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Builders of the future

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LANDBRUCKSKVARTALET



Grønland è uno dei quartieri più vivaci, multiculturali e convenienti di Oslo, situato a pochi passi dalla Stazione Centrale (Oslo S). Fa parte del più ampio distretto di Gamle Oslo, che conta circa 63.700 abitanti.

È celebre per gli autentici mercati di frutta e verdura, i negozi di spezie, l’eccellente street food internazionale (come il leggendario Punjab Tandoori) e i locali alla moda disposti lungo il fiume Akerselva.

Oggi il quartiere è in profonda trasformazione e riqualificazione : residenza, uffici, negozi, ecc.




Ad eseguire il progetto di rigenerazione urbana è una delle stelle nascenti dell’architettura internazionale, è lo studio Helen & Hard. Con la loro enfasi sulla comunità, la sostenibilità e l’uso predominante del legno, non solo cercano di rinnovare l’architettura in sé, ma anche il nostro modo di vivere. Per essere partecipi, anche nell’edilizia, della salvaguardia dell’ecosistema planetario “. Dichiarano:

Crediamo fermamente nella comunità.”

“Il legno può unire il semplice e il sublime.”

SOTTO ALCUNE IMMAGINI DELL’INTERVENTO TRATTE DAL SITO DEGLI ARCHITETTI – HELEN & HARD



Helen & Hard, progettisti del primo edificio in costruzione, sono un rinomato studio di architettura norvegese, con sedi a Stavanger e Oslo, fondato nel 1996 dall’architetto norvegese Siv Helene Stangeland e dall’austriaco Reinhard Kropf. Lo studio è celebre a livello internazionale per l’impiego pionieristico di strutture in legno massiccio, l’approccio ecosostenibile e la progettazione partecipata. La struttura dei pilastri in corso di realizzazione è completamente in legno massiccio e lamellare, consentendo così un ingente risparmio di CO2, calcestruzzo/acciaio. Infatti questi sono tra i principale colpevoli di quel 40% medio europeo di immissione di Anidride Carbonica nell’atmosfera terrestre, ormai ampiamente acclarato (IPCC).






Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Ritorno ai laghi Ritom



Si sale con una delle funicolari piu’ pendenti al Mondo ( https://www.ritom.ch/funicolare/ ), dalla centrale idroelettrica Ritom, circa 1000 mslm, di Piotta, ai 1789 metri sul livello del mare di Piora (Vicino al Bar – La Tana del Lupo). I Laghi del Ritom, sono poco più in là, raggiungibili con una comoda strada asfaltata, fino al Rifugio laghi Ritom ( https://lagoritom.ch/ ), da dove si dipanano numerosi sentieri, con varie difficoltà.

Da quì si entra nel cuore della Val Piora, che rappresenta insieme ai suoi laghi, uno dei paesaggi alpini più affascinanti della Svizzera. Circondati da pascoli d’alta quota, boschi di larici e imponenti cime granitiche, questi specchi d’acqua di origine glaciale colpiscono per le intense sfumature turchesi e smeraldo, che cambiano con la luce e le stagioni. Il Lago Ritom, insieme ai vicini Lago di Tom e Lago Cadagno, forma un mosaico di laghi alpini immersi in un ambiente di straordinaria naturalità, spesso definito il “paradiso dei laghi alpini”. La quiete del luogo, la ricchezza della flora e della fauna e l’ampiezza degli orizzonti rendono la Val Piora una meta di rara bellezza, capace di coniugare spettacolarità paesaggistica e autenticità.











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MIMMO


Meravigliosa installazione del maestro Mimmo Paladino (Paduli – Benevento, 1948), a Palazzo Citterio a Milano, nella Sala ipogea James Stirling.

I “Dormienti” , uno dei suoi più celebri capolavori qui riallestiti in stretto dialogo con l’architettura del “geniaccio inglese” che lo ospita, con un’appendice di opere su carta del 1973 (Dal sogno di Icaro).





I corpi scultorei rannicchiati in maniera fetale, nel buio della sala, in cui il pubblico può muoversi liberamente, sono palesati da “raggi di luce”; spesso sembra di trovarsi davanti ai corpi degli abitanti di Pompei, colti nel sonno dall’eruzione mortale del Vesuvio.

Una installazione d’atmosfera, che fa riflettere. Aiuta anche il corredo sonoro che si diffonde nella sala.

L’esposizione, curata da Lorenzo Madaro e realizzata da “La Grande Brera” in stretta collaborazione con l’Archivio Paladino.




E poi fuori, nel cortile/giardino di Palazzo Citterio, c’è pure il “Muro Longobardo” sempre di Paladino del 2017/2018.Il Muro Longobardo è un’installazione artistica permanente. Creata dal maestro della Transavanguardia, per l’apertura di Palazzo Citterio, l’opera funge da scenografico fondale per la Collina di Ermes ed è costruita assemblando pietre di recupero e frammenti archeologici.





Sempre nel cortile/giardino del palazzo, fino al 31 luglio 2026 è fruibile anche : Padiglione ispirato alle iurta dell’Asia Centrale, come spazio di aggregazione contemporaneo, su progetto di WHY Architecture.

Un fresco gazebo in cui è possibile consumare anche qualche “raffrescante prodotto” indispensabile in questa infernale estate europea.


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CAFFETTO



Villa Caffetto a Calcinate (Bs) in via Branca, progettata e realizzata tra il 1972 ed il 1974 dall’architetto Fausto Bontempi (1935/2025) per l’artista Claudio Caffetto (1942/2022), è una delle più significative architetture residenziali sperimentali “brutaliste” del secondo Novecento italiano.

L’edificio ha una dimensione “Hollywoodiana”, un’astronave nel piccolo paese di Calcinate. Caffetto è anche intervenuto direttamente negli arredi avendo una competenza familiare in merito. All’interno della zona giorno della villa, i divani e i tavolini da caffè – disegnati dallo stesso Caffetto – sono storicamente accostati e illuminati dalla lampada Alba, un’icona del design d’illuminazione prodotta da Guzzini negli anni Settanta e progettata dai designer Ermanno Lampa e Sergio Brazzoli.

L’edificio sviluppa una composizione plastica in calcestruzzo armato a vista, legno e vetro, articolata su più livelli sfalsati che seguono la morfologia della collina, annullando la distinzione tra organismo costruito e paesaggio.

La poetica è palesemente legata alle architetture di Carlo Scarpa (maestro allo IUAV di Bontempi, soprattutto a Villa Ottolenghi a Bardolino), con citazioni di Vittoriano Viganò (Casa La scala, detta anche Villa Bloc a San Felice del Benaco), e Frank Lloyd Wright (Praire House) soprattutto nei dettagli e nei materiali.

Il progetto adotta una pianta libera, percorsi spaziali non gerarchici, lucernari zenitali e grandi superfici vetrate che costruiscono una sequenza percettiva continua tra interno ed esterno. Il parco in tal senso svolge una funzione fondamentale, ogni pianta è collocata per essere vista ed apprezzata dall’interno. La residenza integra fin dall’origine funzioni abitative ed espositive, configurandosi come una vera e propria casa-museo-studio d’artista, in cui la struttura, la luce, il giardino, i materiali assieme alle opere d’arte costituiscono un unico sistema paesaggistico architettonico interno/esterno.

Oggi i proventi della vendita dei quadri e delle sculture di Claudio Caffetto, in aste periodiche, contribuiscono al mantenimento della Villa e del suo patrimonio. Garantendone l’apertura al pubblico e la manutenzione.












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I materiali e la luce.


Nell’anno 1956 Carlo Scarpa è insignito del prestigioso premio Olivetti per l’Architettura. In quel periodo l’architetto veneziano era impegnato, oltre agli interventi a Ca’ Foscari, ad alcuni allestimenti espositivi. Carlo Scarpa aveva appena concluso la realizzazione di palazzo Abatellis a Palermo ed il padiglione del Venezuela ai Giardini della Biennale. Soprattutto era impegnato nella conclusione di quel capolavoro di luce che è la Gipsoteca canoviana a Possagno.
Nel 1957 Carlo Scarpa viene incaricato, direttamente da Adriano Olivetti, della progettazione del nuovo negozio in piazza San Marco. Olivetti intende realizzare una vetrina per esibire il lavoro della impresa di famiglia in Italia.

Piccolo invaso d’acqua con scultura “Nudo al sole” di Alberto Viani

Lo spazio individuato si trova in un punto privilegiato sotto i portici delle Procuratie Vecchie all’angolo con il sotto-portego e la corte del Cavalletto, in piazza San Marco.
Il nuovo ambiente di vendita viene inaugurato il 26 novembre 1958. Il negozio si presenta, come  uno spazio museale, esaltato da una scelta sapiente dei materiali, completamente aperto verso l’esterno, con le quattro campate angolari, che si proiettano nella Piazza.

Al piano superiore trovano posto l’esposizione delle macchine da scrivere e di calcolo prodotte dalla Olivetti insieme ad alcuni ambienti d’ufficio, che mostrano la sapiente capacità dell’architetto veneto nell’orchestrare i volumi e gli spazi.











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CONFINE


LUNGO IL CONFINE CON MILANO – il tramonto a Sesto San Giovanni 

Un confine osmotico ma unidirezionale. L’area metropolitana (o città metropolitana) di Milano ha circa 3.247.623 abitanti al 1° gennaio 2023. 

Se togliamo la popolazione del comune di Milano, che è di circa 1.458.170 abitanti (previsti nel 2025) nello stesso periodo, rimangono circa1.789.453 abitanti nei comuni metropolitani escluso Milano. Eppure gli abitanti dell’ Area Metropolitana che studiano, lavorano, consumano sanità, eventi e soprattutto acquisti, ecc. a Milano, e di fatto passano lì la maggior parte del loro tempo, non è riconosciuto il diritto di decidere dal punto di vista politico chi li deve amministrare. 

Una evidente incongruenza, che si ripeterà l’anno prossimo con le Amministrative milanesi.

Ma la cosa peggiore, sono i residenti entro i confini comunali di Milano. Avendo acquisito la residenza per nascita o per trasferimento, la conservano a caro prezzo. Essi quindi, non “leggono” gli altri 132 comuni, se non per riempirsi la bocca con il termine “metropolitano” solo all’abbisogna.

Questa incongruenza, insiste da decenni ed è di difficile elaborazione, tanto che anche nelle persone più acculturate, permane indefessa.

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LE RANE ALLA LIONNESE


Il noto architetto e docente, con un suggerimento culinario colto, in fregio ad un mio post su FB, citando le “Grenouilles alla Lionese”, si riferisce a rane saltate in padella, tipicamente infarinate ad arte e servite con una salsa a base di burro, aglio e prezzemolo, spesso accompagnate da limone. È una preparazione classica della cucina francese, in particolare della regione di Lione. 

Ma come abbinare il suggerimento all’architettura?

Proprio sotto il Convent de la Tourette, nel piccolo comune di Éveux situato nella zona di L’Arbresle nei pressi di Lione, insiste una grande cisterna per l’acqua, che nei mesi estivi si riempie di rane. Anzi potremmo tranquillamente affermare, che è “infestata” dalle rane. Rane di cui pare, il Reverendo Padre Marie-Alain Couturier, che commissionò a Le Corbusier la costruzione del nuovo Convento, andasse molto ghiotto.

L’opera, in “beton brut” è coeva alla costruzione del convento lecorbuseriano, edificato per i frati domenicani tra il 1956 ed il 1957.

Un’opera “marginale”, tecnica, da sempre sottovalutata dagli storici, un pò come è successo, per il “Depot des ordures” dell’Unitè d’Habitation di Marsiglia, di cui abbiamo già trattato in un articolo su questo Blog.

Un’opera che ha nella forma planimetrica, a “fontana absidale”, forse la sua caratteristica più interessante.

Sopra planimetria con localizzata la cisterna delle rane, tratta da Google Earth





Giunti nella tarda mattinata al Convento lecorbuseriano, a mezzodì già ci trovavamo, con le gambe sotto ad un tavolo di una Brasserie ad Eveax sur l’Arbresle (suggeritaci dal nostro accompagnatore alla visita dell’opera di LC), a gustare le uno dei piatti più iconici e curiosi della cucina francese che sono senza dubbio le rane.

Le rane, o “cuisses de grenouille” in francese, rappresentano un’autentica delizia per molti e una curiosità culinaria per altri.

Le rane sono state consumate in Francia fin dall’antichità. La loro popolarità crebbe significativamente durante il Medioevo, quando venivano considerate una fonte preziosa di proteine, specialmente durante i periodi di digiuno ecclesiastico, quando la carne era proibita. Con il tempo, le rane divennero una specialità gastronomica apprezzata in diverse regioni della Francia, soprattutto nelle zone umide e paludose dove le rane erano abbondanti.

Inconsueto, ma non del tutto raro, è trovarle qui ad un’altitudine di circa 320 metri sul livello del mare.


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Come credere che possa esistere un mondo migliore.


Il cielo sopra Milano, il 5 settembre 2011

Sai, essere libero
Costa soltanto
Qualche rimpianto
Sì, tutto è possibile
Perfino credere
Che possa esistere
Un mondo migliore
Un mondo migliore
Un mondo migliore
Un mondo migliore

(Vasco Rossi, un Mondo migliore, 2016)

Ennesima lettera, e probabilmente ultima, di dimissioni da organi comunali farlocchi, la cui terminologia nasconde in realtà la volontà opposta DISTRUGGERE IL PAESAGGIO.

Una DISTRUZIONE, che cerca la legittimazione legislativa (e politica), attraverso organi costituiti da liberi professionisti, non pagati, selezionati in base alla loro esperienza curriculare,

Quel “paesaggio lombardo” dove ogni giorno, sotto la pressione antropica di quasi undici milioni di residenti, si può assistere ormai da parecchio tempo, ad ogni nefandezza possibile. A scapito dei cittadini, presenti e futuri, puntualmente INGANNATI sulla eventuale salvaguardia paesaggistica.

Porvi argine sembra una cosa ormai IMPOSSIBILE, come credere che possa esistere UN MONDO MIGLIORE.

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L’annosa querelle inerente il Teatro di Sagunto


Sono passati più di trent’anni, da quando Giorgio Grassi, il “Guru” milanese della “costruzione logica dell’architettura” (libretto del 1967, ma diventato nel tempo quasi un manuale) completava in Spagna con Manuel Portaceli la ristrutturazione/ricostruzione/consolidamento del teatro romano della cittadina di Sagunto, operazione destinata a diventare oggetto di infinite querelle e dibattiti tanto ampi da abbracciare anche la stessa definizione di restauro.

Per chi, come lo scrivente, era stato in quegli anni Ottanta del Novecento, studente del Politecnico di Milano, “Giorgino” era una specie di VATE, con un suo seguito di discepoli adoranti e fedelissimi. Una figura autorevole, severa, quanto colta, a cui tutti mendicavano una tesi o un esame di Composizione Architettonica. Con il tempo gli adepti divennero “quasi una setta”.

Tutto ciò ha fatto nascere un dibattito su cosa sia un “restauro”, anche perchè i resti del Teatro erano vincolati. Nel 1985 la rivista “Arquitectura” di Madrid pubblicava il progetto per il teatro di Sagunto, ideato dagli architetti Giorgio Grassi e Manuel Portaceli: animato da una profonda critica ai tradizionali metodi di restauro, tale progetto fu considerato di grande interesse culturale.
Attualmente il teatro di Sagunto si presenta, in larga misura, come una rovina artificiale”: con queste parole Giorgio Grassi e Manuel Portaceli commentavano lo stato in cui giaceva l’antico teatro romano di Sagunto, risalente al I secolo d.C. e avviavano il loro ragionamento sul progetto. La scomparsa quasi totale del muro del post-scaenium rompeva l’unità architettonica tipica della scatola scenica romana e provocava l’impressione di trovarsi di fronte alle rovine di un teatro alla greca, appoggiato sul pendio del monte e rivolto verso il paesaggio circostante. L’intervento di Grassi e Portaceli si poneva l’obiettivo di restituire l’unità architettonica originaria dell’edificio, che il tempo e i restauri precedenti avevano compromesso.

La base antica del Teatro, viene, nel progetto, come scrive lo stesso Giorgio Grassi su Domus n° 756 del gennaio 1994  “contemporaneamente rispettata e violata, rimettendo in servizio il teatro attraverso un suo completamento funzionale e l’assunzione della matrice razionale delle sue strutture originarie”.

Fino dal giorno in cui il cantiere fu compiuto, l’intervento sul Teatro di Sagunto non ha smesso mai di essere oggetto di polemiche e lo spettro della demolizione fu invocato più volte, benchè l’opera avesse avuto l’approvazione dalle autorità competenti. Venne impugnato ad ostaggio di una vertenza strumentale, tutta legata ad interessi di potere politico. Dopo 17 anni di contesa giudiziaria, viene fatto circolare, nel 2008 un Manifesto contro la demolizione. La Sovraintendenza di competenza fece fare degli studi sulla possibilità di ripristinare la situazione dei reperti ante intervento di Grassi/Portaceli. Studi che giunsero alla conclusione che era ormai impossibile ripristinare i luoghi ed i reperti.

Nel corso del tempo, sono tornato parecchie volte in “pellegrinaggio” al Teatro di Sagunto, quasi per penitenza, o meglio per vaccinarmi; e sempre questo metodo di restauro (se così lo si può chiamare) non mi ha mai convinto. Più che una “violenza” lo trovo un vero e proprio stupro architettonico.

Il “cassone ricostruttivo” che domina la cittadina di Sagunto (1985/1993) – Immagine tratta da Google Earth


I reperti archeologici, della cavea, celati dall’inconsueto intervento ricostruttivo di Giorgio Grassi (1985). Comprese le “oscene” poltroncine in materiale plastico, da stadio.






SOPRA – Immagine tratta da Google Earth

Il cemento armato, appoggiato sui reperti archeologici del basamento del Teatro romano, banalmente rivestito in mattoni di laterizio. Una operazione banale di nascondimento scenografico, probabilmente concordata con i detentori del vincolo sui reperti.





La ricostruzione di Grassi/Portaceli è visibile da ogni punto della cittadina di Sagunto (da Google Earth)


La questione del restauro di un Teatro romano, è quanto mai viva oggi, che David Chipperfield si appresta a ricostruire quello di Brescia collocato nell’area archeologica di Brixia. Il progetto mira a restituire al monumento la sua natura di spazio vivo, culturale e urbano, al servizio della città.

Diversi sono i presupposti progettuali, finalizzati ad una progettazione partecipata. Il progetto sarà il frutto di un ampio lavoro preparatorio: rilievi laser scanner, studio storico, e soprattutto dialogo con istituzioni e cittadinanza. La Regione Lombardia ha sostenuto un percorso di sensibilizzazione pubblica, culminato in un ciclo di conferenze sul Teatro Romano.
Importante anche la sinergia con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio che, con Fondazione e Comune, garantirà un dialogo ed un controllo costante durante le fasi di scavo e progettazione esecutiva.

I lavori si svolgeranno a cantiere aperto, permettendo al pubblico di assistere alla trasformazione del sito. Diversamente dal Teatro romano di Sagunto, non sarà ricostruita la scena del Teatro, nè si poserranno, delle sedute in materiale plastico nella cavea.

Immagine aerea tratta da Google Earth del Teatro Romano di Brescia

https://www.archiportale.com/news/2025/04/architettura/il-teatro-romano-di-brescia-rinasce-con-david-chipperfield_104599_3.html

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