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Builders of the future

Autore

Dasir

Serial Classic


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Pannello argentato del Podium

«Siamo convinti che la cultura sia profondamente utile e necessaria. Oltre che coinvolgente e attrattiva. Deve arricchire la nostra vita quotidiana, aiutarci a capire i cambiamenti che avvengono in noi e nel mondo», dichiarano alla Fondazione Prada. Ed in effetti da una settimana in Largo Isarco 2 a Milano (al di là dei Binari dello Scalo Lodi) una ex distilleria, “manomessa” con sapienza dallo Studio OMA, si è trasformata in un epicentro della cultura internazionale (frequentatissimo). Costi e conti economici probabilmente “indicibili” per l’intervento, in corso da lustri.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kVUUNAUP5ldg

Dieci edifici, restaurati e proiettati nel futuro dal gruppo di architetti olandesi capitanati da quel “satanasso” di Rem Koolhaas (Remo Kollasso), contenenti altrettante mostre (19.000 i metri quadrati di cui 11.000 per esposizioni) si mostrano al pubblico per 10 euro.

Oro (18 carati in foglia) ed argento (800 o alluminio?), costosissimo tavertino iraniano, specchi ed intonaci……vecchi gelsi, un fico, un tiglio, una grande cisterna, una torre ancora in costruzione, titillano il fruitore di questo spazio (con tante occasioni di sosta sia all’interno che all’esterno), oltre al bar (Bar Luce in stile milanese taroccato di Wes Anderson), al cinema, al podium alla biblioteca, agli spazi bimbi, ecc.; inoltre al di là della strada, è utilizzabile anche un comodo parcheggio gratuito. Materiali vecchi e nuovi, architetture antiche e modernissime: si confrontano, si fondono, si ibridano.

Poi ci sono le mostre con installazioni di : Roman Polanski, Robert Gober (quello della Madonna del Schaulager a Basilea), Damien Hirst, Lucio Fontana, ecc., che qui, in un’area industriale dismessa, come succede da decenni in Europa ci “stanno da Dio”.

Vera e propria “chicca” è la mostra curata da Salvatore Settis, Anna Anguissola e Lucia Franchi Vicerè, “Serial Classic”, dove si riflette sul concetto di “copia seriale” nel mondo classico. Quì si esplora, in maniera colta ed intelligente l’arte greca e quella romana, indagando il rapporto ambivalente tra originale e sua imitazione, creando un ponte tra l’antico e la comprensione contemporanea dei concetti di : replica, appropriazione, imitazione, serialità, ecc.. Mostra moooooolto ghiotta.

Qui il link alle immagini della Fondazione Prada Milano

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Haunted House rivestita in Lamina d’oro

Melano Memories


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Nicola Baserga e Christian Mozzetti

Cosa è una “buona architettura” : è un edificio che, oltre a rispondere al programma funzionale, riesce attraverso la composizione delle facciate, i materiali, la disposizione planimetrica, ad esprimere “bellezza”.

Come scrive Alberto Campo Baeza, nel suo bel libro : “L’idea costruita” (Edizioni  LetteraVentidue, 2012) – L’Architettura deve offrire all’uomo quel “qualcosa in più”, misterioso però concreto, che è la Bellezza. La Bellezza intelligente che è la conseguenza di opere che sono idee costruite. Qualcosa di più, molto di più, che la mera costruzione. – 

Ecco l’edificio commerciale ed amministrativo di Melano (Svizzera), opera di Nicola Baserga e Christian Mozzetti, ha tutte queste caratteristiche. E’ inoltre un’operazione interessante di collaborazione e sinergia tra pubblico e privato.  Costato 6,1 milioni di Franchi, il nuovo centro amministrativo (900 metri quadrati in pianta) che il Comune di Melano ha costruito lungo la strada cantonale, ha la particolarità che conterrà al pianterreno un centro commerciale della Migros. L’affitto servirà così a finanziare l’opera dove al piano superiore si insedieranno i nuovi uffici comunali, in una struttura complessivamente comunque flessibile. L’edificio è eco-sostenibile e sul tetto ha un impianto fotovoltaico. Meravigliosa l’enorme porta in rovere, dell’ingresso della parte amministrativa.

Qui sotto il link con le foto dell’edificio

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Il Sindaco di Melano che indica il terreno vuoto in cui è stato costruito l’edificio

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Englih version (Abstract)

What is a “good architecture” is a building that, in addition to responding to the functional program, succeeds through the composition of the facades, the materials, the ground plan, to express “beauty”.

As written by Alberto Campo Baeza, in his book: “The idea built” (LetteraVentidue Editions, 2012) – The Architecture must offer man that “something more”, mysterious but real, that is Beauty. The Intelligent Beauty which is the result of works that are built ideas. Something more, much more, than the mere construction. –

Here is the commercial building and administrative Melano (Switzerland) by Nicola Baserga and Christian Mozzetti, has all these features. It ‘also interesting task of collaboration and synergy between public and private. Cost 6.1 million francs, the new administrative center (900 square meters in plan) that the City of Melano built along the main road, has the peculiarity that will contain the ground floor of a shopping center Migros. The rent will serve well to finance the work where the upper floor will settle the new municipal offices, in a total still flexible. 

Un museo ed una “scatola vuota”


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IL MUSEO – Il lavori di realizzazione del progetto di ristrutturazione e rifunzionalizzazione del Museo Egizio di Torino (che è avvenuta senza chiudere completamente il museo), è opera del raggruppamento Isolarchitetti – http://www.isolarchitetti.it/ . Costo dell’intervento 50 milioni di euro. Conclusione lavori prevista nel 2013, inaugurato il 1 aprile 2015.

Il Museo egizio di Torino, è considerato, per il valore dei reperti, il più importante del mondo dopo quello del Cairo. Il museo è stato, nel 2013, l’ottavo tra i siti statali italiani più visitati, con 540.297 visitatori e un introito totale di 1.698.350,50 Euro.

Il progetto di ampliamento (raddoppiata la superficie) sembra coerente a creare un’amalgama con l’esistente ed a fare un’operazione di marketing culturale. La prima giornata di visita era completamente gratuita.

Il 6 ottobre 2004 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali conferì in uso per trent’anni i beni del Museo ad una apposita fondazione, la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, di cui fanno parte la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT. Presidente Evelina Cristillin, Direttore del museo  Christian Greco (egittologo, e docente) è molto bello, e si integra perfettamente con il museo e l’edificio esistente. Il percorso di visita è chiaro e semplice, l’interattività accattivante e coinvolgente.

E’ qui evidente che la capacità manageriale (tecnica, economica, ecc.) di chi progetta e gestisce il museo è riuscita a fare un’opera mirabile che sicuramente incrementerà ulteriormente i visitatori e l’attrattività complessiva del museo, proiettandolo soprattutto sul panorama internazionale, ai più alti livelli.

Quì sotto il link ad alcune immagini del Museo Egizio di Torino

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-egizio-di-torino/

LA SCATOLA VUOTA – il Museo delle culture extra europee di Milano (MUDEC) – http://www.mudec.it/ita/ , ha avuto un percorso sofferto durato 15 anni a partire dagli anni Novanta ed una spesa si oltre 60 milioni di euro. Il progetto è dell’architetto inglese David Chipperfield – http://www.davidchipperfield.co.uk/ , che vinse il concorso internazionale allora appositamente predisposto.

Intanto, c’è un dato che è incontestabile: il chiacchierato pavimento del nuovo polo espositivo è tutt’altro che perfetto. Macchie, scheggiature, sovrapposizioni e difetti cromatici sono evidenti. Come sono evidenti le sbrodolature sulle boiserie lignee degli acidi utilizzati per cercare di “pulire” le pavimentazioni. Tali “difetti” inaccettabili per un’opera di tale portata hanno allontanato il progettista dalla committenza, tanto che Chipperfield non era presente all’inaugurazione avvenuta in tutta fretta il 27 marzo 2015.

Due le mostre inaugurate “Africa. La terra degli spiriti” e “Mondi a Milano”. La prima è una mostra monumentale e “pallosa” dedicata all’arte africana, dal Medioevo a oggi, con oltre 200 pezzi esposti. La seconda racconta al pubblico come la città abbia accolto e divulgato al grande le diverse culture non europee nel corso dei suoi più importanti eventi espositivi: dalle mostre di arti industriali nella seconda metà dell’Ottocento, concepite alla stregua delle Esposizioni Universali, fino alla loro riformulazione nelle Biennali e Triennali degli anni Venti e Trenta del Novecento.

Il percorso museale, ancora mancante dei reperti permanenti, studiato appositamente per la coincidenza con Expo 2015, appare fragile ed incongruente. Sicuramente costoso per il 15 euro del biglietto d’ingresso.

Per chi ha visto altri musei delle culture extra europee, come ad esempio il “Musee quai Brandly” a Parigi di Jean Nouvel  http://www.quaibranly.fr/ ; o il “Museum der Kulturen” a Basilea di Herzog & De Meuron – http://www.mkb.ch/de/programm.html , forse l’ex Ansaldo non era per localizzazione, il luogo più adatto ad una tale tipo di museo. Probabilmente una gestione più manageriale della cultura milanese avrebbe sensatamente qui localizzato un museo “importante” del Design (Il Fuorisalone nella “Milan Design Week” ha qui in via Savona una delle sue location principali) che tanto manca a Milano, certamente non appagata dal piano nobile della Triennale disegnato da De Lucchi – http://www.triennale.org/it/triennale-design-museum .

Certo oggi il MUDEC milanese appare come un’enorme vaso Savoy di “Aaltiana memoria”, molto simile una scatola vuota………Vuota soprattutto di idee.

Quì sotto il link ad alcune immagini del Museo delle Culture di Milano

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-delle-culture-extra-europee-mudec-di-milano/

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Nutrire il cemento. Energie per la “fuffa”


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Il progetto Expo 2015 di Burdett, Herzog, Boeri, Petrini con cui si è vinta la manifestazione a Milano

Poco prima che Expo 2015 succeda, ecco il bel racconto di Stefano Boeri, che descrive (alla televisione della Svizzera Italiana), lo “scempio” che si è fatto dell’evento e del sito espositivo. Facendo delle proposte per “salvare il salvabile”. Un racconto “critico” ma reale, che è anche una riflessione sullo stato dell’arte della società milanese.

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Quanto si sta effettivamente realizzando, in totale spregio rispetto al progetto iniziale

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Tomoaki Uno


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http://www5b.biglobe.ne.jp/~arch-uno/

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Il senso del tempo


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Raccontare le ore trascorse nel grande Parco, che sta vicino a casa mia, di fatto è raccontare di un dinamismo in cui “tempo” e “movimento” sono un tutt’uno, a definire quello che noi umani chiamiamo  “paesaggio”. Parola ostica, che in alcune lingue nemmeno esiste.

Il lento, ma preciso, peregrinare nel grande corpo vegetale del Parco, per tutelarlo e proteggerlo (avvenga in bicicletta o a piedi), presuppone un movimento nel tempo, che di fatto mi conduce a frequentare spesso gli stessi luoghi, in periodi diversi dell’anno. Periodi in cui sole, vento, pioggia, temperatura, vita e morte, agiscono sui luoghi stessi, trasformandoli in maniera sempre diversa. Anche poche ore in tal senso, a volte, presuppongono una modificazione notevole, una “scena” diversa.

Nulla di grandioso e tantomeno di definitivo. L’esilità della posta in gioco, il tempo, fa del Parco un progetto tranquillo in cui animali e uomini, il più delle volte, trovano ristoro. Un progetto in continua evoluzione, come è inevitabilmente la vita, sempre uguale ma sempre diversa.

Come se la fragilità dell’obbiettivo, l’unione tra tempo e vita, presupponga la sua ineluttabile immaterialità. E’ come se nel Parco e nei suoi luoghi “in movimento”, si riflettesse tutta l’economia migliore di un sapere, un’applicazione esatta del principio di collaborazione paritetica con la natura.

La storia ci parla poco del tempo, del tempo che passa, della durata, del tempo che consente incontrando il suolo (il terreno fecondo), di fare nascere gli esseri viventi vegetali e con loro tutta la biosfera planetaria. Del tempo, che è anche morte ineludibile e democratica di ogni cosa, vivente e non, di questa parte di universo. La storia preferisce raccontarci le forme ed i gesti sociali eroici e grandiosi dell’uomo, e delle sue imponenti costruzioni, dei grandi architetti.

Eppure è qui, nel Parco, nello spazio del tempo, che secondo me si delineano chiaramente le questioni del futuro. La vita, come dovrebbe essere per la morte, esclude la nostalgia, in quanto è cosa certa che nessun passato ha futuro, se non il ricordo.

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Sulle tracce


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Essere sulle tracce di un “paesaggio” fisico, che è anche interiore, significa trovare nei luoghi una serie di appigli fisici e mentali, che siano in grado di restituirci questa dimensione paesaggistica familiare. E’ una ricerca paziente, lenta, che porta via tantissimo tempo, probabilmente tutta una vita.

Vivere da architetto, da pittore o da scultore è come vivere da infermiere, da operatore ecologico. Per la totalità degli esseri viventi, la vita è un enorme spreco di tempo. Dalla stragrande maggioranza delle proprie ore (spostarsi, pulirsi, attendere, dormire, ecc.) non si ricava assolutamente nulla. Il tempo trascorre e basta, verso la nostra ineluttabile morte, che è la norma per tutte le cose e le creature viventi contenute in questa parte di universo.

Viviamo quasi tutti in un grande agglomerato metropolitano planetario, collegato anche solo virtualmente in rete, che cambia il nome dei luoghi da noi frequentati, esclusivamente per darci la sensazione di essere identificati e localizzati. In Italia, c’è l’abitudine di spostarsi senza interruzione tra tre o quattro città, per lavorare, per risiedere, per divertirsi, per fare acquisti. Ci si muove freneticamente tra questi luoghi, come si fa tra le stanze di una casa. Velocemente ognuno di noi impara a non abitare spiritualmente in nessun luogo, per poter credere che si abita dappertutto.

In questa estate 2014, piovosa ed insolitamente fresca, trascorsa tra Lavin, Zernez e Zuoz, in Engadina, inseguendo le “tracce” dell’esistenza di Alberto Giacometti e di Giovanni Segantini, ho avuto la netta sensazione di aver trovato il mio paesaggio fisico ed interiore.

Il segreto, probabilmente la luce, la montagna, la buona architettura, l’ottimo cibo e soprattutto le persone, che hanno fatto di questa parte della valle, un luogo dove l’arte e la cultura hanno ancora un posto molto importante all’interno della società. Lo vedi trascritto nella natura saggiamente antropizzata, riverberarsi fino all’architettura, al paesaggio, ed alle cose più insignificanti prodotte dall’uomo in questi luoghi.

Quì una mappa dei luoghi

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Da Orto Botanico a Giardino della Biodiversità


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Padova, domenica 29 settembre – Cappella degli Scrovegni con affreschi di Giotto (la Cappella Sistina del medioevo, un capolavoro mondiale), parecchia gente nessuna coda . Tanto che anche senza prenotare si accedeva a questa meraviglia della pittura medioevale.

Padova, domenica 29 settembre – Orto Botanico dell’Università di Padova (un gioiellino rinascimentale del 1545, recentemente affiancato da un’avvenieristica serra didattica sulla biodiversità), coda di ore per entrare.

Qui le immagini dell’Orto Botanico

A Parigi, Barcellona, Londra, Amburgo, Lione, ecc. da anni sanno “valorizzare i contrasti”, amplificando le bellezze paesaggistiche, le opere d’arte e dell’ingegno umano, le “memorie” ed i ruderi del passato, affiancandole di “oggetti architettonici” in grado di condurle con sapienza nel futuro. Quì in Italia sono rari gli esempi, come all’Orto Botanico di Padova, dove passato e futuro entrano in sinergia, amplificando le potenzialità turistiche e culturali di siti già eccellenti.

Quì una mappa di Padova con alcuni luoghi 

Si possono avere tutti i reperti e le bellezze del mondo, ma se non le si sa valorizzare, affiancandole con dei “contrasti” intelligenti (frutto di un progetto manageriale attento a gestire un sapiente equilibrio tra investimenti e proventi) che le proiettano nel futuro…….non si va da nessuna parte. Soprattutto poi bisogna avere un quadro economico per poterle adeguatamente mantenere ed aggiornare.

Il paragone, tra le grandi città, ormai non va piu’ fatto sulla quantità delle “meraviglie” possedute, ma sulla capacità di “titillare i turisti” creando denari per preservarle nelle migliori condizioni per le generazioni future.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Conversazioni su architettura e libertà Giancarlo De Carlo – Franco Buncuga Edizioni Elèuthera.


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Appena ripubblicato in una nuova edizione, questo è un libro straordinario.

È il racconto di una formazione umana, culturale, politica e architettonica. La storia di una vita dove tutti questi campi si sovrappongono e intersecano grazie alla volontà programmatica di pensarli come vasi comunicanti, narrata dalla viva voce del protagonista in un lungo colloquio.

Giancarlo De Carlo ha attraversato il XX secolo da testimone e protagonista. In mezzo c’è il bambino che scopre gli odori, i suoni e i colori del nord Africa come colone italiano, il giovane arruolato in marina nella Seconda Guerra Mondiale che matura lentamente l’anti fascismo, l’intellettuale che si confronta con il pensiero anarchico, l’architetto che conosce il Movimento Moderno e partecipa in seguito alla sua crisi.

La formula del colloquio rende il racconto leggero nella narrazione senza togliere mai nulla alla gravità degli argomenti.

Ci appassioniamo nello scoprire come andarono le cose nel momento di sciogliere i CIAM, ormai obsoleti custodi di un’ortodossia moderna che GDC rifiuta in nome di un pensiero moderno che contiene in sé stesso il germe della critica e del superamento delle posizioni dogmatiche; ci divertiamo al racconto incredibile di come un giovane architetto pieno di speranze e privo o quasi di possibilità economiche riesce ad ottenere un dipinto di Léger per la sala di una nave di cui sta progettando gli interni. Viviamo con GDC la disperazione per la distruzione dell’allestimento per la Triennale, lo sconforto per i progetti che non si compiono per l’incomprensione degli interlocutori, l’entusiasmo per la didattica a Venezia IUAV o al Laboratorio ILAUD vissuta quasi come una missione, lontana dalla corsa alla carriera accademica.

Incontriamo in compagnia della voce narrante personaggi fondamentali del Novecento:  Pagano, Vittorini, Calvino, Olivetti, Samonà, Van Eyck, gli Smithson,…

Soprattutto sentiamo raccontare l’infinita ricchezza di una pratica progettuale che non si piega mai all’ovvio, al banale, che rifiuta l’idea di un’architettura intesa come esercizio formale lontano dai bisogni e dalle necessità materiali e spirituali degli uomini che la abitano.

Il racconto dei progetti di Urbino, in continuo dialogo con la città e il suo territorio, con la storia del luogo e dei suoi protagonisti, testimonia una profondità di pensiero e una rara capacità di decifrare i luoghi e che confrontata a tanta mediocre superficialità dell’architettura corrente costituisce da sola una valida ragione per leggere queste pagine.

Le architetture di De Carlo sono difficili perché complesse: sono poco fotogeniche, comprensibili soltanto quando le viviamo concretamente. E se sono poco riuscite, GDC è il primo a riconoscerlo e a cercare le ragioni degli errori per ricominciare la propria ricerca.

Una recente visita ad Urbino mi ha permesso di verificare direttamente l’infinita ricchezza dei collegi del Colle, dove ogni dettaglio è disegnato per offrire generosamente spazi di incontro, concentrazione o riposo alla popolazione di una vera cittadina universitaria. Le sedi Universitarie in città celano pudicamente dietro la discrezione di muri in mattoni quasi muti una ricchezza di spazi e un lavoro sulla luce di intensità davvero rara.

Ora che la viva voce di GDC ci ha lasciato da qualche anno, che la rivista “Spazio e Società” da lui fondata e diretta ha chiuso i battenti da tempo e che parlare di partecipazione, di progettazione per tentativi e di architettura come ricerca appassionata di spazi per migliorare la vita degli uomini sono argomenti così lontani dal dibattito “alla moda”, la lettura di questo piccolo, grande libro, può trasformarsi davvero in una esperienza fondamentale. Non soltanto per gli “addetti ai lavori”.

Luigi Trentin

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