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Builders of the future

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Cultura

Casa del Pellegrino


Prima di costruire la cappella sulla collina di Ronchamp, Le Corbusier si preoccupò di fare un luogo di residenza per gli operai del cantiere, che doveva durare alcuni anni. Viene così costruito, in calcestruzzo armato e in pietre, invece del legno e della terra compattata, inizialmente previsti dall’architetto, un piccolo edificio in linea. Dopo l’inaugurazione della cappella, i pellegrini, hanno potuto usufruire di questo austero, ma rlegante riparo.

L’edificio, che si sviluppa prevalentemente in lunghezza ed è orientato verso Sud-Est, è organizzato in maniera magistrale, ed austera, da LC. Due grandi dormitori con letti a castello, dei bagni e un grande refettorio con una cucina costituiscono la pianta della casa. Un piccolo appartamento, ubicato sulla facciata Ovest, è destinato al gestore che accoglie i visitatori.

Oggi, questo edificio è visitabile ma non ci si può più dormire, per ragioni di mancanza delle normative vigenti in Francia per quanto concerne l’ospitalità.

All’interno è cambiato poco o nulla, dall’epoca della costruzione.

I mobili sono gli stessi disegnati apposta da Le Corbusier. Il loro peso, essendo in legno massiccio, doveva probabilmente premunirli dal furto, infatti i piedi d’acciaio sono riempiti di calcestruzzo. I colori, sono accesi, e sono stati scelti appositamente dall’architetto; ciò vale sia all’interno che all’esterno. Le Corbusier all’interno, colloca anche grandi riproduzioni fotografiche di affreschi medievali, una specie di omaggio all’attività del pellegrino, nata proprio nel Medioevo.

Proprio lì vicino si trova anche, con le stesse fatture architettoniche, la Casa del Cappellano, e la piramide per osservare la Cappella, sempre coeva.

Tutti le strutture sono state realizzate tra il 1950 (inizio progettazione) ed il 1955 (fine lavori).

SOPRA – Casa del pellegrino

SOPRA – Immagine tratta da Google Earth della collina di Ronchamp

SOPRA E SOTTO – Casa del Cappellano

SOTTO – Alcune immagini della Cappella di Ronchamp

SOTTO – La piramide per osservare la Cappella ed il paesaggio

https://www.collinenotredameduhaut.com/en/decouvrir-la-colline/

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Maison La Roche


L’edificio, costruito tra il 1923 e 1925, su progetto di Le Corbusier e di suo cugino Pierre Jeanneret (https://bit.ly/3ZbPtmO), costituisce un “meccanismo architettonico” particolare, in perfetto stile Purista (https://bit.ly/3n4SSqg). La singolarità è dovuta principalmente all’abilità, quasi equilibristica di riunire nella medesima struttura la pinacoteca del collezionista/banchiere Raoul Albert La Roche ed i suoi appartamenti privati. Una parte dell’edifico è destinata all’esposizione d’arte e alla biblioteca e l’altra parte è riservata allo spazio abitativo con le funzioni domestiche classiche; si viene così a creare una suddivisione funzionale dell’area pubblica da quella privata. Attualmente la Maison La Roche/Jeanneret è la sede della Fondation Le Corbusier (https://bit.ly/3nd7KTN).

L’edificio è ricavato in un lotto stretto e lungo, all’interno di un isolato urbano, non lontano dal Bois de Boulogne, ed ha una planimetria che s’insinua magistralmente all’interno del lotto, anche a tutelare le distanze con le altre abitazioni.

SOPRA – Immagine tratta da Google Maps

Entrando nell’abitazione, l’avventore si trova in un ingresso a tutta altezza inondato dalla luce della finestra a nastro del piano superiore. L’attenzione è titillata dal piccolo balcone avanzato che appare come sospeso nel vuoto. L’obiettivo del progettista fu quello di non ingombrare lo spazio centrale con una scala dominante l’ambiente.

Le Corbusier quindi decise di progettare due scale ai lati della hall/ingresso, una delle quali conduce alla abitazione e l’altra nella pinacoteca/libreria.

Alla verticalità del volume d’ingresso si contrappone lo sviluppo orizzontale orizzontale degli spazi della galleria d’arte, le finestre a nastro poste nella parte superiore della stanza consentono alla luce di filtrare all’interno in maniera costante ma graduale e non invasiva.

Attraverso la rampa “colorata” si accede alla biblioteca, luogo di studio e di contemplazione, uno spazio intimo, uno “studiolo rinascimentale” rivisitato, che domina la doppia altezza dell’ingresso. Studiolo, dal quale si può osservare senza essere visti. L’esposizione alla luce consente un’illuminazione naturale propria alla lettura. Una mensola si estende per il lato lungo della stanza al fine di accogliere i libri d’arte del collezionista.

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UN “CIRCUITO” TRENTINO


Un “circuito” stradale, nel Trentino del sud, fattibile sia in auto che in bicicletta. Un centinaio di chilometri circa, tra le due città trentine, uscendo dalla Brennero A 22 a Rovereto Sud (Lago di Garda Nord) passando per il lago di Toblino (SS 45BIS), e rientrando nella Brennero A 22 a Trento Nord………O VICEVERSA.

Un piccolo viaggio, da “sogno” tra laghi limpidi, falesie immaginifiche, splendide architetture, vigneti e paesaggi meravigliosi. Un viaggio, dove l’azione umana sulla crosta terrestre, sembra ancora avere una dimensione in cui Natura ed Artificio possano coesistere. Ovviamente, un viaggio anche di sapori, di enogastronomia, tra profumi e luci naturali indimenticabili. Una “mappa empatica”.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=1tv04fzuhAOpznfDAiZidaRlw8TgWKgc&usp=sharing

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GRAN TORINO


“Quando una città è bella, è più bella di un tempio. Ma anche un bel tempio fu sempre costruito come una città, per un fine che non era il bello.”


Alain (Émile-Auguste Chartier), Du style (1923)

“Mentre il funzionalista cerca il massimo possibile adeguamento a un fine il più possibile specifico, il razionalista cerca l’adattamento al più grande numero di possibilità. Niente di più comprensibile che il razionalista metta particolare enfasi sulla forma. L’uomo solitario, isolato nel mezzo della natura, non ha alcun problema formale. La questione della forma nasce con l’unione di più individui, e la forma è ciò che rende possibile la convivenza tra gli uomini.”


Adolf Behne, Der Moderne Zweckbau (1923)

“Può un insieme casuale di edifici, ognuno concepito singolarmente, ed espressivo nient’altro che la sua funzione immediata, veramente essere descritto come una città? Perché un edificio sia urbano deve avere urbanità. Ora l’urbanità, come tutti sanno, significa né più né meno che buone maniere, e la sua mancanza attesta piuttosto cattive maniere. Ci viene detto che l’arte è l’espressione di emozioni. La maggior parte degli edifici o dei quadri più esecrabili sono perdonati sulla base dell’argomento che essi rappresentino con sincerità ciò che l’artista sentiva. La dottrina che un edificio debba proclamare la personalità del suo progettista è stata la causa di molta volgarità in architettura.”


A.Trystan Edwards, Good and Bad Manners in Architecture (1924)

“La civiltà, osiamo sperare, si può trasmettere; non la si può insegnare in corsi universitari che si concludono in un esame. Quella che chiamiamo civiltà si può interpretare come una trama di giudizi di valore che sono impliciti piuttosto che espliciti”.


Ernst Gombrich, Art History and Social Sciences (1975)

“Che tradizione esiste? Una sola, quella di trasformare le cose; il tempo è misurato (è ‘creato’), solo dalla trasformazione delle cose: dove non si trasformano, non esiste il tempo, non esiste la storia”.


Gio Ponti, Amate l’Architettura (1957)

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Segnali dal passato


L’abbazia di Mirasole, sita nel Comune di Opera, fu fondata all’inizio del Duecento dall’ordine degli Umiliati fuori Porta Vigentina. Gli Umiliati furono uno dei molti movimenti spirituali sorti nel Medioevo in contrasto ai costumi rilassati e alla ricchezza diffusa spesso ostentata dal clero, propugnando un ritorno verso una vita più austera, frugale. L’abbazia è uno dei rari casi in Lombardia, di edificio religioso parzialmente fortificato ( https://bit.ly/3L22yf4 ).

Il complesso dell’antica grangia (Comunità agraria fondata su un’organizzazione economica ed amministrativa propria) costituisce uno degli esempi meglio conservati di corte colonica medievale; gli edifici, disposti a quadrilatero difensivo simile ad una cinta murata, erano circondati da un fossato e difesi da una torre munita di ponte levatoio. Due gli ingressi, uno dalla città, l’altro dai campi, immettevano nella corte circondata da abitazioni e laboratori per la lavorazione della lana. Accanto alla corte si trova il chiostro, strutturato su due piani, sul quale si affacciavano altri ambienti di servizio.

Mirasole era anche un luogo di ristoro e meditazione per i pellegrini, provenienti anche da tutta Europa,  collocato come era sui percorsi di devozione afferenti a Roma ed alle aree sacre del sud Italia.

I pellegrini, accolti nella struttura abbaziale, incidevano, nel corso del tempo, le copertine in cotto del chiostro al piano primo, per lasciare tracce del loro passaggio attraverso il Cammino dei Monaci ( https://bit.ly/3JjGjQv ), che è un cammino a tappe di 67 km che va da Milano alla via Francigena passando per il Po.

SITO DELLA IMPRESA SOCIALE MIRASOLE – https://bit.ly/3ygnurc

SOPRA – Immagine tratta da Google Earth

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Sexy architecture


SOPRA – Sede Mondadori a Tregarezzo di Segrate (Milano) dettaglio

Sexy si riferisce a qualcosa di provocante, di sensuale, di seducente, di erotico, ad un qualcosa che non è necessariamente bello ma che attrae per un determinato aspetto o dettaglio. Spesso per una. concomitanza di fattori difficili da spiegare.

Forme morbide, linee curve e sinuose, rendono sensuale l’architettura. Anche i materiale e l’incidenza luminosa su di essi, contribuisce a titillare l’occhio e la memoria cerebrale. Essi hanno anche una forte valenza tattile, e spesso odorosa, anche se qui a predominare e’ il profumo delicato della Mata Atlantica.

In merito alle curve morbide e libere, ad un’uso “stimolante” dei materiali, viene subito in mente la filosofia progettuale, la poetica, di uno dei più grandi architetti all’avanguardia, il brasiliano oscar Niemeyer.

Oscar Niemeyer, nato a Rio de Janeiro nel 1907 e morto nel 2012 sempre a Rio. E’ vissuto per 105 anni.

“Non è l’angolo retto ciò che mi affascina. Non la linea retta. Dura, inflessibile, creata dall’uomo. Ciò che mi affascina è la curva libera e sensuale. La curva che trovo nelle montagne del mio Paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle nuvole del cielo, nel corpo della donna. Di curva è fatto tutto l’Universo.”


Le curve morbide e libere sono l’essenza stessa dell’universo in cui viviamo, ed esse sanno creare, suscitare emozioni, nela specie umana. Le opere di Oscar Niemeyer sono di una plasticità unica, con forme sinuose e fluide, a volte in perfetta mimesi e sintonia con il contesto circostante, a volte imposte all’ambiente.

Ciò vale per tutti i suoi edifici, ma in particolar modo per la Casa das Canoas a Rio (sua abitazione nella Mata Atlantica).

Vera e propria forma sensuale, di una “eroticità” quasi biologica, che dialoga con la natura circostante: con le pietre, il fiume, le piante, il paesaggio, il cielo.

I materiali sono “poveri”, semplici, nulla è ricercato, se non le forme. Essi hanno anche una forte valenza tattile, e spesso odorosa, anche se qui a predominare e’ esclusivamente il profumo delicato della Mata Atlantica.

La casa, meravigliosa, è uno spazio per gli “umani”, ritagliato nella potenza selvaggia della foresta equatoriale. E’ come una bella donna nuda e sognante, sdraiata nella Natura.

SOTTO – Casa das Canoas a Rio de Janeiro (Brasile), Oscar Niemeyer, 1951 – 1953

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LOC 2026


Un progetto, a Milano, di “trasformazione urbana” di uno svincolo, più che una piazza, da sempre. Una spesa complessiva per i lavori prevista tra i 70 ed 80 milioni di euro, salvo aumenti ulteriori. Aumenti quasi sicuri vista la complessità del sito, e di quello che ci sta sotto (due linee di metropolitana e sottoservizi). Solito “delirio di presunto verde” tanto caro alla Giunta Sala. 300 alberi “bonsai” da piantare, più altri 220 alberi previsti nell’ intorno dal “verzuramento milanese” di Forestami (?). Verde dovunque: sopra, sotto, a lato, nell’intorno, collocato ad arte per nascondere e camuffare il cemento, i metri cubi, il tutto per fare quadrare il costo notevole dell’intervento…….La Milano del duo Pierfrancesco Maran/Beppe Sala, e del PD (e soprattutto dell’invotabile Majorino candidato alla Presidenza della Regione Lombardia): una “squadra” che continua a produrre CEMENTO A GO-GO, per il sollazzo degli immobiliaristi. In via Porpora 10 (ingresso libero, 10/20 da martedì a domenica), uno spazio dedicato, per titillare i cittadini e gli avventori. Qui i due inventori del marketing verde (che verde non è), “spacciano” i nuovi spazi, collocati sopra lo svincolo autostradale ed al nodo delle due metropolitane 1 e 2, di Piazzale Loreto. Ovviamente tutto pronto, inderogabilmente, per le Olimpiadi Invernali 2026.

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L’ordine greco


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DEL PERIMETRARE


Se vi capita di andare a Verona, non potete mancare una visita alla Casa Museo – Palazzo Maffei (https://bit.ly/3FXSVKg – in affaccio a Piazza delle Erbe).

Su Piazza delle Erbe, una delle piazze più belle del mondo e la più importante di Verona, insiste un palazzo seicentesco che, dopo un lungo lavoro di restauro ed allestimento, concepito dallo studio Baldessari e Baldessari (http://www.baldessariebaldessari.it/) ha aperto le sue porte per ospitare la raccolta d’arte del collezionista veneto Luigi Carlon. La Casa Museo Palazzo Maffei, è stata inaugurata nel febbraio del 2020.

Il Palazzo Maffei, accoglie la collezione d’arte dell’imprenditore veronese Luigi Carlon, e racconta una storia che risale al XV secolo. All’epoca, la famiglia Maffei fece edificare il palazzo su Piazza delle Erbe, laddove sorgeva una loggia a uso pubblico che venne appositamente demolita.

Il palazzo, con una bella facciata principale, di ottima fattura barocca, ovviamente seicentesca, è caratterizzato all’interno, dalla magnifica scala elicoidale, che conduce alla terrazza da cui si ha una spettacolare vista del centro storico veronese.

Il palazzo acquisito da Luigi Carlon (https://www.mattinodiverona.it/2020/02/19/carlon-da-imprenditore-a-mecenate/), che ne fece la sua residenza, quando era proprietario della INDEX impermeabilizzazioni, è stato “aperto” al pubblico; esso contiene 350 opere, che testimoniano, di fatto, tutta la Storia dell’Arte.

Il Carlon iniziò a fare il collezionista più di 50 anni fa, e fin da subito, con lungimiranza, “fiuto innato”, ed attenzione, si caratterizzò, per la particolarità delle sue acquisizioni. Oggi, superati gli ottanta anni, si è riconvertito a mecenate.

L’allestimento, molto intelligente, propone un percorso museale con un “perimetro aperto”. Nelle stanze, si ha sempre la possibilità di confrontare “pezzi d’arte” del passato, con esempi altissimi dell’arte moderna e contemporanea (Picasso, Magritte, Schifano, Burri, ecc.). Il visitatore, di fatto è accompagnato, e mentalmente titillato, a godere di sapienti contrasti, che consentono sempre di avere, con il gesto artistico, un rapporto didattico alla maniera di Aby Warburg (https://www.treccani.it/enciclopedia/aby-warburg) “Atlante Mnemosyne”. Ogni gesto artistico umano, ogni immagine realizzata dalla specie Homo Sapiens, è volenti o nolenti, il frutto del rapporto (palese o meno) con il passato (https://www.artribune.com/arti-visive/2020/11/atlante-mnemosyne-aby-warburg-mostra-online/).

Ecco, quindi, disvelarsi per tutti, quasi magicamente, in questo sapiente “gioco di contrasti”, non solo la bellezza delle opere d’arte, ma la stessa essenza progettuale, del pensiero e dell’immaginazione, che ha portato l’artista a produrre quel tipo di opera d’arte, e non altro.

Non fatevi mancare, se andate a Verona, una simile esperienza, veramente totalizzante.

Uno dei conosciutissimi “tagli” di Fontana (Concetto Spaziale, Attese, 1964-65), messo in relazione con due pitture su tavola per altari da viaggio

Un busto “cromatico” romano, anteposto ad una scultura in pietra di Vicenza di Mimmo Paladino (Testimone, 1991)

Quadri paesaggistici veronesi, accanto ad un quadro dal titolo “Composizione di Paesaggi” realizzato da Mario Sironi nel 1950

Il quadro di Mario Sironi, ed un suo dettaglio

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