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SANTA BARBARA


Mosaico absidale di Fiorenzo Tomea


La chiesa venne progettata negli anni Cinquanta del Novecento a completamento del nuovo insediamento di Metanopoli (San Donato Milanese), voluto da Enrico Mattei

( https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Mattei ) per l’Headquarter dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) con annesse le residenze per i dipendenti. La chiesa venne dedicata a Santa Barbara in quanto patrona delle attività minerarie e quindi anche dell’attività di ricerca e produzione idrocarburi svolta dall’ENI. Molte lapidi, nelle cappelle, ricordano i dipendenti ENI caduti sul lavoro.

La chiesa fu collocata al centro dell’insediamento, di fronte a un’ampia piazza, e venne fiancheggiata dalla casa parrocchiale, dal battistero e dal campanile.


Soffitto con pannelli di Andrea Cascella

Il progetto fu redatto, nel 1952, dall’architetto dell’ENI Mario Bacciocchi

( https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Bacciocchi ), e la costruzione fu completata nel 1954. La chiesa fu elevata in parrocchia nel 1963, da Paolo VI, per servire le necessità spirituali di una comunità in crescita demografica costante.

La chiesa, per volontà del Bacciocchi e soprattutto di Mattei, fu arricchita da una serie di opere d’arte, dei migliori artisti degli anni Cinquanta. L’idea era di fare un’opera che rivaleggiasse con le chiese storiche italiane.



Sulla piazza, si apre un portico con dei possenti pilastri a setto, che ripara i tre portali d’ingresso, di cui quello centrale fu disegnato dai fratelli Arnaldo e Giò Pomodoro. L’interno è a navata unica, con un transetto di larghezza limitata, ed è corredato da numerose di opere d’arte, di cui le maggiori sono i pannelli che decorano il soffitto, di Andrea Cascella, la Via Crucis (scultorea a bassorilievo)di Pericle Fazzini, la pale della Madonna della Speranza di Bruno Cassinari, la cappella di Sant’Antonio di Franco Gentilini ed il maestoso mosaico absidale della Crocifissione di Fiorenzo Tomea (Zoppè di Cadore, Belluno, 1910 – Milano, 1960), il terzo per grandezza tra i mosaici a parete europei ed primo in Italia.

Se passate da San Donato Milanese, oltre agli “eleganti deliri” di Thom Mayne (Morphosis Architects) per il costosissimo VI Palazzo Uffici AGIP/SNAM (https://it.wikipedia.org/wiki/Sesto_palazzo_degli_uffici_ENI), certamente non fatevi sfuggire questa “chicca” dei favolosi Anni Cinquanta del Novecento.


Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

LA MACELLERIA DEL PAESAGGIO


Il Centro Direzionale di Milano Garibaldi/Repubblica/Porta Nuova, fotografato dall’Aeroporto di Bresso

La cementificazione della Pianura Padana vista da Montevecchia Alta, in direzione Bergamo

In Lombardia la Legge Regionale n°12/2005 dell’11 marzo “Legge per il governo del territorio“, ha istituito con l’articolo 81, le “Commissioni del Paesaggio”. Articolo che riporto quì di seguito.

La vaghezza del legislatore, ha fatto si, nell’indifferenza degli ordini professionali, che il ruolo dei membri delle Commissioni del Paesaggio, sia ottemperato in maniera completamente gratuita, di fatto configurandosi come totale volontariato.

Compito della Commissione per il Paesaggio è valutare l’impatto di un progetto, garantendo l’equilibrio tra la libera esplicazione del diritto di proprietà, di cui è espressione lo jus edificandi (diritto di edificare), e l’interesse pubblico alla tutela dei valori paesaggistici, che (ove pure sussistente sul piano estetico) diventa recessivo se afferente a un bene non fruibile dalla generalità indifferenziata dei consociati.

Il potere di autorizzare o negare gli interventi edilizi risiede sempre e comunque, da ultimo, in capo al Comune, al cui esercizio non può sottrarsi rimanendo sottomesso al parere della Commissione per il paesaggio, che è e rimane un organo tecnico-consultivo.

La Commissione del Paesaggio, firmando il “Verbale con cui esprime il suo parere”, di fatto però si assume (gratuitamente) la responsabilità civile e penale di quanto espresso nel suo parere tecnico- consultivo. Esemplare in tal senso il “Caso Milano” – https://www.rainews.it/tgr/lombardia/video/2024/11/commissione-paesaggio-milano-inchieste-a719b648-0f3e-4e8b-88c3-621eda064b50.html

Da Montevecchia Alta guardando verso Milano

Ma cosa è il “Paesaggio”………..

La Convenzione Europea del Paesaggio (è un documento firmato il 20 Ottobre 2000 a Firenze ed è parte del lavoro del Consiglio d’Europa sul patrimonio culturale e naturale, sulla pianificazione territoriale e sull’ambiente), considera il paesaggio come  “determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”  è la  “componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale, nonché fondamento della loro identità”.

Il termine “paesaggio” definisce quindi una parte di territorio che viene riconosciuta o meglio percepitadalle popolazioni che abitano tale luogo.

Questo riconoscersi delle popolazioni in un territorio è strettamente legato alle forme spaziali e temporali che la popolazione stessa percepisce nel luogo, permettendole di  disegnare e dare forma al territorio. Questo carattere del paesaggio è legato quindi a fattori naturali e a fattori culturali/antropici, chiarendo definitivamente che il concetto di paesaggio non è definito solo dall’ambiente ma soprattutto dalle trasformazioni che le popolazioni riversano sui loro territori, per determinare un connubio che ci permette di osservare “quel paesaggio” e riconoscerlo come tale.

La “giungla” di antenne sui tetti del centro di Roma

L’Arno a Firenze fotografato dalle “finestre Mussolini” del Corridoio Vasariano

Torre Unicredit vista da Piazza XXV Aprile – Paesaggi vecchi e nuovi che si confrontano

Anni fa lo storico e teorico del paesaggio italo-svizzero Michael Jakob ha scritto che il paesaggio: «non sarebbe un concetto misurabile, identificabile e oggettivo, bensì un fenomeno che si sottrae a qualunque tentativo di fissarlo; la sua rappresentazione, con parole o immagini, si scontra con l’identità fluttuante, aperta e forse irritante del fenomeno».

Sempre uno svizzero rinomato, il sociologo, urbanista e soprattutto promenadologo Lucius Burckhardt, affermò che: «Il paesaggio è un costrutto. Questa parola per significare che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.» Insomma, non è concetto semplice da maneggiare, quello di “paesaggio”, nonostante sia tra quelli più utilizzati da chiunque quando vi sia da descrivere il mondo che ci circonda; parimenti la sua “gestione” non è facile dal punto di vista politico – quello principale, in effetti – stante questa sua indeterminatezza, e non di rado in forza di essa accadono cose opinabili anche se di testi che trattano tali argomenti, e che appaiono utili alla loro conoscenza e competenza, ne siano stati prodotti innumerevoli e molti di grande rilevanza.

Gli architetti che fanno volontariato gratuito presso le Commissioni del Paesaggio di fatto sono, in balia della loro condizione poco definita di dover tutelare un “Paesaggio” che in Italia è poco trattato e non bene definito.

Sono, gli architetti, in balia (NDR – e lo dice uno che per 14 anni è stato membro di Commissioni del Paesaggio in diversi comuni del milanese) delle pulsioni edificatorie delle amministrazioni comunali, ed essendo un organo puramente consultivo, esprimono un parere, facilmente by-passabile da semplici determine dirigenziali.

Il Paesaggio diventa quindi un “minuetto”, una “recita”, una “sceneggiata” fatta per “riempire” la bocca dei politici locali.

Di fronte a progetti “obbrobriosi”, non riformabili con modifiche, o a “storture urbanistiche” (tipologiche, dimensionali, ecc.) fissate, spesso per motivi politici nei PGT (Piani di Governo del Territorio), ai membri che hanno intenzione di “Salvare il Paesaggio”, o quello che ne resta, non rimane che dimettersi (NDR – come ho più volte fatto).

Diversamente in molti Paesi europei, come la Svizzera, il paesaggio da decenni è studiato e normato, ed ogni anno “fissato” in appositi convegni e ricerche pubbliche destinate a definirne, per gli utenti e gli operatori, le mutevoli caratteristiche (https://www.fedlex.admin.ch/eli/cc/1966/1637_1694_1679/it)

Autostrada A2 – E35 (La via delle genti). Scavalcamento paesaggistico/naturalistico a Quinto.

Come scriveva Andrea Zanzotto (1921 – 2011) che è stato uno studioso del paesaggio e partigiano italiano, tra i più significativi poeti italiani della seconda metà del Novecento : ” Un bel paesaggio una volta distrutto non torna più.”

Ma di ciò, in Italia, ai più importa poco; appena si può lo si “macella” il Paesaggio, senza nessun ritegno.

La Torre Velasca e l’abside del Duomo di Milano, visti dall’ ultimo piano della ex Torre Tirrenia, in Piazzetta Liberty

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MIMMO ED IL MURO


SOPRA – Planimetria (tratta da Google Earth) delle relazioni tra Palazzo Citterio ed il complesso di Brera

Nel giardino di Palazzo Citterio (ampliamento della Pinacoteca dell’Accademia di Brera – https://pinacotecabrera.org/grande-brera/), che presto sarà collegato con il meraviglioso Orto Botanico di Brera (https://ortibotanici.unimi.it/orto-botanico-di-brera/), una delle opere presenti nel Giardino del Palazzo, sarà l’arcaico muro, destinato a definirne parte della recinzione, denominato dallo stesso autore Mimmo Paladino: “Dei Longobardi”.

Il muro, realizzato dall’artista originario di Paduli, con gli stessi criteri costruttivi di riuso adottati dai, così detti (erroneamente) “Barbari germanici”, definiti Longobardi. Essi hanno attraversato un po’ tutta la penisola italica, concretizzando il Regno Longobardo, tra il 568-569 d.C. (invasione dell’Italia bizantina) e il 774 d.C. (caduta del Regno a opera dei Franchi di Carlo Magno), per loro era consuetudine riutilizzare i residui delle civiltà precedenti, e nella penisola, trovarono soprattutto, i resti dell’Impero Romano (la cui caduta avvenne nel 476 d.C.), per ricostruire, per ricomporre, per definire i propri edifici, i propri muri, le città. (https://www.exibart.com/speednews/milano-art-week-8-palazzo-citterio-apre-al-contemporaneo-ne-parliamo-con-mimmo-paladino/).



SOPRA – Tre immagini che restituiscono l’attività creativa in merito al “Muro Longobardo” di Mimmo Paladino (immagini fotografate alla mostra di Palazzo Citterio)

Il Muro dei Longobardi costituito da pietre riutilizzate, sovrapposte con sapienza dall’artista, definiscono una serie di nicchie, di aperture, in cui saranno collocati dei “frammenti” di reperti archeologici, opere dello stesso Paladino.

Immagine del “Muro” tratta dal numero di Exibart del 11-04-2018, dall’articolo a firma M. B. Ferri

SOPRA – Planimetria della “Collina di Ermes”, con localizzato il “Muro” di Mimmo Paladino

https://www.raiplay.it/video/2024/11/Italia-Viaggio-nella-Bellezza-La-Grande-Brera-0c6d3c66-f0b9-4ca2-9692-a38b35717ced.html

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EVAPORAZIONE


Architettura d’aria,
strutture invisibili che svaniscono,
colonne fatte di vapore,
archi in equilibrio tra cielo e terra.

L’edificio dell’assenza:
là dove il pieno diventa vuoto,
la materia di beton si dissolve in respiro.

Ogni spazio ha memoria
di ciò che evapora;
l’acqua lascia traccia,
come pietra plasmata dal tempo,
come parole incise nella nebbia.

L’architetto sublime disegna vuoti,
ordina il nulla,
costruisce stanze di luce,
dove l’anima si espande,
dove l’evaporazione diventa forma.

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P.U.E.


SOPRA – Edificio terziario e Data center a Zug (Svizzera) – Immagini tratte da – https://boltshauser.info/projekt/buero-und-infrastrukturgebaeude-wasserwerke-zug-wwz/

Quando prenotiamo un hotel online, guardiamo una partita di tennis in streaming o inviamo una mail, dei data center nel mondo devono consumare molta energia e acqua, per conservare ed elaborare le nostre richieste. Una certificazione lanciata in Svizzera, nel 2007, la P.U.E. (Power Usage Effectiveness = Efficacia del consumo energetico) intende identificare e ridurre l’impatto su ambiente e clima delle nostre abitudini digitali e fare della Svizzera una location ideale per data center più ecologici (https://www.swissinfo.ch/ita/crisi-climatica/un-label-svizzero-vuole-rendere-i-data-center-pi%C3%B9-verdi/81947167).

Immagini tratte da Espazium.ch – del 27-06-2024

(https://www.espazium.ch/it/attualita/uffici-e-data-center-wasserwerke-zugo)

L’edificio, realizzato a Zugo, è stato oggetto del concorso di architettura a inviti bandito nel 2016, appartiene alla grande azienda multiutility regionale Wasserwerke Zug. Fuori terra ospita tre piani a uso ufficio e nei piani interrati è installato il data center di una delle più grandi aziende svizzere di comunicazione via cavo.

La localizzazione dei data center nell’Artico, in altitudine, o sott’acqua offre vantaggi significativi per ridurre l’efficienza dell’utilizzo dell’energia. Il clima naturalmente freddo del l’Artico o della montagna alta, offre un vantaggio intrinseco, consentendo un raffreddamento libero, che riduce la dipendenza dai sistemi di raffreddamento ad alta intensità energetica. Seguendo questa stessa dinamica, i data center subacquei sfruttano l’acqua circostante per dissipare il calore in modo efficiente, migliorando l’efficienza energetica e riducendo il PUE. Queste sedi innovative sfruttano il potere della natura, consentendo operazioni di data center più sostenibili ed ecologiche, ma tutto ciò contribuisce al surriscaldamento del clima terrestre.

A Milano, si tenta una strada innovativa, con la prima partnership industriale in Italia per il recupero di calore dai Data Center destinato al teleriscaldamento: grazie ad A2A, in collaborazione con DBA Group e Retelit (https://www.gruppoa2a.it/it/media/comunicati-stampa/milano-primo-progetto-italia-recupero-calore-data-center), l’energia generata da “Avalon 3”, il più recente data center iperconnesso e sostenibile della società di telecomunicazioni leader in Italia nel B2B, alimenterà la rete cittadina nel Municipio 6.

Immagine tratta da – https://www.dbagroup.it/news/a-milano-il-primo-progetto-in-italia-per-il-recupero-di-calore-da-data-center

Il progetto permetterà di servire 1.250 famiglie in più all’anno, consentendo un risparmio energetico di 1.300 tonnellate equivalenti di petrolio (TEP) e di evitare l’emissione di 3.300 tonnellate di CO2 con benefici ambientali pari al contributo di 24.000 alberi.

I Data center, come tutte le infrastrutture impiantistiche, inserite in contesti urbani o paesaggisticamente rilevanti, necessitano di una configurazione architettonica che ne consenta un inserimento, che abbia una elevata attenzione qualitativa per il costruito ed il paesaggio, che sia in grado di dialogare con il contesto. Se ne è accorto perfino l’Ordine degli Architetti di Milano, che in collaborazione Città metropolitana di Milano, e la Fondazione degli Architetti PPC della provincia di Milano aprono giustamente una riflessione con un dibattito sui Data Center, tema di progetto e oggetto architettonico di crescente impatto nel territorio ( https://ordinearchitetti.mi.it/it/formazione/eventi-formativi/L-%28IN%29SOSTENIBILE-LEGGEREZZA-DEL-DATO-70f6e).

Ormai si sta andando, anche in Italia, verso Data Center, GREEN e completamente ecologici, che creino un impatto minimo anche dopo la loro eventuale dismissione; e che restituiscano ciò nelle forme e nei materiali utilizzati. (https://www.arkitectureonweb.com/it/-/progetti/00gate-green-data-center-lignoalp-damiani-holz-ko).

SOPRA – Immagine tratta dal sito : Suisseinfo.ch

Per altro, la necessità di inserire dal punto di vista paesaggistico le infrastrutture tecniche, ha una sua coniugazione storica che ha esempi pregevoli. Come ad esempio la Centrale Elettrica di Riva del Garda progettata negli anni Venti del Novecento dall’ Architetto Giancarlo Maroni , che appare, dal punto di vista architettonico come un frammento urbano in continuità con il centro storico della cittadina gardesana (https://it.wikipedia.org/wiki/Centrale_idroelettrica_del_Ponale)

SOPRA – Immagine della centrale di Riva tratta da Google Earth

Rinasce quindi, la necessità di ritornare a ragionare dal punto di vista disciplinare, su come coniugare “impianti”, loro architettura, e paesaggio. Ciò riguarda non solo i data center, ma anche i grandi impianti elettrici, i terminal portuali, le centrali di trasformazione, i grandi complessi ferroviari, ecc..

Un esempio interessante è la nuova sottostazione APG di Nauders (Tirolo), collocata ad un’altitudine: 1.400 m s.l.m..

Nauders è la prima località su territorio austriaco dopo aver attraversato Passo Resia. Si trova su un altipiano soleggiato tra il Passo di Finstermünz e Passo Resia, e vanta una storia lunga e movimentata: già all’età del Bronzo, il passo venne attraversato e al seguito eretto l’insediamento di Nauders. La sua posizione stupenda fa pensare inevitabilmente a maestose vette e passi alpini.

E’ per questo che la progettazione di questo impianto, trasnazionale (Austria/Italia), per migliorare la potenza elettrica insediata nord/sud, ha subito una progettazione paesaggistica particolarmente attenta, sia nella dislocazione dei necessari edifici, e degli impianti, che nella scelta dei materiali di finitura.(https://www.apg.at/en/projects/nauders-substation/#c7574).

La stessa scelta di realizzare molti cavidotti completamente interrati, ben testimonia dell’attenzione per i luoghi dimostrata dai gestori energetici (APG e Terna).

La nuova sottostazione APG di Nauders (Tirolo) e la nuova linea da 220 kV migliorano l’approvvigionamento energetico regionale e promuovono lo scambio transfrontaliero, in particolare di energie rinnovabili (https://news.provincia.bz.it/it/news/terna-e-entrata-in-servizio-l-interconnessione-italia-austria)

Un altro esempio emblematico di inserimento nel paesaggistico per quanto riguarda le infrastrutture tecniche, è il termovalorizzatore “Amager Bakke” di Copenhagen in Danimarca, progettato da B.I.G. (Bjarke Ingels Group – https://big.dk/), e funzionante dal 2017.

Il “macchinario”, esistente ed in disuso, è stato riconvertito dallo studio della Archistar danese, ed ha una “pelle” ed una composizione architettonica, finalizzate a renderlo parte integrante del paesaggio urbano della capitale danese. Il tetto: un giardino verde inclinato, in estate ed inverno, diventa pista per lo sci (https://www.pantografomagazine.com/copenhill-inceneritore-green-copenaghen/)

Bisogna che gli enti preposti alla realizzazione di questi “impianti”, soprattutto in Italia, dove non c’è una cultura in tal senso, dimostrino in merito una particolare sensibilità, che non può solamente riguardare gli aspetti economici ed impiantistici, o tecnici, bisogna con urgenza occuparsi soprattutto di paesaggio. Lo stesso devono fare le società d’ingegneria a cui di solito è demandata la progettazione esecutiva, magari sviluppando internamente dipartimenti “di qualità” dedicati alla progettazione paesaggistica di queste infrastrutture da proporre nelle loro offerte tecniche, ai committenti.

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UN “GIRETTO” di architettura attorno a Romolo


Un giretto di architettura contemporanea (e non solo) nel sud di Milano, tra la circonvallazione ed i Navigli. Tra Romolo e la Darsena. Quella architettura contemporanea, che i media e gli Ordini professionali, non considerano.

Un’occasione per chi è appassionato, per misurare il polso dell’architettura milanese, tra “vaccate” ed edifici pregevoli.

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CIMA REST (La permanenza delle forme)


Raccontare una valle, la Valvestino (Brescia), una realtà montana, difficile, è in fondo risalire agli atti che hanno consentito di costituire qui un nucleo umano ancestrale “resistente”, e di fatto rappresenta il destino primigenio di ogni essere umano su questo Pianeta.

L’atteggiamento deve essere un po quello dell’archeologo, che ricerca nei vari strati della realtà, per individuare anche i segni più nascosti: e qui i Valvestino sono passati i Goti, i Longobardi, i Romani, lasciando evidenti reperti del loro passaggio.

I fienili di Cima Rest, in Valvestino, sono dei fabbricati rurali situati ad una altitudine di 1.257 metri sul livello del mare, in un altopiano verdeggiante del comune di Magasa.

Sono strutturati in planimetria, in modo da contenere in un solo edificio le funzioni fondamentali per la vita tipica delle malghe: al piano inferiore la stalla per il bestiame, l’abitazione per il contadino, a quello superiore (con accesso autonomo dall’esterno) il deposito per il foraggio, e all’esterno la legnaia.

Il fienile a pianta rettangolare, spesso è parzialmente incassato nel pendio della montagna, e si sviluppa su due piani: in quello inferiore, racchiuso tra mura di pietra, c’è la stanza principale con il camino, una seconda stanza collegata alla precedente per l’attività casearia e deposito provvisorio del formaggio e la stalla per il ricovero del bestiame bovino; tutto il pavimento è in selciato.

In seguito a ricerche storiche, iniziate nel secondo dopoguerra, si è riusciti a datare questa tipologia di costruzione al VII secolo, attribuendola alle tradizioni dei Goti (probabilmente di origine svedese) o dei Longobardi (probabilmente di origine germanica).

La base della costruzione è formata da una possente muratura in pietra locale calcarea, sulla quale poggia il tetto dalle due falde fortemente inclinate (55 gradi circa). L’intelaiatura del tetto è costituita da una serie di travi portanti, solitamente di abete, ma anche faggio, sulle quali sono inchiodate delle travi secondarie di minor dimensioni che servono per sostenere il manto di leggero copertura.

La tecnica di copertura si basava sull’allineamento e sovrapposizione di centinaia di fasci sottili di steli mietuti (mannelli di paglia ottenuti da un grano il cui nome scientifico è il Triticum  Aestivum, varietà antica di grano, con spiga alta di un colore tendente al rossiccio durante la maturazione), legati con steli di lantana. Il risultato finale era un manto compatto e perfettamente funzionale: difatti la paglia oltre che essere un ottimo idrorepellente è pure un ottimo isolante termico che permette una perfetta conservazione del foraggio.

Oggi per riparare e ricostruire i tetti dei fienili si utilizza un Team Danese, che ha l’abilità tecnica (comune agli edifici storici danesi) per realizzare l’opera con perizia e velocità, mentre la paglia adatta è stata fatta giungere a Magasa dalla Romania. (https://www.gardapost.it/2014/06/26/larte-rifare-i-tetti-in-paglia-dei-fienili-rest/)

E’ interessante notare la permanenza di queste forme essenziali e funzionali, e delle relative tecnologie costruttive; permanenza che ha consentito di fare giungere fino a noi tali opere dell’ingegno umano.

Una architettura, in fondo, è sempre un “ponte di collegamento”, che consente ad un edificio di avere una bellezza formale contemporanea, e di andare oltre rispetto al proprio passato e al proprio futuro.

Questi fienili, con le loro forme e la loro tecnologia “naturale”, ancora oggi ci affascinano, perché conservano la libertà dei movimenti delle persone che la hanno volute ed abitate, facendoci chiaramente percepire l’essenza di cui la vita è fatta. Forme primigenie, ancestrali, in perfetta mimesi con la natura ed paesaggio circostanti, che suscitano bellezza, e forse proprio per questo portate avanti per così tanto tempo.

Come scrivono Alessandro Michele ed Emanuele Coccia, nel bel libro: “La vita delle forme, filosofia del reincanto” (Harper Collins, 2024) – ….osservare un qualsiasi oggetto equivale a entrare in una biblioteca dove le cose bisbigliano, mormorano, cantano, la loro voce è come il deposito di tutte le vite che hanno attraversato: in esse parlano in ventriloquo chi le ha fabbricate, chi le ha amate, chi le ha curate……E’ la narrazione che si deposita sulle cose….-

La permanenza soprattutto delle forme, quì a Cima Rest, è così forte, che queste sono state portate avanti per secoli, ed ancora oggi, gli edifici di nuova costruzione “imitano” con nuove tecnologie, le forme degli edifici storici esistenti.

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GHOST DREAMS


Sono stato alla fondazione Beyeler di Riehen (Basilea), decine di volte, ed ogni volta una sorpresa nei criteri di allestimento, nella qualità della proposta museale. Ma questo “fuori/dentro” dal museo al giardino, che ho potuto apprezzare oggi, ha qualcosa di sorprendente, di meraviglioso, che lega l’arte intimamente con le regole della Natura planetaria di questa parte di Universo…..Sogni fantasma – https://www.fondationbeyeler.ch/en/exhibitions/ghost-dreams

Per la prima volta nel quarto di secolo della Fondation Beyeler gli spazi di tutto il museo e del parco vengono ripensati da artisti e curatori ma anche scienziati, filosofi, architetti, musicisti e poeti per un’esperienza espositiva sperimentale stimolante, innovativa e dinamica.

In effetti è difficile immaginare una mostra museale che muta in continuazione, che invita a leggere un libro, mentre le opere d’arte intorno vengono cambiate ogni tanto. Una patata dolce cuoce nel microonde, puoi dormire in un letto che interpreta i tuoi sogni,  e ogni tanto sei avvolto da una fitta nebbia che dà un senso di spaesamento surreale.

Sembra di partecipare ad un esperimento, incluso il titolo della mostra che cambia nelle dodici settimane di esposizione. Invece il tutto è un colto meccanismo per rendere l’arte concettuale accessibile, titillante, meravigliosa, senza ricorrere a un intrattenimento “facile” e banalmente spettacolare, come spesso succede di questi tempi, ad uso dei media. Quì al centro vi è lo spettatore/visitatore/esploratore che deve “conquistarsi” la sua personale interpretazione della mostra.

Il tutto ad iniziare dalla guida criptica della mostra  “All my love spilling over” (Tutto il mio amore si riversa), che costringe il visitatore a fare lavorare il cervello per comprendere il titolo e l’autore dell’opera che ha davanti. Spetta al visitatore creare Liaison tra opere visivamente accostate con sapienza per stimolarlo, per fare lavorare la memoria (visiva e non solo) di ognuno.

Ecco che Koo Jeong A (un giovane artista sudcoreano specializzato in installazioni e tecniche miste), con una scultura nera sospesa (Boolgasaeu Boolgasali del 2024), viene messo in relazione con il famosissimo (ed enorme) quadro ad olio su tela di Claude Monet ‘Lo stagno delle ninfee’ (1917-20); mentre fuori (basta chiedere e si può uscire), nel giardino, vicino ad un laghetto incombe la grande scultura “Hase” un’opera di Thomas Schütte che fa parte della Collezione Beyeler dal 2014. Nel laghetto Fujiko Nakaya fa vibrare con un sistema di onde d’urto, il pelo dell’acqua.

L’architettura di Renzo Piano aiuta con le grandi vetrate, l’illuminazione naturale, ed i setti in porfido, a dare un legame intimo con l’esterno, con il paesaggio circostante arricchito da “presenze” artistiche.

La spettacolare e stimolante mostra collettiva estiva della Fondation Beyeler sta riscuotendo un notevole successo, tanto da essere legittimamente definita “l’argomento principe di conversazione del mondo dell’arte 2024”.

Fondation Beyeler è uno dei più importanti musei della Svizzera, e stà per diventare uno spazio espositivo vastissimo. Alla sede principale di Piano, si aggiungeranno, tra il 2025 ed il 2026, tre edifici dell’architetto/guru svizzero, Peter Zumthor (una sede espositiva di 1500 metri quadri, un padiglione e un edificio di servizio) che sono in costruzione nel parco paesaggistico di impostazione ottocentesca in stile inglese (acquisito dai confinanti per duplicare l’estensione dei giardini, facendoli diventare una “piccola” riserva naturale).

https://www.fondationbeyeler.ch/en/museum/new-museum-building

SOTTO – Stralci dalla guida della mostra

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COPENHAGEN e MALMOE (Una visita)


Tre giorni, una estate (dall’8 al 11 agosto 2019), per assatanati di cultura : architetture, paesaggi, musei………..e cibo. Compresa una breve digressione in treno a Malmoe in Svezia, la città di Greta Thunberg, dove si arriva comodamente attraverso il maestoso ponte di Oresund.

Forse una delle più belle, ed ecologiche città d’Europa; veramente SMART. La bicicletta come stile di vita.

Città che è stata nel 2023 capitale Mondiale dell’Architettura, con il congresso dell’U.I.A. (Unione Internazionale degli Architetti). Una città che è una vera e propria BIBLIOTECA ALL’APERTO dell’Architettura.

Una città che, sembra assurdo, è anche molto, molto “balneare”.

Quì sotto il LINK ad una MAPPA che racconta la visita localizzando i luoghi.

https://rb.gy/jmbzt8

SOPRA – Una immagine aerea, tratta da Google Earth, di Amagen Strandpark, la bella spiaggia di Copenhagen

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