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WYSS



L’ampliamento della Beyeler Foundation a Rehien (Basilea), progettato da Peter Zumthor, inaugurato il 26 settembre 2026, è stato dedicato, nel suo edificio principale (un museo di arte contemporanea), ad Hansjörg Wyss (L’imprenditore e uomo d’affari svizzero Wyss è soprattutto un filantropo nel campo della protezione ambientale e della scienza. Non contento di essere una delle persone più ricche del mondo, con una fortuna stimata di sei miliardi di dollari nel 2021 secondo Forbes, è anche una delle più generose. I suoi finanziamenti sono dedicati soprattutto a chi si impegna per salvare il pianeta ed all’arte).



È raro che un museo riesca a trasmettere una netta sensazione di grande accoglienza ed empatia. Proprio alle spalle del ristorante della Beyeler Foundation, ospitato in uno degli edifici storici, un padiglione (Ammann Pavillon, tutto in legno – dedicato ai celebri galleristi e mercanti d’arte svizzeri Thomas e Doris Ammann) apre le sue porte verso l’esterno, accogliendo i visitatori.



Caratterizzato da un interno in legno di ciliegio e pero, articolato in una successione di gradini, l’edificio a livello del terreno offre una protezione accogliente sia dal sole sia dalla pioggia. Non ci sono biglietti d’ingresso, ne è necessario acquistare nulla: tutti sono invitati a entrare, sedersi sulle sedie e sui cuscini e lasciare che lo sguardo si posi sul panorama, e soprattutto sulle presenze arboree che contornano il Central Garten. Un verde incorniciato dalle ampie finestre a tutta altezza.

Realizzato in vetro e legno, il nuovo padiglione Ammann assume un ruolo centrale e di connessione all’interno del nuovo complesso. Come l’edificio destinato alla logistica delle opere d’arte e il museo, è stato progettato da Peter Zumthor.





Guardando verso l’esterno, si possono ammirare la parte storica del complesso, un ampio parco con alberi annosi, prati e sculture, e il celebre edificio museale progettato da Renzo Piano (progettato tra il 1991 ed il 1994 e costruito tra il 1994 ed il 1997, con l’inaugurazione ufficiale avvenuta nell’ottobre del 1997), con il suo tetto in vetro che sembra quasi galleggiare sopra la pietra di porfido rosso.

Fin dall’inizio, l’identità del museo è stata plasmata da un approccio unitario che integra arte, architettura e natura, dando vita a un’esperienza di visita unica, molto apprezzata dal pubblico (A oggi, più di 10 milioni di persone hanno visitato la Fondazione Beyeler, la metà delle quali provenienti dall’estero).

Non è un caso che Ernst Beyeler, quando nel 1997 commissionò a Renzo Piano il progetto del museo, immaginasse un edificio aperto verso l’esterno, dotato di una grande serra affacciata sulla riserva naturale adiacente e sui dolci pendii del Tüllinger Berg (Tüllinger Hügel, in svizzera, è una montagna alta 460,20 metri sul livello del mare, tra Germania, Francia e Svizzera e che costituisce confine naturale tra queste nazioni – Si veda immagine sottostante ).






Spostando lo sguardo, si percepisce il nuovo edificio in legno destinato alla logistica delle opere d’arte; si scorge inoltre il nuovo edificio museale, caratterizzato da una facciata in calcestruzzo gettato in opera, di un delicato beige, realizzato con un calcestruzzo con inerti di pietra calcarea giallastra proveniente dal Giura.



Ci sono voluti oltre dieci anni dalle prime riunioni, fino al completamento dei tre nuovi edifici. E’ arcinoto che l’architetto di Haldenstein (Zumthor) ha dei tempi di decantazione degli input progettuali “biblici”. Per la loro costruzione sono stati raccolti oltre 120 milioni di franchi svizzeri e numerosi finanziamenti di privati, ed anche per questi ci sono voluti parecchi anni.




Gli edifici progettati da Zumthor rispondono con eccezionale sensibilità alla scala intima e ridotta del contesto quasi ad integrarsi in un piccolo villaggio; inoltre essi esprimono un’identità precisa attraverso i materiali e le magnifiche forme architettoniche, soddisfacendo con rigore alle esigenze delle rispettive funzioni.

Poiché la Torhaus, che ospita le strutture per la logistica delle opere d’arte, si protende leggermente verso il Bachtelenweg, un percorso che in precedenza segnava il confine della proprietà della Fondazione Beyeler con i tre nuovi edifici, formano nel loro insieme una sorta di piazzale antistante.


Al parco della parte della Fondazione Beyeler progettata da Renzo Piano

Entrambi i parchi furono progettati secondo lo stile del giardino paesaggistico inglese dall’architetto paesaggista Jean-François Caillat, all’inizio del XIX secolo, conferendo loro un senso di unità.

Ciò che li distingue, tuttavia, è l’atmosfera più selvaggia e romantica, quasi incantata, del parco recentemente aperto.

I due stagni di ninfee già presenti nella proprietà della Fondazione Beyeler sono ora affiancati da un terzo stagno, più maturo e consolidato, attraversato da un nuovo e delicato ponticello ispirato al giardino di Claude Monet a Giverny.


SOPRA – Le Nymphéas (Claude Monet, 1916–1919), Museo Wyss


L’architetto paesaggista Günther Vogt ha integrato due aree verdi piantumate in modo così armonioso che sembrano essere sempre esistite. L’antica serra per gli agrumi è stata restaurata non soltanto per ospitare piante capaci di resistere a un clima in evoluzione, ma anche per accogliere una nuova figura curatoriale dedicata al rapporto tra arte e botanica.

Il compito del curatore consiste nel censire le piante presenti nei parchi, monitorare e promuovere la biodiversità e collaborare con artisti il cui lavoro si concentra sulla natura. Tra gli altri progetti, sarà ricreato all’interno del museo il giardino originariamente concepito da Peter Fischli e David Weiss a Münster nel 1997.

SOPRA – Immagine zenitale tratta da Google Earth, dei due parchi

Peter Zumthor ha progettato il nuovo edificio museale in funzione degli alberi maturi già presenti nel parco. Grazie alle rientranze angolate, la sua pianta a forma di Y preserva nel nuovo giardino lo spazio necessario per un ginkgo centenario, oltre che per una sequoia e un gruppo di platani.






Il Wyss Museum, è un altro “colpo architettonico magistrale ” di Peter Zumthor. L’ampliamento della Fondation Beyeler, riesce a fare distrarre gli utenti dai quadri di : Magritte, Max Ernst, Picasso, ecc. (e chi più ne ha ne metta)…..tutti ad ammirare e fotografare il meraviglioso foliage autunnale della natura circostante, inquadrato dalle sapienti aperture vetrate. Un colpo di maestria. E’ la MAGIA DELLA GRANDE ARCHITETTURA, quella vera, umana, fatta al tavolo da disegno, riga e squadra, sulla carta velina, senza gli artefici dei render e le illusioni delle “intelligenze artificiali”.

Un’ultima annotazione, deve riguardare la tipologia dei controsoffitti adottati dal “Mago svizzero”: il soffitto del Wyss Museum, a Riehen, è realizzato con un materiale a base di pietra calcarea del Giura.



La scelta, sicuramente costosa, è coerente con la concezione architettonica dell’edificio: utilizzare la pietra locale in diverse forme, dalla facciata in calcestruzzo battuto ai pavimenti in terrazzo, fino alle finiture interne. La materia crea così una continuità percettiva tra le diverse parti del museo.

Come spiegò l’architetto all’inizio del progetto, l’edificio museale è concepito per emergere dal terreno come un monolite, analogamente alle formazioni rocciose che si intravedono qua e là nelle foreste della regione del Giura.

SOPRA – Il terrazzo alla veneziana in pietra calcarea del Giura, per tutte le pavimentazioni del museo



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Palazzo Pignano



Palazzo Pignano si colloca nel Cremasco occidentale, nella pianura irrigua lombarda, tra Crema e il territorio lodigiano. Il comune, di circa 8 chilometri quadrati, comprende il capoluogo e le frazioni di Scannabue, Cascine Gandini e Cascine Capri; il territorio conserva ancora una forte impronta agricola, nonostante la presenza di insediamenti residenziali e produttivi più recenti.

Il carattere più significativo è quello della pianura agricola irrigua: campi coltivati, rogge, fontanili, filari e strade rurali costruiscono un paesaggio prevalentemente orizzontale, nel quale gli insediamenti rurali emergono come episodi compatti. I fontanili, alimentati dalla falda superficiale tipica della pianura padana, hanno avuto storicamente un ruolo fondamentale nell’irrigazione e nell’allevamento e costituiscono ancora oggi elementi ecologici importanti.

La struttura insediativa è caratterizzata dalla presenza diffusa di cascine e nuclei rurali, testimonianza dell’organizzazione agricola tradizionale cremasca. Il Comune stesso segnala la presenza di numerose cascine e insediamenti agricoli distribuiti nel territorio.

Particolarmente significativo è il sistema di Scannabue e delle Cascine Gandini e Capri, antichi piccoli borghi agricoli che hanno mantenuto nel toponimo stesso la memoria della loro origine rurale.

Tra gli edifici censiti come patrimonio storico figura, ad esempio, la Cascina Gandini, datata dalla Soprintendenza alla prima metà dell’Ottocento (1832-1852) e attribuita alle maestranze lombarde.


Un elemento particolarmente interessante è il rapporto tra cascina, campagna e sistema delle acque: la cascina tradizionale non è semplicemente un edificio isolato, ma il centro di un’organizzazione produttiva costituita da corti, stalle, fienili, abitazioni coloniche, campi e rete irrigua.

In questo senso, il paesaggio di Palazzo Pignano può essere letto come un paesaggio agricolo storico stratificato, nel quale la presenza delle cascine, la rete dei corsi d’acqua e dei fontanili e la geometria dei campi costituiscono ancora oggi una struttura territoriale riconoscibile.

Un ulteriore elemento di profondità storica è rappresentato dalla villa romana tardoantica di Palazzo Pignano: la sua pars rustica comprendeva già magazzini e ambienti destinati allo stoccaggio e all’essiccazione dei prodotti agricoli, mostrando come la relazione fra insediamento e produzione agricola abbia radici molto antiche.

In sintesi: il territorio di Palazzo Pignano–Scannabue è interessante soprattutto come paesaggio della cascina lombarda, dove acqua, agricoltura, insediamenti rurali e infrastrutture storiche formano un sistema ancora leggibile, sebbene sottoposto alle trasformazioni contemporanee.





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LANDBRUCKSKVARTALET



Grønland è uno dei quartieri più vivaci, multiculturali e convenienti di Oslo, situato a pochi passi dalla Stazione Centrale (Oslo S). Fa parte del più ampio distretto di Gamle Oslo, che conta circa 63.700 abitanti.

È celebre per gli autentici mercati di frutta e verdura, i negozi di spezie, l’eccellente street food internazionale (come il leggendario Punjab Tandoori) e i locali alla moda disposti lungo il fiume Akerselva.

Oggi il quartiere è in profonda trasformazione e riqualificazione : residenza, uffici, negozi, ecc.




Ad eseguire il progetto di rigenerazione urbana è una delle stelle nascenti dell’architettura internazionale, è lo studio Helen & Hard. Con la loro enfasi sulla comunità, la sostenibilità e l’uso predominante del legno, non solo cercano di rinnovare l’architettura in sé, ma anche il nostro modo di vivere. Per essere partecipi, anche nell’edilizia, della salvaguardia dell’ecosistema planetario “. Dichiarano:

“Crediamo fermamente nella comunità.”

“Il legno può unire il semplice e il sublime.”

SOTTO ALCUNE IMMAGINI DELL’INTERVENTO TRATTE DAL SITO DEGLI ARCHITETTI – HELEN & HARD



Helen & Hard, progettisti del primo edificio in costruzione, sono un rinomato studio di architettura norvegese, con sedi a Stavanger e Oslo, fondato nel 1996 dall’architetto norvegese Siv Helene Stangeland e dall’austriaco Reinhard Kropf. Lo studio è celebre a livello internazionale per l’impiego pionieristico di strutture in legno massiccio, l’approccio ecosostenibile e la progettazione partecipata. La struttura dei pilastri in corso di realizzazione è completamente in legno massiccio e lamellare, consentendo così un ingente risparmio di CO2, calcestruzzo/acciaio. Infatti questi sono tra i principale colpevoli di quel 40% medio europeo di immissione di Anidride Carbonica nell’atmosfera terrestre, ormai ampiamente acclarato (IPCC).






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DEICHMANN


A Carl Deichman, è intitolata la principale biblioteca pubblica di Oslo; egli visse nel XVIII secolo (https://deichman.no/historien), fu un uomo d’affari, cancelliere e collezionista di libri, residente a Porsgrunn (città della contea di Telemark in Norvegia, a sud-ovest di Oslo).

Nel corso della sua vita, Deichman ha collezionato oltre 6.000 libri (6.069 libri e 261 manoscritti).

Nel 1780, lasciò in eredità la sua collezione di libri alla città di Christiania (antico nome della città di Oslo). Desiderava che gli abitanti della città potessero finalmente avere la loro prima biblioteca pubblica.

La nuova biblioteca centrale Deichman Bjørvika a Oslo è stata progettata dagli studi norvegesi Atelier Oslo (https://atelieroslo.no/project/deichman#129) e Lund Hagem (https://www.lundhagem.no/work/deichman-library?view=all). Hanno vinto il concorso internazionale nel 2009. L’edificio, completato nel 2020, si distingue per un’architettura aperta e dinamica con un’ampia facciata a sbalzo, lucernari sul tetto e interni inondati di luce.

Deichman Bjørvika è pensata come luogo di incontro per la città: uno spazio sviluppato in verticale, attorno alla grande corte coperta centrale, dove la luce diventa protagonista. Comode scale mobili ed elevatori relazionano i vari piani.

Bjørvika è un quartiere nel distretto Sentrum di Oslo, in Norvegia. L’area è un’insenatura nell’Oslofjord interno, situata tra Gamlebyen e la Fortezza di Akershus. Serve come sbocco per il fiume Akerselva. Dagli anni 2000 è in fase di riqualificazione urbanistica, trasformandosi da porto container, in centro culturale: Opera/Ballett, Biblioteca centrale Deichmann, Museo Munch, ecc..

La biblioteca centrale di Oslo (Deichman Bjørvika) può ospitare e mettere a disposizione per la consultazione circa 450.000 libri, più video, dischi, ecc.. Questo patrimonio è distribuito su tre grandi torri interne, all’interno di una struttura all’avanguardia che ospita anche cinema e laboratori.

Attualmente la Biblioteca impiega oltre 300 persone e ha oltre 20 filiali in tutta la città. Uno dei libri più preziosi contenuti nella collezione della biblioteca è la bibbia Vulgata di Aslak Bolt, rarissimo ed unico manoscritto liturgico conservato della Norvegia di epoca medievale. Si valuta che il libro sia stato scritto intorno al 1250.

Deichman Bjørvika è un edificio ecocompatibile e sostenibile con soluzioni innovative per la facciata, la ventilazione e l’utilizzo dei materiali. È costruito secondo gli standard delle case passive più rigorosi.


















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Ritorno ai laghi Ritom



Si sale con una delle funicolari piu’ pendenti al Mondo ( https://www.ritom.ch/funicolare/ ), dalla centrale idroelettrica Ritom, circa 1000 mslm, di Piotta, ai 1789 metri sul livello del mare di Piora (Vicino al Bar – La Tana del Lupo). I Laghi del Ritom, sono poco più in là, raggiungibili con una comoda strada asfaltata, fino al Rifugio laghi Ritom ( https://lagoritom.ch/ ), da dove si dipanano numerosi sentieri, con varie difficoltà.

Da quì si entra nel cuore della Val Piora, che rappresenta insieme ai suoi laghi, uno dei paesaggi alpini più affascinanti della Svizzera. Circondati da pascoli d’alta quota, boschi di larici e imponenti cime granitiche, questi specchi d’acqua di origine glaciale colpiscono per le intense sfumature turchesi e smeraldo, che cambiano con la luce e le stagioni. Il Lago Ritom, insieme ai vicini Lago di Tom e Lago Cadagno, forma un mosaico di laghi alpini immersi in un ambiente di straordinaria naturalità, spesso definito il “paradiso dei laghi alpini”. La quiete del luogo, la ricchezza della flora e della fauna e l’ampiezza degli orizzonti rendono la Val Piora una meta di rara bellezza, capace di coniugare spettacolarità paesaggistica e autenticità.











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CAFFETTO



Villa Caffetto a Calcinate (Bs) in via Branca, progettata e realizzata tra il 1972 ed il 1974 dall’architetto Fausto Bontempi (1935/2025) per l’artista Claudio Caffetto (1942/2022), è una delle più significative architetture residenziali sperimentali “brutaliste” del secondo Novecento italiano.

L’edificio ha una dimensione “Hollywoodiana”, un’astronave nel piccolo paese di Calcinate. Caffetto è anche intervenuto direttamente negli arredi avendo una competenza familiare in merito. All’interno della zona giorno della villa, i divani e i tavolini da caffè – disegnati dallo stesso Caffetto – sono storicamente accostati e illuminati dalla lampada Alba, un’icona del design d’illuminazione prodotta da Guzzini negli anni Settanta e progettata dai designer Ermanno Lampa e Sergio Brazzoli.

L’edificio sviluppa una composizione plastica in calcestruzzo armato a vista, legno e vetro, articolata su più livelli sfalsati che seguono la morfologia della collina, annullando la distinzione tra organismo costruito e paesaggio.

La poetica è palesemente legata alle architetture di Carlo Scarpa (maestro allo IUAV di Bontempi, soprattutto a Villa Ottolenghi a Bardolino), con citazioni di Vittoriano Viganò (Casa La scala, detta anche Villa Bloc a San Felice del Benaco), e Frank Lloyd Wright (Praire House) soprattutto nei dettagli e nei materiali.

Il progetto adotta una pianta libera, percorsi spaziali non gerarchici, lucernari zenitali e grandi superfici vetrate che costruiscono una sequenza percettiva continua tra interno ed esterno. Il parco in tal senso svolge una funzione fondamentale, ogni pianta è collocata per essere vista ed apprezzata dall’interno. La residenza integra fin dall’origine funzioni abitative ed espositive, configurandosi come una vera e propria casa-museo-studio d’artista, in cui la struttura, la luce, il giardino, i materiali assieme alle opere d’arte costituiscono un unico sistema paesaggistico architettonico interno/esterno.

Oggi i proventi della vendita dei quadri e delle sculture di Claudio Caffetto, in aste periodiche, contribuiscono al mantenimento della Villa e del suo patrimonio. Garantendone l’apertura al pubblico e la manutenzione.












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I materiali e la luce.


Nell’anno 1956 Carlo Scarpa è insignito del prestigioso premio Olivetti per l’Architettura. In quel periodo l’architetto veneziano era impegnato, oltre agli interventi a Ca’ Foscari, ad alcuni allestimenti espositivi. Carlo Scarpa aveva appena concluso la realizzazione di palazzo Abatellis a Palermo ed il padiglione del Venezuela ai Giardini della Biennale. Soprattutto era impegnato nella conclusione di quel capolavoro di luce che è la Gipsoteca canoviana a Possagno.
Nel 1957 Carlo Scarpa viene incaricato, direttamente da Adriano Olivetti, della progettazione del nuovo negozio in piazza San Marco. Olivetti intende realizzare una vetrina per esibire il lavoro della impresa di famiglia in Italia.

Piccolo invaso d’acqua con scultura “Nudo al sole” di Alberto Viani

Lo spazio individuato si trova in un punto privilegiato sotto i portici delle Procuratie Vecchie all’angolo con il sotto-portego e la corte del Cavalletto, in piazza San Marco.
Il nuovo ambiente di vendita viene inaugurato il 26 novembre 1958. Il negozio si presenta, come  uno spazio museale, esaltato da una scelta sapiente dei materiali, completamente aperto verso l’esterno, con le quattro campate angolari, che si proiettano nella Piazza.

Al piano superiore trovano posto l’esposizione delle macchine da scrivere e di calcolo prodotte dalla Olivetti insieme ad alcuni ambienti d’ufficio, che mostrano la sapiente capacità dell’architetto veneto nell’orchestrare i volumi e gli spazi.











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Come credere che possa esistere un mondo migliore.


Il cielo sopra Milano, il 5 settembre 2011

Sai, essere libero
Costa soltanto
Qualche rimpianto
Sì, tutto è possibile
Perfino credere
Che possa esistere
Un mondo migliore
Un mondo migliore
Un mondo migliore
Un mondo migliore

(Vasco Rossi, un Mondo migliore, 2016)

Ennesima lettera, e probabilmente ultima, di dimissioni da organi comunali farlocchi, la cui terminologia nasconde in realtà la volontà opposta DISTRUGGERE IL PAESAGGIO.

Una DISTRUZIONE, che cerca la legittimazione legislativa (e politica), attraverso organi costituiti da liberi professionisti, non pagati, selezionati in base alla loro esperienza curriculare,

Quel “paesaggio lombardo” dove ogni giorno, sotto la pressione antropica di quasi undici milioni di residenti, si può assistere ormai da parecchio tempo, ad ogni nefandezza possibile. A scapito dei cittadini, presenti e futuri, puntualmente INGANNATI sulla eventuale salvaguardia paesaggistica.

Porvi argine sembra una cosa ormai IMPOSSIBILE, come credere che possa esistere UN MONDO MIGLIORE.

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L’annosa querelle inerente il Teatro di Sagunto


Sono passati più di trent’anni, da quando Giorgio Grassi, il “Guru” milanese della “costruzione logica dell’architettura” (libretto del 1967, ma diventato nel tempo quasi un manuale) completava in Spagna con Manuel Portaceli la ristrutturazione/ricostruzione/consolidamento del teatro romano della cittadina di Sagunto, operazione destinata a diventare oggetto di infinite querelle e dibattiti tanto ampi da abbracciare anche la stessa definizione di restauro.

Per chi, come lo scrivente, era stato in quegli anni Ottanta del Novecento, studente del Politecnico di Milano, “Giorgino” era una specie di VATE, con un suo seguito di discepoli adoranti e fedelissimi. Una figura autorevole, severa, quanto colta, a cui tutti mendicavano una tesi o un esame di Composizione Architettonica. Con il tempo gli adepti divennero “quasi una setta”.

Tutto ciò ha fatto nascere un dibattito su cosa sia un “restauro”, anche perchè i resti del Teatro erano vincolati. Nel 1985 la rivista “Arquitectura” di Madrid pubblicava il progetto per il teatro di Sagunto, ideato dagli architetti Giorgio Grassi e Manuel Portaceli: animato da una profonda critica ai tradizionali metodi di restauro, tale progetto fu considerato di grande interesse culturale.
“Attualmente il teatro di Sagunto si presenta, in larga misura, come una rovina artificiale”: con queste parole Giorgio Grassi e Manuel Portaceli commentavano lo stato in cui giaceva l’antico teatro romano di Sagunto, risalente al I secolo d.C. e avviavano il loro ragionamento sul progetto. La scomparsa quasi totale del muro del post-scaenium rompeva l’unità architettonica tipica della scatola scenica romana e provocava l’impressione di trovarsi di fronte alle rovine di un teatro alla greca, appoggiato sul pendio del monte e rivolto verso il paesaggio circostante. L’intervento di Grassi e Portaceli si poneva l’obiettivo di restituire l’unità architettonica originaria dell’edificio, che il tempo e i restauri precedenti avevano compromesso.

La base antica del Teatro, viene, nel progetto, come scrive lo stesso Giorgio Grassi su Domus n° 756 del gennaio 1994  “contemporaneamente rispettata e violata, rimettendo in servizio il teatro attraverso un suo completamento funzionale e l’assunzione della matrice razionale delle sue strutture originarie”.

Fino dal giorno in cui il cantiere fu compiuto, l’intervento sul Teatro di Sagunto non ha smesso mai di essere oggetto di polemiche e lo spettro della demolizione fu invocato più volte, benchè l’opera avesse avuto l’approvazione dalle autorità competenti. Venne impugnato ad ostaggio di una vertenza strumentale, tutta legata ad interessi di potere politico. Dopo 17 anni di contesa giudiziaria, viene fatto circolare, nel 2008 un Manifesto contro la demolizione. La Sovraintendenza di competenza fece fare degli studi sulla possibilità di ripristinare la situazione dei reperti ante intervento di Grassi/Portaceli. Studi che giunsero alla conclusione che era ormai impossibile ripristinare i luoghi ed i reperti.

Nel corso del tempo, sono tornato parecchie volte in “pellegrinaggio” al Teatro di Sagunto, quasi per penitenza, o meglio per vaccinarmi; e sempre questo metodo di restauro (se così lo si può chiamare) non mi ha mai convinto. Più che una “violenza” lo trovo un vero e proprio stupro architettonico.

Il “cassone ricostruttivo” che domina la cittadina di Sagunto (1985/1993) – Immagine tratta da Google Earth


I reperti archeologici, della cavea, celati dall’inconsueto intervento ricostruttivo di Giorgio Grassi (1985). Comprese le “oscene” poltroncine in materiale plastico, da stadio.






SOPRA – Immagine tratta da Google Earth

Il cemento armato, appoggiato sui reperti archeologici del basamento del Teatro romano, banalmente rivestito in mattoni di laterizio. Una operazione banale di nascondimento scenografico, probabilmente concordata con i detentori del vincolo sui reperti.





La ricostruzione di Grassi/Portaceli è visibile da ogni punto della cittadina di Sagunto (da Google Earth)


La questione del restauro di un Teatro romano, è quanto mai viva oggi, che David Chipperfield si appresta a ricostruire quello di Brescia collocato nell’area archeologica di Brixia. Il progetto mira a restituire al monumento la sua natura di spazio vivo, culturale e urbano, al servizio della città.

Diversi sono i presupposti progettuali, finalizzati ad una progettazione partecipata. Il progetto sarà il frutto di un ampio lavoro preparatorio: rilievi laser scanner, studio storico, e soprattutto dialogo con istituzioni e cittadinanza. La Regione Lombardia ha sostenuto un percorso di sensibilizzazione pubblica, culminato in un ciclo di conferenze sul Teatro Romano.
Importante anche la sinergia con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio che, con Fondazione e Comune, garantirà un dialogo ed un controllo costante durante le fasi di scavo e progettazione esecutiva.

I lavori si svolgeranno a cantiere aperto, permettendo al pubblico di assistere alla trasformazione del sito. Diversamente dal Teatro romano di Sagunto, non sarà ricostruita la scena del Teatro, nè si poserranno, delle sedute in materiale plastico nella cavea.

Immagine aerea tratta da Google Earth del Teatro Romano di Brescia

https://www.archiportale.com/news/2025/04/architettura/il-teatro-romano-di-brescia-rinasce-con-david-chipperfield_104599_3.html

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