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Builders of the future

Lo “studiolo”


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Jože Plečnik a Lubiana, dal suo “studiolo ligneo” nel sobborgo di Trnovo, addizione “erculea” alla Hisa, realizzato nel 1933, come in una “tolda arquata” (piano terreno e piano primo), di una nave, splendidamente arenata, in un magnifico giardino; da dove dominava ed osservava, il “mare urbanistico ed architettonico” della città slovena, e lo progettava e lo dominava. Qui riceveva i suoi studenti ed i clienti. Spesso anche ci dormiva. – https://bit.ly/2AO96Me

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«Studiolo», come ben ci descrive Giorgio Agamben, nell’omonimo libro, si chiamava nei palazzi rinascimentali la piccola stanza in cui il principe si ritirava per meditare o leggere, progettare il futuro, circondato dai quadri che amava in modo speciale.

Qui, in via Karunova 4–6, non ci sono grandi quadri, ma disegni, piccole sculture, tanti libri, e soprattutto oggetti, strumenti professionali e materiali edili; un po come in tutta la “casa laboratorio”.

Gli ambienti emanano ancora l’odore dei legni pregiati utilizzati dall’architetto sloveno, i luoghi sanno di polvere e di libri antichi, mentre dalle finestre socchiuse sul giardino, penetrano i profumi delle piante in fiore.

Eppure se ci si va, chiaramente si percepisce ancora, nella disposizione non casuale degli oggetti, nella “luce” voluta da Plečnik, tutta l’energia creativa insediata in quel magnifico luogo.

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La città “PULSANTE”


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Un’immagine dal Parco Nord Milano del Centro Direzionale Garibaldi / Repubblica / Porta Nuova – Foto autore articolo

L’Area Metropolitana, di Milano, è da sempre un “pulsare” quotidiano di relazioni, soprattutto tra il centro ed i comuni limitrofi, ma anche oltre (Bergamo, Brescia, ecc.): Di persone, d’idee, di lavoro, di merci, di socialità. Il tessuto urbano di Milano, con questo “frenetico pulsare”, di fatto si è propagato a livello regionale, come una “ragnatela” quasi fino ai confini. Di fatto è una “Città-Regione”, e di ciò, la “carica virale” ha potuto godere per propagarsi in maniera rapida e feroce.

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PTR – Regione Lombardia con evidenziate, le conurbazioni metropolitane, a VIOLA Milano ed a FUCSIA Bergamo e Brescia (Elaborazione Centro Studi PIM- 2010)

I contagiati da Covid19, a Milano, al 12 maggio 2020 erano 9.122, con una popolazione di 1.404.239 unità; mentre nei restanti comuni della Città Metropolitana, alla stessa data erano 12.504, con una popolazione di 1.862.814. In Lombardia, il 12 maggio, i contagiati da Covid19 erano 82.904, ed i morti 15.116, con una popolazione di 10.088.484 – ( https://bit.ly/2ybaYxW ); 60 giorni prima, il 15 marzo, i contagiati erano 14.649, con 1.420 decessi.

Risulta quindi molto difficile, e forse inutile, separare, differenziare il centro dalla periferia, come fa ancora una certa intellighenzia milanese. Così come durante il “Lockdown”, anche il periodo, post Covid19, dovranno essere gestiti e integrati, ratificando questa relazione intima, ed inscindibile, tra città e territorio circostante allargato.

L’aria, in questi luoghi, è il momento durante i mesi invernali ( https://bit.ly/2Z9xFgN ), in grado di uccidere come e più del Covid19, addirittura sembra che agiscano assieme ( https://bit.ly/ 2WA0vFm ). Si continua, però, a offrire soprattutto per Milano, un modello radiocentrico, di alta densità, di pendolarismo, di volumetrie insediato nel Piano di Governo del Territorio (PGT 2030 – https://bit.ly/2TWjvfD ) che rasentano la follia edificatoria, prona ai voleri dei conti di proprietà soprattutto stranieri. Il “rassicurante” marketing ecologico / verdeggiante, costellato di eventi e manifestazioni internazionali, voluto dal manager-sindaco Sala, fa illudere il più che sia gestito in modo non secondario subito dalle radicali soluzioni alla riduzione del particolato nell’aria ( https: // bit. ly / 2LA72dc).

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Un’immagine del Centro Storico di Milano in una giornata con la qualità dell’aria pessima – Foto autore articolo (14/01/20)

Certo alcuni architetti, con il daimon del “verde”, già codificano la vita urbana del futuro post Covid19 a Milano. Tanto verde su tetti e facciate, boschi urbani dovunque ( https://bit.ly/3dUjPmQ ).

Gli fa eco l’amministrazione comunale, che ravvede nel vigente PGT 2030, già i contenuti di questa “epifania verdeggiante”; e rimanda eventuali “varianti puntuali”, ad una verifica, in autunno, dell’andamento del mercato immobiliare e della pandemia, come dichiarato di recente ( https://bit.ly/2zPEgSX ).

Forse avrebbe più senso ragionare, fin da subito, per ragioni sanitarie, su un vero policentrismo territoriale di funzioni, e su corridoi verdi, che spezzino quello che sembra un “disegno urbanistico perverso” (spezzettato a scala: comunale, metropolitana, regionale) che di fatto non è più governabile, nonostante gli strumenti urbanistici vigenti, affidato come è, quasi solamente alle pulsioni immobiliari private.

Infatti soprattutto nei comuni di “corona”, che hanno densità urbane ed inquinamento dell’aria, paragonabili, se non peggiori di quelle di Milano, il decorso pandemico è stato molto pesante (https://bit.ly/3dQmmy6), ed hanno in atto dei PGT che nell’immediato futuro, prevedono l’insediamento di entità volumetriche (residenziali, commerciali, ecc.) particolarmente vaste.

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Un’immagine dalla Torre Unipol del nord Milano – Foto autore articolo

Emblematico il caso di Sesto S.G., dove il progetto di riqualificazione delle ex Acciaierie Falck, oggi Milanosesto (https://bit.ly/2WXIUGI), ancora in fase di bonifica, si apprestava a ripartire, prima della pandemia, dopo che l’immobiliare americana Hines e il gestore di fondi immobiliari Prelios, con il supporto di Intesa San Paolo, hanno deciso di acquisire lo sviluppo edilizio (https://bit.ly/2z7MQfQ).

L’obiettivo è quello di riqualificare un’area di 1,45 milioni mq. (https://bit.ly/2AzQO1m), uno dei più grandi sviluppi immobiliari privati europei, del valore di circa 4 miliardi di euro. 15 mila nuovi abitanti previsti. Basti pensare che tutti gli scali ferroviari dismessi di Milano, in riqualificazione, ammontano “solo” ad una superficie di circa 1,25 milioni di mq.

Il vero e proprio “innesco pubblico” di tutto l’intervento sulle ex Aree Falck, sarà la “Città della Salute e della Ricerca”, che raggrupperà l’Istituto neurologico Besta e l’Istituto nazionale dei tumori, ambedue oggi con sede a Milano, che hanno firmato l’accordo, per la gestione del nascente complesso (fine lavori 2024), lo scorso febbraio.

La pandemia, di Covid19, ha palesato la necessità di prendere provvedimenti urgenti, per un ritorno e una visione globale di pianificazione del territorio in cui insiste Milano, superando le letture spezzettate per compiti amministrativi: inquinamento, piste ciclabili, trasporti, ecc .. Contrastare o ritardare questa necessità “sanitaria”, come sembra fare l’amministrazione milanese, può solo agevolare il ritorno di una nuova aggressione pandemica.

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SOPRA – Immagini delle ex Aree Falck a Sesto SG – Foto autore articolo (16/05/20)

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SOPRA – Link ad una mappa interattiva delle principali trasformazioni in atto a Milano e dintorni ( https://bit.ly/367OhHa )

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Ad un secondo dalla fine!


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Lo Scalo Ferroviario di Porta Romana a Milano

L’ultima GRANDE OCCASIONE milanese per operare una tutela SANITARIA dei cittadini, vista la particolare FEROCIA, con cui il virus Covid19 ha colpito il territorio milanese, sono gli scali ferroviari dismessi. L’ultima occasione per creare dei vuoti urbani di verde orizzontale (e non verticale come vaticinato dal Sindaco Sala – https://bit.ly/3c9mAPN ), che dovrebbero essere acquisiti per motivi sanitari, dalla pubblica amministrazione. Per farne RESPIRARE MILANO, dopo che per anni si è fatto finta che le micropolveri sottili non esistevano, che i caotici traffici dei mezzi pubblici e privati non andassero interrotti MAI ! Eppure a Milano da anni di inquinamento si muore, esattamente come per il virus (https://bit.ly/2XB99mE). Già persa l’occasione dello Scalo Farini (https://oma.eu/projects/scalo-farini), ora tocca allo Scalo di Porta Romana. L’ex scalo di Porta Romana a Milano, che è già un meraviglioso parco, di vegetazione nata spontaneamente tra i binari,  sarà messo in vendita da Fs entro il mese di giugno 2020, per dare il via ai lavori per la costruzione del Villaggio olimpico che dovrà essere pronto nel giugno 2025, un anno prima dei Giochi invernali (https://bit.ly/2M8PpS2). Nonostante la “VIOLENZA” della pandemia e la necessità di una ripartenza “NUOVA”, non vedo i cittadini mobilitarsi, ma nemmeno l’opposizione politica, ad un sindaco, Giuseppe Sala (detto “Beppe Cemento”), che ormai governa la città dal suo “trono” sul tetto del Duomo di Milano (https://bit.ly/2B5CUnL). L’intellighezia cittadina pare prona a 90 gradi ai voleri del Sindaco/Manager e dei suoi amici immobiliaristi. UNO SQUALLORE tipicamente milanese!

( https://bit.ly/3esaouX )

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PortaRomana

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FUTURMILANO


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Piazza Duomo a Milano, lato “La Rinascente”

Non è un caso che il Futurismo sia nato a Milano. In Corso di Porta Venezia 21A, una targa su una casa d’angolo con Via Senato 2: ricorda che lo scrittore Filippo Tommaso Marinetti, fondò qui la rivista “Poesia” nel 1905, nel suo appartamento posto al primo piano. Qualche anno più tardi, nel 1909,  su diversi giornali italiani viene pubblicato sempre da Marinetti il “Manifesto Futurista” – 1) Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità. 2) Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. 3) La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno. 4) Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un’ automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia. 5) Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita………. Il 20 febbraio 1909 lo stesso Marinetti pubblica il “Manifesto Futurista” sul quotidiano francese “Le Figaro”; l’idea è quella di un movimento trasnazionale, che guarda all’Europa.

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Umberto Boccioni “La città che sale”, olio su tela 199,3 x 301 cm. (1910/1911), Museum of Modern Art New York

Nel febbraio 1910 il Manifesto dei pittori futuristi, in cui si legge: «Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro…». Questo movimento nacque inizialmente in Italia e successivamente si diffuse in tutta Europa.

Milano ha implementato nella “genia meticciata”, dalla Storia: Longobarda/Spagnola/Francese/Austriaca dei suoi residenti, le categorie Futuriste : la velocità, il dinamismo, la propensione per il futuro, la ricerca di un continuo rinnovamento, il rigore, ecc.. Esse sono immediatamente attecchite nel fertile Meltin Pot sociale.

Non è quindi un caso che Milano abbia “consumato” da allora, anno dopo anno, la sua fame di modernità e cambiamento, con un occhio sempre “puntato” su Parigi, sull’Europa, divenendo di fatto, il “Ponte”, lo “Stargate”, italiano per l’estero.

Milano ha dato a molti italiani l’unica possibilità di crescere e di sperare in un futuro migliore, in una società – quella italiana ancora feudale, dove uno dei pochi “ascensori sociali” è dato dall’appartenenza clientelare a nuclei familiari o dall’affiliazione settaria a corporazioni: nell’università, nelle professioni, in politica ed in genere in tutti i campi.

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La pandemia, il Coronavirus, è stata per queste categorie, una “Tempesta perfetta”, che dopo oltre 100 anni, ha come “incastrato i meccanismi” della velocità, obbligandoli a rallentare, fin quasi a fermarsi.

La lentezza non è di Milano, né dei milanesi. E’ una città che cresce, e “sale”, con i suoi grattacieli, con la velocità dei mezzi di trasporto. Ecco nascere quindi hastag condiviso #milanononsiferma, un tentativo di strenua e goffa resistenza alle necessità “sanitarie”, alla velocità di propagazione virale, cercando di continuare lo storytelling (il “racconto”) precedente.

Ma se prima, con fatti come: la Guerra Fredda, l’11 settembre, il Terremoto si poteva sempre ricondurre il tutto ad un “racconto” ad uno “storytelling”: del virus ne sappiamo poco o nulla, è una situazione imprevista, globale, senza storytelling, fatta più che altro di comunicati (il numero dei morti o dei contagiati), in cui tutti dobbiamo essere attori partecipi per “contrastarlo” adeguatamente.

Non si riesce a fare in modo che l’imprevisto, la “fermata”, diventi progetto e destino. Attendiamo che “scenda dal cielo” un qualcosa, una norma, una legge comprensibile, che ci consenta di ritornare a quel “racconto” che siamo stati costretti ad abbandonare.

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Via Paolo da Cannobio a Milano

Dovremmo invece capire, che quello che il virus ha spalancato, è un Mondo nuovo, più impegnativo e complesso, in cui servono più doti di adattabilità, di agilità, e soprattutto di impermanenza, la quale ci insegna soprattutto a guardare le cose e le situazioni così come sono, senza sviluppare sentimenti di attaccamento o di avversione. Noi soffriamo non perché l’impermanenza sia di per sé sofferenza, ma perché non riusciamo ad accettare che le cose cambino. Ci vuole in questa situazione pandemica più fantasia ed energia psichica, per scommettere e lavorare sulla novità.

Milano è una città già vocata per questa situazione.; abituata al continuo cambiamento. Milano non dovrà cambiare ed essere lenta, non dovrà chiudersi, non dovrà aspettare “che passi il tempo”.

Dovrà essere veloce, più veloce; ed i milanesi avere più “energia psichica” da investire in flessibilità e fantasia. Anche per un doveroso rispetto delle categorie Marinettiane. Meno numeri, meno economia, e più filosofia.

“Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.” (Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, 1909)

Soprattutto si dovrà anche lavorare, con i media, per “fare dimenticare” l’idea consolidata di Milano capitale della pandemia mondiale del Covid19.

Bisognerà ottimizzare e trasformare ciò che già esiste: non come un ingegnere, ma come un artigiano che fa quel che può con il materiale che ha a disposizione, trasformandolo con fantasia, arrangiandolo e rimaneggiandolo, in una costante “messa a punto”.

Alla fine il risultato sarà “splendidamente imperfetto” come sono le cose belle che ci hanno lasciato le generazioni passate.

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Piazza Duomo a Milano, lato Palazzo Reale

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LA FINE DI UN’ERA


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E’ PREOCCUPATO – Giuseppe Sala (detto Beppe) potrebbe non esserci futuro, per l’ex galoppatoio a San Siro, e per lo Stadio……e poi, per il “Tiro a Segno”, per l’Ex Piazza d’Armi, per gli scali ferroviari, ecc, ecc…….. Come si farà a Milano senza TUTTO QUEL BEL CEMENTO, che : “Io e Pierfrancesco avevamo organizzato così bene per il 2030” ! – https://bit.ly/2z4xMzc

I primi segnali della Milano che più non sarà come prima del Covid-19, GIÀ CI SONO . E sono inequivocabili. Urge cambiare strategia urbana e di pianificazione a medio e lungo termine. Ci vogliono valori diversi da quelli alla “Bosco verticale”. La natura non potrà mai più essere UNA PELLE sotto cui nascondere il cemento. Sala non è più l”uomo giusto per Milano. Troppo abituato a lavorare avendo a disposizione ingenti capitali e consenso. Nel dopo Covid19, bisognerà avere idee in grado di essere realizzate con pochi denari. Le suggestioni alla Boeri o alla Cucinella, sono GIÀ MORTE, se le sono portate via le bordate pestilenziali – https://www.milanotoday.it/economia/westfield-segrate-sospeso.html

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Ricordando i “contenitori” che hanno protetto, e forse educato una parte della nostra vita.


C’è un tempo per mantenere le distanze.

C’è un tempo per distogliere lo sguardo.

C’è un tempo per ricordare.

Se mi avessero detto all’inizio degli anni Settanta del Novecento, nel 1974, che quella ragazzina alta dai capelli corvini e ricci, dal nome Delia, che veniva dalla “Brianza” e con cui frequentavo il Liceo Artistico Statale II in Piazza XXV Aprile 8 a Milano, l’avrei ritrovata dopo decenni, nel Terzo millennio, all’epoca del Covid19, della “peste” che avrebbe attanagliato l’Europa ed il Mondo, facendo migliaia di morti in Lombardia; probabilmente, pur essendo un appassionato di fantascienza, avrei detto che : “Siete tutti pazzi! E’ impossibile!”.

Eppure, allora, c’era il terrorismo imperante in Italia, si sparava ad “alzo zero” a Milano, per strada; si sequestrava e si uccideva Aldo Moro (16 marzo – 9 maggio 1978). Se non era “follia” quella. Ricordo ancora che ci radunarono, a noi studenti, quel 16 marzo nell’aula magna, del Liceo (un’ex sede dei Fasci del Littorio del 1938, opera dell’architetto Renzo Gerla) e ci dissero, che la democrazia era in pericolo, di andare a casa a piccoli gruppi, alla spicciolata. Ora quella sede, architettura d’angolo interessante, con una scala a chiocciola pazzesca ed una terrazza in copertura meravigliosa, è ancora lì, ed è diventata la sede del “Museo del Cinema” promosso dall’adiacente “Cinema Anteo” di via Milazzo, in cui tutti noi abbiamo “imparato ad andare al cinema”.

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Ex sede dei Fasci del Littorio del 1938, opera dell’architetto Renzo Gerla

Qualche anno prima, Il 4 aprile 1975 veniva fondata ad Albuquerque, Nuovo Messico, negli Stati Uniti la Microsoft, una cosa che probabilmente nessuno di noi sapeva, ma che ci avrebbe cambiato la maniera di vivere negli anni a venire. La prima volta che vidi una calcolatrice portatile, fu nel 1974, era una Texas Instruments SR 10 ai fosfori rossi, che mi regalò mio padre (https://bit.ly/2KRv1Ee). Fu vietatissima dal docente di matematica, tal Professor Marchetti, che “aborriva” ogni innovazione, che divergeva dal “Regolo Calcolatore”  (https://bit.ly/3d6wPFl) che aveva perennemente in dotazione nel taschino.

Tutto allora era molto chiaro, soprattutto in politica: o eri di destra, oppure di sinistra. C’era poi una terza via cattolica. Nel luglio 1977 le Brigate Rosse gambizzano Mario Perlini, in quanto «segretario regionale dell’organizzazione di Comunione e Liberazione»

La ragazza, dai capelli corvini, era certamente schierata a “sinistra”, mentre io facevo parte di un piccolissimo gruppo di studenti, che guardavano alla cultura “come dei facoceri affamati”, senza distinguere, tra destra e sinistra. Si leggevano i testi di Celine, Camus, Gide, ecc. ma anche con grande attenzione alla produzione filmografica Russa, ricordo la visione collettiva di Andrej Rublëv e di Solaris di Tarkovskij, ma anche il Laureato o 2001 Odissea nello Spazio. Dal punto di vista musicale, si ascoltava, anziché i cantautori italiani, allora molto in voga, i Pink Floyd, gli Yes, i led Zeppelin, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area, Battiato.

Imparammo al Liceo a progettare, ad esprimerci con la matita; ad architettare sotto l’occhio vigile e colto di Margherita Cavallo, nostra insegnante di “Architettura”.

Io e Delia proseguimmo a frequentarci, dopo il Liceo, ambedue iscritti ad architettura al Politecnico di Milano. Era l’Anno Accademico 1978/1979. Qui il contenitore che ci accolse era un edificio sapiente, moderno semplice e bello, realizzato tra il 1953 ed il 1961 su progetto di: Ponti Gio’ (Giovanni); Portaluppi Piero; Forti Giordano. Un edificio rimasto incompiuto, che nell’idea dei progettisti doveva servire da “edificio insegnate” con un campionario di materiali ed architetture contemporanee. Gli inizi furono “duri” e caotici, la Facoltà di architettura, risultava funzionare a “singhiozzo”, spesso occupata dai docenti che, dopo averci fatto (da studenti o da assistenti) il Sessantotto, tentavano di vedere ratificato un loro ruolo all’interno della Facoltà. I primi giorni sembrava un “assalto al treno”, tutti volevano iscriversi e fare gli architetti. Furono certamente “anni affollati”. Gli interni erano completamente affrescati con murales inneggianti alla politica ed alla rivoluzione. Ci vollero anni affinchè, sia l’ordinamento del percorso di studi, che gli ambienti assumessero una dimensione didattica più efficiente e comprensibile. Era un enorme “ Fai da Te”.

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Facoltà di Architettura al Politecnico di Milano (1953/1961) progetto di: Ponti Gio’ (Giovanni); Portaluppi Piero; Forti Giordano

Mentre a fatica, cercavamo di laurearci con quella “mente sadica” del bergamasco Prof. Sergio Crotti, che citava il Vangelo o Le Corbusier a memoria, pagina e versetto; a latere dell’edificio di Ponti e soci, venne edificato tra il 1982 ed il 1985, su progetto di Vittoriano Vigano, il nuovo ingresso della Facoltà da via Amperè, con aule e spazi didattici della Facoltà da via Amperè.

Un edificio che fa il verso, al Beaubourg di Renzo Piano e Richard Rogers, a Parigi, come ha dichiarato lo stesso autore. Una grande piazza coperta, con una facciata segnata dalla “grande A”, rossa e metallica, che caratterizza l’ingresso.

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Vittoriano Vigano, nuovo ingresso, con aule e spazi didattici della Facoltà di Architettura da via Amperè (1982 / 1985)

Ci laureammo nel 1985, a luglio (senza mai aver potuto fruire di quella nuova facoltà), con una Tesi, dal titolo, degno per lunghezza, dei film di Lina Wertmuller: “Il Passante ferroviario di Milano, tra centro e periferia. Ricostruzione del margine urbano alla Bovisa”. Non ricordo quante volte, rimandammo la discussione della Tesi, per l’indecisione e la titubanza del relatore, tanto che l’anno seguente prese come riferimento didattico dei suoi corsi proprio la tematica affrontata in quella “discussione”. Decine di tavole enormi (90 x 150 centimetri), che dall’analisi urbana conducevano ad un progetto dettagliato lungo i binari del “Passante Ferroviario” tra il Cavalcavia Bacula e quell’area che oggi viene denominata “La Goccia”, alla Bovisa di Milano. Tutte le tavole disegnate “a mano” con Rapidograf e china, su carta da lucido, in un numero imprecisato di notti insonni.

Nel 1982, c’era stata la prima “release” del software statunitense CAD (Computer Aied Design – Autodesk) e di fatto da lì è iniziata la progressiva e rapida archiviazione di tutto il sapere quasi artigianale, da noi acquisito manualmente, in anni di studio, come ha ben descritto Juhani Palasmaa nel suo saggio (Juhani Palasmaa, La mano che pensa, Safarà, 2014).

Il 12 dicembre 1985, l’americana IBM (International Business Machines), metteva in commercio il primo personal computer, di fatto accelerando in maniera impressionante quel processo prima descritto.

Di fatto, nel momento stesso in cui ci laureavamo, io e Delia, finiva un mondo nell’architettura, e se ne apriva un altro, probabilmente ricco, quanto il primo, ma in divenire così rapido, che gli effetti positivi li si vedrà solo in futuro. Chissà ?

Tanto che oggi, ormai solo per alcuni il disegnare “a matita”, ha ancora un valore, un legame atavico, un “filo rosso” con la Storia dell’Architettura, con Bramante e Brunelleschi. Le attività grafiche manuali, oggi sembrano doversi limitare solo alla costruzione dell’idea, poi bisognerà, imparare (sempre di più) ad agire in un mondo tridimensionale, come un videogioco. Come scriveva qualche anno fa Rem Koolhaas, riferendosi alla progettazione con mezzi elettronici: “Bisogna agire come il pilota di un aereo da caccia supersonico, con intuito, più che con raziocinio. Facendo proprio il motto – Se pensi sei morto! -” (Rem Koolhaas, Verso un’architettura estrema, Postmediabooks, 2002).

Dopo la Laurea io e la “ragazza dai capelli ricci e corvini”, ci siamo persi di vista, abbiamo condotto una vita parallela: io a Milano e lei a Roma. Ci siamo tolti alcune piccole soddisfazioni nella nostra disciplina. Abbiamo affrontato con coraggio e serenità gli accadimenti, che la vita sottopone a noi umani in questa parte di Universo. Gli anni, i decenni, sono passati rapidi ed inesorabili: “Il tempo è un treno – Che rende passato il futuro – Ti lascia fermo alla stazione – Con la faccia schiacciata contro il vetro” (U2, LP Achtung Baby, brano Zoo Station, 1991).

Qualche settimana fa, una telefonata, nel giorno del mio compleanno, in pieno isolamento per pandemia da Covid-19; era la voce inconfondibile di Delia, che era riuscita a rintracciarmi e ad avere il coraggio di riconnettere ciò che era stato momentaneamente interrotto. Un regalo prezioso.

Ormai nel mondo, gli edifici importanti, anche di pochi milioni di euro, vengono tutti progettati e cantierizzati, in Building Information Modeling (B.I.M. – Modello informativo dell’edificio).

Si tratta di un metodo per l’ottimizzazione della pianificazione, realizzazione e gestione di costruzioni tramite aiuto di un software. Tramite esso tutti i dati rilevanti di una costruzione possono essere raccolti, combinati e collegati digitalmente. La costruzione virtuale è visualizzabile inoltre come un modello geometrico tridimensionale.

La matita, ed il CAD (quello tradizionale 2D) vengono utilizzati solamente all’inizio, per gli “schizzi” ed i primi dimensionamenti. Poi si “costruisce” meticolosamente il 3D; tutto il resto, viene “estruso” dal modello tridimensionale B.I.M : piante, prospetti, sezioni, dettagli, ecc.

A Milano, ormai è da qualche anno che si sta implementando tale “visione del progetto”, ovviamente con estrema difficoltà, vista l’arretratezza del pensiero di chi progetta e costruisce. Soprattutto di Noi che abbiamo vissuto una “formazione artigianale”, in un mondo di “lentezza” e “decantazioni”. Non si progetta più in due dimensioni, ma direttamente, per tutte le competenze disciplinari, in maniera geometrica tridimensionale.

Sono i committenti, spesso immobiliari estere, ad imporre questa nuova visione del progetto, che sta divenendo una richiesta sempre più frequente, e ovviamente un costo.

Un edificio, un locale, viene definito “disegnato” in un ambiente 3D (modello), con tutte le sue finiture, le strutture ed i suoi impianti elettrici e meccanici. Ad ogni componente (ad esempio: un calorifero, un pavimento, ecc.) viene assegnato un codice QR (https://bit.ly/3aHuyPz) che lo identifica dalla progettazione, all’acquisto, alla posa, alla verifica finale di accettazione con le “snag list” (lista difetti), agli “As Built” che ormai sono restituzioni tridimensionali, sinergiche anche alla successiva manutenzione e/o sostituzione.

La “matita”, se non vuole morire, definitivamente sostituita da app come “Sketchbook”, da utilizzarsi su Pad, con infinite possibilità grafiche e coloristiche, dovrà per forza confrontarsi con questa profonda mutazione in atto ormai da alcuni anni e destinata a “dilagare” come la peste in futuro.

E’ il mondo delle attività umane, mutevole, fluido, in continuo cambiamento e perfezionamento, la progettazione gli sta andando dietro, velocemente, forse troppo. Probabilmente è anche per questo che è dilagata la pandemia, nei corpi, nelle idee, e probabilmente nell’architettura, o meglio in certe architetture.

Tra qualche minuto anche Delia compirà gli anni……..ed io scrivo.

1 maggio 2020, ore 23 e 54 minuti.

Dario Sironi

Così vicini, così lontani.


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Sopra l’inconfondibile Piazza Duomo venerdì 10 aprile 2020, ore 10,30. Vuota.

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Sopra Sesto Marelli, senza nessuno il 10 aprile 2020, ore 17,30

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Sopra Piazza liberty /sede Apple desertica il 11 aprile 2020, ore 11,30

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Sopra viale Bligny/Aula Magna Bocconi (Grafton Architects)  il 11 aprile 2020, ore 18,00

Ma veramente credevamo, si potesse andare avanti all’infinito a riprodurre un sistema economico capitalista “globale” (di oggetti, di persone, di prelievo indiscriminato delle risorse del Pianeta, d’inquinamento, ecc.), senza prima o poi pagarne le conseguenze, in merito alla distruzione sistematica, e senza limiti, di un ecosistema planetario?

Se non era il virus, sarebbe stato il clima, o altro a darci un segnale forte, inequivocabile. La misura è colma; o si ripartirà dopo questa pandemia, facendone tesoro, cercando tutti assieme di modificare la nostra maniera di vivere su questo pianeta, o presto, la nostra stessa permanenza come specie umana sulla superficie terrestre, ci sarà negata dai fatti. Vanno cambiati i sistemi di produrre, di consumare, di prelevare materie prime, di costruire le città, di muoversi, di coltivare la terra, di vivere. Ci vorrà tempo e sacrificio, ci vorranno soprattutto idee, ma potrebbe essere una grande opportunità per tutti. La possibilità, se sapremo coglierla, di modificare un percorso palesemente sbagliato.

La crisi che stiamo vivendo, dimostra l’intima interrelazione, tra la salute umana e le condizioni dell’ecosistema del pianeta: la scala globale, l’interdipendenza e la rapidità della diffusione del virus Covid-19 hanno mostrato questa realtà in tutta la sua drammaticità. Le aree urbane sono i principali epicentri dell’emergenza sanitaria in corso: Wuhan, Milano, Madrid, New York, ecc., in quanto luoghi privilegiati della contiguità, della densità, inquinati e malsani (Ed in tal senso Milano è leader al Mondo (https://bit.ly/39H5mbr). Tutti fattori che li rendono ottimali per il proliferare del virus, che usa i nostri corpi come vettori, e “contenitori/case/cibo” in cui vivere e diffondersi sul Pianeta.

La forma urbana attuale che continua a estendersi come un tumore inarrestabile, è palesemente inadeguata, per dare risposte alle esigenze anche sociali della società post Covid-19, dove bisognerà rispettare delle precise distanze interpersonali per anni, stando “lontani”, ma cercando di stare “vicini”, come società coesa in grado di supportare questi cambiamenti indispensabili dal punto di vista sanitario ed economico.

La salute, come la natura, nell’ambiente urbano sono circoscritte e ben delimitate, come se fossero un dato di fatto, un’appendice obbligatoria, piuttosto che essere un concetto generativo fondamentale per un habitat sostenibile, in cui gli esseri umani, ed i loro “contenitori” (architetture), cercano di coesistere in armonia con la natura e l’ambiente. I futuri “contenitori per gli esseri umani” dovranno essere realizzati “di natura” (ad esempio di legno – https://bit.ly/2UQXTlE) non solamente “rivestiti” con essa, per conseguire fin da subito, benessere e salubrità per la collettività.

L’emergere di epidemie porta alla luce il significato di un nuovo concetto di salute e benessere in relazione all’ambiente costruito. La città andrà ripensata, radicalmente, come dovremo ripensare la nostra vita di relazione per coesistere con il virus.

La politica soprattutto nei suoi aspetti legati all’economia, deve saper ridare fiducia alla Nazione, riparare i danni alle finanze dei cittadini e delle imprese, che saranno prodotti dalla “chiusura totale”, per proteggerci dalla diffusione virale, isolandoci. Tali danni saranno soprattutto evidenti nel post-virus, tra l’estate e l’autunno 2020, bisognerà quindi garantire riforme in grado di innescare un duraturo e innovativo percorso per una “crescita economica controllata”. Intendendo con questo termine, l’esigenza di dare una chiara discontinuità, rispetto alla “crescita folle” e senza limiti in cui eravamo tutti “lanciati” prima dell’epidemia.

Da domani saremo chiamati a prefigurare lo spazio urbano dell’uomo, nelle grandi città, con uno sguardo nuovo, “diverso”: partendo dalla Natura e dal nostro rapporto con essa; e non solo dall’antropocentrismo. Non basterà più evocare un frettoloso maquillage verde, come fatto a Milano fino a ieri, per “nascondere il cemento sotto il tappeto” e sottrarre agli occhi dei cittadini, le masse volumetriche eccessive di una pianificazione quantitativa, asservita alle immobiliari ed ai capitali esteri o italici, più che qualitativa, dalla parte dei cittadini ed a tutela della loro salute.

Il problema è che i politici, gli imprenditori, soprattutto quelli milanesi e lombardi, sono stati abituati per anni a svolgere il loro ruolo avendo a disposizione un’elevata quantità di denaro. La crisi economica, post Covid-19, imporrà di riprogettare l’Italia e soprattutto Milano e la Lombardia, avendo a disposizione pochi soldi e tempi contingentati (se non si vuole che tutto muoia). I Manager veicolati da prestigiose esperienze imprenditoriali, senza limiti di cassa, ed i liberi professionisti imprestati alla politica, non hanno una cultura in merito. Bisognerà essere geniali e portatori d’idee innovative. Soprattutto comunicare quello che si fa, molto bene, ed in maniera chiara. Ci vuole altro rispetto all’attuale organigramma amministrativo milanese e lombardo. Bisognerà anche mettere mano agli assetti urbanistici della città; il vigoroso, volumetrico e “verdeggiante” PGT 2030, approvato in Consiglio Comunale milanese pochi mesi fa, è ormai carta straccia. Inadeguato alla società post Covid-19. Sarà molto difficile trovare capitali e società che vogliano insediarsi in quella che è stata la capitale italiana della “peste 2020”.

Si dovrà agire, mettendo a punto nuovi standard abitativi, un nuovo sistema di mobilità e nuovi modi di pensare gli spazi collettivi. Valorizzare i vuoti urbani, per fare “respirare” la città, ed il verde orizzontale. Magari demolire ciò che è vetusto ed ecologicamente non risanabile. Incentivare al massimo le architetture sostenibili, altamente sostenibili dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico e dell’equilibrio termico, a consumo zero. Architetture fatte di natura, facilmente riciclabili e sostituibili.

Eppure, Milano ha già, in seno al proprio costruito, un esempio emblematico in tal senso, che ricostruisce qualità ambientale e sociale, all’insegna di una natura “dentro” che dà il senso dello scopo anche “sanitario” dell’architettura (https://bit.ly/2Xs7cuk), che si dovrà conseguire dovunque, laddove possibile, in futuro.

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Sopra – Complesso Aler di Via Cenni a Milano, Arch. Rossi Prodi, 2015 

Sotto –  Foto del complesso dall’alto, tratta da – https://bit.ly/2JWHruc

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Stampa in Val Bregaglia


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Nell’anno 1271, il casato milanese dei Giacometti era stato insignito della croce di Gerusalemme da Papa Gregorio X. All’epoca della Controriforma (dopo il 1560) o dopo la guerra valtellinese (1620) alcuni membri di questa agitazione cercarono rifugio a Vicosoprano ( a pochi chilometri da Stampa, in Val Bregaglia) per sfuggire alla persecuzione religiosa. Un ramo della famiglia si è stabilizzato nei dintorni di Stampa intorno al 1750 dove ebbe una lunga genia.

Da questi si sono sviluppate due “famiglie” di Giacometti che hanno avuto una grande importanza per la storia dell’arte della Svizzera ed europea. Una mescpe della famiglia Giacometti, chiamata “dal punt”, abitava nell’Hotel Piz Duan presso il ponte di Stampa, in dialetto bregagliotto appellato con il termine “punt”. Il patriarca di questa linea, il versatile Alberto Giacometti (1834-1900), sposò l’erede alberghiera Ottilia Santi (1838-1904). Da questo felice matrimonio nacquero otto figli, una femmina e sette maschi. Uno di questi era Giovanni Giacometti, pittore, padre di Alberto Giacometti (scultore, incisore e pittore – Borgonovo di Stampa, 10 ottobre 1901 – Coira, 11 gennaio 1966), di Diego Giacometti (designer, scultore – Borgonovo di Stampa, 15 novembre 1902 – Parigi, 15 luglio 1985), e di Bruno Giacometti (architetto – Borgonovo di Stampa, 24 agosto 1907 – Zollikon, 21 marzo 2012), autore del Padiglione Svizzero ai Giardini Pubblici di Venezia, per la Biennale d’arte del 1952.

Da una seconda linea della famiglia Giacometti (“da la gassa”) provenivano il pittore Augusto Giacometti (1877-1947) e il giurista Zaccaria Giacometti (1893-1970). Il loro nonno Antonio (1814-1883) era un fratello di Giacomo Giacometti (1804-1882), a sua volta nonno di Giovanni.

1900 circa - Il centro del villaggio di Stampa intorno al 1900 con la casa Santi presso il ponte e il nuovo albergo Piz Duan verso est con il suo giardino

1900 circa – Il centro del villaggio di Stampa intorno al 1900 con la casa Santi presso il ponte, con il suo giardino e con davanti il nuovo albergo Piz Duan

http://www.centrogiacometti.ch/il-luogo/stampa

1911 - Famiglia Giacometti a Stampa

1911 – Famiglia di Alberto Giacometti (1834-1900) e la moglie Annetta a Stampa.

Alberto Giacometti è il primo ragazzino a sinistra

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La realtà della teoria


4 - Lebbeud Woods

3 - Lebbeus Woods

Lebbeus Woods

Chi è Lebbeus Woods?  E’ stato un intellettuale, un artista, un architetto americano, noto soprattutto per ciò che non ha mai costruito, ma solo disegnato, e per quello che ha detto al riguardo in seguito, nel corso della sua vita. E’ morto nel 2012 (https://it.wikipedia.org/wiki/Lebbeus_Woods). I suoi schizzi di ricostruzione di Sarajevo, realizzati mentre stava “coprendo” dal punto di vista giornalistico il conflitto nel 1993, sono forse il suo lavoro più avvincente, e sono sul blog intitolato “La realtà della teoria” (https://lebbeuswoods.wordpress.com/).

La forza visionaria dei suoi disegni, intimamente legati alla sua teoria sulla città e sull’architettura, rappresentano un atto costruttivo importantissimo, un lascito a chi verrà dopo, alle generazioni future. E come egli stesso afferma in un post: “La mia risposta è che l’architettura, in quanto atto sociale e principalmente costruttivo, potrebbe guarire le ferite creando tipi di spazio completamente nuovi in ​​città.”

Cosa ci potrebbe essere di meglio, che un “messaggio in una bottiglia” di questo tipo, per chi dovrà ricostruire, il mondo e l’architettura dopo l’epidemia da Covid-19 che sta flagellando la specie umana, i suoi contenitori, e le città.

 

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