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Paesaggio Christologico


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Cinque chilometri di passeggiata di colore giallo dalia (tessuto in nylon poliammidico della ditta Setex di Greven in Germania), di cui due chilometri “flottanti” sull’acqua. Dieci milioni di euro (circa) di costo previsto. Un afflusso previsto tra il 18 giugno 2016 ed il 3 luglio (ma si parla già di una proroga al 10 luglio) di circa 40 mila persone al giorno, mentre il “floating piers” ne può contenere contemporaneamente al massimo 17.500.

Il “floating piers” poggia su 220 mila  cubi a pioli galleggianti in polietilene ad alta densità, riempiti di aria. Per ancorarli sul fondo dei sub francesi hanno posato delle ancore in calcestruzzo (di fabbricazione bulgara ed italiana) e metallo appositamente studiate. Una volta assemblati tra loro i galleggianti nell’apposita area di Moltecolino (300 mila metri quadrati), le parti del “pier” vengono trascinate con imbarcazioni sul luogo dove vengono fissati al fondale mediante appositi cavi ed uniti tra loro.

Il tutto progettato ed intensamente voluto, dall’artista Bulgaro/Americano Christo Vladimirov YavachevL’opera alla fine dei sedici giorni di esposizione, verrà completamente rimossa e sarà industrialmente riciclata. I 10 milioni di euro dei costi, anticipati dall’artista e dagli sponsor, saranno recuperati dalla vendita dei gadgets e delle opere create dall’artista (quadri, serigrafie, ecc.), come già avvenuto per altri suoi lavori..

Christo ha scelto il Lago d’Iseo dopo un lungo sopralluogo sui laghi del nord Italia, insieme a Germano Celant, rimanendo colpito dall’Isola di San Paolo e da quella di Monte Isola, nonchè dal piccolo borgo di Sulzano.

Una operazione artistica, di valenza mondiale, voluta anche dalla comunità locale, per il rilancio internazionale del turismo sul Lago d’Iseo. Costo di tutta l’operazione “pagato” dall’Ente di promozione turistica del Lago d’Iseo e della Regione Lombardia, in collaborazione con sponsor/partner privati (Ubi Banca, Iseo Serrature, Franciacorta Outlet Village).

Per 15 giorni il Lago d’Iseo sarà “l’ombelico del Mondo”, un luogo di confluenza per paesaggio, turismo, arte, che saranno per una volta,  finalizzati ad una grande operazione di “immagine” a livello mondiale.

Percorrere il “Floating Piers” sarà completamente gratuito. Il comune di Sulzano e quello di Monte Isola hanno predisposto piccoli padiglioni per accogliere i turisti e fornire cibo ed accoglienza.

Quello che interessa è il tentativo di sganciarsi dai soliti canoni di marketing turistico, per intraprendere una strada innovativa, probabilmente l’unica in grado di fare diventare il turismo italiano, un vero e proprio “motore economico primario” del Paese.

Comunque un’opera “maestosa” che nella sua artificialità voluta e palese, sia nel disegno che nei materiali, ci fa immediatamente capire tutta la violenza (e la bellezza) della specie umana, che da sempre modifica all’abbisogna, il paesaggio di questo magnifico pianeta.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionatw

Camera con vista


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Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca, d’inverno, con la sola giacca addosso, dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi con frasi in madrelingua. Nella tazza si raffredda il caffè. Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij – Strofe veneziane VIII (1982)

Gli edifici, sono quasi sempre considerati degli “oggetti particolari”, frutto della moda e per questo stravaganti; o che comunque devono sempre affermarsi nell’immaginario collettivo per la loro particolarità architettonica. Invece si tratta di elementi ricavati dagli uomini, modificando, per sempre,  la materia estratta dal Pianeta Terra. Sono gli “involucri” indispensabili alla sopravvivenza della specie umana, al cui interno, o nel loro esterno, si realizza quel “microclima”  (fisico, termico e psichico) indispensabile affinchè le funzioni umane biologiche e/o artificiali, possano svolgersi nella miniera migliore possibile. Sono la rappresentazione (e la testimonianza) di come noi, specie umana, adattiamo il “paesaggio naturale” del Pianeta alle nostre esclusive esigenze. Modificandolo per sempre, tanto che dopo il nostro passaggio non si può più parlare di “paesaggio naturale”.

In questo senso, gli edifici, ed il paesaggio che ne conseguono per sommatoria, sono elementi “tangibili” a cui i nostri corpi ed i nostri sistemi neurologici, sono intimamente ed indissolubilmente interconnessi.

Così scrive, in sintesi, Harry Francis Mallgrave nel bellissimo libro “L’empatia degli spazi” (2013) : portando avanti un discorso di interpretazione multidisciplinare della percezione dell’architettura e dello spazio, nato probabilmente con Heinrich Wolfflin (Psicologia dell’architettura, 1898) e continuato con l’antropologo Edward T. Hall (La dimensione nascosta, 1966).

Il nostro corpo, collezionando esperienze “sul campo”, attraverso i sensi, ma non solo, ci insegna a percepire le forme estetiche tridimensionali : una città, un edificio, un interno, un elemento di arredo. La nostra mente, il nostro corpo, l’ambiente che ci circonda e la cultura, durante il percorso continuo di apprendimento (che dura tutta la vita), si interconnettono tra loro a diversi livelli, facendo nascere in noi una capacità multisensoriale e psichica di percepire lo spazio. Oggi le neuroscienze consentono di “leggere” in maniera diversa l’architettura ed anche la sua storia.

Il corpo crea innanzitutto per sè, per soddisfare la propria esigenza di bellezza, ma anche per chi verrà dopo di noi. Sempre con una finalità di procurare piacere e soddisfazione, nonchè testimonianza del transito terrestre. Senza dimenticare gli aspetti emozionali ed affettivi, che inevitabilmente connotano, ogni modalità di relazione sensoriale e motoria con il mondo fisico costruito.

Il corpo, ci evidenzia infine Mallgrave, ritorna ad essere l’epicentro della cultura architettonica; il fondamento stesso dell’esistenza dell’architettura. Il tutto genera ovviamente una nuova attenzione, una “cura”, per coloro che stanno negli intorni (dentro o fuori), degli edifici che progettiamo, che costruiamo.

Ecco quindi, che una “camera con vista”, contenuta  in quello che fu un edificio eccellente di Venezia, diventa un “osservatorio empatico” sulla citta’ lagunare e sulla sua architettura. Il clima invernale umido e freddo che titilla la resistenza dei corpi umani, la bellezza degli affascinanti esterni architettonici della Giudecca, la rumorosità concitata dell’omonimo canale, l’esperienza olfattiva di una realtà culinaria importante, il contrasto con degli interni mediocri figli dell’international style, ecc. : diventano le scenografie di un’empatia architettonica multi sensoriale.

Se esiste una spazialità, figlia delle neuroscienze e percepibile con tutto il corpo (nel suo insieme piu omnicomprensivo), qui a Venezia e soprattutto nei sui dintorni periferici, se ne ha la più alta consapevolezza.

L’isola della Giudecca, quella di San Giorgio, Murano, Torcello, ecc. costituiscono un “panorama” entro cui sperimentare al meglio quanto sostenuto da Harry Francis  Mallgrave. Dato che da questi luoghi, più che dal centro,  nasce da sempre la “potenza” culturale, economica, sociale della citta’ lagunare.  L’apice lo si conquista con l’isola di San Michele, dove natura, morte ed artificio architettonico, convivono splendidamente in una decrepita stratificazione spaziale; i corpi dei vivi vanno all’isola dei morti, quasi esclusivamente per acquisire un’esperienza empatica spaziale (tra passato e futuro), girovagando tra le tombe di Stravinskij, Brodskij, Nono, Vedova, Pound, ecc..

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Tognella / Gardella


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Ignazio Gardella, che nell’ultima parte della sua vita (novantaquatrenne) sembrava una dentiera che cammina: magro e consunto, aveva raggiunto quella “secchezza dell’anima” che solo i grandi esseri umani conquistano in senilità, come ben ci descrive James Hillmann nel suo libro “La forza del carattere”.

Gardella oggi, che si stanno completando i lavori di ristrutturazione della sua bellissima casa Tognella al Parco Sempione di Milano, probabilmente, nella sua arca funebre, si morderà in silenzio le ossa, per evitare di urlare.

La casa infatti risulta essere uno di quei restauri del moderno, molto, ma molto  discutibili, ad iniziare dal sopralzo/villula (Pastrufaziana che evoca il Gadda dela “Cognizione del dolore”), posto in copertura. Avvallato dagli enti competenti (Soprintendenza, Commissione per il Paesaggio) come una necessità impiantistico tecnologica, in realtà è una vera e propria addizione erculea architettonicamente avulsa dal progetto originario.

Fosse solo questo, ma all’occhio dell’osservatore attento le incongruenze sono parecchie: le tapparelle sono state realizzate con elementi dimensionalmente molto più grandi di quelle originali; lo stesso vale per le sezioni dei profili dei serramenti; le lattonerie  sono smaccatamente con angoli di apertura diversi; Il vetro cemento del blocco scale sembra non adeguato; le lampade dei balconi in rame avulse dall’architettura storica; le prolunghe in inox per mettere a norma i parapetti; la recinzione, un muro di nascondimento rispetto alla trasparenza voluta dal Gardella; gli intonaci rosati hanno l’effetto “nuvolato” pizzeria che non avevano nel progetto originale; ecc..

Insomma una vera e propria “porcata”, dove neanche il dibattito (sterile per capacità di incidere nella società milanese) promosso sul portale dell’Ordine degli Architetti di Milano, è servito a mitigare lo scempio. Scempio che non è solamente nell’entità volumetrico compositiva (con il sopralzo), ma soprattutto in quei “meravigliosi dettagli” minimali, dove certamente risiedeva Dio (e Mies Van der Rohe), di cui Ignazio Gardella era “Magister Artium” assoluto ed inarrivabile.

Un altro esempio di quello “Stile Milanese”, asciutto  lasciatoci dai Padri, che va alle ortiche in questi tristissimi anni bui (particolarmente bui a Milano) che conducono inevitabilmente, così facendo, ad un medioevo architettonico (senza la “M” maiuscola) milanese, prossimo venturo. Quello del dopo “fiasco” di Expo 2015.

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Lieu amer


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Sono anni che non insegno più “architettura”,  dopo un lungo periodo passato in una nota struttura universitaria milanese (1995/2005), prima come assistente e poi come docente a contratto, mi sono volutamente ritirato a fare esclusivamente la libera professione. Erano gli anni (che perdurano) di uno stupido “buonismo” dell’insegnamento, all’insegna del produrre architetti, in quantità sempre maggiore, come se fossero “polli in batteria”. Qualità mediocre e tanta quantità!

Poi, alcuni mesi fa, proprio all’inizio dell’estate, si fa concreta la possibilità di andare ad insegnare in un’altra Nazione, in un’altra vicina realtà didattica.

Sono mesi, quindi, che mi arrovello, sul significato di insegnare, oggi architettura, in un periodo di forte crisi dell’edilizia e dell’economia, a delle giovani persone. Davvero una domanda complessa e difficile, quando i disoccupati del settore edile in Italia, a fine 2013 sfioreranno quasi i 3 milioni. Credo però di essere giunto ad una conclusione in merito.

Quindi ai miei studenti gli spiego, innanzitutto,  l’arte sottile della sopravvivenza, del coltivare ciò che “piace fare”, rinunciando se non si è vocati per ciò. Li stimolo, continuamente ad “aprire nuove porte”, a praticare umilmente, strade inusitate, perchè solo così si sbarca il lunario nei tempi duri.

Li sto lentamente istruendo, su un vero e proprio rispetto per l’architettura, che è arte e scienza difficile e complessa. D’altro lato, racconto ai miei studenti come siano appassionanti gli edifici di Le Corbusier, di Frank Loyd Wright e di Mies Van der Rohe, così come il loro umano “transito terreste”, di cui comprenderanno in seguito la superiore grandezza. Gli spiego soprattutto che è proprio partendo da costoro (dai moderni), che si riesce, successivamente, ad assimilare meglio la magnificenza di Michelangelo e di Leon Battista Alberti, degli ordini classici, e non viceversa.

Gli parlo anche di molte altre questioni che animano questa bellissima e difficile disciplina, soprattutto quelle più semplici e vere dell’architettura, la cui comprensione richiede un minimo di competenza ed applicazione: la tecnologia, la statica, i dettagli, il cantiere, ecc.. Insisto continuamente sul fatto che nobiltà, genialità, purezza, comprensione intellettuale, ricerca della bellezza plastica e l’uso sistematico delle proporzioni, rappresentano le gioie che l’architettura può offrire e che ciascuno può comprendere. Ma gli spiego, anche, che la “rottura sistematica”, senziente,  di queste regole, genera spesso quel “qualcosa in più” che caratterizza i grandi architetti, le archistar.

Pretendo però che si basino, per costruire “lentamente” una loro “poetica”, su una serie di fatti oggettivi, concreti, reali, tenendo però sempre ben presente che oggi,  i fatti architettonici sono fluidi e mutevoli; pertanto insegno loro a diffidare delle formule preconfezionate, delle “ricette sicure” e vorrei convincerli che tutto è relativo, soprattutto in architettura.

Gli insegno soprattutto a convivere con l’insuccesso, a fronte di tanto buon lavoro svolto, ed a coltivare con saggezza i pochi successi, senza farsi prendere da deliri di onnipotenza. A convivere con committenti sempre più aggressivi, che spesso vedono nell’architetto uno strumento per dare spazio alle loro frustrazioni creative.

Mi sforzo di inculcare nei miei allievi un acuto bisogno di viaggiare, per conoscere (non solo dai libri) direttamente sul posto le “grandi architetture”. Gli insegno a toccarle, a fiutarle, a verificarne l’acustica, a permanere in esse, o di fronte ad esse,  per “catturarne” la magia. Li incoraggio a coltivare con sapienza, questi atteggiamenti, sistematicamente, con disciplina, sino al loro ultimo giorno di vita. Perchè l’architettura è per sempre, una volta inoculata, come la pittura, la musica e la scultura. Come tutto ciò che piace ed appassiona fare.

Alcuni mi ascoltano, altri percorrono strade che li allontaneranno da questa disciplina. D’altronde, molti inconsciamente già lo sanno, che solamente pochissimi faranno veramente gli architetti. I più si occuperanno d’altro.

Come direbbe un saggio e colto professore veneto, quale monito per gli studenti, utilizzando un termine dialettale mediato dal francese “lieu amer”, luogo amaro : “Non stà girare intorno al luamaro se non te vò cascarghe rento” (ndr – non girare intorno al letamaio se non vuoi caderci dentro).

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Morituri te salutant


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Parlare di un morto o delle riviste di architettura, è la stessa cosa, lo avevamo già fatto qualche tempo fa in un articolo “Dell’amore, della morte”, in cui evidenziavamo lo stato dell’arte di questo strumento di lavoro dell’architetto, ormai venuto meno.

Eppure dopo oltre un anno, ecco con “Domus”, l’ennesimo tentativo di fare risorgere dalle proprie ceneri, ciò che ormai da tempo è venuto meno. Questo volta ci prova il bravo e diligente Nicola Di Battista, dopo una serie di “Direttori” della rivista fondata da Giò Ponti, che dire raccapriccianti è dire poco. La carta stampata è morta, o sta morendo, sprecare ossigeno e sangue per un cadavere è veramente cosa assai curiosa.

Eppure la rivista è bella, ben impaginata, con articoli interessanti. Inoltre il “prezzaccio” di 5 euro, a scopo promozionale, in epoca di crisi nera dell’economia, sicuramente attirerà l’interesse di molti. Soprattutto di quelli più anziani, che come me, si metteranno sulla libreria dello studio, l’ennesimo “mattone di carta”, che una volta sfogliato, rimarrà lì a prendere la polvere. Polvere che entrerà nelle pagine, nel dorso, negli articoli, fino a sostituirsi ad essi.

Lavoro da anni con le università, con i giovani; nessuno di loro, destinati per forza ad avere un futuro all’estero (per studio o per lavoro) si sognerebbe mai di dotarsi di simili “mattoni”. Nella società “fluida” tutto avviene ed avverrà sempre di più in rete, ancor di più l’architettura, spinta sempre più spesso dalle immagini che restituisce, più che dai contenuti progettuali.

Forse Domus, che fu innovativa, quando uscì, avrebbe dovuto fare da apripista, divenendo un portale interattivo gratuito a disposizione degli architetti, degli studenti, degli internauti. Non la robetta pubblicitaria in rete che è oggi. Dovrebbe invece essere qualcosa di diverso da tutte le numerose riviste già esistenti in rete : Archdialy, Desigboom, ecc.. Diverso per l’autorevolezza di chi ci scrive, per la qualità dei contenuti, per il “taglio” del pensiero in esso contenuto. Stampando solamente ogni tanto qualche “numero speciale cartaceo”, magari costoso e prezioso.

Chissà, probabilmente, la salma di Giò Ponti, gira, nel suo luogo di sepoltura, già da anni come una turbina, a testimoniare che, se lui fosse vivo, certamente qualcosa di diverso sarebbe in grado di produrla, giocando con la rete ed asservendola ad un taglio grafico ed editoriale sicuramente innovativo : filmati, streaming, webinar, ecc. ecc..

E quindi gira, gira, buon Giò, che i tuoi eredi stanno dando il peggio di se, pur di rimanere indietro, pur di non “svecchiare” questo Paese che lentamente si sta suicidando, lentamente mummificandosi, quando è ancora vivo…….forse.

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Fino alla fine dell’uomo


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Nel mio ultimo viaggio in Cina ho avuto occasione di esplorare una parte di mondo che attraversa oltre 1,5 milioni di km quadrati, di territorio cinese da est a ovest, da Beijing a Zhangye, passando per il cuore geografico dello stato.

In passato avevo già avuto occasione di visitare alcuni tratti di questo vasto territorio, ma rimanendo sempre in zone circoscritte.

Questa volta, a distanza di anni, ho avuto occasione di avere una visione aggiornata e di insieme di questo enorme fetta di mondo.

Quando fu fondata la Repubblica Popolare Cinese sei decenni or sono, la popolazione era locata per il 90 % nelle campagne e la rimanenza in centri urbani di piccole dimensioni, dove le città più grandi contavano pochi milioni di abitanti. Oggi il rapporto ha superato la soglia del 50% in favore dei centri abitati,  Pechino ha oltre 20 milioni di abitanti, Shanghai quasi 24.

Nel resto del mondo questo tipo di cambiamento ha richiesto secoli, consentendo una più coerente crescita del sistema culturale e sociale, insieme allo sviluppo tecnologico.

La politica di sviluppo della Cina, prevede di spostare nelle città 310 milioni di persone entro il 2030. Da come costruiscono sembra che i programmi mirino a numeri ben più alti. In venti anni prevedono quindi di avere il 70% della popolazione residente nelle città.

Si è innescata quindi una frenetica corsa edificatoria, che genera una situazione già vista (almeno ai nostri occhi, ma credo che il governo Cinese stesse facendo altro in quel periodo) negli Usa nel 2008 e in Spagna, con tutte le conseguenze disastrose a livello globale, che conosciamo.

Nei numerosi centri abitati che ho attraversato, dove la matrice rurale è ancora presente nella struttura urbana, si vedono elevare, quasi a fortificazione del perimetro, una cortina di scheletri di cemento alti oltre 100 metri, a mazzette di dieci, quindici, venti torri affiancate, ripetute in lotti non molto distanti l’uno dall’altro. Torri tutte uguali. Tutte desolatamente vuote, anche quelle finite. Questo scenario si ripete in tutte le aggregazioni urbane da est a ovest, considerate strategiche dal punto di vista geografico. Da lontano l’impressione è questa, ma da vicino è anche peggio.

Le nuove strade urbane si aprono su prospettive inquietanti con enormi viali oggi desolati ma che domani potranno ambire solo ad uno scenario peggiore, immaginandosi lo stato del traffico che oggi degenera nelle grandi metropoli cinesi. Le cortine di edifici si dispongono lungo questi enormi assi infrastrutturali come fantasmi di se stessi, mentre a terra enormi cartelloni pubblicitari, mostrano una futura realtà che nulla ha a che fare con le premesse edificate. La qualità delle opere eseguite risulta essere pessima, rendendo ancora più deprimente lo scenario urbano che si sta delineando nelle, sempre più tutte uguali, nuove città cinesi. La popolazione che viene spostata dalle campagne nelle città viene oggi prevalentemente impiegata nel settore edilizio. La manovalanza impiegata nella costruzione degli edifici risulta essere senza competenze specifiche, pertanto la cura nell’esecuzione delle opere, specialmente in quelle di finitura, è assolutamente assente. Si generano quindi migliaia di edifici di oltre 35 piani, che alla fine della loro costruzione risultano già bisognosi di manutenzione, altro concetto assolutamente assente in questa nuova politica di (in)evoluzione.

Non rimane che chiedersi, verso quale futuro si sta proiettando lo sviluppo cinese. Se la bolla edilizia resisterà, se questa follia urbanistica eluderà lo spettro dell’implosione economico/finanziaria legata al mercato immobiliare, avuta con l’esperienza USA e quella spagnola, allora si dovrà fare i conti con una nuova problematica mai affrontata prima. Lo sviluppo socio culturale di una popolazione di  1 miliardo e 400.000 anime che cresceranno in città che già oggi sembrano paradossalmente essere sopravvissute alla fine improvvisa dell’Uomo.

Marco Splendore

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Creatività


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In questi giorni sto leggendo il  libro di Stefano Boeri dal titolo emblematico “Fare di più con meno” (il Saggiatore, 2013). Costui, architetto ed ex assessore alla Cultura della giunta Pisapia, è iscritto al Partito Democratico, ed è fratello del noto economista Tito. E’ Boeri quanto di più avulso dal PD io conosca, potrebbe benissimo essere iscritto a qualche movimento.

Il libro offre un’interessante approccio all’attuale situazione di crisi, che io condivido appieno. L’assunto iniziale è che quanto stiamo vivendo non è un tunnel nero (ed oscuro) da cui ci si aspetta, prima o poi, di vedere, in fondo la luce, la crisi sarà il nostro presente ed il nostro futuro. Bisogna saper vivere, con intelligenza, cultura e creatività, l’oscurità. Senza aspettarsi una “luce in fondo al tunnel”.

La crisi ci obbliga a confrontarci con un nuovo paesaggio sociale e culturale, nonché economico. Boeri, dichiara che : “L’ingresso in questo nuovo paesaggio ci chiede di cambiare strumenti di misurazione. E ci obbliga a ripensare al rapporto tra risorse, vincoli e opportunità. Senza l’illusione di poter ritornare a una condizione di abbondanza di beni e servizi, ma anche senza nostalgia per un passato che non può più tornare”.

Bisogna fare di più con meno, ed in ciò, può avere molta importanza la “bellezza”, che è un valore aggiunto in cui noi italiani costituiamo un’eccellenza. Si tratta di mettere a sistema tutto ciò, essendo la bellezza un contenuto da applicare alle scarse risorse disponibili, da offrire, che può consentire una “nuova crescita” : sostenibile, concreta e soprattutto durevole, da consegnare alle generazioni future.

In tal senso bisogna essere portatori di una politica che faccia vibrare di passione la propria anima e quelle degli elettori. Una politica, soprattutto, che faccia proposte chiare, e che sia in grado di elaborare idee concrete per riprogettare l’Italia .

L’interpretazione progettuale di questi anni, proposta da Boeri è molto interessante, perché partendo da un opzione economica “la crisi”, propone delle soluzioni culturali (e non economiche), applicando le migliori prassi politiche (credibili), attualmente individuate nel campo della decrescita e della sostenibilità. Il tutto per imparare a convivere con  “creatività” quell’ombra, che deve essere vissuta come un’opportunità e non come un danno irreparabile.

Bisogna adottare un metodo teso a diffondere la creatività diffusa nella società, con un modo di approccio “fluido” che si vada via via definendo (in progress), modificandosi continuamente in funzione degli apporti dei singoli individui, recependo i loro problemi sempre più attuali. Solo alla fine, guardando in dietro, (nell’ombra), si saprà quale forma avrà avuto e come si sarà sviluppato.

Luce ed ombra caratterizzano la nostra esistenza, essendo esse le componenti fondamentali della vita su questo pianeta, l’economia è solamente una sovrastruttura culturale umana, forse la crisi la si supera proprio riducendo ciò che è inutile, in favore di un approccio globale più creativo.

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