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Builders of the future

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Architettura

Fritz Metzger



Mentre ci recavamo (io ed il mio collega di sventura, Mattia) a visionare la deludente e costosa, mostra di Gunther Von Hagens (il plastinatore) dal titolo “Body Worlds”, che si tiene alla Fabbrica del Vapore a Milano, ci siamo imbattuti, percorrendo a piedi via Rosmini (zona Paolo Sarpi) nella bella architettura moderna della Chiesa della Santissima Trinità.

Questo edificio è il frutto di una di quelle intuizioni, che aveva il “corpus” sociale, culturale, religioso di Milano fino alla fine degli anni Settanta. Il cardinale (allora) Montini, poi divenuto Papa Paolo VI, e il Prevosto Don Giuseppe Michele Sironi, dopo una visita a Zurigo e dintorni di quest’ultimo, decisero di assegnare all’architetto zurighese esperto in edifici di culto Fritz Metzger (1898-1973, allievo al Politecnico di Zurigo di Karl Moser), l’incarico di progettare l’intero complesso della chiesa  della Santissima Trinità. Bei tempi.

Le forme architettoniche richiamano il razionalismo. Il grande tetto che domina l’intero complesso, è supportato da  elementi semplici ed essenziali, infatti Metzger era uno degli inventori/sviluppatori dell’architettura in cemento armato a vista, che guardava a Le Corbusier ed all’architettura nordica. Le facciate esterne sono rivestite in marmo Bardiglio nelle tonalità del grigio. Gli interni anch’essi semplici, sono caratterizzati dalla grande croce/lucernario che squarcia il tetto e dalle vetrate colorate, hanno pavimenti in marmo striato di nero, pareti in intonaco grezzo, grandi vetrate lineari, con l’altare dominato dal marmo bianco di Carrara.

Numerose le opere d’arte che impreziosiscono l’architettura, ad iniziare dalle sculture a bassorilievo di Carlo Paganini.

L’edificio, per noi è stato come un’imboscata, una sorpresa. Ne avevo sentito parlare, ma un’altra cosa è viverlo di persona. E’ possente, soprattutto costruisce un paesaggio urbano, per nulla milanese, ma di sapore prettamente europeo. E’ una chiesa che ha la forza delle grandi architetture di cemento armato, e come molti edifici milanesi, è poco conosciuta soprattutto dai cittadini.

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Architettura partecipata


Lucien Kroll è un architetto belga, attualmente è uno dei massimi esponenti della architettura partecipata e della architettura sostenibile. E’ soprattutto un teorico dell’architettura, che canta “fuori dal coro”, con frasi provocatorie e caustiche, quasi aforismi assoluti, come ad esempio : “la modernità, così come la intendiamo noi è antinaturale, noiosa, brutta”. Alcuni giorni fa, Kroll ha partecipato ad un seminario alla Fondazione Pistoletto di Biella.

http://homeusers.brutele.be/kroll/index.htm

Se l’ecologia si occupa delle relazioni, tra gli organismi viventi e di questi con il loro ambiente, le interazioni possibili con la specie umana, riguardano le connessioni tra i vari residenti ed il luogo geografico e sociale da loro occupato. Scrive Kroll : “La monocultura del mais e la pianificazione dei quartieri di edilizia popolare, genera danni identici e necessita di rimedi simili”. Persino il verde, secondo Kroll, tende ad essere disciplinato ed irrigidito in schemi innaturali, ridotto ad una “tappezzeria”. Bisogna ritornare alla spontaneità, forse anche un pò selvaggia.

La globalizzazione, nonostante internet ed i social media, significa luoghi decisionali sempre più distanti dagli individui, dai Cittadini, dalle comunità. I poteri, seppur democratici risultano sempre più astratti e senza volto, separati da ogni contatto con il mondo (e le esigenze) reali.

Il nuovo paesaggio della città contemporanea deve nascere da azioni degli abitanti, dai Cittadini residenti, che rivendicano, spesso anche con i nuovi media della rete, la possibilità di svolgere un ruolo attivo, il progettista deve partire da questa considerazione. La partecipazione, anche utilizzando i social media e la rete, e non solo, anche strumenti tradizionali (riunioni, gruppi di lavoro, ecc.), diventa quindi il supporto, per intercettare i bisogni dell’utenza. Lo sforzo dell’architetto deve essere rivolto, ad individuare con sensibilità e responsabilità sociale, un “terreno comune”, spesso tra pubblico e privato, di dialogo che porti ad un’effettiva progettazione partecipata.

Appunto generare futuro, progettando, costruendo con e per la gente. Questa idea di “Ecologia Urbana”, trova la sua applicazione politica nel principio della sussidiarietà, per cui le decisioni sono prese dal basso, dalla base, quando viene messa nelle condizioni per poter prendere queste decisioni. Il compito dei tecnici  degli amministratori è di fare in modo che siano fornite le competenze e le informazioni affinchè questo processo decisionale possa avvenire. Non di usurpare i diritti degli abitanti, dei Cittadini. Tanto che Kroll, più che usare “progettazione partecipata”, preferisce usare il termine di “progettazione assistita”.

Secondo l’architetto belga, il disordine è in grado di produrre un ordine più spontaneo e vivibile, un habitat a “misura d’uomo”. La partecipazione degli abitanti al processo di progettazione rende disponibili tutta una serie di stimoli, esigenze inespresse, ecc. che, portano alla realizzazione di un ambiente in cui l’uomo ha più facilità a riconoscersi, recuperando una dimensione più “ecologica” di : istinti, consumi, tradizioni, linguaggi.

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I Gastronauti


Il “Salone internazionale del Gusto – Terra Madre” che si tiene in questi giorni a Torino (http://www.salonedelgusto.it/), al “Lingotto – Fiere” è stata l’occasione, con due amici, per una “zingarata da Gastronauti” nella città piemontese. Qui gli spazi progettati da Renzo Piano, accolgono un salone del gusto (più fiera che altro), con un ingresso molto caro (20 euro). Un salone/fiera che necessiterebbe, di una maggiore attenzione proprio nel layout di disposizione dei vari stands. Infatti “Slow Food”, l’organizzatore principale,  ha realizzato un labirinto caotico di occasioni enogastronomiche, poco organiche tra loro e di difficile lettura. Di fatto è un salone con pochissima qualità spaziale degli spazi interni. Mancano soprattutto, nella filosofia “slow”, spazi di sosta, di “decompressione” per i visitatori (all’arrembaggio delle degustazioni), che determinino un avvicinamento qualitativamente alto dei degustatori, ai prodotti.

Tutto ciò dimostra che anche organizzatori eccellenti (Slow Food), non sanno promuovere al meglio l’enogastronomia italiana, che è poi anche turismo e lavoro per tutti. La quantità (e qui forse c’erano troppi di espositori), non paga mai, meglio la qualità (spazi più ampi, riflessivi e comodi). Nonostante ciò, la bontà delle eccellenze italiane in merito all’enogastronomia, emerge su tutto, dimostrando che il Paese è sempre molto meglio dei suoi “cantori”. Il concetto paradigmatico di “Cibo, Cultura, Paesaggio, Turismo”, che secondo noi, semplici amanti delle cose belle e buone e studiosi del paesaggio (ma anche per Carlo Petrini – http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Petrini_(gastronomo), può essere l’unico “motore” di crescita e di riscatto (attualmente già disponibile), per un “governo” culturale e politico, del complesso sistema della “bellezza italiana”; motore che però dimostra di non essere ancora pienamente operativo.

Ma torniamo alla grande architettura che, come accade per moltissime attività umane, conteneva questo “Salone del Gusto”.

Lo stabilimento della Fabbrica Italiana Automobili Torino (FIAT) del Lingotto fu progettato a partire dall’anno 1915, dall’ingegnere Giacomo Mattè Trucco, insieme con altri progettisti come Francesco Cartasegna e Vittorio Bonadè Bottino. Il progetto strutturale fu realizzato dall’ingegner Giovanni Antonio Porcheddu, concessionario in esclusiva per l’Italia del brevetto per l’utilizzo del metodo “Hennebique” per la realizzazione di strutture in conglomerato cementizio armato, sul modello degli stabilimenti della casa automobilistica statunitense Ford. I lavori di costruzione, nei pressi di Viale Nizza vicino alla stazione ferroviaria di Smistamento di Torino, durarono dal 1916, al 1930. L’inaugurazione avvenne nel 1922, alla presenza del Re d’Italia, Vittorio Emanuele II.

Nel meraviglioso libro di Le Corbusier “Verso una architettura” (1923), dove sono trattate con acume le sue teorie sulla nuova architettura, nell’ultimo capitolo del saggio, intitolato “Architettura o rivoluzione”, sono riportati da LC, alcuni esempi di soluzioni innovative nel campo dell’architettura industriale, fra questi vi sono alcune immagini dell’edificio del “Lingotto”di Mattè Trucco, dove viene evidenziata la soluzione “rivoluzionaria” dell’autodromo sul tetto.

Il “Lingotto” di Torino, è forse stato una dei più belli esempi di fabbrica verticale, realizzati in Italia. Oggi l’edificio è il simbolo della dismissione delle aree industriali di Torino e della loro riconversione ad altri usi. Il “Lingotto” termina completamente la sua funzione di fabbrica nel 1982. L’anno successivo, il genovese, e giovane emergente architetto, Renzo Piano, si aggiudica l’incarico per la riqualificazione dello stabilimento, con un progetto che trasforma il complesso industriale in un polo multifunzionale di rilevanza urbana distribuito su oltre 246.000 metri quadrati di Slp. Trovano spazio, distribuiti sui vari piani, in una riconversione dilazionata nel tempo : l’Auditorium e il Centro congressi (1993-1994), un Hotel e il “Giardino delle meraviglie” (1993-1995), e un cinema multisala (1999-2002). All’estremità nord, la rampa restaurata nel 2002 dà accesso a una galleria commerciale, alla foresteria della Città (1999-2005), alla Clinica dentistica dell’Università di Torino (1999-2002) e il centro per la formazione e la ricerca di Ingegneria dell’Autoveicolo del Politecnico di Torino (1999-2003). L’Officina di Smistamento, a sud, diventa uno spazio fieristico. La celebre pista ad “anello”, di prova delle automobili in cima al Lingotto viene conservata, mentre su una delle tre maniche centrali perpendicolari al fronte su via Nizza Piano progetta e realizza la “Bolla”, sala per riunioni vetrata sospesa a 40 m dal tetto, e l’Eliporto (1994). Si aggiunge nel 2002 lo “Scrigno”, edificio/scatola di metallo e vetro appoggiato sul tetto dell’edificio, destinata a conservare le opere della Pinacoteca “Giovanni e Marella Agnelli”. Il Fabbricato Uffici lungo via Nizza, realizzato nel 1921-1922, nel 1998 torna a essere sede dell’amministrazione centrale della Fiat dopo il restauro curato dallo studio torinese di Gabetti e Isola (http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=53531). Sul fronte opposto del “Lingotto”, verso la ferrovia, un belvedere sospeso su spazi verdi si connette alla passerella, a forma di ruota di bicicletta, realizzata in occasione dei Giochi Olimpici invernali, che conduce agli ex Mercati Generali.

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Kahn a Caldonazzo


Se per caso, passate dalla Valsugana, procedendo sulla Strada Statale n° 47 da Trento a  Bassano del Grappa, una “fermata” in località San Cristoforo, frazione di Pergine, è quasi d’obbligo. Quì il tempo ha stratificato una sommatoria di elementi paesaggistici, che vanno dalle zone umide (biotopo) con vicoli comunitari di salvaguardia per i volatili, alle spiagge, al nucleo storico. Assolutamente particolare la darsena dei Pescatori, costituita da una serie di case in legno (su palafitte), una di grandi dimensioni ed altre più piccole, da cui partivano le barche dei pescatori quando tale attività era economicamente importante per il paese. Pescatori, che si racconta, si sono lì insediati, provenienti dal Lago d’Iseo.

La darsena ex Dalmeri a San Cristoforo è un manufatto in legno su palificata, così chiamata perché aveva come proprietaria dei diritti di pesca nel secondo dopoguerra la famiglia Dalmeri. Dopo l’esproprio del 1983 e la soppressione di tale diritto, la proprietà passò automaticamente alla Provincia Autonoma. I diritti di pesca sono antichi come si desume da un documento del 1363 che riservava il diritto di pesca attorno al colle di San Cristoforo. Nell’Ottocento il diritto per 3/5 spettava al castello di Pergine e per i 2/5 ai potenti conti Trapp e vari erano i contratti di locazione per “le pesche”.

La darsena costituiva il “landmark” (contrassegno paesaggistico) sul territorio di questo diritto esclusivo della proprietà ad esercitare la pesca in quanto ai “rivieraschi” era consentita la sola attività dalle rive, con reti  senza l’uso della barca. La costruzione con ogni probabilità realizzata nei primi anni del Ventesimo secolo è un raro esempio sul territorio provinciale trentino, di un manufatto ad uso esclusivo della pesca. L’edificio si compone di un corpo principale da dove si recuperavano i carichi di pesce e due ali laterali da dove si arrivava con le barche. Infatti lo spazio interno è organizzato in maniera simmetrica attorno ai due attracchi e le superfici di calpestio si limitano al percorso di servizio tutto intorno alle pareti. La struttura in legno  è realizzata in larice, con travi ad incastro e relative bullonature, montanti e capriate, copertura a tegole marsigliesi di laterizio, tamponamento verticale in assito grezzo di legno di larice.

Ma veramente innovative (forse più interessanti della stessa Darsena Dalmeri), anche per forma e caratteristiche, sono gli annessi depositi dei pescatori, delle piccole architetture, sempre su palafitte, realizzate in legno, e con il tetto in lamiera di rame. Si tratta di edifici, che per caratteristiche tecniche e “design”, sono un vero e proprio unicum.

Gli stessi percorsi lignei sospesi sull’acqua, per raggiungere le singole unità, costituiscono un reticolo moderno assolutamente anomalo. E se si visita il posto in un pomeriggio di sole, la sensazione è come se quel geniaccio di Louis Kahn, prima di realizzare il Kimbell Art Museum di Forth Worth a Dallas (Texas, U.S.A.) che è del 1972, fosse passato per San Cristoforo, lasciando quì alcuni suggerimenti, delle tracce inconfondibili, provvisorie, ma precise.

https://www.kimbellart.org/Index.aspx

Anche a Caldonazzo come a Forth Worth, il rapporto tra il costruito, la luce e l’acqua, è il motore stesso che “sublima” la magia dell’architettura. Paesaggio e costruito, si uniscono, quasi si fondono, in una architettura “minimale” di assoluta sapienza.

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Terreno comune ?


Nell’epoca di internet, della società 2.0, dove anche i comici genovesi diventano delle “star politiche”, forse non ha molto senso andare di persona a visitare una mostra di architettura, come la Biennale di Venezia 2012, numero 13.

http://www.labiennale.org/it/architettura/mostra/mostra.html?back=true

Oggi, smanettando in internet, si possono raccogliere così tante informazioni in merito : link, video, immagini, interviste, che (forse) per chi, come me, conosce bene la bellissima città lagunare, non ha più senso affrontare il “caos” delle chilometriche esibizioni di progetti, la nausea da troppa informazione, e la frenesia di una folla multietnica ed acefala che infesta questi luoghi.

Quindi, una sana “ravanata” in rete, ci consente di avere un quadro ampiamente esaustivo, delle principali “occasioni” dell’evento 2012 in laguna. Il tutto risparmiandoci la fatica di un viaggio costoso ed impegnativo, soprattutto per i nostri piedi. L’asetticità del computer ci consente di  analizzare al meglio, questa tredicesima Biennale Architettura, che ha in David Chipperfield, il suo direttore.

Certo, quello che manca, a starsene a casa davanti al computer, è la bellissima “città morente”, che circonda il tutto, Venezia. Manca il senso che, mentre si progetta e si propone il futuro, ammassato a forza  in quei luoghi magici che sono l’Arsenale ed i Giardini, il passato, fuori, ci ricorda costantemente la morte. Un evento veramente democratico, destinato ad ogni cosa che insiste in questo universo. Un vero “Terreno comune”.

Il titolo dell’evento Biennale 2012 è “Common ground” (terreno comune), l’ennesimo tentativo di trovare un punto di incontro tra cose estremamente diverse, così diverse (anche per approccio progettuale e risultati) che forse non era il caso di accostare. Ecco quello che manca, è l’architettura, quella con la “A” maiuscola (come ormai succede da molti anni), questi tentativi “pietosi” e “pietistici” di trovare, per forza, un “terreno comune” tra arte, design, architettura, istallazioni, urbanistica, performance, video, ecc., mi sembra, qualcosa di forzoso e contemporaneamente di inutile. Inoltre se si considera, che la Biennale, ogni anno cresce sempre di più di dimensione, neanche pernottando a Venezia per mesi, si riuscirebbe a visionare tutto quanto con la dovuta dovizia.

Passerà, anche questa Biennale, passerà ! Per fortuna, fuori, nella città, la grande architettura (tra le tante soprattutto quella di Ignazio Gardella), bella ed ammalata, quasi “crollenta”, ci ricorda che questa disciplina, è soprattutto “costruzione”,  più che progetto. E fintanto che un’architettura, rimane sulla carta (o in rete), questa è come un futuro mancato……….non esiste!

Sotto : David Chipperfield (La mia Biennale)

Sotto : Gigon & Guyer (sul metodo)

Sotto : Cristina Monteiro – David Knight (l’architetto “alchimista” e “trasformista”)

Sotto : Norman Foster (spazio pubblico)

Sotto : Olafur Eliasson (arte, luce, design, “terreno comune”)

Sotto : Toyo Ito (architettura per una catastrofe)

Sotto : Alvaro Siza (La storia di una vita)

Quì sotto alcune immagini delle casa alle “Zattere” di Ignazio Gardella (1953-58)

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Madonnina


Se, come me, vi capita, in questi giorni di passare per piazza del Duomo, a Milano, buttate un’occhiata in alto, verso la Madonnina, potrete così notare che è apparsa una struttura affascinante, costruttivista, direi “Tatliniana”, che ingentilisce, e proietta nel futuro, il “panettonesco” edificio che rappresenta il cuore di Milano.

Quindi non uno sfregio tecnologico (e necessario) al monumento per il suo restauro, ma un’elegante addizione, che probabilmente, con la sua forma cilindresca “spiraliforme”, fa diventare l’insieme, assolutamente accattivante.

Un ponteggio “disegnato”,  fatto apposta per non sfiorare neppure di un millimetro delle guglie, si  leva da quota + 65 metri , per un lavoro dal costo di oltre 30 milioni di euro. I lavori si protrarranno per quattro anni per salvare un capolavoro, simbolo di Milano, per il quale si usa da oltre 700 anni lo stesso marmo della cava di Candoglia.

Mi sembra quindi interessante fare una riflessione, sulla provvisorietà di un’architettura tecnologica, moderna ed innovativa, dettata dalle esigenze di sicurezza e di cantiere, che, grazie al disegno accorto ed esasperato, assurge sicuramente, ad un ruolo, non di protagonista, ma di perfetta integrazione.

Un’architettura tecnologica, che modifica il paesaggio urbano, rendendolo più adeguato, ai dinamismi ed alla “velocità” milanese. Così magicamente rivestita, la Madonnina compete con le recenti, contemporanee, architetture verticali del grattacielo Garibaldi, instaurando con esso delle ” liaisons dangereuses ” eccitanti ed innovative. Sicuramente positive nel “piatto” e grigio paesaggio urbano milanese.

Qu’ sotto un’immagine del ponteggio attorno alla Madonnina in corso di realizzazione

Quì sotto un’immagine delle “guglia” della Torre Garibaldi

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Gianduiotto torinese


Camminare a piedi per Torino, in una calda giornata autunnale, in cui il tempo concede ancora temperature attorno ai 25 gradi, fa apprezzare ulteriormente il paesaggio urbano dominato dai freschi portici, dalle grandi piazze ariose e dagli ampi e ventilati  lungofiume. L’occasione ghiotta dei “portici di carta”, consente di godere al contempo di qualche chilometro di bancarelle di libri usati (di ogni fattura e costo), alternate qua’ e la’ da maestose gelaterie e opulente cioccolaterie. Qui, si creano a mano, indimenticabili gianduiotti, come avviene alla antica casa A. Giordano, fondata nel 1897,

http://www.giordanocioccolato.it/

La citta’,’ di oltre un milione di abitanti, con il blocco del traffico di una domenica ecologica, si trasforma in un’isola felice per i pedoni e per i ciclisti, che si godono le ampie vie di fattura comoda e monumentale. Tra Piazza Carlo Felice, Piazza Castello ed il Lungodora Siena, si succedono immagini di un paesaggio urbano disegnato e di chiara impronta europea. La dimensione “adeguata” e “consona” e’ forse proprio la caratteristica piu’  evidente di una perfetta assonanza con la realta’ sociale dei dinamismi urbani contemporanei . Velocemente la “bellezza” del disegno urbano, limpido e moderno, si  impadronisce dell’occhio dell’osservatore attento, facendogli dimenticare le “micragnosita’” del radiocentrismo milanese, triste e congestionato. La sequela degli ampi portici, conducono alla bellissima mostra su Arnaldo Pomodoro, scultore, scenografo ed architetto teatrale, che si tiene fino al 25 novembre a Palazzo Reale. Le sculture di una vita, in bronzo dorato, raccontano di una “vita d’artista” che ha continuamente “twittato” con l’architettura e con il paesaggio.

http://www.arnaldopomodoro.it/index_eng.php

Superati i Giardini Reali, lussureggianti e rigogliosi nell’insolito clima di questo strano autunno, subito si fa’ strada il disegno urbano geometrico e rigoroso, (ottocentesco),  di viale Regina Margherita. Da qui’ al Lungodora Siena, passano poche decine di metri. Dal Lungodora, subito si apprezzano le candide coperture del nuovo Campus Universitario di Torino, “Luigi Einaudi”, dove si concentrano gli insegnamenti di Scienze Politiche e Giurisprudenza. Si tratta di un progetto di chiara fattura paesaggistica, che arricchisce il rapporto della citta’ con il fiume Dora, recuperando un’area dismessa dell’Italgas, dove ancora permangono i tralicci degli immensi  gasometri. Un vero campus, fatto di aule multimediali, biblioteche, alloggi per studenti, mensa, campi da gioco, ecc..

http://www.unito.it/unitoWAR/page/istituzionale/speciali1/campus_luigi_einaudi1

Ecco il paesaggio urbano di una grande citta’ , come sta succedendo qui’ a Torino, deve saper coniugare la propria storia, con una visione chiara e prestigiosa del proprio futuro. Perche’ il paesaggio urbano e’ un corpo fragile e prezioso in cui bisogna saper agire con grazia e maestria, coniugando funzione, forma, volume, altezza in un’unica parola                  ……………” bellezza”.

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Museo Teo


L’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani (AMACI), ha promosso per il 6 ottobre 2012, l’ottava giornata del contemporaneo. E’ stata l’occasione, nel pomeriggio, per visitare l’insolito “Museo Teo”. Un museo senza una sede predefinita, senza opere, con spazi per le mostre in continuo cambiamento. Insomma il vero museo del terzo millennio (come dichiarano i curatori), che in questi giorni compie 22 anni di attività.

http://museoteo.blogspot.it/

Il Museo Teo, questa volta si materializzava, nel nuovo spazio organizzativo di via Stromboli 3 a Milano. Un appartamento borghese della fine degli anni cinquanta, dove al primo piano, tra librerie, divani, venivano esposte alcune opere di “vecchi amici del museo”, affiancate da alcuni sapienti “innesti” di nuovi giovani talentuosi artisti. Una mostra che ovviamente evocava, esempi milanesi molto più noti, come la mitica Casa Museo Boschi – Di Stefano, in via Giorgio Jan 15.

http://www.casemuseomilano.it/it/casamuseo.php?ID=2

Tra questi spiccava l’insolita installazione di Paulina Barreiro (Italo-Argentina), dal titolo “Chi- cosa- dove-quando-perché?”, costituita dauna vecchia, piccola valigia da viaggio, che conteneva un “Taccuino di memorie”. Una raccolta meticolosa e colta che ricostruisce le peregrinazioni della sua famiglia tra l’Europa e l’America Latina, cercando un “filo rosso” che tutto lega ed avvolge……e probabilmente trovandolo.

Paulina Barreiro – “Chi- cosa- dove-quando-perché?”

Il museo e l’opera descritta, dimostrano che Milano, pur nella solita asfissiante nebbia mortale che l’avvolge (carenza di musei, cinema, teatri e di offerta culturale rispetto a città simili) è sotto sotto, una città che culturalmente riesce, ancora a dare qua e là dei “colpi di pinna”. Insomma è la dimostrazione, che qualche speranza per il futuro, magari nel “new italian blood”, possiamo ancora coltivarla. Si tratta magari di trapiantare altrove questi fragili virgulti, visto che per molti anni il nostro paese sarà un terreno “sterile” (trattato, come è stato per anni “malamente”) per molti di loro, e poi re-importarli una volta “artisti maturi”.

D’altronde lì vicino, le architetture di Giò Ponti (casa d’abitazione in via Dezza) e di Arrigo Arrighetti (piscina pubblica al Parco Solari), costituiscono dei capisaldi architettonici, “testimonianze”, di un passato glorioso, gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta in cui Milano era (prima di diventare “La Milano da bere”) un luogo di produzione culturale di assoluto livello internazionale. Realtà come il Ciak o il Teatro Smeraldo, la stessa Brera scomparse o in corso di sparizione, erano i trampolini di lancio per artisti (pittori, musicisti, architetti, ecc.) a livello nazionale ed internazionale.

Piscina al Parco Solari.

Progettata dall’architetto Arrigo Arrighetti nel 1963, la piscina del Parco Solari ha come principale caratteristica, la copertura, così particolare da costituire l’immagine stessa dell’intera architettura: si tratta di una grande tenso-struttura a forma di sella .

L’ingresso della Piscina Solari è schermato da un setto curvilineo che divide la cassa dalla sala vera e propria, mentre gli altri servizi, che comprendono la direzione, gli uffici, il pronto soccorso, depositi e bagni, si trovano verso la strada. La vasca di piccole dimensioni 25 metri per 10 metri, è anche  poco profonda  si distingue per dettagli architettonici e tecnici, come gli spigoli arrotondati e l’assenza di trampolino o blocchi di partenza. La vista diretta sul parco, in particolare, la rendono una degli impianti sportivi più piacevoli ed affascinanti di Milano.

Casa d’abitazione in via Dezza

Nel condominio di via Dezza, realizzato tra il 1956 ed il 57,  Gio Ponti caratterizza la facciata con una successione di balconate, all’interno delle quali, secondo il programma iniziale molto lecorbuseriano, ogni condomino può far impaginare le finestre e scegliere il colore della sua porzione di facciata in base alla propria sensibilità. Una facciata di “architettura partecipata”, in cui il progettista si limita a offrire le componenti e la maglia entro cui gli acquirenti le dispongono. Nell’attico, si trova la residenza dell’architetto, che realizza un’abitazione dimostrativa della sua idea di pianta libera, sempre nel solco di LC. Le singole stanze, allineate sul fronte, sono divise da pareti a soffietto, che consentono di modulare lo spazio. Si può così ottenere, anche un grande ambiente unitario, rafforzato dal disegno insolito del pavimento in ceramica a strisce diagonali.

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Cemento Superecologico


Progettare un edificio sostenibile, ad alta efficienza energetica, significa soggiacere a delle regole precise. Ciò è tanto più vero, quando trattasi di un edificio di terziario. Potremmo sintetizzare in una serie di punti le regole che il progettista deve seguire per ottenere ciò :

1) conseguire le prestazioni che ci si è prefissati, impiegando sempre minori quantità di materia (in quanto la materia proviene da qualche parte del nostro pianeta, o da processi produttivi e industriali, e spesso non è rinnovabile, ed ha sempre un costo energetico importante per essere resa disponibile);

2) basare la costruzione sull’utilizzo di materiali rinnovabili e su processi produttivi non inquinanti (l’obbiettivo è tendere a restituire il più possibile intatto, o addirittura rigenerare, quanto abbiamo sottratto sia esso materia, acqua o aria);

3) impiegare lavorazioni e materiali non tossici (dato che oltre all’ambiente, bisogna anche prestare attenzione alla salute dei cittadini, siano essi fruitori o lavoratori all’interno dell’edificio). Implementare il più possibile concetti di bio-architettura;

4) prestare attenzione che l’edificio, il manufatto, sia  costituito da materiali omogenei, facilmente separabili in fase di manutenzione, trasformazione, smontaggio, demolizione, smaltimento e riciclaggio (ogni edificio si modifica spesso sostanzialmente durante il suo ciclo di vita e deve fare i conti con quello che scarta in questo suo processo di rinnovamento/adeguamento);

5) curare le scelte di progetto in relazione alla forma e all’orientamento, al rapporto coperto/scoperto, al soleggiamento, l’irraggiamento, la produzione di ombre, la geometria delle pareti esterne e delle coperture. Un edificio ben collocato sul terreno ha già conseguito il 40% della sua sostenibilità;

6) porre attenzione alle scelte relative agli impianti. Oggi l’architettura è sempre più un compromesso tra il conseguimento impiantistico di un determinato obbiettivo energetico, e gli aspetti compositivi e funzionali. Puntare soprattutto sui sistemi fissi (pozzi di ventilazione, sportelli, ecc.) più che sulle macchine. Il migliore amico di un’architettura sostenibile è un bravo progettista impiantistico;

7) porre attenzione alla progettazione dell’intorno : al verde, al paesaggio, al quartiere (verde, alberature, rapporto con l’automobile alla grande e alla piccola scala, al rapporto con i mezzi di trasporto pubblico, con le piste ciclabili, con l’arredo urbano, ecc.), dal momento che l’edificio da solo non è in grado di risolvere tutti i problemi.

L’i-Lab della Italcementi al Kilometro Rosso di Bergamo (Parco Scientifico e tecnologico firmato da Jean Nouvel), rappresenta tutto questo, a firma dell’archistar Richard Meyer, riconoscibilissimo nell’operato compositivo .  Un edificio altamente sostenibile, con una serie di provvedimenti fissi ed impiantistici, che  ne fanno un prodotto con classe di certificazione platinum Leed . Il tutto 23 mila metri quadrati al costo di quasi 40 milioni di euro. Circa 1.700 euro al metro quadrato. L’edificio ospita : ingegneri, tecnici e ricercatori della direzione ricerca e sviluppo, della direzione laboratori del centro tecnico di Gruppo Italcementi e della direzione innovazione. Un edificio sostanzialmente sobrio, apprezzabile, per il basso impatto “verticale” essendo parzialmente interrato e per un’architettura essenziale, quasi minimalista.

Le soluzioni impiantistiche di i – Lab

http://www.infoimpianti.it/temi/Impianti_e_Progetti/news/ilab_di_Italcementi_riscaldato_con_la_geo_02052012.aspx

i – Lab secondo Italcementi

http://www.italcementi.it/ITA/Italcementi+e+Architettura/i.lab/

 Kilometro Rosso

http://www.kilometrorosso.com/

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