene nel nome di un atteggiamento modaiolo e vacuo, teso a creare “effetti speciali”, sempre più spettacolari, di “cose già viste”, più che vera architettura, destinata a resistere al tempo

Due immagini virtuali della proposta odierna 2020.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate.

A – simmetrie


Il Duomo di Lucca, dedicato a San Martino, è un’architettura che fa della “rottura della simmetria” della facciata, uno dei principali motivi della sua insolita bellezza. Alla facciata è appoggiato un portico-nartece con 3 arcate asimmetriche: molti studiosi sono concordi sul fatto che l’arco di destra sia molto più stretto degli altri due a causa della vicinanza del preesistente campanile ma il vero motivo di questa macroscopica “imperfezione” della facciata, in uno stile architettonico che perseguiva la simmetria e le proporzioni come strumento per avvicinarsi a Dio, è considerato da molti una delle particolarità architettoniche del Duomo di Lucca. La vera architettura rifugge, aggira, l’eccesso di simmetria che può anche rivelarsi stucchevole a lungo andare perché il ritmo ordinato della simmetria perfetta è rassicurante, ma rischia di essere “piatto e banale”; non emoziona perché non produce sorpresa; l’elemento di rottura inquieta ma insieme incuriosisce, ci spinge a uscire dalle certezze e a cercare di capire dove ci sta portando questa incrinatura dell’equilibrio. La vera bellezza architettonica è spesso il frutto di una a-simmetria preordinata ( https://costruttoridifuturo.com/2012/09/29/simmetry-and-words/ )

Mentre l’equilibrio del mondo viene distrutto dall’emergenza climatica e dalla pandemia del Covid-19 e le nostre simmetriche esistenze (frutto di quel “Mondo” a griglia geometrica iniziato con Vitruvio e Leonardo – https://bit.ly/3iTHnuR ) sono sconvolte, mi rassicura pensare che da questo elemento di rottura possa nascere una nuova creatività, magari recuperando una “misura”, magari meno consona a noi umani (non più al centro dell’Universo), ma più coerente con la Natura e l’ecosistema planetario di cui siamo solamente parte minoritaria, ma esageratamente arrogante ( https://bit.ly/3kDajYs ).

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Epidauro


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Il paesaggio, che diventa architettura acustica

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Ernen


L’aspetto di Ernen (nel Vallese svizzero), 219 chilometri da Milano attraverso il Passo della Novena, è determinato molto dalla sua posizione: ampiamente affacciata, sul pendio, nella conca della valle di Fiesch. Per secoli Ernen (https://www.borghisvizzera.ch/scheda/ernen/) si è trovata posizionata magnificamente lungo la strada a valle del distretto di Goms e quindi all’ingresso dei passi della Furka e del Grimsel. Oggi un moderno ponte strallato, ciclo-pedonale, tra i più lunghi al mondo, collega Ernen alla strada cantonale (https://www.myswitzerland.com/it-it/scoprire-la-svizzera/route/ponte-sospeso-nei-pressi-di-ernen/) ed alla stazione ferroviaria Furka-Oberalp. Giardini e frutteti intatti circondano l’insediamento a semicerchio verso la valle. Nel centro del paesino si addensano edifici residenziali costruiti nello stile tipico della regione, solitamente orientati verso sud-ovest e intervallati da piazzette e giardinetti che danno respiro al centro abitato. L’unicità della piazza centrale la rende una delle più belle della Svizzera. Attorniata da prominenti edifici, tra i quali la Tellenhaus (1576) che custodisce una delle più antiche raffigurazioni dell’eroe nazionale svizzero Guglielmo Tell (https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Tell), portata a termine nel 1578.

Lasius G. , Tellenhaus, Ernen. (Aus: Das Bauernhaus in der Schweiz, hrsg.v. Schweiz. Ingenieur- und Architektenverein, 1903): Grundriss Keller, EG, 1. OG, Querschnitt, Längsschnitt. Druck auf Papier, 47,6 x 33,7 cm (inkl. Scanrand). Architekturmuseum der Technischen Universität Berlin Inv. Nr. B 1923,56.

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DORONA


Altinum (in prossimità dell’attuale Quarto d’Altino), divenne “Municipium” quando raggiunse il suo massimo sviluppo in epoca romana a partire dal II secolo a.C. Il processo di romanizzazione ebbe inizio intorno al 131 a.C., data della costruzione della via Annia. Altinum in epoca romana era una grande e florida città, tra le più importanti dell’impero, con oltre 30.000 abitanti. Si trovava ai margini della laguna veneta, protetta dai fiumi di risorgiva Sile, Zero e Dese, ed era un’importante nodo stradale dell’Impero Romano, poiché costituita sulla Via Annia (131 a.C.), che collegava Adria ad Aquileia passando per Padova, e dalla Via Claudia Augusta (47 d.C.), che arrivava fino al Danubio, passando dall’attuale Augsburg in Germania. Altinum fu anche uno dei più importanti scali dell’Alto Adriatico e la sua fortuna è in gran parte legata alla sua posizione ed alle vie di comunicazione citate, grazie alle quali la città si ingrandì con ville, templi ed edifici pubblici, e divenne “Urbs” già dal I° secolo d.C. Dopo l’editto di Costantino (313 d.C.) che concedeva libertà di culto ai Cristiani, Altino divenne sede vescovile con Eliodoro I, vescovo di Altino fino al 407 d.C. La decadenza della città altinate cominciò con l’invasione barbarica degli Unni di Attila nel 452 d.C., e nel VII secolo i suoi abitanti si trasferirono definitivamente sull’isola di Torcello (anticamente Turricellum, nome dato dagli altinati in ricordo della Turris di Altinum), dove fu trasferita anche la sede vescovile, creando così i presupposti per la nascita di Venezia.

Trasferendosi si portarono dietro anche delle “barbine” di uva ed impiantarono sulle isole alcuni vigneti. Si trattava di vigne di antico Trebbiano e garganega, chiamate “Dorona”. La viticoltura in Laguna esiste dall’alba dei tempi e Piazza San Marco fino al 1100 era un grande giardino con orti, vigneti e frutteti, quello che è noto come brolo. I campi a Venezia si chiamano così perché di fatto erano coltivati, dato che anche le piazze in una città in cui il novanta per cento dello spazio è occupato dall’acqua andavano sfruttate per sfamare il popolo.

L’isola di Mazzorbo, per le sue caratteristiche divenne il luogo ideale per produrre vino bianco fermo. Il vino dei Dogi veneziani, prodotto con un’uva che si era adattata al terreno salino ed al clima insulare della laguna. Il vigneto, da sempre fu gestito in maniera collettiva dalla popolazione.

Un muro ricostruito nel 1727, dai francesi, fu eretto per recingere i “preziosi” 10 mila metri quadrati di terra con 4000 piante d’uva Dorona, una esclusiva ed unica uva autoctona veneziana.

Oggi qui si trova la Tenuta Venissa: una vigna murata aperta al pubblico, dove passeggiare e rilassarsi nella magica atmosfera di questo luogo. La vigna murata del Venissa ospita il vigneto di Dorona di Venezia, un’uva autoctona veneziana, che era quasi scomparsa dopo la grande acqua alta del 1966. Oltre alla vigna si possono visitare gli orti, gestiti da nove pensionati dell’isola, che nei mesi primaverili producono le famose castraure (carciofi) di Mazzorbo. Parte della verdura prodotta negli orti viene utilizzata nel Ristorante Venissa, premiato con la stella Michelin, e nell’Osteria Contemporanea, che propone una cucina più informale. All’Osteria del Venissa è possibile fermarsi anche solo per bere un bicchiere di vino, godendosi la pace di quest’oasi verde nella laguna di Venezia. Sempre all’interno della tenuta, è presente il Venissa Wine Resort, che offre ai propri ospiti cinque eleganti camere, dov’è possibile soggiornare per vivere l’isola nei momenti più tranquilli e romantici: quando i turisti devono ancora arrivare, oppure rientrano in città, nelle isole di Mazzorbo e Burano si vive ancora quell’atmosfera paesana, che contraddistingue la vita dei suoi abitanti.

Al di là del muro, insistono le splendide forme architettoniche, del quartiere di Edilizia Economica Popolare, il cui progetto è degli anni 1980-87, ed è stato elaborato dal gruppo progettazione guidato Giancarlo de Carlo con Alberto Cecchetto, Paolo Marotto, Etra Connie Occhialini, Daniele Pini, Renato Trotta.

De Carlo interviene a Mazzorbo, con un doppio incarico, per il Comune di Venezia, attua la realizzazione del progetto planivolumetrico dell’area, per lo Iacp l’edificazione di 36 alloggi. La particolare delicatezza e singolarità dell’ambiente lagunare richiedono all’architetto specifici studi preliminari sull’inserimento paesistico e sulla cultura dell’abitare tipica degli isolani, che culminano nei due aspetti più rilevanti della progettazione: ricerca dell’integrazione dei percorsi di terra e acqua e sviluppo delle tipologie di alloggi, distinte in nuclei “mazzorbini” e “buranelli” a seconda della provenienza e delle esigenze degli abitanti. Al primo lotto residenziale di 36 alloggi, già costruiti e commissionati dallo Iacp veneziano, avrebbe dovuto seguire un intervento 4 volte più esteso, poi invece molto ridimensionato e ridotto a soli altri 15 alloggi Iacp, con riqualificazione del campo sportivo e una nuova palestra dotata di tribune. La complessa articolazione volumetrica ricercata per ogni unità abitativa, sottolineata da un efficace cromatismo mutuato dall’isola di Burano, rende l’insediamento residenziale nuovo per il linguaggio moderno con cui è realizzato, magnificamente inserito nel delicato equilibrio naturale di terra, acqua e cielo, spazi tradizionali e caratteristici dell’ambiente laguna.

Ai giorni nostri, il lusso esclusivo e perfetto della “Tenuta di Venissa”, che produce un vino da oltre 300 euro al litro, venduto in tutto il mondo nelle bottiglie in foglia d’oro del muranese Giovanni Moretti, e la dotta sapienza architettonica del quartiere popolare di De Carlo, lasciato “deperire” per mancanza di manutenzione, come tutte le “cose” pubbliche in Italia, si confrontano, dal punto di vista paesaggistico, proprio nel Vigneto “murato” (ma aperto al pubblico).

Ci vorrebbe un ennesimo “piccolo miracolo italiano”, facendo in modo che le due realtà collaborassero (cosa che oggi non avviene) in un sostentamento che non è solo economico, ma anche di idee e di cultura, dove architettura, paesaggio, enogastronomia, potrebbero restituire l’idea di una patria, intesa come tutto ciò che costituisce lo spirito, le radici, l’identità di un popolo : l’ Heimat direbbero i popoli germanici.

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