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Builders of the future

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Lisc e grezz


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L’ultima fatica di Mario Botta, sul Monte Generoso in Svizzera è l’omonima struttura turistica. Denominata dall’architetto mendrisiense “Fiore di pietra”, domina il crinale con vista sul Lago di Lugano. Completata all’inizio della primavera 2017, sta già ritornando ad essere (dopo anni di chiusura) uno dei luoghi più visitati del Canton Ticino. Dalle prime foto e dai disegni, l’opera architettonica sembrava fare il verso alla moltiplicazione dei “cilindroni” del maestro svizzero, ormai da anni incancrenito su geometrismi ripetitivi.

Invece, visitandolo, anch’io che ero scettico, mi sono completamente ricreduto. Molti sostengono sia la “Torre di Mordor” o un “carciofo”, un’astronave calata sul Generoso. In realtà si tratta di un bell’edificio, magnificamente realizzato, consono al paesaggio in cui si colloca. Soprattutto l’edificio polivalente è molto funzionale con degli spazi comodi ed un’architettura che anche da vicino è perfettamente inserita tra le rocce che anticipano la cima, rispetto alla cacofonia di forme dell’edificio precedente. Paesaggio, quello del Generoso, già “sputtanato” parecchi anni prima dalle forme tecnologiche (e necessarie) del ripetitore radiotelevisivo.

Spazi mostre, accoglienza ed informazione turistica, un self-service, un ristorante (stellato), una sala per conferenze, camere per alloggiare, locali tecnici ed una spettacolare terrazza in copertura con un panorama a 360 gradi: distribuiti su 5 livelli, si incastrano nella montagna, completando ed esaltando il crinale.

Ottima la scelta dei materiali : pietra (probabilmente una beola o un serizzo) per il rivestimento esterno; beton a vista, legno e pietra per gli interni. L’edificio nonostante l’assalto di una moltitudine di turisti domenicali, risulta accogliente e funzionale.

L’occasione della nuova struttura turistica (25 milioni di franchi sponsorizzati da Migros), ha consentito di sistemare anche i percorsi pedonali che da Bellavista conducono alla cima del Generoso, rendendo tutto il parco del Generoso più facilmente accessibile anche a chi non può permettersi di spendere l’alto costo del biglietto del trenino a cremagliera.

Scendendo a piedi, due signori attempati al mio fianco (marito e moglie), veraci ticinesi, commentavano l’esperienza architettonica in rigoroso dialetto ibrido : “Bravo il Mario, in fin di facc un bell’edifizi, lisc e grezz” (se ho trascritto bene), probabilmente riferendosi al rivestimento esterno in corsi di pietra levigata alternata a quella a spacco.

Sotto il link ad alcune immagini del sopralluogo sul Monte Generoso

https://it.pinterest.com/dariosironi/lisc-e-grezz-2016/

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Con il rispetto del copyright delle immagini utilizzate

Le jene


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L’ultimo edificio dell’epicentro Vitra di Weil am Rhein, sarà un “contenitore edilizio”, il progetto è di Herzog & de Meuron. Si tratta di un deposito/galleria (Schaudepot) per la collezione di sedie dello svizzero Rolf Peter Fehlbaum (Capostipide della famiglia), che ha inventato l’attuale realtà imprenditoriale di Vitra.

Si tratta di un edificio completamente chiuso, se si esclude la porta d’ingresso, con microclima ed illuminazione controllata, destinato alla preservazione degli importanti “pezzi di design” che vi saranno insediati. Una architettura “banalotta”, in linea con le ultime tendenze “provocatorie” del duo allargato di basilea.

Il rivestimento è in mattoni rossi alleggeriti, appositamente spezzati, di un colore rosso intenso. Rosso sangue.

Gli architetti, noi architetti, siamo delle jene, pronti ad azzannarci tra di noi. Essendo in molti e volendo tutti insistere nello stesso territorio, la competitività è spietata, senza essere esente da colpi bassi. Noi architetti siamo degli “animali opportunisti” che perseguono l’illusione del grande successo. Pur avendo un buon grado di adattabilità agli eventi della vita, a predominare sempre, è soprattutto il cinismo; avendo la capacità di digerire qualunque sopruso, qualunque ignominia, pur di lavorare, e di avere successo.

Il nostro cinismo è inversamente proporzionale alla età anagrafica; più si è giovani e più, non guarda in faccia a nessuno. Pronti a “venderci l’anima” per un lavoro, per un incarico, per emergere. Il sangue dei colleghi, il loro insuccesso, ci eccita, ci esalta.

La maggior parte degli architetti di oggi (ma non tutti) è di fatto a spiccata tendenza logorroica. Continuiamo a parlare di noi stessi, non sappiamo ascoltare, e riempiamo angosciati, qualunque silenzio. E’ diventato un vero e proprio sport disciplinare, parlare male dei colleghi, di tutti i colleghi. Appena uno esce dalla porta, o appena si termina una telefonata, ecco che gli improperi ed i diminutivi “piovono a raffica”, verso l’altro colpevole spesso solamente di esistere.

L’architetto deve tornare a fare l’architetto, cercando d’innovare, con un lavoro paziente e “poco cinico”, cercando nello spirito del proprio tempo cosa mettere alla base del proprio lavoro, e della propria etica professionale. Bisogna ritornare ad individuare i veri contenuti capaci di sostenere il lavoro, senza “scannarsi con i colleghi”, magari prendendosi dei rischi, avventurandosi anche in territori poco conosciuti.

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Sulle tracce


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Essere sulle tracce di un “paesaggio” fisico, che è anche interiore, significa trovare nei luoghi una serie di appigli fisici e mentali, che siano in grado di restituirci questa dimensione paesaggistica familiare. E’ una ricerca paziente, lenta, che porta via tantissimo tempo, probabilmente tutta una vita.

Vivere da architetto, da pittore o da scultore è come vivere da infermiere, da operatore ecologico. Per la totalità degli esseri viventi, la vita è un enorme spreco di tempo. Dalla stragrande maggioranza delle proprie ore (spostarsi, pulirsi, attendere, dormire, ecc.) non si ricava assolutamente nulla. Il tempo trascorre e basta, verso la nostra ineluttabile morte, che è la norma per tutte le cose e le creature viventi contenute in questa parte di universo.

Viviamo quasi tutti in un grande agglomerato metropolitano planetario, collegato anche solo virtualmente in rete, che cambia il nome dei luoghi da noi frequentati, esclusivamente per darci la sensazione di essere identificati e localizzati. In Italia, c’è l’abitudine di spostarsi senza interruzione tra tre o quattro città, per lavorare, per risiedere, per divertirsi, per fare acquisti. Ci si muove freneticamente tra questi luoghi, come si fa tra le stanze di una casa. Velocemente ognuno di noi impara a non abitare spiritualmente in nessun luogo, per poter credere che si abita dappertutto.

In questa estate 2014, piovosa ed insolitamente fresca, trascorsa tra Lavin, Zernez e Zuoz, in Engadina, inseguendo le “tracce” dell’esistenza di Alberto Giacometti e di Giovanni Segantini, ho avuto la netta sensazione di aver trovato il mio paesaggio fisico ed interiore.

Il segreto, probabilmente la luce, la montagna, la buona architettura, l’ottimo cibo e soprattutto le persone, che hanno fatto di questa parte della valle, un luogo dove l’arte e la cultura hanno ancora un posto molto importante all’interno della società. Lo vedi trascritto nella natura saggiamente antropizzata, riverberarsi fino all’architettura, al paesaggio, ed alle cose più insignificanti prodotte dall’uomo in questi luoghi.

Quì una mappa dei luoghi

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Barli Biber


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Prodotti nell’Appenzell (o Appenzello interno) fin dal XVI secolo, i Barli – Biber, devono la loro fama alla miscela speciale di spezie, miele, mandorle (gelosamente custodita e segretissima) ed al sofisticato processo produttivo dell’ impasto.

Di cosa sanno, difficile a dirsi, però vagamente hanno il gusto degli amaretti morbidi,  di certo il loro uso costante genera dipendenza. Si tratta di un prodotto dolciario che sviluppa molte calorie. La morbidezza estrema del Barli – Biber, ne fa una volta ingerito, masticato e trasformato in bolo, una miscela soffice che, raggiunto lo stomaco (soprattutto se successivamente si beve acqua o altro liquido commestibile), è in grado di triplicare il suo volume. Quindi  facilmente toglie la fame e dona un notevole senso di sazietà.

Viene ora da chiedersi perchè, in un blog che si occupa di architettura, stiamo parlando di un dolce tipico svizzero.  Perchè si tratta di un prodotto di “paesaggio”, intimamente legato ad un luogo, l’Appenzello, tra le regioni più amene, bucoliche e fiabesche (soprattutto d’inverno) della Svizzera. In nessun altro luogo della Svizzera il paesaggio collinare del Mittelland si alterna in maniera così stupefacente con l’ambiente montano dominato dalle falesie dell’Alpstein.

Qui nell’ Alpstein le formazioni rocciose spuntano come dal nulla, sviluppandosi fino ad oltre 2500 metri di altezzaMa l’Appenzello significa anche Democrazia Diretta, mediante le così dette assemblee rurali all’aperto. 

Ogni anno, l’ultima domenica di aprile, nell’Appenzell, gli elettori, aventi diritto, si riuniscono all’aperto, nella piazza principale della capitale del cantone rurale,  per decidere la politica cantonale. Questa originale, ed antica forma di democrazia diretta è denominata Landsgemeinde, ha un unico esempio similare nel  Canton Glarona.

La Landsgemeinde è un’assemblea solenne, in cui i cittadini (in passato solo maschi) con diritto di voto eleggono le autorità e deliberano su questioni particolari. Sviluppatesi dal tardo Medio Evo, le Landsgemeinden si tenevano anche in altri cantoni: Uri (dal 1231), Svitto (dal 1294), Untervaldo (dal 1309), Zugo (dal 1376), Appenzello (dal 1378), Glarona (dal 1387) e anche in diversi altri territori e valli dipendenti dai cantoni, incluse Bellinzona e Einsiedeln.

La Landsgemeinde adotta e può rivedere la Costituzione dello Stato e le leggi , può anche rivedere le principali decisioni e soprattutto le iniziative finanziarie. Inoltre i cittadini possono fare proposte, che devono essere consegnate per iscritto entro il 1 ° ottobre dell’anno precedente alla comunità rurale. Le proposte per le elezioni devono essere per acclamazione .

Nasce così un’insolita analogia, tra il dolce tipico dell’ Appenzello (Barli – Biber), il paesaggio bellissimo (Il paesaggio collinare prealpino e il maestoso Alpstein sono semplicemente meravigliosi quando sono ammantati di neve o in primavera con le fioriture), e la Democrazia Diretta (forma di democrazia nella quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, sono direttamente legislatori e amministratori del bene pubblico). Mangiare un Barli – Biber è un po come implementare il paesaggio, la storia e la cultura svizzera, compresa l’essenza stessa della sua struttura politica fondata sulla Democrazia Diretta.

Barli – Biber, di cui gli architetti, di solito ne vanno ghiottissimi, perchè fonte di ispirazione e di idee. Conosco un collega di origini trentine, residente a Varese, che esercita la sua attività principale a Chiasso, costui vivrebbe esclusivamente assimilando dei Barli – Biber .

Qui la ricetta tradizionale 

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Great Lake


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OLYMPUS DIGITAL CAMERAIsole di Brissago (Svizzera)

Mio padre lavorava per una ditta svizzera che produceva (e produce) collanti industriali e pitture. Dapprima come semplice rappresentate, poi scalando lentamente la gerarchia societaria, come dirigente. I proprietari, originari di Zurigo, ma residenti inizialmente a Lugano e poi a Milano, organizzavano tutte le estati, una gita societaria in torpedone nella confederazione elvetica. Negli anni Settanta (del Novecento) erano soliti frequentare le terre di confine, tra l’Italia e la Svizzera, a ridosso dei laghi ticinesi. Soprattutto del Lago Maggiore, dove la “bellezza” era come distillata in paesaggi ameni e fatati, sosteneva uno di questi proprietari.

Ricordo chiaramente un mio compleanno, quello dei 10 anni, passato con un meltin-pot di ragazzini coetanei svizzeri ed italiani, su un’enorme terrazza di Cannobio (Lago Maggiore), con vista a lago, a giocare a pallone.

Poi da adulto, durante gli studi universitari, mi è capitato molte altre volte di frequentare soprattutto le cittadine svizzere che si affacciano sul Lago Maggiore : Brissago, Ronco, Magadino, San Nazaro, ecc., mete preferite di lunghe gite durante i fine settimana.

Dopo l’università ho fatto un master in “Architettura del Paesaggio”, con un notissimo paesaggista milanese (Franco Giorgetta), che ha avuto quale epicentro proprio le isole Borromee del Lago Maggiore.

Dal 1995 ho iniziato una lunga esperienza universitaria, alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano, prima come assistente e poi come docente a contratto, terminata nel 2005. Il mio docente di riferimento, un signorotto di belle speranze, proveniente da una ricca famiglia varesotta poi decaduta in maniera traumatica, era solito organizzare dei “laboratori itineranti” in provincia di Varese. Ricordo molto bene un anno passato a Sesto Calende (un luogo meraviglioso) a disquisire con Marco Zanuso, Fabio Reinhart, ed altri soloni dell’architettura, di massimi sistemi architettonici tra lago, fiume e paesaggio.

Mi è capitato, sempre casualmente, come succede spesso, di trovarmi sul lago, in quella che fu la  casa di Aldo Rossi, a Ghiffa (ora in vendita per 450 mila euro), in compagnia di suoi parenti che me ne hanno raccontato i legami con il lago.

Sono stato più volte sull’Altopiano di Agra a visitare la bellissima casa progettata da Carlo Mollino, quando era in rovina e quando è stata risistemata. Come anche al Museo di Maccagno “Parisi-Valle” di Maurizio Sacripanti.

Anche la parte Svizzera del Lago Maggiore, è per me sempre stata una specie di “riserva di architettura contemporanea”, una “biblioteca architettonica a cielo aperto”, ad iniziare da Locarno. Dove più volte ho assistito a mirabili conferenze di quel “geniaccio” dell’architettura che era Livio Vacchini. Per poi passare ad Ascona ed al Monte Cardada.

Era quindi da parecchio tempo che coltivavo, l’esigenza di dare una visione organica a queste frequentazioni lacustri del Lago Maggiore. Quando un “sacranone padovano”, mentre ci trovavamo ambedue in terra svizzera,  inventandosi una serie di “balle pazzesche” (a suo esclusivo uso e consumo)  mi ha stimolato in tal senso, non me lo sono fatto ripetere due volte. In qualunque caso ci avrei guadagnato qualcosa ad ordinare i miei ricordi ed a sottoporvi questo elenco di bellissimi incontri architettonici e paesaggistici selezionati.

Cosa è la vita se non si condividono le esperienze. Ecco quindi, una mappa con individuati i luoghi “eccellenti” (secondo me), del Lago Maggiore,  a cavallo del confine italo-svizzero.

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Isola Bella

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Jorge


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Il Ristorante svizzero “Vignetta”, collocato in un edificio, proprio al centro del Campus dell’Accademia di Mendrisio, costituisce, non solo dal punto di vista geografico, ma anche visivo, un riferimento per studenti e professori.

Il gestore, un signore anziano di origine portoghese (Jorge), ne ha fatto, nel bene e nel male, un luogo quasi “astratto e surreale”, un po fetido,  in cui, entrando, si viene avvolti dal profumo fetido del tempo, che ha il sapore “mischiato” del tabacco, del sudore delle persone e degli aromi della cucina, di cui i muri sono irrimediabilmente impregnati. La televisione, sempre accesa sul campionato di calcio portoghese e sullo sport, gli arredi vetusti, la bellissima pergola con bocciofila e ping-pong del giardino retrostante, completano la disamina estetica del luogo, come magicamente sospeso in un universo parallelo a-temporale.

Alla fine del mese di Marzo 2014, le porte del Vignetta si chiuderanno per sempre portando con sé i ricordi e le tante occasioni mancate. Probabilmente con un minimo di sforzo tale attività sarebbe certamente divenuta remunerativa e vantaggiosa, Di certo i muri di questa istituzione, come già detto, sono impregnati, non solo in senso metaforico, delle numerose visite, delle lunghe soste degli astanti, soprattutto studenti e docenti.

Il mito del “Ristorante Vignetta” lo si deve soprattutto al “Santone di Coira” Peter Zumthor, che era solito, quando insegnava all’Accademia, insistere in questi luoghi, per alimentarsi e discutere con i suoi assistenti e studenti. Alcune delle sue pubblicazioni inerenti l’attività didattica, terminano proprio con una foto del “Ristorante Vignetta”.

Questo luogo rappresenta, per l’Accademia di Mendrisio, un momento fatto di fantastici incontri ed attimi di gioia pervasi dall’odore “inteso” di queste murature, a volte insostenibile. Odore difficilmente rimovibile dai vestiti, e che continuerà ad aleggiare nei ricordi olfattivi di molti estimatori. La sua demolizione, sarà comunque un atto sanitario importante.

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Paesaggio ed oblio


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“Lavorare con il paesaggio e lavorare con la memoria, con le tracce fisiche di processi incominciati molti milioni di anni fa e che, in alcuni casi, continuano a svilupparsi in fluida continuità.  I paesaggi sono registri del tempo: come grandi libri su cui si scrivono, pagina dopo pagina, momento dopo momento, tutti i segnali di funzionamento del mondo, tutte le impronte impresse dai meccanismi che intervengono nel mondo ……. E se spazio e tempo sono i materiali da costruzione del paesaggio, memoria ed oblio sono gli attrezzi della sua continua trasformazione “. (Joao Ferreira Nunes nel numero 976 della Rivista Domus).

A Bellinzona, le austere ed immaginifiche architetture paesaggistiche di Castelgrande , che hanno trovato, nel corso del tempo, nella memoria collettiva stratificatasi nelle pietre, chi ha saputo dargli continuità, nella trasformazione, fino ai bellissimi interventi di Aurelio Galfetti ; trovano oggi degli ” alter ego paesaggistici”che fanno della ripetitività il metodo per affermarsi nel paesaggio di questa parte del Canton Ticino.

Il Progetto dello Studio Bellinzonese “Architettura e Ambiente” di Aldo Velti, collocato a Daro sulla collina a nord di Bellinzona, è quasi ultimato, ed ha proprio nella sequela degli edifici, bianchi, la caratteristica di proporsi nel paesaggio urbano variegato e scosceso, quale “ferita” visibile da ogni dove. Soprattutto da Castelgrande.

E se, a stento, si può ritrovare proprio nella disposizione ripetitiva degli elementi (di chiara matrice compositiva legata all’architettura moderna razionalista: Weissenhof e simili) che compongono il complesso residenziale: la ricostruzione mnemonica delle isoipse (curve di livello) del luogo, sicuramente tutto l’intervento manca di capacità materica ed architettonica, per metterlo a grado di partecipare alla continuità temporale e spaziale del paesaggio Bellinzonese.

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Alelier 5


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La piazza con gli spazi commerciali

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Nel 1955 si ha la fondazione dello studio svizzero “Atelier 5”

(http://www.atelier5.ch/de/Atelier/News.php)

a Berna da parte di : Erwin Fritz, Samuel Gerber, Rolf Hesterberg, Hans Hostettler e Alfredo Pini.

Lo studio si caratterizza per una spiccata rispondenza alla poetica ed ai modelli di Le Corbusier, ma interpretati con sapienza, per adeguarli alla realtà svizzera.

Il gruppo sino dalle prime siedlungen

(http://www.sapere.it/enciclopedia/Siedlungen.html)

realizzate a partire dal 1960, caratterizza il proprio lavoro, con una forte coesione ideativa, sperimentando anche soluzioni tese a condividere al massimo la progettazione.

Atelier 5, inoltre sperimenta delle tipologie edilizie residenziali, tese a creare un’edilizia innovativa, in cui alla qualità dell’abitare, corrisponde anche un’idea di socialità diversa. Se le Corbusier trovava nel “modello rivoluzionario” verticale dell’Unitè d’Habitation, un canone stilistico e funzionale che rompeva con il passato, Atelier 5, con le loro “siedlungen orizzontali” invece danno continuità alla storia del “risiedere umano” rifacendosi alla qualità dei piccoli villaggi del passato.

Le siedlungen bernesi, rappresentano il tentativo di riconquistare, fuori dalla grande città, dei modelli urbanistici in cui la qualità della vita, sia dal punto di vista sociale, che ambientale, sia alta e confortevole, imperniata su un modello democratico. Molti dei dipendenti si trasferiranno a vivere nelle siedlungen realizzate, proprio perché chi progetta deve sperimentare “abitando” quello che ha pensato sulla carta.

La siedlung Halen, nel comune rurale di Kirlindach, si inserisce in un paesaggio verde inclinato. Le caratteristiche principali del progetto di Halen  sono: la sobria estetica del “beton” (calcestruzzo a vista), un compatto insieme urbanistico con parecchi spazi comuni (piazza, piccole attività commerciali, lavanderia, piscina, orti, ecc.), i passaggi tra spazi comuni / semi comuni e privati definiti in modo marcato (ma di fatto tra loro integrati).

Il “beton”, per Atelier 5 è un materiale naturale, composto di sabbia, acqua, cemento, in fin dei conti una pietra, non è  quindi un materiale in contrasto con la natura, poiché di fatto ne integra degli elementi. E permette ad una costruzione di essere al contempo espressiva quanto ben definita nei dettagli.

Agli inizi degli anni Sessanta, appena poco la fine della costruzione di Halen (1961), anche in Svizzera si stava facendo strada la voglia di rinnovamento, tanto a livello sociale quanto a livello politico. Infatti tra i primi residenti c’erano in modo particolare liberi professionisti, artisti e anticonformisti. Costoro animarono la socialità e lo stile di vita di Halen con dibattiti democraticamente “aperti” e lunghe discussioni su ogni decisione da prendere, ma anche con  giochi, feste, concerti e proiezioni di film. Tolleranza, rispetto e riguardo per chiunque, sono ancora oggi la colonna portante del centro abitativo di Halen.

La situazione privilegiata, dal punto di vista paesaggistico, del complesso abitativo come pure i numerosi servizi in comune, aprirono, ed aprono, soprattutto ai bambini spazi di grande libertà.

Il centro, con le sue stradine, le piazze, i servizi in comune e l’ambiente circostante (il bosco) offrono ancora oggi infinite e svariate possibilità di muoversi in spazi non totalmente strutturati. Fattori importanti dello sviluppo della fantasia del bambino, che giocano un ruolo importante, nella formazione di un adulto più consapevole.

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I “carrugi”

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Il ristorante

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L’autorimessa

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Il lavaggio delle auto condiviso

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Il distributore di benzina condiviso

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Campo di calcio e pallavolo

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La piscina

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L’anima del paesaggio


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In un paesaggio non si è solo spettatori, ma ci si sta dentro spazialmente, con una presenza e una partecipazione fisica e spirituale finanche contemplativa.

Un paesaggio ed un panorama danno l’opportunità di percepire la particolarità di una regione, ma anche della sua realtà paesistica e sociale : la simbiosi tra natura e cultura.

Basta lasciar vagare lo sguardo per rendersi conto del quadro storico alternativamente frammentato e rissoso, oppure piano e pacioso che sta dietro gli agglomerati di case e lungo le strade ed i campi. Il panorama rivela pure zone d’ombra o brutture infertigli dall’uomo. Poiché non sempre un panorama include gente di ampie vedute. Ma questo è un altro discorso.

Trascritto da uno dei pannelli didattici che accompagnano e spiegano al visitatore  ciò che si vede dall’ Alpe Cardada sopra Locarno (Svizzera)

L’anima di un paesaggio è di fatto quello “schermo ideale” su cui, ognuno di noi, proietta la propria visione del mondo. Una visione che è suscettibile di moltissime variabili, tra cui : la cultura, lo stato d’animo, la salute, ecc..

Salendo sull’Alpe Cardada e poi sul monte Cimetta (mt. 1671 slm.), in una bella giornata limpida e ventosa, con un solo colpo d’occhio, si è in grado di spaziare a 360 gradi. E’ così che si coglie (circondati dal lucente biancore della neve) tutta la magnificenza del paesaggio, il punto più profondo ed il più alto : a sud il Lago Maggiore (con le splendide isole di Brissago), ad ovest le alte vette alpine vallesane con la Punta Dufour e la Jungfrau. E tutto ciò a solo pochi minuti al di sopra delle “mediterranee” città di Locarno ed Ascona ed a circa 135 chilometri da Milano.

Ecco forse l’anima del paesaggio è proprio questa specie di “serendipity” (come direbbero gli inglesi), che vuol dire saper cogliere qualcosa che abbiamo sotto gli occhi, che conosciamo, ma che riusciamo a vedere solamente avendo la capacità di collegare fra loro fatti apparentemente insignificanti, per arrivare ad una conclusione “preziosa”, o più in breve, forse soltanto: ad una “felice coincidenza” che ci emoziona, che ci commuove.

Quì una mappa dei luoghi descritti

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