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Il tempo delle rughe


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Luigi Snozzi (1932)

In una calda ed umida serata di metà luglio, si è tenuta nell’Ex Convento delle Agostiniane di Monte Carasso (Svizzera), la serata conclusiva del XXII Seminario Internazionale di Progettazione. Seminario che quest’anno ha visto la partecipazione di 24 “Seminaristi” e di numerosi insegnanti.

Tra questi insegnanti sicuramente va segnalato l’importante apporto di Roberto Briccola, architetto di Giubiasco ed insegnante all’Accademia di Architettura di Mendrisio, che ha tenuto una interessante lezione, il 7 luglio, dal titolo : ” La tua casa è la mia città”.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.k89dVK-5VVbk&usp=sharing

E come si è in uso fare, da quando, negli anni Ottanta del Novecento, a Monte Carasso, si sono adottate regole di pianificazione dove architettura, urbanistica e paesaggio “lavorano assieme” (sotto l’egida dell’Architetto Luigi Snozzi), ci siamo recati in macchina da Milano  (con un caro amico architetto : Marcelo Barreiro) ad attingere a questa fonte infinita, che ha la sua “ciliegina sulla torta” proprio nella lezione conclusiva del Seminario Internazionale.

processo pianificatorio (1)

Quì a Monte Carasso, abbiamo assistito, nel corso del tempo, alle magistrali lezioni di Michele Arnaboldi, Aurelio Galfetti, Mario Botta, Eduardo Souto de Moura, Livio Vacchini, Gonçalo Byrne, Alvaro Siza, Paulo Mendes da Rocha, Guillermo Vasquez Consuegra, Manuel Aires Mateus.

Anche la sera del 16 luglio 2015, è stata impreziosita dalle elucubrazioni architettoniche del portoghese  João Luís Carrilho da Graça (attore principale della critica finale del Seminario), che ha presentato tre progetti a Lisbona, ed uno ad Evora.

Ma al di là di quello che è stato detto dall’insigne oratore, sui suoi progetti : analisi territoriale, genius loci, sintesi sociale, luce, volumi; il “tempo” quale “materiale” della buona architettura è stato l’epicentro della serata.

Anzi sarebbe giusto dire due “azioni temporali” che agivano parallelamente.

La prima quella colta di un professionista, un docente universitario, che, operando con la sua architettura, implementa in essa l’azione storica che il “tempo” (e gli uomini), hanno sedimentato nel paesaggio urbano di una delle più belle città europee (Lisbona). Facendo un’operazione progettuale, che ormai in molti professionisti che assurgono agli onori delle riviste, non è più in uso fare.

La seconda, il “tempo nostro”, che trascorre inesorabile ed è ben leggibile nelle stupende “rughe sul volto” che condividiamo con Luigi Snozzi. Rughe “meravigliose” presenti non sono solo sulla pelle, ma anche nel pensiero, ed inevitabilmente trasposte più o meno scientemente nell’architettura,  che come scrive Andrej Tarkoskij nel suo bellissimo libro “Scolpire il Tempo” : ” In un film (ndr – come in un’architettura) vi sono sempre più idee di quante non ne abbia messe coscientemente l’autore. Come la vita, muovendosi e mutando incessantemente, dà a ciascuno la possibilità di interpretare e di sentire a modo suo, ogni istante, analogamente un film autentico (ndr – ma anche un’architettura autentica), contenente un’esatta registrazione del tempo sulla pellicola, espandendosi oltre l’inquadratura (ndr – oltre le mura di un edificio), vive nel tempo se anche il tempo vive in lui: lo specifico del cinema (ndr – e dell’architettura) è racchiuso nelle caratteristiche di questo processo di interazione”.

Alla fine della conferenza un leggero e fresco venticello, ha incominciato a soffiare dalle alture della Cima dell’Uomo, che con i suoi  2.390 metri sul livello del mare, domina Monte Carasso e la Piana di Magadino.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Riso (amaro) vercellese


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Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di circa 8 metri quadrati al secondo, ogni ora spariscono 2,8 ettari. Ogni giorno, a mezzanotte, se ne sono andati per sempre quasi 70 ettari. E questo capita per 365 giorni all’anno. La media europea di terreni cementificati è del 2,3% mentre 14 regioni su 20, in Italia, superano abbondantemente la soglia del 5% e alcune quella del 10%. A ciò ha corrisposto un progressivo stato di abbandono dei centri storici, ed una loro sistematica cementificazione a scopi speculativi. Insomma un inno al volume ed al nuovo.

Anche a Vercelli, come in molti centri storici italiani, tutto ciò che riguarda la polis (la città), vale a dire noi e i nostri figli, sia pure nel nostro ambito: riguardano il progressivo annullamento della memoria collettiva, della storia, che sono poi, anche la nostra vita ed ancor più il nostro modo di viverla, ma soprattutto il lascito per le generazioni future.

Infatti, troppo spesso, delle architetture nuove, brutte ed avulse dal contesto, vengono costruite demolendo una parte importante della storia, ed affogando nelle loro fondamenta di cemento i reperti storici della Vercellae Romana.

IMMAGINE PITARDINA MODIFICATA copia

Pitardina distruzione 1 bis

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Insomma una serie raccapricciante di distruzioni di ogni tipo, si concentrano nel centro storico di Vercelli. Scientemente si è dissipato, una parte considerevole del patrimonio urbano e storico, del Paesaggio italiano, ma soprattutto della memoria di una città. Il tutto additando la necessità di realizzare del nuovo per “incassare” gli oneri di urbanizzazione e di rifiutare il restauro, ed il recupero dell’esistente. Tutto ciò palesa soprattutto delle evidenti incapacità gestionali e di progettazione dell’Amministrazione comunale, ed anche di sviluppare delle politiche culturali adeguate, sia a livello locale, come a livello nazionale.

Per fortuna, che quel poco che rimane, fuori ed entro terra, riesce ancora a raccontare una storia urbanistica, architettonica e sociale, sofisticata, complessa e sofferta, fatta di un paesaggio antropizzato  bellissimo tra acqua e terra. Storia che spesso si confonde con le capacità produttive enogastronomiche di un territorio fertile e generoso, che può trovare nel turismo un nuovo motore per una crescita più sostenibile e coerente.

E’ arrivato il momento di ritornare ad una corretta pianificazione urbana, ritornando anche ad una definizione non speculativa delle trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti. Avendo come obbiettivo il conseguimento di un nuovo modello di sviluppo per il futuro. I decenni della liberalizzazione edilizia, non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi hanno reso ancora più brutti parecchi centri storici e rese ancor più disordinate le periferie urbane ed i territori agricoli attorno  Vercelli. Occorre dunque rinnovare profondamente le città, ritornare a costruire attraverso regole semplici ma con finalità chiare e precise, leggi e regole condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha tristemente caratterizzato questi anni.

Quì una mappa di Vercelli con evidenziate alcune eccellenza architettoniche e paesaggistiche

Ora per consolarci da questa Italia, cementificatrice, intrallazona e “mafiosa” di cui Vercelli è assolutamente rappresentativa, godiamoci una ricetta per consumare un prodotto agricolo vercellese di eccellenza, il riso. Una sintesi perfetta (il riso) tra : paesaggio, architettura ed enogastronomia.

RISOTTO AI PORRI E CAPRINO

Ingredienti per 4 persone

350 gr. di riso carnaroli superfino (utilizzato prodotto della Riseria Asigliano – Vc)

2 porri

parmigiano reggiano grattugiato

1 cipolla

1 carota

1 costa di sedano

olio extravergine d’oliva

burro

sale quanto basta

un bicchiere di vino bianco

PROCEDURA

Preparare un brodo vegetale con la cipolla, la carota ed il sedano e salarlo leggermente. In un tegame alto far rosolare con dell’olio extravergine d’oliva il porro mondato e tagliato a rondelle sottilissime per un minuto, versare il riso e farlo tostare leggermente, poi sfumarlo con un bicchiere di vino bianco. Continuare la cottura del riso versando man mano un mestolo di brodo vegetale.

A cottura ultimata, mi raccomando che il riso sia bene al dente, spegnere il fuoco e mantecare bene il risotto con il formaggio caprino, il parmigiano reggiano ed il burro, salare leggermente. Impiattare e versare eventualmente su ogni piatto un cucchiaio di parmigiano grattugiato. Un piatto delicato, soave, leggero.

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Sulla Città di Milano


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Incontri sulla città di Milano

UMBERTO CONTARELLO versus MASSIMO CACCIARI

Corso Garibaldi 27, Milano, 28 aprile 2014 ore 21,00

Umberto Contarello – Questo incontro è un regalo, lui padovano, ma residente a Roma, non era mai riuscito ad incontrare in un dibattito avente come tema la città di Milano, il suo amico Massimo Cacciari. Da parecchi anni, Contarello nutre un desiderio di fare un film su Milano. Dichiara che le sue sceneggiature, sono scritte in modo che amplifichino la fascinazione, la malia (fascino, incanto, forza di seduzione). Dichiara di avere una vera e propria malia per Milano, pur non conoscendo la città, quasi per nulla. Sarà venuto a Milano, non più di sette volte nella sua vita, sempre per periodi brevissimi. Non  conoscendo Milano, ha perö un ricordo preciso e nitido, che sta all’origine di questa malia. A otto anni  in una giornata di pioggia a Padova, umida come solo la pianura padana riesce ad offrire, tornando da scuola con il padre camminando sotto i portici, si fermo’ davanti ad un’edificio. Un albergo dal nome Grand Hotel Storione, che con le sue finestre strette e lunghe e la facciata rosa, si stagliava tra gli archi dei portici. Davanti all’Hotel, si fermo’ un taxi, da cui scesero delle hostess ed un pilota. Per Contarello, quell’immagine fu “ammaliante”. Il padre gli disse che quell’edificio che lui trovava bellissimo era di architettura moderna, progettato da un’architetto milanese, Gio’ Ponti. Gli disse anche che a Milano la modernità si esprimeva attraverso l’architettura. Lui ed il padre (sostiene Contarello), dicevano moderno ma intendevano futuro. Milano è la città del futuro. Secondo Contarello il manufatto moderno ha una sua singolare bellezza nel calcestruzzo. Milano è anche la città del calcestruzzo (il grattacielo Pirelli), una bellezza quasi originaria, pietra liquida senza tempo. A lui piccolo, l’Hotel di Gio’ Ponti sembrava un’astronave bellissima. Milano ancora oggi è una città che “resiste”, anche se il suo amico Cacciari sosterrà certamente che le città non esistono più. Milano ha una bellezza che deve ancora venire, una metafora di un’astronave, una metafora del futuro.

Massimo Cacciari – Le città non esistono più, la loro definizione corretta oggi sarebbe metropoli. Resta però il fatto che Milano è la metropoli italiana più europea, anche se il suo mito, rispetto agli anni sessanta del Novecento, è ormai decaduto. Pure il concetto di moderno, secondo Cacciari, etimologicamente non è futuro, dato che, anche se si intende equipararlo al contemporaneo, questo è continuamente superato. La città infinita, teorizzata da alcuni urbanisti non può esistere, come ben dimostrato dalla mostra di Cesare De Seta al Museo Correr a Venezia dal titolo “L’immagine della città europea”. , il concetto di città è “finito” entro le mura, a ridosso delle cinture ferroviarie. Oggi che tutte le città del mondo si stanno omologando, senza un disegno complessivo e specifico (forma urbis), seguendo invece regole economiche ed immobiliari, e progettate tutte dalle stesse archistar, forse Milano riesce ancora ad essere narrazione, racconto. Di certo Milano non è poesia come invece è Roma. Milano ha un tessuto urbano connettivo che è la musica della prosa, proprio per questo Milano non deve seguire il moderno, che è futuro ormai passato. La bellezza delle metropoli non sono i monumenti, le architetture, ma le idee che ci sono dentro: i luoghi della cultura, della comunicazione, le accoglienti piattaforme di transito. Sempre più spesso la funzionalità delle metropoli (Smart City), la loro facilità di uso, è “bellezza” che si ricerca oggi. Milano ha tutte le caratteristiche per mettere insieme una realtà come questa, in quanto Milano è prosaica (ha il tono, il carattere della prosa) e non è poetica. La bellezza attuale di Milano è quella di rifiutare il legame tra futuro e modernità. A Milano si vive, si lavora, ci si mette in discussione, e così facendo si crea una comunità non organica che è lo stato delle metropoli contemporanee. Milano ha una bellezza fatta di incontri, di comunicazione, di produzione nascosta, di provvisorietà.

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Il senso del tempo


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Il film di Sorrentino “La grande bellezza”, sembra ormai lanciato verso un successo internazionale, inarrestabile e probabilmente meritato. Un film  parla del paesaggio urbano e sociale della città, Roma, che è una specie di “concentrato”, esasperato e probabilmente non veritiero dell’Italia e degli italiani. Una scenografia surreale e falsa, perche più vera del vero.

Una città, un paesaggio romano, in cui i ruderi, la macerie, fanno indissolubilmente parte dello sfondo di ogni fotogramma. Non si tratta solo delle macerie architettoniche ed artistiche, ma anche di quelle sociali. Corruzione, chiacchiericcio (da pollaio), perversione, indifferenza e quant’altro, fanno ormai parte indissolubile e predominante, dell’immagine di una società “accartocciata” su se stessa.

Il paesaggio romano del film di Sorrentino, è intimamente legato alla lettura soggettiva e culturale attuata dal regista, ma di fatto è anche l’ambiente in cui si muovono i personaggi “italianoti” elencati con lucida precisione. Soprattutto, è un meraviglioso giardino urbano, un territorio del sogno, in cui si raccoglie il meglio ed il peggio di un delirante e dissennato progetto politico attuato dalla società italiana.

La vista delle rovine sociali, ma anche delle numerose opere d’arte, attorno a cui agiscono i personaggi “surreali” descritti nel film, ci fa percepire in maniera palpabile l’esistenza del tempo. E’ un tempo non databile, sospeso, in questi continui rimandi tra passato e presente. Certamente non è futuro. In questo mondo di immagini e di simulacri, le rovine e le opere d’arte di cui è pieno il film (e l’Italia), ci fanno percepire la loro vocazione pedagogica, di costituire gli elementi che ancora oggi ci possono aiutare a darci il senso del tempo. Ed a costituire i “punti di appoggio” per una crescita possibile.  Cosa non facile in questi anni “bastardi” e trasgressivi, soprattutto in Italia, dove si è consolidata una mancanza diffusa nella popolazione dell’etica e della morale.

Siamo testimoni del “lento crollo” di un sistema economico e sociale, basato sullo sfruttamento sistematico di risorse inesauribili del passato : paesaggistiche, culturali, artistiche, enogastronomiche, ecc., su cui si sono “arricchite” ed hanno giustificato la loro esistenza numerose generazioni di italiani.

L’Italia è attualmente come il seme delle piante (non mi viene in mente un esempio più valido). Il seme addormentato, che trattiene il tempo, e trattenendolo, di fatto lo cancella. Può non succedere nulla per mesi, anni, talvolta per secoli. Questo niente cancella il tempo, ma conserva le possibilità di vita, rappresentata nel film di Sorrentino dai ruderi, dalle opere d’arte e dal paesaggio. Come un seme in quiescienza, si attendono le condizioni migliori per dare avvio ad una possibile crescita, ma intanto non succede nulla e si continua a vivere alla grande, nella trasgressione, richiusi, blindati nel nostro “sicuro semino”. Mentre le possibilità di vita (e di crescita) si riducono progressivamente e questo “nulla”, potrebbe essere una condizione per sempre.

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Architetture minori


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Sopra alcune immagini del la “Corte Verde” Progetto CZA

Dell’intervento di Garibaldi-Repubblica a Milano, certamente, vanno ricordati due “edifici minori”. Il primo, è stato la storica sede del PCI (Partito Comunista Italiano) milanese in via Volturno 33, progetto dello Studio Vudafieri Saverino Partners, che è diventato in pochi anni un grattacielo per residenze di lusso. Con una moltiplicazione esponenziale del volume esistente, che ha risvolti “comici” rispetto alla cortina edilizia esistente. Il secondo è l’edificio residenziale del “comparto Corso Como”,  il progetto, dello Studio Cino Zucchi Architetti, ha vinto un concorso lanciato dal committente Hines Italia Sgr, che ha conferito l’immobile nel fondo gestore degli investimenti immobiliari dell’Inpgi (l’Istituto previdenziale dei giornalisti). Il complesso si chiama Corte Verde e sorge in un contesto strategico nel cuore di Milano. Anche quì pochissimi alloggi collocati.

Dicevamo, due “edifici minori”: infatti non brillano certo per l’architettura, che sembra come soverchiata dalla opulenta magnificenza dei “vitrei” grattacieli Pelliani e dalla “verzura” delle torri Boeriane. Ad accomunare questi due interventi è il colore delle facciate, tendente quasi ad una condivisa nuance, giocata sulle tonalità di colore grigio, al marrone tendente al crema, e ad una certo “stile architettonico minore”. Un po desueto, triste e modaiolo.

Insomma a fatica, si cerca di completare l’intervento di Garibaldi-Repubblica, in piena crisi immobiliare, ma di certo l’architettura milanese non ci guadagna. Chissà se questi “edifici minori”, rientreranno nei tour turistici/architettonici, che ormai frequentano costantemente, Piazza Gae Aulenti e dintorni ?

Sotto alcune immagini di “Via Volturno 33” Progetto Vudafieri e Saverino

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Famelici, ci aggiriamo in queste serate estive, foriere di temporali improvvisi di inusitata violenza, e di caldi ed afosi tramonti, alla ricerca di nuove architetture degne di essere prese in considerazione. Alcune sere fa ci siamo imbattuti nell’ampliamento dello IULM (Libera Università di Lingue e Comunicazione) a Milano. A guardarlo, questo edificio in costruzione, viene immediatamente in mente il bellissimo film di Alfred Hitchcock, dal titolo “Psyco”. Il film prodotto nel 1960, racconta in estrema sintesi,  la storia di un ammalato di mente, Norman Bates, che completamente soggiogato dalla madre (uccisa e sotterrata in cantina), vive gestendo un Motel. Il film è tutto incentrato sul cambio continuo di personalità del giovane Bates (un grande Anthony Perkins), che a volte sembra normale, a volte si traveste impersonando, anche con la voce, la vecchia madre. Non a caso, sulla recinzione del cantiere, in corso di completamento del Knowledge Tansfert Center dello IULM (http://www.iulm.it/), si trova il manifesto della mostra attualmente in corso al Palazzo Reale di Milano, che ha come epicentro il grande regista inglese. Infatti come nel film “Psyco”, l’edificio progettato da 5+1AA, sembra soffrire di una “disgiunzione architettonica” di personalità. Dall’esterno, appare come un’enorme torre scenica, altamente tecnologica, di un teatro impossibile, mentre all’interno invece accoglie spazi universitari. L’inganno è notevole, e data l’altezza, attrae chi si imbatte nella sua mole colorata, che sovrasto lo squallido skyline milanese. Esattamente come nel film di Hitchcock, dove il “pislungone tenebroso” Perkins inganna con le sue “moine”  la belloccia e affascinante segretaria/ladra Marion Crane, per poi ammazzarla crudelmente (mentre si fa la doccia), una volta trasformatosi nella perfida madre.

Il cantiere è in corso di completamento, il progetto è del 2011, le finiture non sembrano male. Particolarmente “insolito” ed azzeccato quel vetro/cemento a tetraedro, posato sulla facciata nord-ovest. Il tutto tra le vie : Carlo Bo e Franco Russoli a Milano, per chi volesse fare “quattro passi nel brivido”………….

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http://www.5piu1aa.com/

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Vedi Napoli e poi Muori


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Napoli è complessa, sporca, multietnica, caotica, povera e ricca contemporaneamente, truffaldina e cialtrona, però è anche una città affascinante, proprio per queste sue contraddizioni, sempre in bilico tra un passato prestigioso ed un futuro precario e “baro”. Spesso attraversandola, si ha come l’impressione di cogliere, per alcuni istanti, la vera immagine dell’Italia, che città come Milano o Torino, o la stessa Roma, non restituiscono, perchè troppo patinate, fedeli alla loro immagine consolidata, e proprio per questo “false” e non in grado di incarnare lo spirito di una Nazione.

La prima cosa che colpisce di Napoli (soprattutto chi, come me, non ci tornava da oltre tre decenni), è che quasi tutto costa circa un 40% in meno che a Milano, che il traffico automobilistico è “folle”, che attraversare una strada  piedi è un’impresa improba. Nei quartieri periferici, la pattumiera viene ancora oggi conferita in enormi cumuli, direttamente lanciandola dall’auto in corsa. Eppure la città è un brulichio continuo di gente, che compra, vende, maneggia ogni cosa. E’ un fermento continuo di idee di iniziative, di eventi, di genialità. Quì sembra, nonostante l’estrema povertà di ampie fasce della popolazione, che la “crisi economica” abbia già trovato una sua risposta, probabilmente in un’economia sommersa, illegale (che esiste da sempre), ma che consente a molti di sopravvivere. Un’economia probabilmente intrecciata (mani e piedi) con la camorra, che lascia dietro di sè una “striscia di sangue”, un’economia sicuramente da stigmatizzare, ma che è molto più efficiente e dinamica della così detta “Agenda Monti”, che uccide lentamente, nel corso del tempo, ed in silenzio, in un “mare di tasse”, magari con il sorriso o con la “lacrimuccia”.

Il territorio storico napoletano, è stato sistematicamente inghiottito, da un costruito incoerente e casuale, molto spesso abusivo, oltre ad essere oggetto di rilascio nell’ambiente di inquinanti, troppo spesso provenienti dal nord. Un territorio, che solo localmente, trova quà e là una sua estetica “pittoresca e pop”, in grado di inserirsi nel paesaggio una volta bellissimo della piana che contorna il Vesuvio, delimitata dal golfo di Napoli.

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Per osservare bene Napoli e capirne la logica del suo territorio, bisogna salire in alto, dove si gode dello scempio del paesaggio ma anche del fascino dei contrasti “brutali” tra recenti brutture e splendidi edifici storici. Oppure camminare per gli infiniti vicoli, vie e viuzze, che di fatto rappresentano uno spazio intermedio tra l’alloggio privato e lo spazio pubblico. Un luogo che non è un interno, ma che non è nemmeno, ancora, veramente, un esterno. E’ quì che avviene la vita dei napoletani, che ci si rappresenta. Si gioca a carte, si stendono i panni, si fa mercato, soprattutto si parla con gli altri, si urla, si ride, e si scrive sui muri il disagio di una città, che come tutto il Paese Italia è divisa. Metà “rema contro” (non paga le tasse, delinque, trasgredisce le leggi, ecc.), e metà, si dà da fare per portare avanti le sorti di una Nazione (lavora, rispetta le leggi, studia per migliorarsi, ecc.). E questo avviene da sempre, o perlomeno dall’epoca dei Borboni, che si insediarono a Napoli, facendola capitale del Regno delle Due Sicilie (1734). Ecco perchè Napoli è, per me, oggi, è la rappresentazione migliore dell’immagine attuale dell’Italia.

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Ma a Napoli, le anteposizioni, sono spesso l’una accanto all’altra e, proprio perchè evidenti per chiunque, fanno riflettere. Degrado, pattume, spreco, hanno contigue, innovazione, progetto, futuro.  Il progetto della “meravigliosa” (e costosissima) Stazione  della Linea 1 della metropolitana di Napoli, di “Toledo”, inaugurata nel novembre 2012, è dell’architetto catalano Oscar Tousquets Blanco, che si è sbizzarrito in una operazione “insensatamente opulenta” e di forte caratterizzazione spaziale. Quasi un museo ipogeo. Gli interni sono impreziositi da opere di William Kendridge, Bob Wilson e Achille Cevoli. Una stazione molto profonda, oltre 50 metri dal livello del suolo e un volume di 43.000 metri cubi. Complessivamente gli utenti dovranno percorrere cinque piani per raggiungere le banchine, attraversando una vera e propria “galleria coloristica”, dove uno spettacolare “occhio” collega la superficie con la grande hall  sotterranea a mosaico bianco e blu. Da apposite riviste di settore, è stata insignita della definizione di “stazione della metropolitana più bella d’Europa”. Nonostante ciò la gestione “libertina” dei tempi e dei fondi europei, anche quì utilizzati con molta “leggerezza”, ha suggerito una riprogrammazione e rifinanziamento, per il completamento di un’opera, la Linea 1, che sembra infinita, ma fondamentale per la mobilità pubblica di Napoli. Appunto complessità e contraddizioni, e soprattutto poco buon senso e un’amministrazione per nulla oculata e saggia………….come in tutta Italia.

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