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Builders of the future

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Architettura

Lati-nismi


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Quest’uomo, quest’architetto, lo stiamo “seguendo” da un po. Ormai da parecchi anni. Da quando, partecipando al concorso di progettazione per la stazione marittima del Porto Grande di Siracusa (dove arrivammo a metà classifica), risultò vincitore il team italo-spagnolo guidato dall’Ing. Enrico Reale e composto dagli architetti Vincenzo Latina, Jordi Garcés, Emanuela Reale, Daria de Seta, Anna Bonet, Raimondo Impollonia, Angela Tortorella e Jose Zaldìvar. Era l’ormai lontano 2009.

In quell’occasione, ci colpì molto una personalità locale, l’architetto Vincenzo Latina (8 aprile 1964, Froridia / Siracusa), che sembrava animare, dal punto di vista dell’architettura e della qualità, il team vincitore.

Da allora è stata quasi una consuetudine seguirne la prestigiosa e rapida carriera architettonica ed accademica, che lo vede al giorno d’oggi essere un po dovunque, indispensabile, piacevole e “saporito” come il prezzemolo.

Tra i principali, recenti riconoscimenti :

nel 2012 – Vincitore della Medaglia d’Oro della Triennale di Milano. Premio Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana 2012 della Triennale di Milano. Al progetto “Padiglione di Accesso Agli scavi dell’Artemision”;

nel 2013 – Vincitore del Premio internazionale di architettura in pietra “ARCH&STONE”;

nel 2015 – Vincenzo Latina è il vincitore del Premio Architetto italiano, bandito dal Consiglio Nazionale degli Architetti;

nel 2017 – Vincitore del concorso Internazionale per la copertura dell’Arena di Verona;

nel 2017 – Era inserito nella rosa dei “papabili” per la curatela del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2018.

Nelle settimane scorse è stato spesso “quì al nord” : a ritirare il premio alla ARCHMARATHON SELECTIONS 2017 del Made Expo a Rho/Pero, come migliore architetto; alla presentazione del numero monografico 1013 di Domus ” Non c’è Italia senza spine” (curato da Fulvio Irace, in cui sono presentati i suoi ultimi progetti) a Mendrisio presso il Tatro dell’Architettura di Mario Botta; era invitato allo spazio sotterraneo H2OTTO di Milano a tenere una “lectio Magistralis”; era tra i designers del “Foodies Challenge” di Milano dove architetti e cuochi interagivano tra loro; ecc..

La sensazione, “gravitandogli attorno” da diversi anni, è che ci troviamo di fronte ad una personalità di grande spessore disciplinare, molto simpatico, diremmo “verace” ed umile, come difficilmente se ne trovano nel campo dell’architettura (infestato da “fighetti puzzoni” e da “egocentrici stralunati”). Insomma uno bravo, “certificato” e riconosciuto, destinato ad un grande futuro.

Tutto ciò è ancora più evidente se lo si segue sul “libro di facce” (Facebook), dove alterna un pensiero colto per l’architettura, con una foto della moglie che produce gli arancini nella casa di campagna. Dove alla diffusione virale di un evento di cui è partecipe, segue la foto dell’oblò di un aereo (condizione ormai consuetudinaria per un globetrotter dell’architettura) o acuti appunti di viaggio, oppure un selfie con un collega.

A “seguirlo”, facilmente ricorrono alcune terminologie, che potremmo definire dei “Latinismi architettonici” ; parole che danno lo spessore dell’attività di questo grande architetto, identificabile soprattutto una serie terminologica ben precisa :

TRADIZIONE, TRADUZIONE, TRADIMENTO – (tutti dalla radice latina tradere) che viene inteso dal Vincenzo Latina, come tradire per tradurre. L’architetto/archeologo, inevitabilmente tradisce il passato,  per poter “tradurre” nella realtà odierna la spazialità architettonica che gli viene richiesta. L’architettura è sempre “tradimento” della tradizione.

Forza Vincè, pedala, che il Pritzker Prize è quantomai vicino.

Link ad una lectio Magistralis di Vincenzo Latina a Varese

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

 

Lisc e grezz


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L’ultima fatica di Mario Botta, sul Monte Generoso in Svizzera è l’omonima struttura turistica. Denominata dall’architetto mendrisiense “Fiore di pietra”, domina il crinale con vista sul Lago di Lugano. Completata all’inizio della primavera 2017, sta già ritornando ad essere (dopo anni di chiusura) uno dei luoghi più visitati del Canton Ticino. Dalle prime foto e dai disegni, l’opera architettonica sembrava fare il verso alla moltiplicazione dei “cilindroni” del maestro svizzero, ormai da anni incancrenito su geometrismi ripetitivi.

Invece, visitandolo, anch’io che ero scettico, mi sono completamente ricreduto. Molti sostengono sia la “Torre di Mordor” o un “carciofo”, un’astronave calata sul Generoso. In realtà si tratta di un bell’edificio, magnificamente realizzato, consono al paesaggio in cui si colloca. Soprattutto l’edificio polivalente è molto funzionale con degli spazi comodi ed un’architettura che anche da vicino è perfettamente inserita tra le rocce che anticipano la cima, rispetto alla cacofonia di forme dell’edificio precedente. Paesaggio, quello del Generoso, già “sputtanato” parecchi anni prima dalle forme tecnologiche (e necessarie) del ripetitore radiotelevisivo.

Spazi mostre, accoglienza ed informazione turistica, un self-service, un ristorante (stellato), una sala per conferenze, camere per alloggiare, locali tecnici ed una spettacolare terrazza in copertura con un panorama a 360 gradi: distribuiti su 5 livelli, si incastrano nella montagna, completando ed esaltando il crinale.

Ottima la scelta dei materiali : pietra (probabilmente una beola o un serizzo) per il rivestimento esterno; beton a vista, legno e pietra per gli interni. L’edificio nonostante l’assalto di una moltitudine di turisti domenicali, risulta accogliente e funzionale.

L’occasione della nuova struttura turistica (25 milioni di franchi sponsorizzati da Migros), ha consentito di sistemare anche i percorsi pedonali che da Bellavista conducono alla cima del Generoso, rendendo tutto il parco del Generoso più facilmente accessibile anche a chi non può permettersi di spendere l’alto costo del biglietto del trenino a cremagliera.

Scendendo a piedi, due signori attempati al mio fianco (marito e moglie), veraci ticinesi, commentavano l’esperienza architettonica in rigoroso dialetto ibrido : “Bravo il Mario, in fin di facc un bell’edifizi, lisc e grezz” (se ho trascritto bene), probabilmente riferendosi al rivestimento esterno in corsi di pietra levigata alternata a quella a spacco.

Sotto il link ad alcune immagini del sopralluogo sul Monte Generoso

https://it.pinterest.com/dariosironi/lisc-e-grezz-2016/

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Dream Team


Il complesso delle Gallerie degli Uffizi a Firenze, pur essendo stato coinvolto solo marginalmente dalle distruzioni belliche, venne interessato, nel Dopoguerra, da una serie di interventi di ripristino, con la finalità di sostituire l’allestimento museale ottocentesco, con una serie di frammenti modernisti, un po’ neutri.

A volere questi interventi : il funzionario interno alla Soprintendenza Guido Morozzi, e Roberto Salvini, allora direttore della Galleria degli Uffizi, storico dell’arte all’Università di Trieste, nonché sostenitore di criteri di innovazione museale. Ambedue affiancati da una Commissione di esperti allestita ad hoc.

Le sale, oggetto degli interventi, sono quelle numerate da 2 a 7. Esse vennero ricavate sul finire dell’Ottocento dall’antico teatro mediceo. L’allestimento voluto nel Dopoguerra, venne progettato a partire dal 1953 e completato nel 1956 dagli architetti Giovanni Michelucci, Carlo Scarpa e Ignazio Gardella, che “scoprirono” la sala, togliendogli il controsoffitto ottocentesco, disvelando il soffitto a capriate, ad imitazione delle chiese medievali. Le sale espongono opere databili tra la prima metà del XIII secolo e gli inizi del XIV secolo.

Un Dream Team di architetti, forse il “meglio” possibile in ambito disciplinare per allora in Italia.

Gli architetti, a parte alcune resistenze iniziali a certi aspetti dell’intervento, decidono di comune accordo, di non alterare in maniera evidente l’impostazione planimetrica degli spazi esistenti, riproponendone quasi la stessa suddivisione. Viene invece completamente variata la sezione. I controsoffitti piani vengono eliminati ripulendo le soffitte da una selva di legname stratificatosi in seguito a rimaneggiamenti successivi e viene deciso per la prima sala, di mettere a nudo l’orditura principale della copertura a capanna con le grandi capriate originarie in legno, lasciate in vista ed esaltate dalla luce radente di un lungo lucernario orizzontale di nuova formazione, che stacca la massa della parete dal tetto.

L’ambiente, collocato nel Primo corridoio della Galleria (al piano primo), di “sommessa eleganza”, venne subito denominato “Sale dei primitivi”, dove sono esposti capolavori come le Maestà di Giotto, Duccio e Cimabue e il grande trittico de “L’incoronazione della Vergine” di Lorenzo Monaco.

Di recente l’allestimento (2015) è stato rivisitato, ma non nella sala 2, quella così detta “Delle Maestà”, dove tutto è rimasto come progettato dal Dream Team.

Racconta Giovanni Michelucci nel 1990 (poco tempo prima di morire) al Soprintendente agli Uffizi Antonio Godoli (1) : “Molto della progettazione avveniva così: giorno per giorno sul cantiere, venivano fatte delle proposte, le discutevamo tutti e tre e una volta d’accordo si andava avanti col lavoro; ma dei disegni non restava nulla, lo si dava al fabbro per esempio, o a quell’artigiano che era incaricato di eseguire quel certo lavoro. Gli esecutivi erano spesso sui muri, cioè quei segni che per il muratore servivano volta volta. L’opera nasceva via via a contatto con quei capolavori. Si faceva eseguire, si controllava l’esecuzione; l’architetto, secondo me, doveva stare il più possibile da parte nel senso che aveva il compito di vedere poi il risultato.”

“Furono momenti molto belli e interessanti. Ricordo che ci fu in un primo tempo una certa opposizione verso noi progettisti all’apertura di quella finestra in alto. D’altronde a nostro favore c’era il fatto che rimaneva tutta quell’altezza fra le opere e la finestra per cui la luce non può disturbare.”

Ed ancora : “È certo che per me la presenza del progettista si doveva sottrarre al massimo, noi dovevamo sparire. Si trattava semplicemente di appropriare le opere alle pareti con un lavoro di muratore. Non c’è dubbio che la personalità di Scarpa era difficile; era sempre attento ad avere la trovata, giusta si, ma che mettesse l’opera dell’architetto in evidenza e di questo se ne compiaceva. Io per principio mi ero posto di sparire di fronte alle opere di quella portata meditando moltissimo: l’idea di mettere un sostegno, per esempio di ferro, lo sentivo come un fatto di grande responsabilità, il risultato era far si che l’opera quasi naturalmente si mostrasse.”

Sempre Michelucci, racconta : “Si volle dare al soffitto un certo peso, un certo valore, Scarpa pensò al disegno dei ferri delle capriate e degli altri ferri presenti nelle sale come i telai dei lucernari, le transenne, i battiscopa. Poi ci fu l’invenzione della lastra di pietra con il grande Cristo del Cimabue che risolse lo spazio della sala in modo meraviglioso; l’opera fu posta in modo che se ne potesse vedere anche il retro, guardarla dava veramente un senso di piacere.”

In piedi, di fronte ad una finestra del primo corridoio della Galleria, sulla soglia dei 100 anni Michelucci ebbe a dire al Gozzoli in merito agli Uffizi : “Io ci ho lasciato il cuore in questa costruzione, l’ho sentita criticare nella scuola come cosa non riuscita di Vasari, ma essa è una grande opera di urbanistica: è la città stessa.”

Vale un viaggio a Firenze, la sola visita di questi “mitici” luoghi, sia per l’architettura espressa da questi “geniacci”, sia per l’immaginifico contenuto.

1 – Antonio Godoli, Michelucci e gli Uffizi, in Aa.Vv., Gli Uffizi. Studi e ricerche. Interventi museografici e progetti, Centro Di, Firenze 1994.

Dario Sironi

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L’architettura la si insegna con sapienza, essendo disponibili “guide” che portano alla conoscenza (senza supponenza), di questa antica disciplina, e ciò è tanto più difficile laddove arte e scienza si intersecano indissolubilmente.

Uno studente di architettura, non va soverchiato, va accompagnato mettendosi al suo fianco, senza sostituirsi ad esso.

Bisogna diventare degli umili “contenitori di suggerimenti” che indicano la possibile strada ma non la via certa. Stimolare, titillare, affinché ognuno esprima se stesso, questo è il compito.

Ho visto troppo spesso colleghi esuberanti, egocentrici, progettare al posto dello studente fino a plagiarlo, per il solo piacere personale di esibire la loro bravura.

Colleghi, architetti bravissimi, ma che dell’insegnamento e di ciò che è trasmettere architettura, poco sapevano ed ancor meno “umilmente” intuivano.

Scrive le Corbusier in un testo del 1943 – Conversazione con gli studenti delle scuole di architettura – : “dedicarsi all’insegnamento dell’architettura, in questi tempi di traslazione da una civiltà decaduta a una civiltà nuova, è come prendere i voti, è credere, è consacrarsi, è darsi”.

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Chambre de travail


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Gli edifici, anche quelli piccoli e minuti, assolvono un doppio compito: la funzione pratica di servire al vivere e allo svolgimento delle attività, e la funzione psichica di stabilire il nostro punto di appoggio nella realtà vissuta.

Tutti dovremmo avere uno spazio esclusivamente nostro, anche minimo e spartano, un “pensatoio” in cui ritornare ogni tanto a riflettere su noi stessi, gli altri, il mondo. A progettare, ed a “sognare” l’organizzazione della nostra limitata permanenza terrena.

Paesaggio Christologico


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Cinque chilometri di passeggiata di colore giallo dalia (tessuto in nylon poliammidico della ditta Setex di Greven in Germania), di cui due chilometri “flottanti” sull’acqua. Dieci milioni di euro (circa) di costo previsto. Un afflusso previsto tra il 18 giugno 2016 ed il 3 luglio (ma si parla già di una proroga al 10 luglio) di circa 40 mila persone al giorno, mentre il “floating piers” ne può contenere contemporaneamente al massimo 17.500.

Il “floating piers” poggia su 220 mila  cubi a pioli galleggianti in polietilene ad alta densità, riempiti di aria. Per ancorarli sul fondo dei sub francesi hanno posato delle ancore in calcestruzzo (di fabbricazione bulgara ed italiana) e metallo appositamente studiate. Una volta assemblati tra loro i galleggianti nell’apposita area di Moltecolino (300 mila metri quadrati), le parti del “pier” vengono trascinate con imbarcazioni sul luogo dove vengono fissati al fondale mediante appositi cavi ed uniti tra loro.

Il tutto progettato ed intensamente voluto, dall’artista Bulgaro/Americano Christo Vladimirov YavachevL’opera alla fine dei sedici giorni di esposizione, verrà completamente rimossa e sarà industrialmente riciclata. I 10 milioni di euro dei costi, anticipati dall’artista e dagli sponsor, saranno recuperati dalla vendita dei gadgets e delle opere create dall’artista (quadri, serigrafie, ecc.), come già avvenuto per altri suoi lavori..

Christo ha scelto il Lago d’Iseo dopo un lungo sopralluogo sui laghi del nord Italia, insieme a Germano Celant, rimanendo colpito dall’Isola di San Paolo e da quella di Monte Isola, nonchè dal piccolo borgo di Sulzano.

Una operazione artistica, di valenza mondiale, voluta anche dalla comunità locale, per il rilancio internazionale del turismo sul Lago d’Iseo. Costo di tutta l’operazione “pagato” dall’Ente di promozione turistica del Lago d’Iseo e della Regione Lombardia, in collaborazione con sponsor/partner privati (Ubi Banca, Iseo Serrature, Franciacorta Outlet Village).

Per 15 giorni il Lago d’Iseo sarà “l’ombelico del Mondo”, un luogo di confluenza per paesaggio, turismo, arte, che saranno per una volta,  finalizzati ad una grande operazione di “immagine” a livello mondiale.

Percorrere il “Floating Piers” sarà completamente gratuito. Il comune di Sulzano e quello di Monte Isola hanno predisposto piccoli padiglioni per accogliere i turisti e fornire cibo ed accoglienza.

Quello che interessa è il tentativo di sganciarsi dai soliti canoni di marketing turistico, per intraprendere una strada innovativa, probabilmente l’unica in grado di fare diventare il turismo italiano, un vero e proprio “motore economico primario” del Paese.

Comunque un’opera “maestosa” che nella sua artificialità voluta e palese, sia nel disegno che nei materiali, ci fa immediatamente capire tutta la violenza (e la bellezza) della specie umana, che da sempre modifica all’abbisogna, il paesaggio di questo magnifico pianeta.

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Le jene


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L’ultimo edificio dell’epicentro Vitra di Weil am Rhein, sarà un “contenitore edilizio”, il progetto è di Herzog & de Meuron. Si tratta di un deposito/galleria (Schaudepot) per la collezione di sedie dello svizzero Rolf Peter Fehlbaum (Capostipide della famiglia), che ha inventato l’attuale realtà imprenditoriale di Vitra.

Si tratta di un edificio completamente chiuso, se si esclude la porta d’ingresso, con microclima ed illuminazione controllata, destinato alla preservazione degli importanti “pezzi di design” che vi saranno insediati. Una architettura “banalotta”, in linea con le ultime tendenze “provocatorie” del duo allargato di basilea.

Il rivestimento è in mattoni rossi alleggeriti, appositamente spezzati, di un colore rosso intenso. Rosso sangue.

Gli architetti, noi architetti, siamo delle jene, pronti ad azzannarci tra di noi. Essendo in molti e volendo tutti insistere nello stesso territorio, la competitività è spietata, senza essere esente da colpi bassi. Noi architetti siamo degli “animali opportunisti” che perseguono l’illusione del grande successo. Pur avendo un buon grado di adattabilità agli eventi della vita, a predominare sempre, è soprattutto il cinismo; avendo la capacità di digerire qualunque sopruso, qualunque ignominia, pur di lavorare, e di avere successo.

Il nostro cinismo è inversamente proporzionale alla età anagrafica; più si è giovani e più, non guarda in faccia a nessuno. Pronti a “venderci l’anima” per un lavoro, per un incarico, per emergere. Il sangue dei colleghi, il loro insuccesso, ci eccita, ci esalta.

La maggior parte degli architetti di oggi (ma non tutti) è di fatto a spiccata tendenza logorroica. Continuiamo a parlare di noi stessi, non sappiamo ascoltare, e riempiamo angosciati, qualunque silenzio. E’ diventato un vero e proprio sport disciplinare, parlare male dei colleghi, di tutti i colleghi. Appena uno esce dalla porta, o appena si termina una telefonata, ecco che gli improperi ed i diminutivi “piovono a raffica”, verso l’altro colpevole spesso solamente di esistere.

L’architetto deve tornare a fare l’architetto, cercando d’innovare, con un lavoro paziente e “poco cinico”, cercando nello spirito del proprio tempo cosa mettere alla base del proprio lavoro, e della propria etica professionale. Bisogna ritornare ad individuare i veri contenuti capaci di sostenere il lavoro, senza “scannarsi con i colleghi”, magari prendendosi dei rischi, avventurandosi anche in territori poco conosciuti.

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Drawings (disegni)


 

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Scrive Richard Sennet, nel libro “L’uomo artigiano” (Feltrinelli, 2008), che la maestria artigianale, si è qualificata lentamente (sia dal punto di vista anatomico, sia come metafora), nel legame tra mano e testa, una relazione che gli artigiani hanno per tradizione, da sempre, espresso attraverso il disegno.

Sennett ricostruisce le linee di faglia che separano tecnica ed espressione, arte ed artigianato, creazione e applicazione. Fino ad arrivare, a quello che per lui è il miglior esempio di “artigianato” moderno il gruppo che ha creato Linux, gli uomini del “saper fare” della moderna cattedrale informatica.

Fin da quando si è vincolato, nella specie Homo Sapiens, il disegno alla capacità di rappresentare una realtà tangibile, e quindi dai primi disegni nelle caverne o nelle incisioni rupestri, si è iniziato a stabilire un legame tra azione di rappresentare il mondo che ci circonda e sua interpretazione mentale.

Tali capacità, si sono sedimentate, nel corso del tempo, nel nostro cervello, nei neuroni specchio. Se viene scisso il legame neurologico tra la testa e la mano, si rischia un “deficit mentale”, una condizione che, sostiene Sennet, sarebbe la norma quando il computer sostituisce completamente la mano nella progettazione architettonica.

Sennet, non si ferma quì, entrando nello specifico, dichiara che la progettazione computerizzata inibisce l’accesso diretto al libero pensiero esplorativo, l’apprendimento che si ottiene dal considerare un problema con un atteggiamento giocoso e partecipativo. I limiti del computer e soprattutto del suo schermo, rendono a suo dire più difficile essere interessati a variabili quali il clima, l’atmosfera, la fisicità, la struttura, la scala e la proporzione, e preclude anche la sfida tradizionale e spesso gratificante con un problema difficile. In ultima analisi, il computer troppo facilmente offre un risultato finito, chiudendo il processo di progettazione troppo presto, senza decantazione . Ed ancora : ” Il difficile e l’incompleto dovrebbero essere eventi positivi nella nostra attività intellettiva; dovrebbero stimolarci, come non possono fare la simulazione e la manipolazione facilitata di oggetti già completi……….Gli abusi del CAD illustrano come, quando la testa e la mano divorziano, è la testa a soffrirne”.

Ovviamente chi progetta al computer, dissente, sostenendo che l’elettronica del CAD è solamente una “moderna matita”, molto piu’ veloce, ma con pari quantità di indeterminatezza nei risultati finali. Insomma il computer è semplicemente un altro mezzo di espressione, non ancora pienamente interpretato.

Sta di fatto che il computer, interrompe la “connessione sensuale e tattile” (come sostiene Juhani Pallasmaa) tra la testa e la mano che ha guidato gli architetti per secoli, portando soltanto ad un approccio progettuale troppo concettuale e geometrico, non in grado di interpretare veramente la realtà vissuta attraverso i nostri ricettori. Inoltre le immagini al video di un computer alterano la nostra comprensione percettiva delle cose.

Gli edifici oltre a fornire riparo e piacere sensoriale, dice Pallasmaa : “sono anche estensioni mentali e proiezioni, sono esternalizzazioni della nostra immaginazione, memoria e capacità concettuale”. Il computer è diventato un appuntamento fisso nella pratica architettonica, in pochissimi anni, e probabilmente continuerà a migliorare come mezzo per la progettazione; però la cultura architettonica, tradizionalmente praticata con rotolo di carta da schizzo e matita non potrà facilmente essere totalmente messa da parte. Essa è un bene prezioso, che può essere acquisito con pazienza e pratica qualificata e, come ritenuto dai più (giovani ed anziani) favorisce un approccio meditativo di decantazione e riflessione, piuttosto che semplicemente calcolante. Un approccio in cui la variabile “tempo” non puo’ essere trattata semplicisticamente come sostiene Rem Koolhaas nel libro “Verso un’architettura estrema” (Postmedia Books, 2002), dove paragona l’attività dell’architetto contemporaneo che utilizza il computer, a quella dei piloti americani dei caccia da guerra supersonici, dove vige il motto : “Se pensi sei morto”.

Dichiara sempre Pallasmaa : “Il disegno a mano è un esercizio sia piacevole sia seducente che genera un’intensità poetica con la mano (ndr. – una sintesi tra spazio e tempo), spesso straordinariamente efficiente per arrivare al nocciolo di una questione”.

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Labò


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Genova vista dalla "promenade paesaggistica" che conduce al Museo Chiossone

A Genova esiste una “piccola chicca architettonica”, un edificio razionalista colto ed intelligente, collocato quasi in sommità di uno dei più interessanti belvedere cittadini.

Si tratta del Museo di Arti Orientali Chiossone.  Edoardo Chiossone fu grafico ed incisore di Arenzano, stabilitosi in Giappone, divenne conoscitore dell’arte locale nonché grande collezionista.

https://it.wikipedia.org/wiki/Edoardo_Chiossone

L’area dove oggi si colloca il Museo fu individuata nel luogo dell’antica villa neoclassica del marchese Gian Carlo Di Negro (1769-1857), bombardata e quindi demolita durante la II Guerra Mondiale. Il parco era stato creato ai primi del secolo XIX dallo stesso marchese Di Negro, che riconvertì un antico bastione delle cinquecentesche mura di Santa Caterina a fini residenziali, stabilendovi la propria abitazione. Il parco è stato oltre che orto botanico, anche piccolo zoo; oggi è uno splendido bellevue pubblico su parte del centro storico di Genova.

La progettazione, dell’attuale sede museale fu affidata dal Comune di Genova che ereditò la collezione Chiossone, all’architetto Mario Labò (1884-1961).

https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Lab%C3%B2

La fase costruttiva iniziò nel 1953 e fu compiuta nel 1970, nove anni dopo la morte di Labò. La collocazione del Museo all’interno del parco della Villetta Di Negro è davvero privilegiata. Immerso nel verde giardino che domina l’ottocentesca Piazza Corvetto, il Museo Chiossone si trova nel pieno centro di Genova e, tuttavia, occupa una posizione appartata e magnificamente panoramica. Un’isola felice nel caos del centro di Genova. Dal camminamento terrazzato che fiancheggia il Museo sul lato sud-ovest, si gode una splendida “landscape promenade” la veduta della città antica, con la distesa dei tetti d’ardesia, i campanili e le torri medievali stagliati sullo sfondo azzurro del Mare Ligure.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kHmZu7bquORM&usp=sharing

L’edificio museale è un esempio colto e raffinato, d’architettura razionalista in cemento armato con rivestimento esterno in cotto maiolicato, formato da un avancorpo con tetto a terrazza, sede della biglietteria e del bookshop, e da un corpo principale costituente il museo. Si tratta di un magnifico spazio a volume unico con un salone rettangolare al piano terreno e sei gallerie a sbalzo sulle due pareti lunghe, collegate da rampe di scale formanti un percorso continuo. E’ come se il museo (nel suo percorso museale, seguisse l’andamento dell’altura su cui è collocato). Semplici ed al contempo “opulenti” i dettagli, governati da una scelta intelligente dei materiali e da forme essenziali

L’allestimento espositivo fu affidato nel 1967 all’ingegnere Luciano Grossi Bianchi, che lo progettò e lo realizzò in collaborazione con Giuliano Frabetti, Direttore del Museo Chiossone dal 1956 al 1990, e Caterina Marcenaro (Genova, 1906-1976), Direttore del Settore Belle Arti del Comune di Genova.

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-di-arti-orientali-chiossone/

Un “gioiellino” poco conosciuto assolutamente da non perdere per la sua valenza paesaggistica, culturale ed architettonica.

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