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IL VUOTO ED IL MARGINE


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Scrive Nicola Verlato (pittore, scultore e architetto italiano residente a Los Angeles, in California; nato nel 1965 a Verona), in merito alla preghiera del Pontefice per la fine della pandemia da coronavirus, in una Piazza San Pietro vuota, del 27 marzo 2020 : “C’è chi dice che la piazza fosse vuota…solo gli occhi callosi e incapaci di vedere affetti dalle cataratte degli odierni iconoclasti possono avvertire il vuoto in una tale pienezza di senso ritrovato. Le basi attiche delle immense semicolonne corinzie della facciata di San Pietro sono l’affermazione più potente possibile della radice Greca dell’occidente che si mostra nuovamente in tutta la sua perentorietà di fronte alla minuscola figura del Papa. L’immensa figura Bronzea del Bernini sullo sfondo annulla tempo e spazio e testimonia il potere dell’arte classica di piegare il tempo teleologico nel quale siamo gettati riportandolo alla sua origine ciclica dove tempi apparentemente lontani sono tutti compresenti, è solo durante tragiche evenienze come queste che possiamo carpire la possibilità di tornare ad essere nuovamente noi stessi.”

Il periodo classico dell’arte greca va dal sec. V a.C. fino alla morte di Alessandro Magno (323 a.C.), raggiungendo il maggior splendore nell’età di Pericle (495 ca-429 a.C.). Quest’arte rappresentò la conquista di valori nuovi e sconosciuti rimasti poi essenziali nella storia dell’umanità: esaltò “l’uomo come misura di tutte le cose” ed espresse equilibrio, armonia, ordine e proporzione fissandoli in canoni che delinearono un ideale di bellezza e di “perfezione formale”.

Da allora l’antropocentrismo, divenne il cuore filosofico dell’arte, oltre che dell’economia e della società occidentale; nonostante l’altissima mortalità infantile ed i gravissimi problemi ecologici nell’antichità. Come ben descritto nel libro “Smog sull’Attica” (1991) di Karl W. Weeber. La storia della Grecia ed anche di Roma in epoca classica, è flagellata da orrori ecologici, che ricordano molto quelli del giorno d’oggi: dal disboscamento forzato dell’Attica sino all’indiscriminato sfruttamento del sottosuolo (cave di travertino) da parte dei Romani, che comportò, oltre al deturpamento del paesaggio, anche condizioni di vita assolutamente inumane per le grandi masse di lavoratori impiegate. La situazione abitativa nell’Urbe era, al di fuori delle grandi ville e delle domus o dei palazzi pubblici, un affastellamento di abitazioni lignee malsane e pericolanti, spesso in preda ad incendi o crolli. L’uso su vasta scala del piombo (pentolame, condutture, ecc.), comportò un generale peggioramento della salute in Roma a causa del porfirismo; i bracieri per riscaldarsi e produrre cibo, creavano una cappa da micropolveri, che conduceva nel tempo, i più alla morte per tumori alle vie aeree. In Grecia durante l’età classica dal 510 avanti Cristo al 323 avanti Cristo: ad Atene, l’aspettativa di vita di 37-41 anni, se si sopravviveva ai primi anni dopo la nascita (un bambino aveva una mortalità, entro i 10 anni, del 60%). A Roma nel periodo dal I secolo a.C. con Augusto, al III secolo d.C., con la fine della dinastia dei Severi: prima dei 10 anni, 20-30 anni; superati i 10 anni, circa 50-60 anni.

Non bisogna neanche dimenticare le immani stragi di animali selvatici, negli spettacoli circensi: fino a 11.000 esemplari uccisi in pochi giorni; e l’inquinamento costante delle acque, sia per bere che per lavarsi.

Agli uomini dell’Umanesimo (movimento culturale nato nel XV, ispirato da Francesco Petrarca e in parte da Giovanni Boccaccio, volto alla riscoperta dei classici latini e greci), spettava il dovere di far comprendere, nella crisi del presente post-medioevale, che riaccostarsi alla Grecia è il solo mezzo di cui si dispone per conservare la nostra civiltà.

Questo «danno» del pensiero, che ci ha dato il Rinascimento e tutta la cultura europea ed occidentale in genere, metteva esclusivamente l’uomo al centro, dando di fatto il via al depauperamento del Pianeta e delle sue risorse, senza veri e propri limiti.

Platone in filosofia, Paolo in religione, Leon Battista Alberti in architettura, Goethe in letteratura, attraverso i loro testi, tempereranno lo spirito degli uomini, rendendoli immuni alle malattie del presente.

Ecco quando Nicola Verlato descrive il luogo dove Francesco Papa, che officia a Roma, nel vuoto di una Piazza San Pietro deserta : “il vuoto in una tale pienezza di senso ritrovato. Le basi attiche delle immense semicolonne corinzie della facciata di San Pietro sono l’affermazione più potente possibile della radice Greca…………… L’immensa figura Bronzea del Bernini sullo sfondo annulla tempo e spazio e testimonia il potere dell’arte classica di piegare il tempo teleologico nel quale siamo gettati riportandolo alla sua origine ciclica dove tempi apparentemente lontani sono tutti compresenti, è solo durante tragiche evenienze come queste che possiamo carpire la possibilità di tornare ad essere nuovamente noi stessi.

Proprio questa ultima frase, che chiosa il pensiero di Verlato “carpire la possibilità di tornare ad essere nuovamente noi stessi”, disvela tutta l’erronea interpretazione, che continua in maniera virale, a distoglierci dalla nostra vera missione, essere umili complici asserviti al benessere planetario, e non dominatori assoluti del Pianeta, con il solo scopo di “mangiarcelo tutto fino all’osso”.

Non bisogna quindi, una volta finito tutto questo: “tornare ad essere nuovamente noi stessi”, ma semmai avere MEMORIA degli errori commessi, per migliaia di anni, dalla: “radice Greca” portata avanti fino alle estreme conseguenze, in ogni attività umana, architettura compresa.

Ricordare, avere MEMORIA, per cambiare. Quell’uomo vitruviano (matita e sanguigna su carta del 1490 all’Accademia di Venezia, a firma Leonardo da Vinci), al centro dell’universo mondo occidentale, vero e proprio LOGO della “radice Greca” è stato UN ERRORE PAZZESCO, non in grado di proteggerci adeguatamente da tutto questo, asservito a produrre soprattutto QUANTITÀ, per pochi, e non dare QUALITÀ per tutti, anche per gli ultimi. Bisogna fare altro ripartendo proprio da quel VIZIO iniziale, quel VIRUS PERVERSO, che la “classicità” ci ha trasmesso per millenni, e noi per comodità abbiamo sempre portato avanti. Un mondo di proporzioni geometriche/meccaniche, avulse dalla Natura. Bisogna tornare indietro, e pensare ad una visione sociale, economica, artistica, filosofica con la Natura planetaria al centro. Natura di cui l’uomo, con i suoi 7,7 miliardi di esemplari (https://bit.ly/2WS1v8o), è parte marginale, infatti gli esseri umani, costituiscono solo lo 0,01% della vita sulla Terra, ma abbiamo sterminato l’83% dei mammiferi selvatici. A dispetto del titolo di specie planetaria dominante, che l’uomo si è assegnato da solo, il nostro peso “fisico” è davvero scarso. In termini di biomassa i virus, ad esempio, hanno un peso combinato tre volte superiore a quello degli esseri umani, così come i vermi. I pesci pesano dodici volte di più mentre la biomassa dei funghi è duecento volte più grande (https://bit.ly/3bwdBs7) . L’antropocene, dopo il Covid19, deve definitivamente finire…..mutare…..evolvere…….. Magari prendendo esempio proprio dall’Enciclica “Laudato si” di Papa Francesco (https://bit.ly/3bFkK9H), ma non certamente da tutta quell’esibizione di simboli scultorei ed architettonici, intimamente legati alla RADICE GRECA, che “circondavano il luogo della preghiera”, costruendo l’immagine suadente, ingannevole e perversa del MARGINE di quel “vuoto”. Se cambiamento non ci sarà, tutte le decine di migliaia di morti che il Covid19 farà alla Specie umana, non avranno avuto senso, ma saranno semplicemente l’ennesimo sacrificio ad una maniera distorta di affrontare la vita degli uomini sulla Terra.

A quel punto potremo solo aspettare, che “l’ennesimo imprevisto” ci cancelli definitivamente dalla superficie terrestre.

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Credits – https://bit.ly/2WPt4zl

Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano, misura del Mondo, 1490 ca.

Matita ed inchiostro su carta. Gallerie dell’Accademia di Venezia

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

NATURA/ARTIFICIO


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Tulipa Flair, sul mio balcone

Esiste un legame strettissimo tra le malattie che stanno terrorizzando il Pianeta e le dimensioni epocali della perdita di natura. Molte delle malattie emergenti come Ebola, AIDS, SARS, influenza aviara, influenza suina e il nuovo coronavirus SARS-CoV-2 (COVID19) non sono catastrofi del tutto casuali, ma sono la conseguenza indiretta del nostro impatto sugli ecosistemi naturali.

 (WWF – https://bit.ly/2WGbo9n)

Bisogna essere consapevoli che l’emergenza COVID-19 è intimamente correlata alla drammatica crisi ambientale, conseguente un modello economico capitalistico, fondato sul prelievo illimitato di risorse dal Pianeta, il loro spreco e la produzione sempre maggiore di rifiuti.

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Rivestimento in piastrelle di ceramica e pietra, Uffici Enel in via Carducci a Milano, Giò Ponti (1952)

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

E’ tempo di morire


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SOPRA - Poltrona "Proust", Alessandro Mendini per Cappellini (1978)

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:

navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,

e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,

come lacrime nella pioggia.

È tempo di morire.»

Appena il tempo fa il suo inevitabile corso, come succede a tutte le cose ed agli esseri viventi in questa parte di Universo, subito in rete c’è come un’alzata di scudi, si tenta di resistere al tempo, ricordando, incensando il morituro. Mostrando immagini della sua esistenza terrena. Esibendo che lo si è conosciuto, che si è vissuto nella sua ombra, che si è “bevuto” alla sua fonte. Si perpetua così l’illusione di un tempo infinito, si cerca collettivamente di convincersi che “tutti quei momenti non vadano perduti…come lacrime nella pioggia”.

La morte moderna, ospedalizzata e tecnologica, ci è stata sottratta. L’esperienza della morte non appartiene piú, come la percepivamo una volta, agli eventi naturali della vita. Avremmo bisogno, come allora di fermarci a pensare, ed invece esorcizziamo con un’immaginetta e “quattro frasi”.

Se non ritorneremo, al più presto, a concepire la morte come una compagna quotidiana, finiremo per dimenticarci di essere vivi (distratti come siamo).

Morire sul colpo, è il nuovo sogno, la fine che ciascuno augura a se stesso. Prepararsi non serve, la morte agognata è una passata di spugna, rapida e indolore: sei qui e un minuto dopo non ci sei più. Se tutti dobbiamo morire, la speranza è di farlo senza accorgersene. Sparire.

Più che una soluzione, sembra una fuga, un “Final Cut” da una vita che scorre sempre più veloce. Siamo così impreparati di fronte alla morte che l’unica risposta che la nostra cultura ipertecnologica sa offrirci è fingere che non esista. Ma è una scommessa: in pochi avranno la fortuna di varcare la porta a occhi chiusi, con passo leggero e svelto. E gli altri, invece soffriranno da impazzire, agonizzeranno per giorni o anni.

Costruire, ognuno, nel corso del tempo della propria vita, una cultura della morte, che non sia dominio esclusivo della medicina né rimozione di un evento inevitabile. Costruire la “propria tomba” è l’unica strada possibile praticabile.

Eppure come scrive Renè Girard (Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi, Milano 1983) “È sempre con una tomba che si elabora la cultura. La tomba non è altro che il primo monumento umano eretto intorno alla vittima espiatoria, la culla primigenia delle significazioni, quella più elementare e fondamentale. Non c’è cultura senza tomba, non c’è tomba senza cultura: la tomba è al limite il primo e l’unico simbolo culturale.»

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

THE GAME


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Immagine tratta da Google Earth

Duemila partecipanti, tre giorni di lavoro ( 15, 16, 17 dicembre 2016 ), storie di contributi: si è chiusa così i tre giorni di workshop (“Dagli scali, la nuova città”) sul futuro degli scali ferroviari voluta da Sistemi Urbani, Società delle Ferrovie dello stato, e dal Comune di Milano. Officina molto CRITICA perchè svolto velocemente, sotto Natale, senza che i più, i meno dell’architettura milanese, possono dire la loro. “Una operazione poco democratica e falsamente condivisa e partecipata, anche nel metodo adottato, teso ad un accurato” pilotaggio “.

Il compito di disegnare gli scenari dei singoli scali e della Milano del futuro è poi spettato ai cinque architetti incaricati – Stefano Boeri, Francine Houben, Benedetta Tagliabue, Ma Yansong, Cino Zucchi – che hanno avuto tre mesi di tempo per proporre le loro idee per la città.

http://www.ioarch.it/milano_i_risultati_del_workshop_sugli_ex_scali-1750-0.html

Molto critico il mondo professionale milanese, che lamenta poca chiarezza “strategica per il futuro” in merito, da parte del Comune di Milano, e la totale sudditanza agli operatori privati

http://www.arcipelagomilano.org/archives/47303

Cino Zucchi (CZA) ha pensato alla proposta “verdeggiante” sottostante per lo scalo Farini (407.000 mq), presentata ad aprile 2017 , in occasione del Salone del Mobile.

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Di seguito trovi il link con tutti i progetti dei cinque “scenari” per la dismissione degli scali ferroviari milanesi, oltre 1 milione e 200 mila metri quadrati – http://www.abitare.it/it/habitat/urban-design/2017 / 05/21 / Milano-scali-ferroviari-architetti /

22 giugno 2017 , si ha l’approvazione dell’Accordo di Programma tra Comune di Milano e Ferrovie dello Stato sulla riqualificazione degli scali ferroviari.

https://www.ilsole24ore.com/art/casa/2018-07-24/coima-acquista-l-area-valtellina-dell-ex-scalo-farini-milano-131207.shtml?uuid=AEDdCZRF

Gennaio 2018, molti dei cittadini che risiedono nelle aree limitrofe agli scali ferroviari in oggetto, ricorrono al TAR per avere una riapertura delle osservazioni all’Accordo di Programma (AdP).

http://www.arcipelagomilano.org/archives/49069

A luglio 2018 Coima Sgr ha provato dal Fondo Olimpia Investimenti, gestito da Savills Im Sgr, l’area Farini Scalo / Valtellina, porzione strategica dello Scalo Farini adiacente a Porta Nuova, che rientra nel programma di riqualificazione urbana dei sette scali ferroviari promosso dal Comune di Milano e dalle Ferrovie dello Stato Italiane. L’area è stata acquisita attraverso il nuovo Fondo dedicato Coima Mistral. Sviluppato con progetti di coliving e housing student.

Coeguito la collaborazione con il Comune di Milano e le Ferrovie dello Stato Italiane si è trattato di un piano internazionale per selezionare lo studio di architettura che si occupa del piano di sviluppo delle linee guida dello Scalo Farini (407.000 mq) ».

Nell’operazione, Coima Sgr (Manfredi Catella) è stata assistita dagli studi per gli aspetti legali, per gli aspetti fiscali e giuridici.

https://www.ilsole24ore.com/art/casa/2018-07-24/coima-acquista-l-area-valtellina-dell-ex-scalo-farini-milano-131207.shtml?uuid=AEDdCZRF

Il 22 ottobre 2018 , FS Sistemi Urbani (Gruppo FS Italiane) e COIMA sgr (società leader in Italia nell’investimento, sviluppo e gestione di patrimoni immobiliari per conto di investitori istituzionali e domestici) hanno bandito il “Concorso Farini”, il concorso internazionale avente ad oggetto la redazione del Masterplan di rigenerazione degli scali ferroviari dismessi di Farini e San Cristoforo.

La prima fase, in forma palese, ha il fine di selezionare tra i candidati un numero di Gruppi di progettazione fino a cinque. Nomino in grado di “ricadere” nelle rigide griglie di selezione (economica, curriculare, ecc.) Già si sussurrano. Tutti gli altri professionisti STARANNO per l’ennesima volta A GUARDARE. A vedere mutare la loro città senza poter dire o proporre le loro idee.

La seconda fase, in forma anonima, ha il fine di selezionare, tra i Masterplan dei Gruppi di Progettazione partecipanti a questa fase, il progetto vincitore. Ai partecipanti selezionati che consegneranno il Masterplan sarà rilasciato un rimborso spese di 25.000 euro comprensivo di oneri e tasse.

Al vincitore verrà riconosciuto un importo pari a 50.000 euro, comprensivo di oneri e tasse , che includerà l’adeguamento / modifica del Masterplan presentato anche alla luce degli esiti del dibattito pubblico. Il “dibattito pubblico”, è ormai una strategia di falsa inclusione partecipativa dei cittadini, oltremodo soffocato dall’Amministrazione di Giuseppe Sala (vedasi operazione Navigli). MOLTO SERRATA (pubblicato da Bando pubblicato il 22 ottobre 2018, presentazione MOLTO SERRATA, Bando pubblicato il 22 ottobre 2018 delle candidature è il 23 novembre 2018. Non si dice nulla sulla seconda fase e la sua tempistica. 

http://www.arcipelagomilano.org/archives/51062

http://www.scalimilano.vision/concorso-scalo-farini/

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In questi giorni “settembrini”, a Milano e dintorni si fa un gran parlare degli sgomberi attuati dalle Forze dell’Ordine, nei confronti di occupanti di immobili privati ​​e non.

E’ assurto agli onori della cronaca locale e nazionale, lo sgombero avvenuto a Sesto San Giovanni. Infatti, l’edificio ex Alitalia alcuni anni fa era già stato oggetto di una lunga occupazione a fini residenziali (allora a Sesto imperversava il centrosinistra); gli stessi “estremisti di sinistra” di ALDO DICE 26X1, sono tornati a ri-occupare lo stesso immobile. Allora vennero sgomberati con la promessa che l’ex sede Alitalia doveva essere riqualificata immediatamente. Sono tornati ai primi di settembre di quest’anno, ed hoannotrovato l’immobile nelle stesse identiche condizioni in cui l’avevo lasciato. Dopo 48 ore, nel rispetto del “Decreto Salvini” sono stati fatti smammare.

https://www.ilgiorno.it/sesto/cronaca/occupazione-ex-alitalia-1.4138546

E ‘evidente che questo fenomeno, l’occupazione di edifici non occupati, è ormai molto diffuso nel milanese ed in tutta Italia. Solo nel Comune di Milano, sono circa 4.500 gli alloggi occupati abusivamente (pubblici e privati).

A fronte di una richiesta di alloggi popolari, che vede in lista oltre 25.700 richiedenti (in continuo aumento), esiste una produzione di alloggi popolari nuovi (a Milano) di circa 500 unità annue. Molti dei richiedenti in lista hanno fornito autocertificazioni “scorrette”.

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_giugno_28/milano-case-popolari-sono-irregolari-due-richieste-tre-ca6350cc-7a91-11e8-80d9-0ec4c8d0e802.shtml

numeri CodiceFonte immagine – https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_settembre_01/i-numeri-dell-emergenza-f3968b36-7006-11e6-acff-0ba0a2f56bad.shtml

Poi vi sono i numerosissimi alloggi non occupati che sono diventati oggetto di un vero e proprio “racket mafioso”, con affitti pagati alla malavita, nella totale illegalità.

http://baggio.milanotoday.it/san-siro/occupazione-sventata-via-civitali.html

Da non dimenticare che vi sono anche quelli che non hanno i requisiti per accedere all’assegnazione di alloggi popolari, anche qui i numeri parlano di circa 10.000 / 12.000 persone.

In altre città italiane la situazione è simile e / o peggiore.

E’ questa una storia, complicata e complessa, però in un Paese serio si fanno delle politiche di produzione di alloggi popolari pubblici, anche per calmierare un mercato ad arte “gonfiato” soprattutto a Milano. Fatto che spinge sempre più persone a risiedere nei comuni dell’Hinterland o addirittura nelle province contermini (e poi lavorare, studiare, consumare cultura a Milano); si svuota il centro di Milano come residenti, per farli aumentare nella provincia ed oltre. Ciò induce traffici automobilistici in continuo aumento, non essendo queste “delocalizzazioni forzate”, supportate da efficienti mezzi di trasporto pubblico.

E’ anche presente una situazione tipicamente milanese, dove chi è risiede a Milano, e che ha conquistato questa “posizione centrale” con costi e fatica, la città finisce ai confini comunali; l’esistenza della stessa Città Metropolitana (di cui Giuseppe Sala è sindaco ) non viene nemmeno presa in considerazione. Rammento, ad esempio, numerosi progetti elaborati a Milano, di piste ciclabili, tragicamente limitate al solo territorio comunale milanese, mentre a Copenaghen superano i 20 km. raggiungendo anche tutta l’area provinciale.

http://www.radiomontecarlo.net/news/extra/233225/a-copenaghen-troppe-bici-sulle-piste-in-arrivo-le-autostrade-ciclabili.html

Cosa fare? Bisognerebbe ragionare almeno ad una scala provinciale, istituendo attività, che non siano di semplice “rammendo” ma di vera e propria rigenerazione urbana: riqualificando i quartieri popolari di  Milano, ma “guardando” anche a quello che ci sta dietro, ai comuni limitrofi , alle aree dismesse. Riqualificando vecchi immobili soprattutto industriali (spesso ai confini tra i comuni) per trasformarli, in opportunità abitative. Costruire nuovi alloggi e servizi, parchi, piste ciclabili, ecc.. Dare spazio a tecnologie “leggere” come il legno e l’alta efficienza energetica, per prezzo e costi contenuti. Fare partnership con i privati, senza essere “proni a novanta gradi”, ma sta in grado di fissare precisi in merito alle politiche abitative presenti e future.

Ci immaginiamo un “Pensatoio Internazionale sull’Architettura e l’Urbanistica”, che, avendo al “centro” l’edilizia residenziale pubblica, non si occupi solo di problemi architettonici e urbanistici, della “qualità” urbana, ma si ponga anche obiettivi sociali.

Una “cosa” simile (ma diversa) all ‘IBA di Berlino – https://it.wikipedia.org/wiki/IBA_84 – coinvolgendo personalità e progettisti di alto profilo, in grado di produrre, nel corso di un tempo limitato e preciso (abbastanza lungo ma non troppo) idee, progetti ma anche di restituire un’idea di città, che al di là delle leggi e dei finanziamenti, non venire venire, meglio venire progettualità politica.

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Architettura della sparizione


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Jony Ive, il celebre direttore del design di Apple ha detto: «Abbiamo combinato due elementi fondamentali della piazza italiana: l’acqua e la pietra, aggiungendo un portale di vetro che crea un’esperienza multisensoriale per i visitatori che entrano nel negozio attraverso una fontana a cascata che sembra avvolgerli».

( video dello Store Apple di Milano – https://youtu.be/y8mUUQ2A-ao )

Potrebbero essere le parole dello stesso Sir Norman Foster, il progettista dell’Apple Store di Milano, che è stato aperto il 26 luglio 2018 a Milano, che ha fatto dell’acqua, del vetro e della pietra, l’essenza stessa di questo intervento “minimale”.

La stessa Apple, forma i propri dipendenti, imponendogli un codice di comportamento rigoroso (lavorare in Apple Store – https://bit.ly/2OlkyBy ) teso ad accogliere e mettere a completo agio la clientela, affinchè sia predisposta al meglio all’acquisto. L’architettura in tal senso gioca un ruolo fondamentale : deve essere presente, accogliente, ma essenziale, valorizzando al meglio il prodotto ed il logo.

L’appeal “tecnologico” che Foster mette sempre nella propria poetica espressiva, gioca qui un ruolo fondamentale teso a creare consenso nel pubblico di massa, ma anche negli addetti ai lavori : designer, programmatori, architetti, ecc. (per altro tutti acquirenti eccellenti, da sempre, dei prodotti Apple).

il vetro è l’attore principale di una “rappresentazione urbana”, tipicamente milanese, nella quale le dimensioni tecnica ed economica (spesi soldi a go-go, “sciallando” alla grande) del costruire hanno ormai preso il sopravvento sulle implicazioni sociali e culturali dell’architettura. Infatti se ai più può sembrare uno spazio pubblico riuscito, un recupero di un vuoto urbano (che vuoto già prima non era), in realtà è il luogo del consumo più bieco, sinergico anch’esso a “persuadere” con la sua eleganza, la sua “trasparenza” (presunta ma non effettiva – https://bit.ly/2vbPL10 ) e la sua accoglienza, all’acquisto di prodotti globali che vendono un logo di alta gamma (stra-costoso), più che cercare di produrre oggetti accessibili a tutti.

Non si privilegia il vuoto e la città, si aggiunge a Milano, l’ennesimo “spazio sacrale” del commercio. Uno spazio pieno di VITREA IMMATERIALITA, ma dove ogni giorno si sacrificano al Dio Denaro, i brandelli di una società che non sa più dove sta andando. Per avere in cambio oggetti costosi e di “durata limitata programmata” (https://bit.ly/2NOfAfm )……..insomma, per essere trattati come dei “polli in batteria” da spennare.

È proprio in questi casi che si configura un duplice tradimento dell’architettura di vetro cara a Scheerbart (https://bit.ly/2K12rxd ) ed a Mies van der Rohe. Il primo tradimento è quello perpetrato dall’architettura di vetro nei confronti della città da parte di questa architettura. Nell’Apple Store Milano, è difficile riconoscere i VERI paradigmi della trasparenza, dell’onestà, del rigore, della sobrietà, dell’essenzialità, dell’apertura nei confronti del contesto socio-economico reale contemporaneo e darne un’interpretazione anche critica; che proprio dal vetro e da ciò che rappresenta attendevano una risposta.

Il secondo tradimento è quello che l’architettura di vetro ha subito da parte di una progettualità fosteriana che in questi casi sembra più tesa all’operatività che disposta a riflettere sul senso del proprio agire e del proprio essere nella società mondiale (e milanese). Una progettualità ormai lontana da quell’impegno civile che caratterizzava il pensare all’architettura dell’avanguardia del Novecento e che riconosceva nel vetro e nella sua trasparenza una grande opportunità per DISVELARE ciò che i muri di pietra e mattoni nascondevano.

Un intervento riuscito, quello dell’Apple Store di Milano, una vera e propria ARCHITETTURA  SERVA dei potentati economico/tecnologici oggi al potere. Interventi di cui Milano, capitale economica (presunta e sopravvalutata) di una nazione che sta andando a ramengo tra : xenofobi, razzisti, incapaci, quaquaraquà, ecc., si sta ormai purtroppo riempiendo (più che svuotando).

Ed intanto molti architetti hanno “occhi che non vedono”…….rispetto a quello che sta avvenendo, anche loro raggirati e persuasi da questi VUOTI……..pieni di schifezze trasparenti.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Con – gresso


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La “mission” di questo Ottavo Congresso degli architetti, sembra IMPOSSIBLE, e forse lo è per davvero : “ offrire un significativo contributo al dibattito sul futuro dell’abitare, delle città e dei territori, proponendo un nuovo paradigma della qualità della vita urbana, ripensandone il modello. Una città, quella a cui pensano gli architetti italiani, che diventi sempre più un luogo desiderabile dove vivere, lavorare, incontrarsi, formarsi, conoscere e divertirsi: un luogo attrattivo, dunque, da tutti i punti di vista …..E poi c’è il tema dell’elaborazione di un – Disegno di Legge per la tutela dell’architettura – ”.

Oggi non sembra possibile dare una risposta che abbia un senso, una coerenza, a questo quesito plurimo. Sembra più comodo, come ormai sta succedendo da un pò di anni a questa parte, affidarsi, sia in architettura che nell’urbanistica, alla “verzura” alla “pelle” degli edifici, creando, di fatto, una solitudine architettonica di architetture “isolate” ed autoreferenziali, che costituiscono continue eccezioni, continue “invenzioni” che non costruiscono più le strade, le piazze, che sono l’anima storica stessa della socialità cittadina italiana (come ha detto di recente lo stesso Jacques Herzog in una conferenza alla Feltrinelli per MILANO ARCH-WEEK 2018).

Oggi nei PGT e nei PRG, è il verde, la piantumazione di alberi (Milano nell’aggiornamento del PGT prevede di insediare in città decine di migliaia di nuovi alberi), che va per la maggiore, e non l’architettura (quella “buona” con la “A” maiuscola). Si rifugge dall’architettura piuttosto che creare le condizioni per una dimensione urbana più umanamente sostenibile che suggerisca una nuova maniera di “abitare” le città 2.0.

I temi delle città oggi sono : l’insicurezza (più percepita che effettiva), la crescente diversità sociale (pochi ricchissimi, e tanti quasi alla soglia di povertà) e le questioni di convivenza (giovani/anziani, italiani/immigrati), i diritti delle minoranze, l’accesso ai servizi, l’avanzamento del digitale (e della nascente robotica), l’infrastruttura tecnologica (rete, mobilità, ecc.) e la dimensione immateriale del futuro urbano; le soluzioni sembrano legate esclusivamente all’architettura sostenibile e agli approcci resilienti “a base di verde”, per una progettazione urbana, che viene “spacciata” in alleanza con la natura (ma che così inevitabilmente non è).

Il Verde nei Piani di Governo del Territorio, nei P.R.G., serve come “Cavallo di Troia” per immettere in città sempre più caotiche ed inquinate (come ad esempio Milano, la città dove lavoro), altra superficie lorda di pavimento (SLP) e nuovi residenti, con il loro traffico conseguente (che uccidono con le micropolveri sottili) e la congestione dei servizi. Un esempio emblematico la dismissione gli scali ferroviari milanesi, dove il miraggio di parchi verdi sul modello di “Central Park a New York” è la caramellina per fare “digerire” ai milanesi milioni e milioni di metri cubi. Sempre più spesso chi amministra è “prigioniero senziente” di logiche immobiliari trasnazionali (fondi arabi, ecc., fondi cinesi si stanno comprando le nostre metropoli e gli edifici più significativi). Gli architetti e gli urbanisti sono prigionieri e “complici” anche di logiche mediatiche tese a conseguire attraverso la progettazione “verde”, il consenso dei cittadini, ad un continuo consumo di suolo. C’è chi si oppone a mere logiche di consumo di suolo senza qualità ( https://bit.ly/2ME55uF ), c’è chi invece inneggia ad una continua crescita dell’edilizia fine a se stessa anche quando gli alloggi vuoti raggiungono numeri ragguardevoli ( solo a Milano oltre 70 mila alloggi vuoti – https://bit.ly/2lJOPwJ ).

Il dibattito tra gli architetti in merito si fa acceso, ed anche generazionalmente divisivo, da una parte gli architetti anziani, che cercano una liaison una “connessione” con la storia delle città, per ottenere un governo del territorio più coerente con il passato, magari a piccoli gradi. Dall’altra gli architetti più giovani, dove la storia, la “memoria” è solo un peso a cui soggiacere per giustificare qualunque soluzione possibile per una città a dimensione degli immobiliaristi. L’equazione SLP = LAVORO, in particolare modo a Milano è quanto mai vera, visto che la metropoli lombarda è in un certo senso, considerata dai più lo “Stargate” per l’Europa, degli italiani. Ciò fa si che la popolazione giovanile di Milano, ed anche quella degli architetti (immigrati da ogni parte d’Italia), sia in continuo aumento e che necessita di una risposta abitativa e di servizi sempre più marcata ed impellente ( https://bit.ly/2z5VgUy ).

L’utopia di una città ecologicamente sostenibile fatta di tecnologie (costose) meno impattanti : auto elettriche o ibride, mezzi di trasporto elettrici, impianti di riscaldamento ad emissioni zero (pompe di calore. Impianti fotovoltaici, ecc.) sembra difficile da raggiungere vista la situazione economica italiana ed il continuo aumento della popolazione non in grado di avere un reddito in grado di sostenerla ( https://bit.ly/2MCIkas ).

Bisogna come architetti, reagire alle affermazioni che tendono, con troppa facilità, a rendere come ineluttabile il diffondersi delle nuove tecnologie applicate alla città, rendendo le strutture morfologiche, spaziali e architettoniche sempre vetuste (e sempre più velocemente)  perchè “non fluide”, mentre per i progettisti “di qualità” rappresentano un patrimonio e una costante di valore insostituibile. Come architetti e progettisti abbiamo difficoltà a pensare che la città 2.0 (o 4.0), destinata ad azzerare gli storici spazi urbani, possa rappresentare un riferimento valido in senso generale anche se le nuove tecnologie (computer portatili, smartphone, ecc.), possono contribuire, con facilità, a rendere più accessibile, fruibile e godibile la città storica.

La formazione universitaria degli architetti d’altronde, dopo anni di crescita segna il passo, sia al sud che al nord ( https://bit.ly/2NeTe7fhttps://bit.ly/2IFL8kQ ), una eccessiva liberalizzazione della professione ha fatto si che i numeri dei professionisti architetti in Italia, siano “ai confini della realtà” ( https://bit.ly/1QEtfSG ).

E’ un pericoloso “mix esplosivo” che accomuna la Scuola di Siracusa ad un trend nazionale ed anche internazionale di gettonate Accademie, in odor di crisi d’iscrizioni. S’impone una importante riflessione che travalichi il contesto locale.

La liberalizzazione delle parcelle aggiunge ulteriore mancanza di qualità all’azione professionale ( https://bit.ly/2tVY2We ).

Mentre gli ordini cosa fanno ? Quando va bene , ce la “cantiamo e ce la suoniamo” tra di noi architetti, oggi più che mai con l’obbligo dei crediti formativi, chiusi nelle aule degli ordini professionali (che così hanno trovato un motivo per continuare ad esistere), ed i webinar on-line. Vi è uno scollamento tra l’idea che hanno gli italiani degli architetti (mangiasoldi ad ufo ed incompetenti) ed una professione che, nel Paese della “Grande Bellezza”, dovrebbe essere al centro di una riflessione sociale complessiva su: paesaggio, architettura, ripristino del territorio dal punto di vista idrogeologico, turismo, mobilità, futuro, ecc.. Bisognerebbe iniziare a diffondere (a tutti e per tutti : nelle scuole d’obbligo, agli anziani, ecc.), un sapere disciplinare che troppo spesso è legato solamente ai nomi di un paio di archistar (Renzo Piano, Massimiliano Fuksas….) o alle storielle mediatiche di Alberto Angela sulle architetture del passato. Bisogna ritornare a raccontare, noi architetti, l’architettura ed il paesaggio italiano alla gente comune, in maniera chiara e comprensibile, spiegando il legame indissolubile con una delle professioni più belle al mondo, quando gli è consentito di “dispiegare le ali”.

Non sarà certo una “Legge di tutela della architettura” (e della professione dell’architetto), l’ennesima legge italiana nel coacervo di eccesso di legislazione attualmente vigente, a fare si, che l’architettura (la buona architettura, i bravi architetti, ed anche il buon paesaggio) torni in Italia ad essere un bene comune dal punto di vista culturale, sociale ed economico. Prima c’è molto da fare proprio da parte nostra (di noi architetti) e soprattutto all’interno della nostra professione !

Sesto San Giovanni, 1 luglio 2018

Dario Sironi

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Mille e non più mille.


1 IL PRINCIPIO Consumo di suolo: i dati%%%

Sto seguendo con le operazioni di revisione del PGT di Milano (governata dal centrosinistra), visto che contemporaneamente anche a Sesto San Giovanni sta attuando la stessa procedura.

Milano (Sala e soci) sta attuando, la solita messa in scena, della presunta partecipazione, attraverso una serie di appuntamenti / convegni (alla Triennale il 19 di maggio vi è stato il primo – http://www.triennale.org/evento / milano-2030 / ) per riflettere sulla città e raccogliere eventuali istanze. Sesto San Giovanni invece ha optato per raccogliere con un format i suggerimenti dei Cittadini e dalle associazioni (c’è tempo fino al 19 agosto – http://www.sestosg.net/sportelli/sestoprogetta/pgt/ ).

Milano è più avanti, Sesto San Giovanni sta iniziando ora, ma le procedure “partecipative” sono completamente diverse. Milano come Sesto immagina (probabilmente) di incrementare, nei prossimi decenni, la propria popolazione, sia giovanile, che anziana. Aumentare la dotazione di verde pubblico pro capite, ridurre l’inquinamento dell’aria, ed il consumo di suolo.

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L’aspetto che colpisce è l’assenza di confronto con la dimensione metropolitana di ambedue le revisioni in atto dei PGT, inteso come strumento di controllo e indirizzo dello sviluppo del territorio che dovrebbe intendersi “allargato”, e che invece è rigorosamente contenuto nei limiti comunali : sia nel PGT di Milano (città guida dell’Area metropolitana) che di Sesto.

Ormai è acclarato il fallimento dell’istituzione della “Città Metropolitana” seguito alla Legge Del Rio. Ambedue i PGT “finiranno” l’analisi e le previsioni ai loro confini, come ad esempio per quanto concerne il traffico viabilistico.

Il dialogo fra le amministrazioni dell’hinterland e il capoluogo, tanto faticosamente tenuto in vita del PIM (piano intercomunale milanese), si è completamente dissolto, per essere sostituito da un clima di contrapposizione, che si riflette in maniera pesante sulle scelte di contenuto dei PGT.

La situazione è paradossale, quasi surreale, se si considera che, simultaneamente, sono in corso di revisione, sia il PGT di Milano, che il PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale) dell’ex Provincia, ora “Città Metropolitana”. Un “buttar via soldi”, in cui noi italiani non ci supera nessuno.

Ambedue i PGT sembrano, nelle prime istanze, puntare sul verde, sul contenimento del consumo di suolo. Milano ambisce ad un’opera di riforestazione urbana (sponsor Boeri Stefano) piantumando decine di migliaia di nuovi alberi; Sesto San Giovanni presumibilmente punterà tutto sull’ex parco delle Ex Aree Falck, che nel corso degli anni sta diventando sempre più “ristretto”.

Milano si gioca anche la carta degli ex scali ferroviari, dove il verde (è sia reale che “colorato” – http://www.abitare.it/it/habitat/urban-design/2017/05/21/milano-scali- ferroviari-architetti / ) serve a camuffare un costruito a volte eccessivo e strumentale. Stessa sorte per la riapertura dei Navigli, anche qui si cerca il consenso popolare, condividendo un più non posso ( http://www.milanotoday.it/attualita/navigli-dibattito-pubblico.html ).

Ne vedremo delle belle! Rimanete sintonizzati.

LA VISIONE.  Una città vivibile mq / ab, 5.  mq / ab mq / ab parchi.  parchi.  parchi.

 

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Il Bidello dell’architettura


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Parecchi anni fa, negli anni Ottanta del Novecento, all’Istituto Universitario di Venezia (IUAV) esisteva una figura nota a tutti, un bidello, una specie di factotum, che aveva acquisito fama e notorietà, anche perchè portava degli occhiali identici a quelli di Le Corbusier.

Si trattava del capo bidello, il cui tavolino era collocato nell’atrio del corridoio. Costui era considerato una sorta di “segretario generale”, di “super-bidello” della facoltà; anche perchè sapeva sempre tutto e di tutti. Nonostante le numerose mansioni che svolgeva, spesso al di fuori del proprio ruolo, quasi confondendosi con la docenza e la gestione universitaria; nonostante i numerosi “svarioni” a cui era avvezzo; nonostante le fandonie che spesso raccontava travisando la realtà, ai più risultava “simpatico”. Un male necessario ed indispensabile. Nel corso del tempo era divenuto quasi una potenza, o perlomeno così gli piaceva far credere.

Questo suo fare, intrallazone ed ai limiti della liceità, lo portò ad essere parte attiva in una vicenda di esami di stato truccati, che nel 1985 lo condusse agli arresti.

Una losca tresca tra docenti, personale della segreteria, bidelli di cui ci resoconta con dotta sapienza, Roberto Bianchin, in un’articolo della Repubblica del 27 novembre 1985.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/11/27/architettura-arrestato-un-docente.html

 

 

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