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Builders of the future

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La Filanda


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Costruito nel 1783, lo stabile “La Filanda Torriani-Balzani” a Mendrisio testimonia, nella sua denominazione e nella struttura muraria perimetrale, un passato storico significativo per l’industria manifatturiera dei filati.

Nella Filanda, una volta c’era la Manor che aveva ristrutturato l’edificio; nel 2009 il Municipio di Mendrisio ne era tornato proprietario.

Chi, come me, ne ha frequentato per cinque lunghi anni il parcheggio interrato adiacente, ha potuto vedere nascere questa struttura costata quasi 7 milioni di franchi.

Oggi è diventata, con l’inaugurazione del 15 e 16 settembre 2018, un centro innovativo per il Ticino: sarà contemporaneamente  biblioteca, ludoteca, videoteca, luogo d’incontro, sede di conferenze, mostre……. L’edificio è stato ristrutturato su progetto dell’architetto  Anne-France Aguet

https://www.annefrance-aguet.ch/profilo

La struttura soggiace ai rigorosi “standard ristrutturazione Minergie” (TI-479) diventando così un edificio altamente ecosostenibile.

https://www.annefrance-aguet.ch/single-post/2017/02/01/Ristrutturazione-Filanda-Mendrisio

La struttura dotata già di un notevole quantitativo di libri e riviste “a scaffale”, presenta anche numerose postazioni per lo studio ed il collegamento Wi-Fi, che la faranno diventare un’occasione ghiotta per gli studenti sia dell’Accademia di Architettura USI, che della futura (nascente)sede SUPSI.

Un edificio “La Filanda” che è soprattutto un interno, accogliente e comodo, con un piano (il secondo) ancora da ultimare. Spazi colorati e molto ben illuminati, materiali gradevoli al tatto e facili da manutenere. Forse la scala poteva essere “giocata” meglio dal punto di vista dell’architettura.

https://www.cdt.ch/ticino/mendrisiotto/198826/l-attesa-%C3%A8-terminata-inaugurata-la-filanda

Un altro progetto legato alla cultura del Canton Ticino, che diventa disponibile per i cittadini. Quale miglior investimento per il futuro. Direbbe un letterato colto : “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

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In questi giorni “settembrini”, a Milano e dintorni si fa un gran parlare degli sgomberi attuati dalle Forze dell’Ordine, nei confronti di occupanti di immobili privati ​​e non.

E’ assurto agli onori della cronaca locale e nazionale, lo sgombero avvenuto a Sesto San Giovanni. Infatti, l’edificio ex Alitalia alcuni anni fa era già stato oggetto di una lunga occupazione a fini residenziali (allora a Sesto imperversava il centrosinistra); gli stessi “estremisti di sinistra” di ALDO DICE 26X1, sono tornati a ri-occupare lo stesso immobile. Allora vennero sgomberati con la promessa che l’ex sede Alitalia doveva essere riqualificata immediatamente. Sono tornati ai primi di settembre di quest’anno, ed hoannotrovato l’immobile nelle stesse identiche condizioni in cui l’avevo lasciato. Dopo 48 ore, nel rispetto del “Decreto Salvini” sono stati fatti smammare.

https://www.ilgiorno.it/sesto/cronaca/occupazione-ex-alitalia-1.4138546

E ‘evidente che questo fenomeno, l’occupazione di edifici non occupati, è ormai molto diffuso nel milanese ed in tutta Italia. Solo nel Comune di Milano, sono circa 4.500 gli alloggi occupati abusivamente (pubblici e privati).

A fronte di una richiesta di alloggi popolari, che vede in lista oltre 25.700 richiedenti (in continuo aumento), esiste una produzione di alloggi popolari nuovi (a Milano) di circa 500 unità annue. Molti dei richiedenti in lista hanno fornito autocertificazioni “scorrette”.

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_giugno_28/milano-case-popolari-sono-irregolari-due-richieste-tre-ca6350cc-7a91-11e8-80d9-0ec4c8d0e802.shtml

numeri CodiceFonte immagine – https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_settembre_01/i-numeri-dell-emergenza-f3968b36-7006-11e6-acff-0ba0a2f56bad.shtml

Poi vi sono i numerosissimi alloggi non occupati che sono diventati oggetto di un vero e proprio “racket mafioso”, con affitti pagati alla malavita, nella totale illegalità.

http://baggio.milanotoday.it/san-siro/occupazione-sventata-via-civitali.html

Da non dimenticare che vi sono anche quelli che non hanno i requisiti per accedere all’assegnazione di alloggi popolari, anche qui i numeri parlano di circa 10.000 / 12.000 persone.

In altre città italiane la situazione è simile e / o peggiore.

E’ questa una storia, complicata e complessa, però in un Paese serio si fanno delle politiche di produzione di alloggi popolari pubblici, anche per calmierare un mercato ad arte “gonfiato” soprattutto a Milano. Fatto che spinge sempre più persone a risiedere nei comuni dell’Hinterland o addirittura nelle province contermini (e poi lavorare, studiare, consumare cultura a Milano); si svuota il centro di Milano come residenti, per farli aumentare nella provincia ed oltre. Ciò induce traffici automobilistici in continuo aumento, non essendo queste “delocalizzazioni forzate”, supportate da efficienti mezzi di trasporto pubblico.

E’ anche presente una situazione tipicamente milanese, dove chi è risiede a Milano, e che ha conquistato questa “posizione centrale” con costi e fatica, la città finisce ai confini comunali; l’esistenza della stessa Città Metropolitana (di cui Giuseppe Sala è sindaco ) non viene nemmeno presa in considerazione. Rammento, ad esempio, numerosi progetti elaborati a Milano, di piste ciclabili, tragicamente limitate al solo territorio comunale milanese, mentre a Copenaghen superano i 20 km. raggiungendo anche tutta l’area provinciale.

http://www.radiomontecarlo.net/news/extra/233225/a-copenaghen-troppe-bici-sulle-piste-in-arrivo-le-autostrade-ciclabili.html

Cosa fare? Bisognerebbe ragionare almeno ad una scala provinciale, istituendo attività, che non siano di semplice “rammendo” ma di vera e propria rigenerazione urbana: riqualificando i quartieri popolari di  Milano, ma “guardando” anche a quello che ci sta dietro, ai comuni limitrofi , alle aree dismesse. Riqualificando vecchi immobili soprattutto industriali (spesso ai confini tra i comuni) per trasformarli, in opportunità abitative. Costruire nuovi alloggi e servizi, parchi, piste ciclabili, ecc.. Dare spazio a tecnologie “leggere” come il legno e l’alta efficienza energetica, per prezzo e costi contenuti. Fare partnership con i privati, senza essere “proni a novanta gradi”, ma sta in grado di fissare precisi in merito alle politiche abitative presenti e future.

Ci immaginiamo un “Pensatoio Internazionale sull’Architettura e l’Urbanistica”, che, avendo al “centro” l’edilizia residenziale pubblica, non si occupi solo di problemi architettonici e urbanistici, della “qualità” urbana, ma si ponga anche obiettivi sociali.

Una “cosa” simile (ma diversa) all ‘IBA di Berlino – https://it.wikipedia.org/wiki/IBA_84 – coinvolgendo personalità e progettisti di alto profilo, in grado di produrre, nel corso di un tempo limitato e preciso (abbastanza lungo ma non troppo) idee, progetti ma anche di restituire un’idea di città, che al di là delle leggi e dei finanziamenti, non venire venire, meglio venire progettualità politica.

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Architettura della sparizione


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Jony Ive, il celebre direttore del design di Apple ha detto: «Abbiamo combinato due elementi fondamentali della piazza italiana: l’acqua e la pietra, aggiungendo un portale di vetro che crea un’esperienza multisensoriale per i visitatori che entrano nel negozio attraverso una fontana a cascata che sembra avvolgerli».

( video dello Store Apple di Milano – https://youtu.be/y8mUUQ2A-ao )

Potrebbero essere le parole dello stesso Sir Norman Foster, il progettista dell’Apple Store di Milano, che è stato aperto il 26 luglio 2018 a Milano, che ha fatto dell’acqua, del vetro e della pietra, l’essenza stessa di questo intervento “minimale”.

La stessa Apple, forma i propri dipendenti, imponendogli un codice di comportamento rigoroso (lavorare in Apple Store – https://bit.ly/2OlkyBy ) teso ad accogliere e mettere a completo agio la clientela, affinchè sia predisposta al meglio all’acquisto. L’architettura in tal senso gioca un ruolo fondamentale : deve essere presente, accogliente, ma essenziale, valorizzando al meglio il prodotto ed il logo.

L’appeal “tecnologico” che Foster mette sempre nella propria poetica espressiva, gioca qui un ruolo fondamentale teso a creare consenso nel pubblico di massa, ma anche negli addetti ai lavori : designer, programmatori, architetti, ecc. (per altro tutti acquirenti eccellenti, da sempre, dei prodotti Apple).

il vetro è l’attore principale di una “rappresentazione urbana”, tipicamente milanese, nella quale le dimensioni tecnica ed economica (spesi soldi a go-go, “sciallando” alla grande) del costruire hanno ormai preso il sopravvento sulle implicazioni sociali e culturali dell’architettura. Infatti se ai più può sembrare uno spazio pubblico riuscito, un recupero di un vuoto urbano (che vuoto già prima non era), in realtà è il luogo del consumo più bieco, sinergico anch’esso a “persuadere” con la sua eleganza, la sua “trasparenza” (presunta ma non effettiva – https://bit.ly/2vbPL10 ) e la sua accoglienza, all’acquisto di prodotti globali che vendono un logo di alta gamma (stra-costoso), più che cercare di produrre oggetti accessibili a tutti.

Non si privilegia il vuoto e la città, si aggiunge a Milano, l’ennesimo “spazio sacrale” del commercio. Uno spazio pieno di VITREA IMMATERIALITA, ma dove ogni giorno si sacrificano al Dio Denaro, i brandelli di una società che non sa più dove sta andando. Per avere in cambio oggetti costosi e di “durata limitata programmata” (https://bit.ly/2NOfAfm )……..insomma, per essere trattati come dei “polli in batteria” da spennare.

È proprio in questi casi che si configura un duplice tradimento dell’architettura di vetro cara a Scheerbart (https://bit.ly/2K12rxd ) ed a Mies van der Rohe. Il primo tradimento è quello perpetrato dall’architettura di vetro nei confronti della città da parte di questa architettura. Nell’Apple Store Milano, è difficile riconoscere i VERI paradigmi della trasparenza, dell’onestà, del rigore, della sobrietà, dell’essenzialità, dell’apertura nei confronti del contesto socio-economico reale contemporaneo e darne un’interpretazione anche critica; che proprio dal vetro e da ciò che rappresenta attendevano una risposta.

Il secondo tradimento è quello che l’architettura di vetro ha subito da parte di una progettualità fosteriana che in questi casi sembra più tesa all’operatività che disposta a riflettere sul senso del proprio agire e del proprio essere nella società mondiale (e milanese). Una progettualità ormai lontana da quell’impegno civile che caratterizzava il pensare all’architettura dell’avanguardia del Novecento e che riconosceva nel vetro e nella sua trasparenza una grande opportunità per DISVELARE ciò che i muri di pietra e mattoni nascondevano.

Un intervento riuscito, quello dell’Apple Store di Milano, una vera e propria ARCHITETTURA  SERVA dei potentati economico/tecnologici oggi al potere. Interventi di cui Milano, capitale economica (presunta e sopravvalutata) di una nazione che sta andando a ramengo tra : xenofobi, razzisti, incapaci, quaquaraquà, ecc., si sta ormai purtroppo riempiendo (più che svuotando).

Ed intanto molti architetti hanno “occhi che non vedono”…….rispetto a quello che sta avvenendo, anche loro raggirati e persuasi da questi VUOTI……..pieni di schifezze trasparenti.

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Ingegneria del consenso


ALESSI

Nel salotto buono della politica milanese, la Sala Alessi a Palazzo Marino, si è tenuta una “garrula” conferenza/dibattito in merito all’apertura dei Navigli milanesi. Il fronte del NO ha dimostrato con l’ausilio di numerosi tecnici, che l’opera strenuamente voluta da Giuseppe Sala sindaco, è superflua (11 luglio 2018, ore 18,00).

L’idea è dimostrare l’inutilità dell’operazione e la macchinazione mediatica che c’è dietro.

Presenti : Beltrami Gadola, Emilio Battisti, Alberto Artioli………politici, consiglieri e quant’altro.

Il comune (Sala) sta promuovendo un’operazione da “debat public” ( https://bit.ly/2NHEDl7 ) in merito al progetto di riaprire i Navigli milanesi, sostenuto da anni apposita associazione ( https://bit.ly/2KMj8BK ).

Debat public non attuati con la procedura con cui sono utilizzati in Francia, in quanto mancanti di un’autorità “terza” in grado di discernere tra le opzioni della Amministrazione e quelle dei Cittadini. Una triste vicenda di “falsa democrazia” finalizzata a costruire un’ingegneria del consenso.

Sala ne fa una questione di principio, visto che in merito c’è stata anche la possibilità di un referendum. Entro la fine del suo mandato vuole aprire il primo tratto (costo 150 milioni dei 500 totali previsti). L’idea è quella di aumentare il turismo a Milano grazie alla “riscoperta” di tale infrastruttura.

Il progetto è meschino, infatti non si intende riscoprire i Navigli storici con criteri archeologici, ma bensì realizzare una serie di “vasche” (cinque tratti) difficilmente navigabili, collegati tra loro da una tubazione di ricircolo. Una operazione che renderà difficile l’accesso alle abitazioni contermini, complicherà il traffico ed avrà dei costi di gestione (manutenzione, pulizia, ecc.) stimati in circa 10 milioni annui.

Insomma una “porcata”, da collocarsi in un nuovo sedime, distruggendo le tracce (ora interrate e/o tombinate) del Navigli storici.

I costi stimati sembrano ottimistici, i possibili ritrovamenti archeologici, la sistemazione dei sottoservizi, sicuramente faranno lievitare i costi ed i tempi di realizzazione. Senza contare lo sconvolgimento della viabilità e dei trasporti che tali “vasche” necessariamente indurranno.

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Mille e non più mille.


1 IL PRINCIPIO Consumo di suolo: i dati%%%

Sto seguendo con le operazioni di revisione del PGT di Milano (governata dal centrosinistra), visto che contemporaneamente anche a Sesto San Giovanni sta attuando la stessa procedura.

Milano (Sala e soci) sta attuando, la solita messa in scena, della presunta partecipazione, attraverso una serie di appuntamenti / convegni (alla Triennale il 19 di maggio vi è stato il primo – http://www.triennale.org/evento / milano-2030 / ) per riflettere sulla città e raccogliere eventuali istanze. Sesto San Giovanni invece ha optato per raccogliere con un format i suggerimenti dei Cittadini e dalle associazioni (c’è tempo fino al 19 agosto – http://www.sestosg.net/sportelli/sestoprogetta/pgt/ ).

Milano è più avanti, Sesto San Giovanni sta iniziando ora, ma le procedure “partecipative” sono completamente diverse. Milano come Sesto immagina (probabilmente) di incrementare, nei prossimi decenni, la propria popolazione, sia giovanile, che anziana. Aumentare la dotazione di verde pubblico pro capite, ridurre l’inquinamento dell’aria, ed il consumo di suolo.

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L’aspetto che colpisce è l’assenza di confronto con la dimensione metropolitana di ambedue le revisioni in atto dei PGT, inteso come strumento di controllo e indirizzo dello sviluppo del territorio che dovrebbe intendersi “allargato”, e che invece è rigorosamente contenuto nei limiti comunali : sia nel PGT di Milano (città guida dell’Area metropolitana) che di Sesto.

Ormai è acclarato il fallimento dell’istituzione della “Città Metropolitana” seguito alla Legge Del Rio. Ambedue i PGT “finiranno” l’analisi e le previsioni ai loro confini, come ad esempio per quanto concerne il traffico viabilistico.

Il dialogo fra le amministrazioni dell’hinterland e il capoluogo, tanto faticosamente tenuto in vita del PIM (piano intercomunale milanese), si è completamente dissolto, per essere sostituito da un clima di contrapposizione, che si riflette in maniera pesante sulle scelte di contenuto dei PGT.

La situazione è paradossale, quasi surreale, se si considera che, simultaneamente, sono in corso di revisione, sia il PGT di Milano, che il PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale) dell’ex Provincia, ora “Città Metropolitana”. Un “buttar via soldi”, in cui noi italiani non ci supera nessuno.

Ambedue i PGT sembrano, nelle prime istanze, puntare sul verde, sul contenimento del consumo di suolo. Milano ambisce ad un’opera di riforestazione urbana (sponsor Boeri Stefano) piantumando decine di migliaia di nuovi alberi; Sesto San Giovanni presumibilmente punterà tutto sull’ex parco delle Ex Aree Falck, che nel corso degli anni sta diventando sempre più “ristretto”.

Milano si gioca anche la carta degli ex scali ferroviari, dove il verde (è sia reale che “colorato” – http://www.abitare.it/it/habitat/urban-design/2017/05/21/milano-scali- ferroviari-architetti / ) serve a camuffare un costruito a volte eccessivo e strumentale. Stessa sorte per la riapertura dei Navigli, anche qui si cerca il consenso popolare, condividendo un più non posso ( http://www.milanotoday.it/attualita/navigli-dibattito-pubblico.html ).

Ne vedremo delle belle! Rimanete sintonizzati.

LA VISIONE.  Una città vivibile mq / ab, 5.  mq / ab mq / ab parchi.  parchi.  parchi.

 

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Veloci, ma lenti


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Torso con teschio lungo (fusione di alluminio 1973/2007) Scultura / HR Giger Kunsthaus Coira

Camminare, muoversi, è sempre un viaggio di scoperta all’interno di noi stessi, mentre gli edifici, il paesaggio, le strade, i volti, il clima e l’atmosfera dei luoghi, quasi inconsapevolmente, ci formano.

Andare veloci, per i più significa consegnare le esperienze all’oblio, come scrive Milan Kundera nel romanzo “La Lentezza” : Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è diretto proporzionale all’intensità dell’oblio. , ma è vera questa duplice equazione, oggi?

Recentemente con due amici (ambedue, come me, architetti), mi sono cimentato in un viaggio di un giorno, di circa 300 chilometri, in Svizzera, nei Grigioni (il Cantone più grande). L’obbiettivo era ambizioso, visitare una serie di edifici realizzati da Peter Zumthor, che tutti tre avevamo studiato, e conoscevano a “menadito”, per vedere se “le atmosfere”, e le “esperienze sensoriali”, descritte nei suoi libri erano effettive.

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Un viaggio siffatto è “giocato” emozionalmente sulla dicotomia tra passato e presente, tra velocità e tempo, che dovrebbero essere l’espressione sintetica dei nostri tempi: ma così non è.

Viaggiando velocemente, si è colpiti da una polifonia visiva d’immagini, sempre diverse, per poi ritrovarle, e ricostruirle, quando si rallenta fino fermarsi. Si viaggia come se fossimo gli astronauti del film “Interstellar” (https://bit.ly/1Q5jaLy), dove un buco nero accellera e rallenta la loro velocità,  consegnandogli “tempi” tra loro molto diversi.

A lungo andare, per il ripetersi di sequenze, di paesaggi, di architetture, di materiali, di volti, è possibile che qualcosa indebolisca il “farsi” del viaggio; però il sapiente contrasto tra i vorticosi movimenti (che il chilometraggio, e la molteplicità dei luoghi da visitare, impone), e gli improvvisi rallentamenti, necessari a visitare i luoghi individuati, fa si gli occhi, ed il cervello, continuamente sono “titillati “da” punti “, dove guardare per catturare un frammento. E ‘quindi innegabile, che proprio l’essere “veloci” e subito dopo “lenti” giova innegabilmente alla fruizione della bellezza unitaria che questi luoghi, seppur diversi (ma sempre legati da un filo rosso), riescono ad esprimere.

Ad aiutare in tutto ciò, vi è anche l’architettura zumthoriana, ancorata ai valori della memoria dell’uomo, ma anche vigile alle veloci pulsioni della contemporaneità. Una architettura fatta nella lentezza, ma in grado di operare “sintesi” foriere di un futuro aperto, a cui guardare con ottimismo e sicurezza di nuovo il cielo. 

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RE-Park


 

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SOPRA IN ALTO – il render dell’intervento / QUI’ SOPRA – l’edificio in corso di ultimazione

Il cantiere di via Chiese a Milano Bicocca, una ristrutturazione di un edificio degli anni Ottanta, è in corso di ultimazione.

Sarà la sede di Engie (energia), il progetto è stato firmato dallo studio PARK ASSOCIATI, fondato da Filippo Pagliani e Michele Rossi, che negli ultimi anni ha firmato i più raffinati ed interessanti progetti di ristrutturazione di edifici destinati a ufficio a Milano.

Un edificio, quello dei civici 72 e 74, per nulla banale e scontato, dove le nuove vitree facciate vengono re-interpretate seguendo uno schema che riconduce ai rigori della composizione e già questo non è poco vista la banalità di alcuni interventi nell’intorno.

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Filippo Pagliani e Michele Rossi si allontanano dagli schemi culturali e progettuali dell’architettura “modaiola” di questi anni :  la disciplina architettonica è per loro una sfida alle convenzioni costruttive e  alle tradizioni formali e tipologiche, che vengono continuamente reinterpretate. La progettazione è quindi un continuo rinnovo della materia, una commistione di discipline e forme, dalla musica alle arti plastiche. Park Associati non si è mai avvalso di una linea stilistica unica, ogni volta ricerca una “strada” diversa : anche occupandosi di  progetti estremamente vari, che spaziano da design alle grandi strutture.

D.S.

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Milano City (Testa o Croce).


 

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La "Nube Purpurea che uccide" su Milano fotografata dalla Torre Garibaldi

Se con il lancio di una monetina, Milano ha perso l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), a favore della più rutilante, ecologica e culturalmente più dotata Amsterdam, questo fatto non deve essere vissuto negativamente, in quanto può essere una grande occasione.

Infatti, l’arrivo dell’Agenzia Europea del Farmaco (che ora ha sede a Londra), con i suoi oltre 800 impiegati, i congressi ed il relativo turismo conseguente, avrebbero ulteriormente indotto la metropoli milanese ad una crescita urbanistica “gonfiata” che già consta di decine di migliaia di vani sfitti e/o inutilizzati; soprattutto di terziario e di residenziale.

Non dimentichiamoci che Milano, una delle zone al mondo con il più alto consumo di suolo, insiste in una delle regioni della Pianura Padana in cui gli abitanti dell’area metropolitana sono esposti quotidianamente (tra ottobre e marzo) a livelli di inquinamento atmosferico da biossido di azoto e da micropolveri sottili (PM 10 e PM 2,5) di gran lunga superiore ai limiti di legge. Da Paderno Dugnano a Lacchiarella, da Corbetta a Truccazzano.

È evidente la necessità di un urgente e decisivo piano d’intervento che vada finalmente ad incidere sulle politiche relative alle fonti di inquinamento. E’ ormai un problema di salute pubblica, che ricorre praticamente ad ogni inverno, per più settimane.

A ciò non esula l’urbanistica. Anziché di continuare a progettare dei Piani di Governo del Territorio (PGT)  di espansione della superficie lorda di pavimento (con conseguente inevitabile consumo di suolo), bisognerebbe decostruire, riducendo il numero degli abitanti insediati. Concentrando tutte le disponibilità economiche sulla realizzazione di spazi verdi (filtranti) e di mezzi di trasporti pubblico efficienti, capillari ed economici.

Una occasione è stata di recente offerta dall’Accordo di Programma (A.d.P) tra Ferrovie dello Stato e Comune di Milano, inerente la riqualificazione degli scali ferroviari dismessi (oltre 1,2 milioni di metri quadrati oggi abbandonati e degradati sparsi nel territorio comunale) delle aree : Farini, Porta Genova, Porta Romana, Lambrate, Greco, Rogoredo e San Cristoforo, ecc.. Una occasione colta solo parzialmente d’invertire un futuro di “cemento”.

Infatti i progetti, presentati la scorsa primavera in occasione del Salone del Mobile, sono maestosi, ricchi di verde, di piante e di grandi prati, ma anche di tanto edificato “dipinto di verde” : troppo edificato e tanti palazzoni inutili, probabilmente invendibili a medio e lungo termine.

Non si tratta di realizzare, degli scenari per le “fauci feroci” degli immobiliaristi, o per le “matite verdeggianti” degli architetti, troppo spesso “servi” di costoro, ma invece bisogna consentire ai cittadini di tornare a respirare, invertendo una tendenza che non consente più deroghe, già da molti anni. Alle auto ecologiche ed elettriche, al costruito sostenibile con contenimento spinto dei consumi energetici, deve anche seguire un’architettura che sappia contenersi nella quantità (volume) per dare più spazio alla qualità, ai contenuti.

Non è più accettabile pensare alla Città di Milano ed alla sua area metropolitana in termini di edificato, ogni brandello di terreno da riqualificare deve diventare esclusivamente un’area verde. Un verde da intendersi «come infrastruttura ecologica ed economica», che sia fruita insediandovi attività diverse che possono essere orti urbani, istallazioni temporanee, spazi per i concerti e attività sportive. Per il costruito ci sarà solo l’impronta degli edifici già edificati, il sopralzo (contenuto) di quelli esistenti. Un lascito per le generazioni future.

Dario Sironi

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Giungla


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La prima volta che ho sentito parlare della “giungla di via Noale” a Milano, studiavo da poco architettura. Era la fine degli anni Settanta del Novecento. Venivamo inviati, per “toccare con mano”, in maniera sparuta, quasi di nascosto, visto che imperava ancora per poco la Politica del Collettivo Studentesco (Tante parole e poca architettura) a contemplare (per imparare) gli edifici, dell’Architettura Moderna e Contemporanea, che i nostri professori di progettazione (Emilio Battisti, Sergio Crotti, Daniele Vitale, Ernesto D’Alfonso, Cesare Pellegrini, Massimo Fortis, Enrico Mantero, ecc.) ci descrivevano come magnifici ed esemplari : il Gallaratese di Aymonino e Rossi, la “Rustici” di Terragni, la Casa a Torre di Bottoni in Corso Sempione, gli edifici di Giò Ponti, la Torre Velasca dei BBPR, ecc.. Il “viatico” per chi iniziava a praticare questa antichissima e splendida disciplina.

Tra questi faceva specie, la lunghissima digressione in via Noale (Zona Baggio, verso la Tangenziale Ovest), dove uno dei nostri professori, Vittoriano Viganò, aveva costruito parecchi anni prima (nel 1952) un edificio per l’istruzione , il Marchiondi Spagliardi, completamente abbandonato nel 1970. Da tutti definito “Brutalista”.

Già allora, noi giovani studenti, ci aggiravamo in una piccola giungla urbana, frutto dell’incuria a cui la struttura era stata completamente abbandonata. Ancora bellissime, le ardite strutture in cemento armato a vista, di chiara impronta lecorbuseriana, scandivano lo spazio dell’intorno: mentre all’interno, già via abitavano strane creature urbane con le loro suppellettili.

Già allora, si incominciò a “parlare” in merito alla necessità di tutela e di restauro del complesso didattico. Ne vaticinava anche lo stesso Viganò, quando nel 1985, inaugurò il nuovo ingresso della Sede Facoltà di Architettura in via Ampere, da lui progettata.

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Così rappresentativo di un’epoca, che l’edificio fu, dopo pochi anni, vincolato dalla  Soprintendenza ai Beni architettonici, ma il degrado continuò a progredire nonostante i numerosi tentativi di farne un’uso finalizzato al suo restauro.

Nel corso del tempo ho più volte assistito a dibattiti tra architetti e non sulle sorti di una tale “bellezza architettonica moderna” (per non dire ancora contemporanea), il cui modello architettonico è esposto al Mo.Ma di New York.

Ma nulla, assolutamente nulla, è avvenuto, se non il recupero a centro disabili diurno, di una piccolissima parte del complesso. Intanto la natura, la “Giungla” lentamente fa il suo inesorabile corso, e si sta “mangiando nell’indifferenza più totale” le immaginifiche e sontuose strutture. Il tutto avviene mentre un recinto alto e minaccioso, protegge e santifica l’evento distruttivo “naturale”.

L’ultimo “dibattito in merito” a cui ho personalmente assistito è avvenuto nel 2015, presso il belvedere “Enzo Jannacci” del Grattacielo Pirelli di Giò Ponti e soci, ma non ha prodotto nulla, assolutamente NULLA, nonostante l’Expo e le aspettative della figlia di Vittoriano Viganò (deceduto nel 1996), Paola, che pregava gli astanti (docenti, soprintendenti, architetti, esperti) almeno di ripristinare l’impermeabilizzazione del tetto, per salvare il salvabile.

Eppure ancora oggi, il pellegrinaggio di architetti, in via Noale, da tutte le parti del Mondo, è pressochè costante. Cosa ci vorrebbe a fare una “Call/Chiamata” internazionale, per trovare un operatore, un magnate, che intenda restaurare perfettamente (sotto l’occhio vigile della Soprintendenza) una tale “bellezza”. Gli si potrebbe lasciare l’usufrutto per i prossimi 99 anni, ad un euro (come per Palazzo Farnese a Roma)!

Tanto, se non ci si è riusciti in oltre 45 anni a trovare una soluzione politica/economica ed un uso congruo per tale edificio, per scongiurarne la completa “rovina”, probabilmente non la si troverà mai, passassero mille anni.

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Dario Sironi

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