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Builders of the future

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Paesaggio

Una promessa di felicità


 

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Il comune di Trento ha in programma una sostanziale revisione del Piano Regolatore Generale (PRG) vigente. Quello del 2012 era stato redatto anche con l’apporto del catalano Joan Busquets e conteneva numerose “visioni urbanistiche” che solo in parte si sono realizzate: come ad esempio la riqualificazione dell’ex Area Michelin, da parte di Renzo Piano.

La revisione del PRG sta avvenendo mediante la costituzione di una equipe mista (Gruppo di lavoro preparatorio degli indirizzi) : Università, Ordini professionali, ecc. coordinati dall’architetto Giuliano Stelzer, responsabile del Progetto revisione del Prg, e per gli aspetti scientifici delle ricerche dal professor Mosè Ricci, ordinario di urbanistica e di progettazione architettonica. In tutto 12 membri compongono l’equipe.

Oltre alle consuete desiderata urbanistiche : riduzione consumo di suolo, riciclo e recupero edifici dismessi o non utilizzati, semplificazione normativa, si stanno anche affrontando temi innovativi come quelli inerenti gli effetti che i cambiamenti climatici avranno sull’architettura e sull’urbanistica. Attenzione particolare anche per la mobilità sostenibile : nodi d’interscambio, automezzi elettrici, biciclette.

Se, come sostiene Mosè Ricci, uno dei registi dell’equipe : “Un PRG deve anche essere, per i cittadini, una promessa di felicità”, ecco che il processo partecipativo popolare, sarà recuperato in seconda battuta, dopo la stesura definitiva degli indirizzi, mediante dibattiti pubblici allo Urban Center e l’utilizzo dei concorsi d’idee.

La “resilienza urbana”, finalizzata a tenere conto dei cambiamenti climatici in atto è una questione innovativa per l’urbanistica in Italia, lo sostengono anche Luca Mercalli (climatologo di fama) e Beppo Toffolon (Italia Nostra Trentino); se sarà opportunamente accoppiata ad una “densificazione” tesa a ridurre il consumo di suolo (sopraelevazione edifici esistenti, riqualificazione di quelli dismessi, ecc.), potrebbe costituire una carta vincente, in vista di una città di Trento sempre più spinta verso il turismo sostenibile, soprattutto ciclabile.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

 

Dream Team


Il complesso delle Gallerie degli Uffizi a Firenze, pur essendo stato coinvolto solo marginalmente dalle distruzioni belliche, venne interessato, nel Dopoguerra, da una serie di interventi di ripristino, con la finalità di sostituire l’allestimento museale ottocentesco, con una serie di frammenti modernisti, un po’ neutri.

A volere questi interventi : il funzionario interno alla Soprintendenza Guido Morozzi, e Roberto Salvini, allora direttore della Galleria degli Uffizi, storico dell’arte all’Università di Trieste, nonché sostenitore di criteri di innovazione museale. Ambedue affiancati da una Commissione di esperti allestita ad hoc.

Le sale, oggetto degli interventi, sono quelle numerate da 2 a 7. Esse vennero ricavate sul finire dell’Ottocento dall’antico teatro mediceo. L’allestimento voluto nel Dopoguerra, venne progettato a partire dal 1953 e completato nel 1956 dagli architetti Giovanni Michelucci, Carlo Scarpa e Ignazio Gardella, che “scoprirono” la sala, togliendogli il controsoffitto ottocentesco, disvelando il soffitto a capriate, ad imitazione delle chiese medievali. Le sale espongono opere databili tra la prima metà del XIII secolo e gli inizi del XIV secolo.

Un Dream Team di architetti, forse il “meglio” possibile in ambito disciplinare per allora in Italia.

Gli architetti, a parte alcune resistenze iniziali a certi aspetti dell’intervento, decidono di comune accordo, di non alterare in maniera evidente l’impostazione planimetrica degli spazi esistenti, riproponendone quasi la stessa suddivisione. Viene invece completamente variata la sezione. I controsoffitti piani vengono eliminati ripulendo le soffitte da una selva di legname stratificatosi in seguito a rimaneggiamenti successivi e viene deciso per la prima sala, di mettere a nudo l’orditura principale della copertura a capanna con le grandi capriate originarie in legno, lasciate in vista ed esaltate dalla luce radente di un lungo lucernario orizzontale di nuova formazione, che stacca la massa della parete dal tetto.

L’ambiente, collocato nel Primo corridoio della Galleria (al piano primo), di “sommessa eleganza”, venne subito denominato “Sale dei primitivi”, dove sono esposti capolavori come le Maestà di Giotto, Duccio e Cimabue e il grande trittico de “L’incoronazione della Vergine” di Lorenzo Monaco.

Di recente l’allestimento (2015) è stato rivisitato, ma non nella sala 2, quella così detta “Delle Maestà”, dove tutto è rimasto come progettato dal Dream Team.

Racconta Giovanni Michelucci nel 1990 (poco tempo prima di morire) al Soprintendente agli Uffizi Antonio Godoli (1) : “Molto della progettazione avveniva così: giorno per giorno sul cantiere, venivano fatte delle proposte, le discutevamo tutti e tre e una volta d’accordo si andava avanti col lavoro; ma dei disegni non restava nulla, lo si dava al fabbro per esempio, o a quell’artigiano che era incaricato di eseguire quel certo lavoro. Gli esecutivi erano spesso sui muri, cioè quei segni che per il muratore servivano volta volta. L’opera nasceva via via a contatto con quei capolavori. Si faceva eseguire, si controllava l’esecuzione; l’architetto, secondo me, doveva stare il più possibile da parte nel senso che aveva il compito di vedere poi il risultato.”

“Furono momenti molto belli e interessanti. Ricordo che ci fu in un primo tempo una certa opposizione verso noi progettisti all’apertura di quella finestra in alto. D’altronde a nostro favore c’era il fatto che rimaneva tutta quell’altezza fra le opere e la finestra per cui la luce non può disturbare.”

Ed ancora : “È certo che per me la presenza del progettista si doveva sottrarre al massimo, noi dovevamo sparire. Si trattava semplicemente di appropriare le opere alle pareti con un lavoro di muratore. Non c’è dubbio che la personalità di Scarpa era difficile; era sempre attento ad avere la trovata, giusta si, ma che mettesse l’opera dell’architetto in evidenza e di questo se ne compiaceva. Io per principio mi ero posto di sparire di fronte alle opere di quella portata meditando moltissimo: l’idea di mettere un sostegno, per esempio di ferro, lo sentivo come un fatto di grande responsabilità, il risultato era far si che l’opera quasi naturalmente si mostrasse.”

Sempre Michelucci, racconta : “Si volle dare al soffitto un certo peso, un certo valore, Scarpa pensò al disegno dei ferri delle capriate e degli altri ferri presenti nelle sale come i telai dei lucernari, le transenne, i battiscopa. Poi ci fu l’invenzione della lastra di pietra con il grande Cristo del Cimabue che risolse lo spazio della sala in modo meraviglioso; l’opera fu posta in modo che se ne potesse vedere anche il retro, guardarla dava veramente un senso di piacere.”

In piedi, di fronte ad una finestra del primo corridoio della Galleria, sulla soglia dei 100 anni Michelucci ebbe a dire al Gozzoli in merito agli Uffizi : “Io ci ho lasciato il cuore in questa costruzione, l’ho sentita criticare nella scuola come cosa non riuscita di Vasari, ma essa è una grande opera di urbanistica: è la città stessa.”

Vale un viaggio a Firenze, la sola visita di questi “mitici” luoghi, sia per l’architettura espressa da questi “geniacci”, sia per l’immaginifico contenuto.

1 – Antonio Godoli, Michelucci e gli Uffizi, in Aa.Vv., Gli Uffizi. Studi e ricerche. Interventi museografici e progetti, Centro Di, Firenze 1994.

Dario Sironi

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Soliman


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Puo’, la luce, smaterializzare l’architettura per reinventarla ? Sembra di si, fino a farla diventare il supporto per racconti poetici e spettacolari in grado di coinvolgere decine di migliaia di spettatori. E’ quello che avviene ormai da qualche anno a Bressanone. La società francese “Spectaculaires – Allumeurs d’Images” grazie a sofisticatissime videoproiezioni animate di altissimo livello qualitativo, utilizzando le tecniche più avanzate di mapping, trasforma, la sera, il Palazzo Vescovile (Hofburg) di Bressanone, in un “incontro” tra architettura e video arte, stabilendo delle relazioni inusitate, curiose ed inaspettate. Relazioni che esaltano l’architettura, evidenziandola e disvelandola al meglio al comune spettatore, ma anche al cultore più sofisticato della disciplina. Piccoli e grandi, al di là della storia accattivante dell’elefante Soliman, vengono coinvolti dalla simbiotica espressione di luci, architettura e musica, in un racconto di circa mezz’ora, che ogni anno, attorno a Natale (in occasione dei mercatini), porta a Bressanone oltre 55.000 spettatori paganti. 

Raccontare storie, generare momenti sublimi, in luoghi, le architetture storiche, che testimoniano della trasformazione umana del paesaggio, e dell’intero pianeta, è un atto didattico estremamente importante che dà il senso del “transito terrestre” della specie umana. Nel bene e nel male.

Porre al centro l’architettura, e lo spettacolo che su di essa si proietta, per riunire un pubblico vasto attorno ad una storia comune, esaltando l’identità locale attraverso il divertimento. Fare del territorio e dell’architettura, l’epicentro dell’attenzione degli spettatori, troppo spesso “distratti” rispetto a queste tematiche. Sembrano i punti per un nuovo manifesto.

Qualcosa assolutamente da vedere e soprattutto da “percepire”, anche per riflettere su questa insolita, e stimolante liaison.

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Le jene


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L’ultimo edificio dell’epicentro Vitra di Weil am Rhein, sarà un “contenitore edilizio”, il progetto è di Herzog & de Meuron. Si tratta di un deposito/galleria (Schaudepot) per la collezione di sedie dello svizzero Rolf Peter Fehlbaum (Capostipide della famiglia), che ha inventato l’attuale realtà imprenditoriale di Vitra.

Si tratta di un edificio completamente chiuso, se si esclude la porta d’ingresso, con microclima ed illuminazione controllata, destinato alla preservazione degli importanti “pezzi di design” che vi saranno insediati. Una architettura “banalotta”, in linea con le ultime tendenze “provocatorie” del duo allargato di basilea.

Il rivestimento è in mattoni rossi alleggeriti, appositamente spezzati, di un colore rosso intenso. Rosso sangue.

Gli architetti, noi architetti, siamo delle jene, pronti ad azzannarci tra di noi. Essendo in molti e volendo tutti insistere nello stesso territorio, la competitività è spietata, senza essere esente da colpi bassi. Noi architetti siamo degli “animali opportunisti” che perseguono l’illusione del grande successo. Pur avendo un buon grado di adattabilità agli eventi della vita, a predominare sempre, è soprattutto il cinismo; avendo la capacità di digerire qualunque sopruso, qualunque ignominia, pur di lavorare, e di avere successo.

Il nostro cinismo è inversamente proporzionale alla età anagrafica; più si è giovani e più, non guarda in faccia a nessuno. Pronti a “venderci l’anima” per un lavoro, per un incarico, per emergere. Il sangue dei colleghi, il loro insuccesso, ci eccita, ci esalta.

La maggior parte degli architetti di oggi (ma non tutti) è di fatto a spiccata tendenza logorroica. Continuiamo a parlare di noi stessi, non sappiamo ascoltare, e riempiamo angosciati, qualunque silenzio. E’ diventato un vero e proprio sport disciplinare, parlare male dei colleghi, di tutti i colleghi. Appena uno esce dalla porta, o appena si termina una telefonata, ecco che gli improperi ed i diminutivi “piovono a raffica”, verso l’altro colpevole spesso solamente di esistere.

L’architetto deve tornare a fare l’architetto, cercando d’innovare, con un lavoro paziente e “poco cinico”, cercando nello spirito del proprio tempo cosa mettere alla base del proprio lavoro, e della propria etica professionale. Bisogna ritornare ad individuare i veri contenuti capaci di sostenere il lavoro, senza “scannarsi con i colleghi”, magari prendendosi dei rischi, avventurandosi anche in territori poco conosciuti.

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Labò


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Genova vista dalla "promenade paesaggistica" che conduce al Museo Chiossone

A Genova esiste una “piccola chicca architettonica”, un edificio razionalista colto ed intelligente, collocato quasi in sommità di uno dei più interessanti belvedere cittadini.

Si tratta del Museo di Arti Orientali Chiossone.  Edoardo Chiossone fu grafico ed incisore di Arenzano, stabilitosi in Giappone, divenne conoscitore dell’arte locale nonché grande collezionista.

https://it.wikipedia.org/wiki/Edoardo_Chiossone

L’area dove oggi si colloca il Museo fu individuata nel luogo dell’antica villa neoclassica del marchese Gian Carlo Di Negro (1769-1857), bombardata e quindi demolita durante la II Guerra Mondiale. Il parco era stato creato ai primi del secolo XIX dallo stesso marchese Di Negro, che riconvertì un antico bastione delle cinquecentesche mura di Santa Caterina a fini residenziali, stabilendovi la propria abitazione. Il parco è stato oltre che orto botanico, anche piccolo zoo; oggi è uno splendido bellevue pubblico su parte del centro storico di Genova.

La progettazione, dell’attuale sede museale fu affidata dal Comune di Genova che ereditò la collezione Chiossone, all’architetto Mario Labò (1884-1961).

https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Lab%C3%B2

La fase costruttiva iniziò nel 1953 e fu compiuta nel 1970, nove anni dopo la morte di Labò. La collocazione del Museo all’interno del parco della Villetta Di Negro è davvero privilegiata. Immerso nel verde giardino che domina l’ottocentesca Piazza Corvetto, il Museo Chiossone si trova nel pieno centro di Genova e, tuttavia, occupa una posizione appartata e magnificamente panoramica. Un’isola felice nel caos del centro di Genova. Dal camminamento terrazzato che fiancheggia il Museo sul lato sud-ovest, si gode una splendida “landscape promenade” la veduta della città antica, con la distesa dei tetti d’ardesia, i campanili e le torri medievali stagliati sullo sfondo azzurro del Mare Ligure.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kHmZu7bquORM&usp=sharing

L’edificio museale è un esempio colto e raffinato, d’architettura razionalista in cemento armato con rivestimento esterno in cotto maiolicato, formato da un avancorpo con tetto a terrazza, sede della biglietteria e del bookshop, e da un corpo principale costituente il museo. Si tratta di un magnifico spazio a volume unico con un salone rettangolare al piano terreno e sei gallerie a sbalzo sulle due pareti lunghe, collegate da rampe di scale formanti un percorso continuo. E’ come se il museo (nel suo percorso museale, seguisse l’andamento dell’altura su cui è collocato). Semplici ed al contempo “opulenti” i dettagli, governati da una scelta intelligente dei materiali e da forme essenziali

L’allestimento espositivo fu affidato nel 1967 all’ingegnere Luciano Grossi Bianchi, che lo progettò e lo realizzò in collaborazione con Giuliano Frabetti, Direttore del Museo Chiossone dal 1956 al 1990, e Caterina Marcenaro (Genova, 1906-1976), Direttore del Settore Belle Arti del Comune di Genova.

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-di-arti-orientali-chiossone/

Un “gioiellino” poco conosciuto assolutamente da non perdere per la sua valenza paesaggistica, culturale ed architettonica.

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Camera con vista


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Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca, d’inverno, con la sola giacca addosso, dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi con frasi in madrelingua. Nella tazza si raffredda il caffè. Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij – Strofe veneziane VIII (1982)

Gli edifici, sono quasi sempre considerati degli “oggetti particolari”, frutto della moda e per questo stravaganti; o che comunque devono sempre affermarsi nell’immaginario collettivo per la loro particolarità architettonica. Invece si tratta di elementi ricavati dagli uomini, modificando, per sempre,  la materia estratta dal Pianeta Terra. Sono gli “involucri” indispensabili alla sopravvivenza della specie umana, al cui interno, o nel loro esterno, si realizza quel “microclima”  (fisico, termico e psichico) indispensabile affinchè le funzioni umane biologiche e/o artificiali, possano svolgersi nella miniera migliore possibile. Sono la rappresentazione (e la testimonianza) di come noi, specie umana, adattiamo il “paesaggio naturale” del Pianeta alle nostre esclusive esigenze. Modificandolo per sempre, tanto che dopo il nostro passaggio non si può più parlare di “paesaggio naturale”.

In questo senso, gli edifici, ed il paesaggio che ne conseguono per sommatoria, sono elementi “tangibili” a cui i nostri corpi ed i nostri sistemi neurologici, sono intimamente ed indissolubilmente interconnessi.

Così scrive, in sintesi, Harry Francis Mallgrave nel bellissimo libro “L’empatia degli spazi” (2013) : portando avanti un discorso di interpretazione multidisciplinare della percezione dell’architettura e dello spazio, nato probabilmente con Heinrich Wolfflin (Psicologia dell’architettura, 1898) e continuato con l’antropologo Edward T. Hall (La dimensione nascosta, 1966).

Il nostro corpo, collezionando esperienze “sul campo”, attraverso i sensi, ma non solo, ci insegna a percepire le forme estetiche tridimensionali : una città, un edificio, un interno, un elemento di arredo. La nostra mente, il nostro corpo, l’ambiente che ci circonda e la cultura, durante il percorso continuo di apprendimento (che dura tutta la vita), si interconnettono tra loro a diversi livelli, facendo nascere in noi una capacità multisensoriale e psichica di percepire lo spazio. Oggi le neuroscienze consentono di “leggere” in maniera diversa l’architettura ed anche la sua storia.

Il corpo crea innanzitutto per sè, per soddisfare la propria esigenza di bellezza, ma anche per chi verrà dopo di noi. Sempre con una finalità di procurare piacere e soddisfazione, nonchè testimonianza del transito terrestre. Senza dimenticare gli aspetti emozionali ed affettivi, che inevitabilmente connotano, ogni modalità di relazione sensoriale e motoria con il mondo fisico costruito.

Il corpo, ci evidenzia infine Mallgrave, ritorna ad essere l’epicentro della cultura architettonica; il fondamento stesso dell’esistenza dell’architettura. Il tutto genera ovviamente una nuova attenzione, una “cura”, per coloro che stanno negli intorni (dentro o fuori), degli edifici che progettiamo, che costruiamo.

Ecco quindi, che una “camera con vista”, contenuta  in quello che fu un edificio eccellente di Venezia, diventa un “osservatorio empatico” sulla citta’ lagunare e sulla sua architettura. Il clima invernale umido e freddo che titilla la resistenza dei corpi umani, la bellezza degli affascinanti esterni architettonici della Giudecca, la rumorosità concitata dell’omonimo canale, l’esperienza olfattiva di una realtà culinaria importante, il contrasto con degli interni mediocri figli dell’international style, ecc. : diventano le scenografie di un’empatia architettonica multi sensoriale.

Se esiste una spazialità, figlia delle neuroscienze e percepibile con tutto il corpo (nel suo insieme piu omnicomprensivo), qui a Venezia e soprattutto nei sui dintorni periferici, se ne ha la più alta consapevolezza.

L’isola della Giudecca, quella di San Giorgio, Murano, Torcello, ecc. costituiscono un “panorama” entro cui sperimentare al meglio quanto sostenuto da Harry Francis  Mallgrave. Dato che da questi luoghi, più che dal centro,  nasce da sempre la “potenza” culturale, economica, sociale della citta’ lagunare.  L’apice lo si conquista con l’isola di San Michele, dove natura, morte ed artificio architettonico, convivono splendidamente in una decrepita stratificazione spaziale; i corpi dei vivi vanno all’isola dei morti, quasi esclusivamente per acquisire un’esperienza empatica spaziale (tra passato e futuro), girovagando tra le tombe di Stravinskij, Brodskij, Nono, Vedova, Pound, ecc..

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Comunità Italia


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Il 29 dicembre 2015, durante la sospensione del traffico automobilistico (10,00/16,00), causa il superamento per parecchi giorni della soglia di 50 microgrammi per metro cubo di micropolveri sottili, un viaggio in bicicletta da Sesto San Giovanni alla Triennale di Milano, per vedere la mostra “Comunità Italia”. Uno striscio urbanistico ed architettonico, pedalando nella “Città che sale”, assurta agli onori della cronaca per il successo di Expo 2015, ed oggi “caduta” nelle micropolveri sottili; fatto che evidenzia tutte le contraddizioni e la mancanza di programmazione amministrativa e politica dell’inesistente Città Metropolitana di Milano di cui l’urbanistica e l’architettura ne sono state degne “compagne di merende”.

L’andare in bicicletta, senza l’assillo di stare attenti agli autoveicoli, consente di dedicarsi completamente alla contemplazione della città ed alle sue architetture. Dalla periferia Sestese, disegnata solo qua e là, ma ricca di cacofonie architettoniche ed urbanistiche, alla città di Milano Ottocentesca caratterizzata dal meraviglioso disegno urbano dell’Asse del Sempione (vero e proprio tracciato paesaggistico).  In mezzo un tessuto misto, spesso compresso dalle infrastrutture : ferrovie, autostrade, fiumi regimentati, ecc..

Una MAPPA del cicloviaggiohttp://bit.ly/1MFaw4q

La mostra Comunità Italia intende raccontare la vicenda dell’architettura italiana della seconda parte Novecento, dal Secondo Dopoguerra agli anni Duemila. In particolare viene messa in evidenza la grande varietà linguistica (non rintracciabile in altri paesi) del “caso architettonico” italiano. La mostra tratta anche dei profondi legami che l’architettura italiana ha intrattenuto con questioni, ed aspetti legati al territorio, al paesaggio, ed a discipline come l’urbanistica, che solo nella testa degli “urbanisti” è inscindibile dall’architettura. Il tutto a testimonianza di una vicenda complessa, articolata ed unica che in alcuni periodi storici ha fortemente influenzato la cultura architettonica europea e di altre parti del mondo.

Se il disegno, quale massima espressione dell’architettura accompagna l’intera esposizione, la parte centrale è prettamente caratterizzata da una sorta di immaginifico (ed ideale) paesaggio urbano, composto da modelli di edifici e di quartieri, realizzati dai migliori architetti dal 1945 al Duemila. Una grande testimonianza della fertile vena creativa della disciplina, e di come spesso l’architettura  italiana di qualità è stata (ed è ancora), una sommatoria di edifici non realizzati, rimasti sulla carta e nei modelli.

Commovente la “grande sala” che accoglie decine di carnet de voyage, che testimoniano l’instancabile ricerca nell’ambito dell’architettura degli architetti italiani e la lunga tradizione in merito. Spesso, però si tratta  sicuramente di improbabili quaderni realizzati ex post, graficamente inguardabili (Semerani e Rota), altre volte dei “gioiellini” da ammirare e studiare (Rossi e Aymonino).

I curatori, Ferlenga Alberto in testa, sono riusciti a restituire molto bene il mestiere del “fare architettura” in Italia in quegli anni, dove il disegno predominava su tutto, ed il modello (o plastico che dir si voglia) era solo un atto di verifica finale di quanto progettato sulla carta.

Tornando a casa (sempre in bicicletta) ed attraversando volutamente il nuovo centro direzionale e residenziale Garibaldi / Porta Nuova / Repubblica, balza immediatamente agli occhi un panorama architettonico ed urbanistico che non ha nulla a che vedere con gli “anni gloriosi” descritti nella mostra bellissima della Triennale. Di italiano c’è poco; molto poco. L’urbanistica e l’architettura dell’International Style, firmata soprattutto da “griffe internazionali”, predominano su tutto ed inebriano le masse turistiche con il nasino all’insù. Unica eccezione il tristissimo teorema Boeriano : “la verzura fa bella qualsiasi architettura”, che minaccia una “folle ridda” di boschi verticali, venduta come se fosse la panacea di tutti i mali, sia per l’architettura che per l’inquinamento.

Che sia forse, la “verzurizzazione” la morte definitiva dell’architettura e dell’urbanistica italiana ?

Quì sotto un link con le foto del cicloviaggio

https://it.pinterest.com/dariosironi/sesto-triennale-andata-e-ritorno/

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Smog Architecture (Milan)


 

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SOPRA – Milano – Via San Raffaele – 18 dicembre 2015

In questi giorni, di progressivo avvicinamento alle Festività Natalizie, l’inquinamento dell’aria “la fa da padrone” in tutta la Pianura Padana. In particolar modo a Milano la qualità del fluido in cui siamo irrimediabilmente immersi, è pessima . Ogni giorno è sempre peggio. Vento e pioggia sono ormai un’eventualità lontana. Non ci resta che morire (quasi senza accorgercene), portando avanti un modello di “civiltà” pesantemente condizionato dall’economia e dall’indifferenza dei più.

Quì in Padania, o in Cina, si fa di tutto per esorcizzare questa grande follia collettiva, frutto di “cieche” politiche passate e di odierna totale mancanza di programmazione per il futuro.

Tra qualche ora, oppure tra qualche giorno, magari tra qualche settimana, forse una precipitazione farà cambiare la situazione (si spera). Immediatamente, sia dai Cittadini, che dai politici, l’inquinamento, lo smog, sarà completamente rimosso, dimenticato. Fino al prossimo autunno, quando le stesse problematiche si ripresenteranno immutate.

Milano, in questo dicembre del 2015, mostra le sue architetture ed accende le sue luci, nella nebbia che uccide, nello smog persistente e mefitico, facendo diventare la città più teatrale del solito. La stessa nebbia : “che penetra, come l’effetto di una macchina teatrale, nella galleria milanese.”, come scriveva Aldo Rossi nella “Autobiografia scientifica” (Pratiche Editrici, 1990);  che fa grande  l’architettura, che la completa, che ne cela le brutture. La stessa nebbia inquinata : “C’è della gente che parla male della nebbia di Milano. Io non conosco quella degli altri paesi, ma questa di Milano è una gran nebbia, simpatica, affettuosa, cordiale. Ti fascia tutto come una carezza. E poi mi pare che la nebbia inviti all’intimità, all’ottimismo, alla confidenza.”, come sosteneva Carlo Campanini (Attore, 1906-1984); che però oggi uccide lentamente ma inesorabilmente.

Lo smog, come la nebbia è un’esperienza percettiva multisensoriale : visiva (il campo visivo è distorto, sfumato), olfattiva (l’odore dello smog tutto pervade), tattile (lo smog nella sua “densità” può quasi essere toccato), uditiva (la percentuale di particolato nell’aria, riduce la diffusione delle onde sonore). E se l’architettura è la scena fissa delle vicende dell’uomo sul Pianeta Terra, lo smog, facendoci avere una percezione nuova dell’architettura e della città, rende ambedue più adatte a questi anni, più consone alla realtà.

Il modello di architettura, e quindi di città a cui guardare, puo’ essere solo quello che sappia sapientemente coniugare il tema della crescita con quello dell’ecologia e della sostenibilità; ma anche con il lavoro, i servizi, i trasporti, la natura urbana, l’agricolutura di prossimità. Certamente non bisogna farsi affascinare dal fatto che sia la “verzura” a nascondere le incapacità degli architetti e degli urbanisti; che siano “quattro alberelli” a nascondere un modello cementificatorio e ad incrementare il consumo di suolo.

La vera sfida dei prossimi anni, dei prossimi decenni, è quella di cambiare stile di vita, e fissare nuovi obbiettivi per il futuro all’insegna della qualità sostenibile; come scrive Claudio De Albertis nel bell’articolo intitolato  “Il futuro della città è la città”, nel numero 997 di Domus (Dicembre 2015, pagina 126) : “La prima infrastruttura per la vita e l’economia sostenbile del futuro è la città ed è cruciale che la progettazione, le costruzioni e le tecnologie si sviluppino con una costante attenzione al comportamento e ai bisogni umani.”

Il futuro è nella rigenerazione urbana, riqualificando l’esistente, ampliandolo in pianta (poco)  e sopraelevandolo (tanto), con procedure e tecnologie semplici, leggere, a basso impatto ambientale e ad alta sostenibilità. Sostenibilità che dovrà essere anche sociale, oltre che ambientale ed economica. Città più dense (dato che il fenomeno dell’urbanizzazione è in continua crescita e di recente la popolazione planetaria residente in luoghi urbani ha superato il 50%), ma più intelligenti, vivibili, ad alta socialità e connesse tra loro (sia dal punto di vista fisico che di comunicazione).

Se così non sarà, moriremo lentamente, tra architetture e città bellissime, smaterializzate, che emergono dallo smog, perfette ed infinite. Testimonianze “assurde” della presenza umana su questo pianeta e della nostra follia.

Giusto per non dimenticare velocemente queste settimane, con la gola che brucia costantemente.

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SOPRA – Qualità dello stato dell’aria, espressa in valori annui, nell’Area Metropolitana Milanese

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27 AGOSTO 1965


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Arrivò al Cabanon il suo rifugio sul mare a Cap Martin.

Rebutato lo aspettava in fondo al giardino: cercò subito di metterlo a sua agio (anche se lo vide in condizioni che lo preoccuparono molto : il viso tirato e gli occhi allucinati, l’abito sgualcito e sporco di polvere) non parlando e non chiedendo.

La discrezione con cui questi due contadini di origine italiana, Rebutato e la moglie (che gestivano l’Étoile de Mer, il campeggio vicino al Cabanon), accoglievano e circondavano la sua presenza era da antologia, da racconto edificante.

Appena fu di nuovo a contatto con la realtà della sua vita quotidiana (estiva), il Maestro parve ritrovare tono ed elasticità nei suoi movimenti, insieme alle sue capacità eccezionalmente vivaci di vedere, di seguire, di controllare, di pensare, di immaginare mille cose diverse……………………….

Prima di tuffarsi (come era in uso fare da sempre, ogni giorno), fece un gesto che gli era abituale: raccolse nel palmo delle mani un poco d’acqua e si deterse gli occhi: era un atto quasi sacro che aveva imparato da Pierre (suo cugino Jeanneret) quando, insieme, in estate, fanciulli, andavano al mare.

Si tuffò, quasi con dolcezza. Quasi senza infrangere la superficie delle acque che si richiusero subito sopra di lui. E il Nulla riempì il vuoto e divenne Tutto.

E lo splendore del cristallo si fece universale splendore. Nel cielo, nell’alta ora meridiana, fu silenzio per circa mezz’ora.

(Carlo Bassi “La morte di Le Corbusier” – romanzo non romanzo – Jaca Book, 1992)

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