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Builders of the future

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Suggestioni di futuro

Paesaggio Christologico


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Cinque chilometri di passeggiata di colore giallo dalia (tessuto in nylon poliammidico della ditta Setex di Greven in Germania), di cui due chilometri “flottanti” sull’acqua. Dieci milioni di euro (circa) di costo previsto. Un afflusso previsto tra il 18 giugno 2016 ed il 3 luglio (ma si parla già di una proroga al 10 luglio) di circa 40 mila persone al giorno, mentre il “floating piers” ne può contenere contemporaneamente al massimo 17.500.

Il “floating piers” poggia su 220 mila  cubi a pioli galleggianti in polietilene ad alta densità, riempiti di aria. Per ancorarli sul fondo dei sub francesi hanno posato delle ancore in calcestruzzo (di fabbricazione bulgara ed italiana) e metallo appositamente studiate. Una volta assemblati tra loro i galleggianti nell’apposita area di Moltecolino (300 mila metri quadrati), le parti del “pier” vengono trascinate con imbarcazioni sul luogo dove vengono fissati al fondale mediante appositi cavi ed uniti tra loro.

Il tutto progettato ed intensamente voluto, dall’artista Bulgaro/Americano Christo Vladimirov YavachevL’opera alla fine dei sedici giorni di esposizione, verrà completamente rimossa e sarà industrialmente riciclata. I 10 milioni di euro dei costi, anticipati dall’artista e dagli sponsor, saranno recuperati dalla vendita dei gadgets e delle opere create dall’artista (quadri, serigrafie, ecc.), come già avvenuto per altri suoi lavori..

Christo ha scelto il Lago d’Iseo dopo un lungo sopralluogo sui laghi del nord Italia, insieme a Germano Celant, rimanendo colpito dall’Isola di San Paolo e da quella di Monte Isola, nonchè dal piccolo borgo di Sulzano.

Una operazione artistica, di valenza mondiale, voluta anche dalla comunità locale, per il rilancio internazionale del turismo sul Lago d’Iseo. Costo di tutta l’operazione “pagato” dall’Ente di promozione turistica del Lago d’Iseo e della Regione Lombardia, in collaborazione con sponsor/partner privati (Ubi Banca, Iseo Serrature, Franciacorta Outlet Village).

Per 15 giorni il Lago d’Iseo sarà “l’ombelico del Mondo”, un luogo di confluenza per paesaggio, turismo, arte, che saranno per una volta,  finalizzati ad una grande operazione di “immagine” a livello mondiale.

Percorrere il “Floating Piers” sarà completamente gratuito. Il comune di Sulzano e quello di Monte Isola hanno predisposto piccoli padiglioni per accogliere i turisti e fornire cibo ed accoglienza.

Quello che interessa è il tentativo di sganciarsi dai soliti canoni di marketing turistico, per intraprendere una strada innovativa, probabilmente l’unica in grado di fare diventare il turismo italiano, un vero e proprio “motore economico primario” del Paese.

Comunque un’opera “maestosa” che nella sua artificialità voluta e palese, sia nel disegno che nei materiali, ci fa immediatamente capire tutta la violenza (e la bellezza) della specie umana, che da sempre modifica all’abbisogna, il paesaggio di questo magnifico pianeta.

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Drawings (disegni)


 

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Scrive Richard Sennet, nel libro “L’uomo artigiano” (Feltrinelli, 2008), che la maestria artigianale, si è qualificata lentamente (sia dal punto di vista anatomico, sia come metafora), nel legame tra mano e testa, una relazione che gli artigiani hanno per tradizione, da sempre, espresso attraverso il disegno.

Sennett ricostruisce le linee di faglia che separano tecnica ed espressione, arte ed artigianato, creazione e applicazione. Fino ad arrivare, a quello che per lui è il miglior esempio di “artigianato” moderno il gruppo che ha creato Linux, gli uomini del “saper fare” della moderna cattedrale informatica.

Fin da quando si è vincolato, nella specie Homo Sapiens, il disegno alla capacità di rappresentare una realtà tangibile, e quindi dai primi disegni nelle caverne o nelle incisioni rupestri, si è iniziato a stabilire un legame tra azione di rappresentare il mondo che ci circonda e sua interpretazione mentale.

Tali capacità, si sono sedimentate, nel corso del tempo, nel nostro cervello, nei neuroni specchio. Se viene scisso il legame neurologico tra la testa e la mano, si rischia un “deficit mentale”, una condizione che, sostiene Sennet, sarebbe la norma quando il computer sostituisce completamente la mano nella progettazione architettonica.

Sennet, non si ferma quì, entrando nello specifico, dichiara che la progettazione computerizzata inibisce l’accesso diretto al libero pensiero esplorativo, l’apprendimento che si ottiene dal considerare un problema con un atteggiamento giocoso e partecipativo. I limiti del computer e soprattutto del suo schermo, rendono a suo dire più difficile essere interessati a variabili quali il clima, l’atmosfera, la fisicità, la struttura, la scala e la proporzione, e preclude anche la sfida tradizionale e spesso gratificante con un problema difficile. In ultima analisi, il computer troppo facilmente offre un risultato finito, chiudendo il processo di progettazione troppo presto, senza decantazione . Ed ancora : ” Il difficile e l’incompleto dovrebbero essere eventi positivi nella nostra attività intellettiva; dovrebbero stimolarci, come non possono fare la simulazione e la manipolazione facilitata di oggetti già completi……….Gli abusi del CAD illustrano come, quando la testa e la mano divorziano, è la testa a soffrirne”.

Ovviamente chi progetta al computer, dissente, sostenendo che l’elettronica del CAD è solamente una “moderna matita”, molto piu’ veloce, ma con pari quantità di indeterminatezza nei risultati finali. Insomma il computer è semplicemente un altro mezzo di espressione, non ancora pienamente interpretato.

Sta di fatto che il computer, interrompe la “connessione sensuale e tattile” (come sostiene Juhani Pallasmaa) tra la testa e la mano che ha guidato gli architetti per secoli, portando soltanto ad un approccio progettuale troppo concettuale e geometrico, non in grado di interpretare veramente la realtà vissuta attraverso i nostri ricettori. Inoltre le immagini al video di un computer alterano la nostra comprensione percettiva delle cose.

Gli edifici oltre a fornire riparo e piacere sensoriale, dice Pallasmaa : “sono anche estensioni mentali e proiezioni, sono esternalizzazioni della nostra immaginazione, memoria e capacità concettuale”. Il computer è diventato un appuntamento fisso nella pratica architettonica, in pochissimi anni, e probabilmente continuerà a migliorare come mezzo per la progettazione; però la cultura architettonica, tradizionalmente praticata con rotolo di carta da schizzo e matita non potrà facilmente essere totalmente messa da parte. Essa è un bene prezioso, che può essere acquisito con pazienza e pratica qualificata e, come ritenuto dai più (giovani ed anziani) favorisce un approccio meditativo di decantazione e riflessione, piuttosto che semplicemente calcolante. Un approccio in cui la variabile “tempo” non puo’ essere trattata semplicisticamente come sostiene Rem Koolhaas nel libro “Verso un’architettura estrema” (Postmedia Books, 2002), dove paragona l’attività dell’architetto contemporaneo che utilizza il computer, a quella dei piloti americani dei caccia da guerra supersonici, dove vige il motto : “Se pensi sei morto”.

Dichiara sempre Pallasmaa : “Il disegno a mano è un esercizio sia piacevole sia seducente che genera un’intensità poetica con la mano (ndr. – una sintesi tra spazio e tempo), spesso straordinariamente efficiente per arrivare al nocciolo di una questione”.

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Camera con vista


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Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca, d’inverno, con la sola giacca addosso, dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi con frasi in madrelingua. Nella tazza si raffredda il caffè. Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij – Strofe veneziane VIII (1982)

Gli edifici, sono quasi sempre considerati degli “oggetti particolari”, frutto della moda e per questo stravaganti; o che comunque devono sempre affermarsi nell’immaginario collettivo per la loro particolarità architettonica. Invece si tratta di elementi ricavati dagli uomini, modificando, per sempre,  la materia estratta dal Pianeta Terra. Sono gli “involucri” indispensabili alla sopravvivenza della specie umana, al cui interno, o nel loro esterno, si realizza quel “microclima”  (fisico, termico e psichico) indispensabile affinchè le funzioni umane biologiche e/o artificiali, possano svolgersi nella miniera migliore possibile. Sono la rappresentazione (e la testimonianza) di come noi, specie umana, adattiamo il “paesaggio naturale” del Pianeta alle nostre esclusive esigenze. Modificandolo per sempre, tanto che dopo il nostro passaggio non si può più parlare di “paesaggio naturale”.

In questo senso, gli edifici, ed il paesaggio che ne conseguono per sommatoria, sono elementi “tangibili” a cui i nostri corpi ed i nostri sistemi neurologici, sono intimamente ed indissolubilmente interconnessi.

Così scrive, in sintesi, Harry Francis Mallgrave nel bellissimo libro “L’empatia degli spazi” (2013) : portando avanti un discorso di interpretazione multidisciplinare della percezione dell’architettura e dello spazio, nato probabilmente con Heinrich Wolfflin (Psicologia dell’architettura, 1898) e continuato con l’antropologo Edward T. Hall (La dimensione nascosta, 1966).

Il nostro corpo, collezionando esperienze “sul campo”, attraverso i sensi, ma non solo, ci insegna a percepire le forme estetiche tridimensionali : una città, un edificio, un interno, un elemento di arredo. La nostra mente, il nostro corpo, l’ambiente che ci circonda e la cultura, durante il percorso continuo di apprendimento (che dura tutta la vita), si interconnettono tra loro a diversi livelli, facendo nascere in noi una capacità multisensoriale e psichica di percepire lo spazio. Oggi le neuroscienze consentono di “leggere” in maniera diversa l’architettura ed anche la sua storia.

Il corpo crea innanzitutto per sè, per soddisfare la propria esigenza di bellezza, ma anche per chi verrà dopo di noi. Sempre con una finalità di procurare piacere e soddisfazione, nonchè testimonianza del transito terrestre. Senza dimenticare gli aspetti emozionali ed affettivi, che inevitabilmente connotano, ogni modalità di relazione sensoriale e motoria con il mondo fisico costruito.

Il corpo, ci evidenzia infine Mallgrave, ritorna ad essere l’epicentro della cultura architettonica; il fondamento stesso dell’esistenza dell’architettura. Il tutto genera ovviamente una nuova attenzione, una “cura”, per coloro che stanno negli intorni (dentro o fuori), degli edifici che progettiamo, che costruiamo.

Ecco quindi, che una “camera con vista”, contenuta  in quello che fu un edificio eccellente di Venezia, diventa un “osservatorio empatico” sulla citta’ lagunare e sulla sua architettura. Il clima invernale umido e freddo che titilla la resistenza dei corpi umani, la bellezza degli affascinanti esterni architettonici della Giudecca, la rumorosità concitata dell’omonimo canale, l’esperienza olfattiva di una realtà culinaria importante, il contrasto con degli interni mediocri figli dell’international style, ecc. : diventano le scenografie di un’empatia architettonica multi sensoriale.

Se esiste una spazialità, figlia delle neuroscienze e percepibile con tutto il corpo (nel suo insieme piu omnicomprensivo), qui a Venezia e soprattutto nei sui dintorni periferici, se ne ha la più alta consapevolezza.

L’isola della Giudecca, quella di San Giorgio, Murano, Torcello, ecc. costituiscono un “panorama” entro cui sperimentare al meglio quanto sostenuto da Harry Francis  Mallgrave. Dato che da questi luoghi, più che dal centro,  nasce da sempre la “potenza” culturale, economica, sociale della citta’ lagunare.  L’apice lo si conquista con l’isola di San Michele, dove natura, morte ed artificio architettonico, convivono splendidamente in una decrepita stratificazione spaziale; i corpi dei vivi vanno all’isola dei morti, quasi esclusivamente per acquisire un’esperienza empatica spaziale (tra passato e futuro), girovagando tra le tombe di Stravinskij, Brodskij, Nono, Vedova, Pound, ecc..

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Smog Architecture (Milan)


 

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SOPRA – Milano – Via San Raffaele – 18 dicembre 2015

In questi giorni, di progressivo avvicinamento alle Festività Natalizie, l’inquinamento dell’aria “la fa da padrone” in tutta la Pianura Padana. In particolar modo a Milano la qualità del fluido in cui siamo irrimediabilmente immersi, è pessima . Ogni giorno è sempre peggio. Vento e pioggia sono ormai un’eventualità lontana. Non ci resta che morire (quasi senza accorgercene), portando avanti un modello di “civiltà” pesantemente condizionato dall’economia e dall’indifferenza dei più.

Quì in Padania, o in Cina, si fa di tutto per esorcizzare questa grande follia collettiva, frutto di “cieche” politiche passate e di odierna totale mancanza di programmazione per il futuro.

Tra qualche ora, oppure tra qualche giorno, magari tra qualche settimana, forse una precipitazione farà cambiare la situazione (si spera). Immediatamente, sia dai Cittadini, che dai politici, l’inquinamento, lo smog, sarà completamente rimosso, dimenticato. Fino al prossimo autunno, quando le stesse problematiche si ripresenteranno immutate.

Milano, in questo dicembre del 2015, mostra le sue architetture ed accende le sue luci, nella nebbia che uccide, nello smog persistente e mefitico, facendo diventare la città più teatrale del solito. La stessa nebbia : “che penetra, come l’effetto di una macchina teatrale, nella galleria milanese.”, come scriveva Aldo Rossi nella “Autobiografia scientifica” (Pratiche Editrici, 1990);  che fa grande  l’architettura, che la completa, che ne cela le brutture. La stessa nebbia inquinata : “C’è della gente che parla male della nebbia di Milano. Io non conosco quella degli altri paesi, ma questa di Milano è una gran nebbia, simpatica, affettuosa, cordiale. Ti fascia tutto come una carezza. E poi mi pare che la nebbia inviti all’intimità, all’ottimismo, alla confidenza.”, come sosteneva Carlo Campanini (Attore, 1906-1984); che però oggi uccide lentamente ma inesorabilmente.

Lo smog, come la nebbia è un’esperienza percettiva multisensoriale : visiva (il campo visivo è distorto, sfumato), olfattiva (l’odore dello smog tutto pervade), tattile (lo smog nella sua “densità” può quasi essere toccato), uditiva (la percentuale di particolato nell’aria, riduce la diffusione delle onde sonore). E se l’architettura è la scena fissa delle vicende dell’uomo sul Pianeta Terra, lo smog, facendoci avere una percezione nuova dell’architettura e della città, rende ambedue più adatte a questi anni, più consone alla realtà.

Il modello di architettura, e quindi di città a cui guardare, puo’ essere solo quello che sappia sapientemente coniugare il tema della crescita con quello dell’ecologia e della sostenibilità; ma anche con il lavoro, i servizi, i trasporti, la natura urbana, l’agricolutura di prossimità. Certamente non bisogna farsi affascinare dal fatto che sia la “verzura” a nascondere le incapacità degli architetti e degli urbanisti; che siano “quattro alberelli” a nascondere un modello cementificatorio e ad incrementare il consumo di suolo.

La vera sfida dei prossimi anni, dei prossimi decenni, è quella di cambiare stile di vita, e fissare nuovi obbiettivi per il futuro all’insegna della qualità sostenibile; come scrive Claudio De Albertis nel bell’articolo intitolato  “Il futuro della città è la città”, nel numero 997 di Domus (Dicembre 2015, pagina 126) : “La prima infrastruttura per la vita e l’economia sostenbile del futuro è la città ed è cruciale che la progettazione, le costruzioni e le tecnologie si sviluppino con una costante attenzione al comportamento e ai bisogni umani.”

Il futuro è nella rigenerazione urbana, riqualificando l’esistente, ampliandolo in pianta (poco)  e sopraelevandolo (tanto), con procedure e tecnologie semplici, leggere, a basso impatto ambientale e ad alta sostenibilità. Sostenibilità che dovrà essere anche sociale, oltre che ambientale ed economica. Città più dense (dato che il fenomeno dell’urbanizzazione è in continua crescita e di recente la popolazione planetaria residente in luoghi urbani ha superato il 50%), ma più intelligenti, vivibili, ad alta socialità e connesse tra loro (sia dal punto di vista fisico che di comunicazione).

Se così non sarà, moriremo lentamente, tra architetture e città bellissime, smaterializzate, che emergono dallo smog, perfette ed infinite. Testimonianze “assurde” della presenza umana su questo pianeta e della nostra follia.

Giusto per non dimenticare velocemente queste settimane, con la gola che brucia costantemente.

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SOPRA – Qualità dello stato dell’aria, espressa in valori annui, nell’Area Metropolitana Milanese

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Da Orto Botanico a Giardino della Biodiversità


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Padova, domenica 29 settembre – Cappella degli Scrovegni con affreschi di Giotto (la Cappella Sistina del medioevo, un capolavoro mondiale), parecchia gente nessuna coda . Tanto che anche senza prenotare si accedeva a questa meraviglia della pittura medioevale.

Padova, domenica 29 settembre – Orto Botanico dell’Università di Padova (un gioiellino rinascimentale del 1545, recentemente affiancato da un’avvenieristica serra didattica sulla biodiversità), coda di ore per entrare.

Qui le immagini dell’Orto Botanico

A Parigi, Barcellona, Londra, Amburgo, Lione, ecc. da anni sanno “valorizzare i contrasti”, amplificando le bellezze paesaggistiche, le opere d’arte e dell’ingegno umano, le “memorie” ed i ruderi del passato, affiancandole di “oggetti architettonici” in grado di condurle con sapienza nel futuro. Quì in Italia sono rari gli esempi, come all’Orto Botanico di Padova, dove passato e futuro entrano in sinergia, amplificando le potenzialità turistiche e culturali di siti già eccellenti.

Quì una mappa di Padova con alcuni luoghi 

Si possono avere tutti i reperti e le bellezze del mondo, ma se non le si sa valorizzare, affiancandole con dei “contrasti” intelligenti (frutto di un progetto manageriale attento a gestire un sapiente equilibrio tra investimenti e proventi) che le proiettano nel futuro…….non si va da nessuna parte. Soprattutto poi bisogna avere un quadro economico per poterle adeguatamente mantenere ed aggiornare.

Il paragone, tra le grandi città, ormai non va piu’ fatto sulla quantità delle “meraviglie” possedute, ma sulla capacità di “titillare i turisti” creando denari per preservarle nelle migliori condizioni per le generazioni future.

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Conversazioni su architettura e libertà Giancarlo De Carlo – Franco Buncuga Edizioni Elèuthera.


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Appena ripubblicato in una nuova edizione, questo è un libro straordinario.

È il racconto di una formazione umana, culturale, politica e architettonica. La storia di una vita dove tutti questi campi si sovrappongono e intersecano grazie alla volontà programmatica di pensarli come vasi comunicanti, narrata dalla viva voce del protagonista in un lungo colloquio.

Giancarlo De Carlo ha attraversato il XX secolo da testimone e protagonista. In mezzo c’è il bambino che scopre gli odori, i suoni e i colori del nord Africa come colone italiano, il giovane arruolato in marina nella Seconda Guerra Mondiale che matura lentamente l’anti fascismo, l’intellettuale che si confronta con il pensiero anarchico, l’architetto che conosce il Movimento Moderno e partecipa in seguito alla sua crisi.

La formula del colloquio rende il racconto leggero nella narrazione senza togliere mai nulla alla gravità degli argomenti.

Ci appassioniamo nello scoprire come andarono le cose nel momento di sciogliere i CIAM, ormai obsoleti custodi di un’ortodossia moderna che GDC rifiuta in nome di un pensiero moderno che contiene in sé stesso il germe della critica e del superamento delle posizioni dogmatiche; ci divertiamo al racconto incredibile di come un giovane architetto pieno di speranze e privo o quasi di possibilità economiche riesce ad ottenere un dipinto di Léger per la sala di una nave di cui sta progettando gli interni. Viviamo con GDC la disperazione per la distruzione dell’allestimento per la Triennale, lo sconforto per i progetti che non si compiono per l’incomprensione degli interlocutori, l’entusiasmo per la didattica a Venezia IUAV o al Laboratorio ILAUD vissuta quasi come una missione, lontana dalla corsa alla carriera accademica.

Incontriamo in compagnia della voce narrante personaggi fondamentali del Novecento:  Pagano, Vittorini, Calvino, Olivetti, Samonà, Van Eyck, gli Smithson,…

Soprattutto sentiamo raccontare l’infinita ricchezza di una pratica progettuale che non si piega mai all’ovvio, al banale, che rifiuta l’idea di un’architettura intesa come esercizio formale lontano dai bisogni e dalle necessità materiali e spirituali degli uomini che la abitano.

Il racconto dei progetti di Urbino, in continuo dialogo con la città e il suo territorio, con la storia del luogo e dei suoi protagonisti, testimonia una profondità di pensiero e una rara capacità di decifrare i luoghi e che confrontata a tanta mediocre superficialità dell’architettura corrente costituisce da sola una valida ragione per leggere queste pagine.

Le architetture di De Carlo sono difficili perché complesse: sono poco fotogeniche, comprensibili soltanto quando le viviamo concretamente. E se sono poco riuscite, GDC è il primo a riconoscerlo e a cercare le ragioni degli errori per ricominciare la propria ricerca.

Una recente visita ad Urbino mi ha permesso di verificare direttamente l’infinita ricchezza dei collegi del Colle, dove ogni dettaglio è disegnato per offrire generosamente spazi di incontro, concentrazione o riposo alla popolazione di una vera cittadina universitaria. Le sedi Universitarie in città celano pudicamente dietro la discrezione di muri in mattoni quasi muti una ricchezza di spazi e un lavoro sulla luce di intensità davvero rara.

Ora che la viva voce di GDC ci ha lasciato da qualche anno, che la rivista “Spazio e Società” da lui fondata e diretta ha chiuso i battenti da tempo e che parlare di partecipazione, di progettazione per tentativi e di architettura come ricerca appassionata di spazi per migliorare la vita degli uomini sono argomenti così lontani dal dibattito “alla moda”, la lettura di questo piccolo, grande libro, può trasformarsi davvero in una esperienza fondamentale. Non soltanto per gli “addetti ai lavori”.

Luigi Trentin

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Tognella / Gardella


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Ignazio Gardella, che nell’ultima parte della sua vita (novantaquatrenne) sembrava una dentiera che cammina: magro e consunto, aveva raggiunto quella “secchezza dell’anima” che solo i grandi esseri umani conquistano in senilità, come ben ci descrive James Hillmann nel suo libro “La forza del carattere”.

Gardella oggi, che si stanno completando i lavori di ristrutturazione della sua bellissima casa Tognella al Parco Sempione di Milano, probabilmente, nella sua arca funebre, si morderà in silenzio le ossa, per evitare di urlare.

La casa infatti risulta essere uno di quei restauri del moderno, molto, ma molto  discutibili, ad iniziare dal sopralzo/villula (Pastrufaziana che evoca il Gadda dela “Cognizione del dolore”), posto in copertura. Avvallato dagli enti competenti (Soprintendenza, Commissione per il Paesaggio) come una necessità impiantistico tecnologica, in realtà è una vera e propria addizione erculea architettonicamente avulsa dal progetto originario.

Fosse solo questo, ma all’occhio dell’osservatore attento le incongruenze sono parecchie: le tapparelle sono state realizzate con elementi dimensionalmente molto più grandi di quelle originali; lo stesso vale per le sezioni dei profili dei serramenti; le lattonerie  sono smaccatamente con angoli di apertura diversi; Il vetro cemento del blocco scale sembra non adeguato; le lampade dei balconi in rame avulse dall’architettura storica; le prolunghe in inox per mettere a norma i parapetti; la recinzione, un muro di nascondimento rispetto alla trasparenza voluta dal Gardella; gli intonaci rosati hanno l’effetto “nuvolato” pizzeria che non avevano nel progetto originale; ecc..

Insomma una vera e propria “porcata”, dove neanche il dibattito (sterile per capacità di incidere nella società milanese) promosso sul portale dell’Ordine degli Architetti di Milano, è servito a mitigare lo scempio. Scempio che non è solamente nell’entità volumetrico compositiva (con il sopralzo), ma soprattutto in quei “meravigliosi dettagli” minimali, dove certamente risiedeva Dio (e Mies Van der Rohe), di cui Ignazio Gardella era “Magister Artium” assoluto ed inarrivabile.

Un altro esempio di quello “Stile Milanese”, asciutto  lasciatoci dai Padri, che va alle ortiche in questi tristissimi anni bui (particolarmente bui a Milano) che conducono inevitabilmente, così facendo, ad un medioevo architettonico (senza la “M” maiuscola) milanese, prossimo venturo. Quello del dopo “fiasco” di Expo 2015.

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Sulla Città di Milano


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Incontri sulla città di Milano

UMBERTO CONTARELLO versus MASSIMO CACCIARI

Corso Garibaldi 27, Milano, 28 aprile 2014 ore 21,00

Umberto Contarello – Questo incontro è un regalo, lui padovano, ma residente a Roma, non era mai riuscito ad incontrare in un dibattito avente come tema la città di Milano, il suo amico Massimo Cacciari. Da parecchi anni, Contarello nutre un desiderio di fare un film su Milano. Dichiara che le sue sceneggiature, sono scritte in modo che amplifichino la fascinazione, la malia (fascino, incanto, forza di seduzione). Dichiara di avere una vera e propria malia per Milano, pur non conoscendo la città, quasi per nulla. Sarà venuto a Milano, non più di sette volte nella sua vita, sempre per periodi brevissimi. Non  conoscendo Milano, ha perö un ricordo preciso e nitido, che sta all’origine di questa malia. A otto anni  in una giornata di pioggia a Padova, umida come solo la pianura padana riesce ad offrire, tornando da scuola con il padre camminando sotto i portici, si fermo’ davanti ad un’edificio. Un albergo dal nome Grand Hotel Storione, che con le sue finestre strette e lunghe e la facciata rosa, si stagliava tra gli archi dei portici. Davanti all’Hotel, si fermo’ un taxi, da cui scesero delle hostess ed un pilota. Per Contarello, quell’immagine fu “ammaliante”. Il padre gli disse che quell’edificio che lui trovava bellissimo era di architettura moderna, progettato da un’architetto milanese, Gio’ Ponti. Gli disse anche che a Milano la modernità si esprimeva attraverso l’architettura. Lui ed il padre (sostiene Contarello), dicevano moderno ma intendevano futuro. Milano è la città del futuro. Secondo Contarello il manufatto moderno ha una sua singolare bellezza nel calcestruzzo. Milano è anche la città del calcestruzzo (il grattacielo Pirelli), una bellezza quasi originaria, pietra liquida senza tempo. A lui piccolo, l’Hotel di Gio’ Ponti sembrava un’astronave bellissima. Milano ancora oggi è una città che “resiste”, anche se il suo amico Cacciari sosterrà certamente che le città non esistono più. Milano ha una bellezza che deve ancora venire, una metafora di un’astronave, una metafora del futuro.

Massimo Cacciari – Le città non esistono più, la loro definizione corretta oggi sarebbe metropoli. Resta però il fatto che Milano è la metropoli italiana più europea, anche se il suo mito, rispetto agli anni sessanta del Novecento, è ormai decaduto. Pure il concetto di moderno, secondo Cacciari, etimologicamente non è futuro, dato che, anche se si intende equipararlo al contemporaneo, questo è continuamente superato. La città infinita, teorizzata da alcuni urbanisti non può esistere, come ben dimostrato dalla mostra di Cesare De Seta al Museo Correr a Venezia dal titolo “L’immagine della città europea”. , il concetto di città è “finito” entro le mura, a ridosso delle cinture ferroviarie. Oggi che tutte le città del mondo si stanno omologando, senza un disegno complessivo e specifico (forma urbis), seguendo invece regole economiche ed immobiliari, e progettate tutte dalle stesse archistar, forse Milano riesce ancora ad essere narrazione, racconto. Di certo Milano non è poesia come invece è Roma. Milano ha un tessuto urbano connettivo che è la musica della prosa, proprio per questo Milano non deve seguire il moderno, che è futuro ormai passato. La bellezza delle metropoli non sono i monumenti, le architetture, ma le idee che ci sono dentro: i luoghi della cultura, della comunicazione, le accoglienti piattaforme di transito. Sempre più spesso la funzionalità delle metropoli (Smart City), la loro facilità di uso, è “bellezza” che si ricerca oggi. Milano ha tutte le caratteristiche per mettere insieme una realtà come questa, in quanto Milano è prosaica (ha il tono, il carattere della prosa) e non è poetica. La bellezza attuale di Milano è quella di rifiutare il legame tra futuro e modernità. A Milano si vive, si lavora, ci si mette in discussione, e così facendo si crea una comunità non organica che è lo stato delle metropoli contemporanee. Milano ha una bellezza fatta di incontri, di comunicazione, di produzione nascosta, di provvisorietà.

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Tokyo Imagine


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Tokyo Imagine è per costruttoridifuturo.com, sicuramente il padiglione/evento, più riuscito di questa Milan Design Week 2014. Mentre l’anno scorso il Padiglione Visconti (via Tortona 58)  all’ex Ansaldo era occupato “malamente”, quest’anno invece è li che si è insediata la grande performace dei designer nipponici. Sotto la guida attenta di Kenji Kawasaki, con l’apporto di Katsumi Asaba, e del comitato esecutivo costituito da Toshiuki Kita e da Shigeru Sato, sono riusciti i giapponesi a fare di questo spazio, qualcosa di particolare in grado di presentare in maniera ottimale lo stato dell’arte del design contemporaneo dell’area metropolitana di Tokyo, tra elaborazione della tradizione ed applicazione di tecnologie innovative ai prodotti.

Qui il PDF che presenta Tokyo Imagine 

Assolutamente pregevole il lavoro dello show designer Kimi Hasegawa (Velveta Design) e della Visual Art Director Asami Kiiyokawa. Un lavoro di squadra che palesa immediatamente qualità ed estrema concretezza. Tokyo Imagine presenta la creatività e la sofisticata tecnologia della città di Tokyo applicate al design, all’arte, al fashion d’avanguardia, alla musica, alle arti mediali e al cibo.

Questa stessa mostra/evento sarà poi presentata anche in settembre al Tent London – http://www.tentlondon.co.uk/ (Regno Unito) ed al prestigioso Design Miami – http://www.designmiami.com/ (U.S.A.) a Dicembre 2014. Insomma un padiglione pregevole e da non perdere, soprattutto nella parte giochi/multimedia, assolutamente strepitosa.

http://youtu.be/Hvq2JGrtKBk

Tra i designer più “prestanti” di Tokyo Imagine, segnaliamo : Tetsu Kataoka, Ryu Kozeki, Jun Fujiki, Hayashi Atsuhiro, Eiko Kasahara, Hikaru Yamaguchi.

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