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Builders of the future

Autore

Dasir

Nutrire il cemento. Energie per la “fuffa”


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Il progetto Expo 2015 di Burdett, Herzog, Boeri, Petrini con cui si è vinta la manifestazione a Milano

Poco prima che Expo 2015 succeda, ecco il bel racconto di Stefano Boeri, che descrive (alla televisione della Svizzera Italiana), lo “scempio” che si è fatto dell’evento e del sito espositivo. Facendo delle proposte per “salvare il salvabile”. Un racconto “critico” ma reale, che è anche una riflessione sullo stato dell’arte della società milanese.

A COSI

Quanto si sta effettivamente realizzando, in totale spregio rispetto al progetto iniziale

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Tomoaki Uno


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http://www5b.biglobe.ne.jp/~arch-uno/

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Il senso del tempo


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Raccontare le ore trascorse nel grande Parco, che sta vicino a casa mia, di fatto è raccontare di un dinamismo in cui “tempo” e “movimento” sono un tutt’uno, a definire quello che noi umani chiamiamo  “paesaggio”. Parola ostica, che in alcune lingue nemmeno esiste.

Il lento, ma preciso, peregrinare nel grande corpo vegetale del Parco, per tutelarlo e proteggerlo (avvenga in bicicletta o a piedi), presuppone un movimento nel tempo, che di fatto mi conduce a frequentare spesso gli stessi luoghi, in periodi diversi dell’anno. Periodi in cui sole, vento, pioggia, temperatura, vita e morte, agiscono sui luoghi stessi, trasformandoli in maniera sempre diversa. Anche poche ore in tal senso, a volte, presuppongono una modificazione notevole, una “scena” diversa.

Nulla di grandioso e tantomeno di definitivo. L’esilità della posta in gioco, il tempo, fa del Parco un progetto tranquillo in cui animali e uomini, il più delle volte, trovano ristoro. Un progetto in continua evoluzione, come è inevitabilmente la vita, sempre uguale ma sempre diversa.

Come se la fragilità dell’obbiettivo, l’unione tra tempo e vita, presupponga la sua ineluttabile immaterialità. E’ come se nel Parco e nei suoi luoghi “in movimento”, si riflettesse tutta l’economia migliore di un sapere, un’applicazione esatta del principio di collaborazione paritetica con la natura.

La storia ci parla poco del tempo, del tempo che passa, della durata, del tempo che consente incontrando il suolo (il terreno fecondo), di fare nascere gli esseri viventi vegetali e con loro tutta la biosfera planetaria. Del tempo, che è anche morte ineludibile e democratica di ogni cosa, vivente e non, di questa parte di universo. La storia preferisce raccontarci le forme ed i gesti sociali eroici e grandiosi dell’uomo, e delle sue imponenti costruzioni, dei grandi architetti.

Eppure è qui, nel Parco, nello spazio del tempo, che secondo me si delineano chiaramente le questioni del futuro. La vita, come dovrebbe essere per la morte, esclude la nostalgia, in quanto è cosa certa che nessun passato ha futuro, se non il ricordo.

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Sulle tracce


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Essere sulle tracce di un “paesaggio” fisico, che è anche interiore, significa trovare nei luoghi una serie di appigli fisici e mentali, che siano in grado di restituirci questa dimensione paesaggistica familiare. E’ una ricerca paziente, lenta, che porta via tantissimo tempo, probabilmente tutta una vita.

Vivere da architetto, da pittore o da scultore è come vivere da infermiere, da operatore ecologico. Per la totalità degli esseri viventi, la vita è un enorme spreco di tempo. Dalla stragrande maggioranza delle proprie ore (spostarsi, pulirsi, attendere, dormire, ecc.) non si ricava assolutamente nulla. Il tempo trascorre e basta, verso la nostra ineluttabile morte, che è la norma per tutte le cose e le creature viventi contenute in questa parte di universo.

Viviamo quasi tutti in un grande agglomerato metropolitano planetario, collegato anche solo virtualmente in rete, che cambia il nome dei luoghi da noi frequentati, esclusivamente per darci la sensazione di essere identificati e localizzati. In Italia, c’è l’abitudine di spostarsi senza interruzione tra tre o quattro città, per lavorare, per risiedere, per divertirsi, per fare acquisti. Ci si muove freneticamente tra questi luoghi, come si fa tra le stanze di una casa. Velocemente ognuno di noi impara a non abitare spiritualmente in nessun luogo, per poter credere che si abita dappertutto.

In questa estate 2014, piovosa ed insolitamente fresca, trascorsa tra Lavin, Zernez e Zuoz, in Engadina, inseguendo le “tracce” dell’esistenza di Alberto Giacometti e di Giovanni Segantini, ho avuto la netta sensazione di aver trovato il mio paesaggio fisico ed interiore.

Il segreto, probabilmente la luce, la montagna, la buona architettura, l’ottimo cibo e soprattutto le persone, che hanno fatto di questa parte della valle, un luogo dove l’arte e la cultura hanno ancora un posto molto importante all’interno della società. Lo vedi trascritto nella natura saggiamente antropizzata, riverberarsi fino all’architettura, al paesaggio, ed alle cose più insignificanti prodotte dall’uomo in questi luoghi.

Quì una mappa dei luoghi

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Da Orto Botanico a Giardino della Biodiversità


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Padova, domenica 29 settembre – Cappella degli Scrovegni con affreschi di Giotto (la Cappella Sistina del medioevo, un capolavoro mondiale), parecchia gente nessuna coda . Tanto che anche senza prenotare si accedeva a questa meraviglia della pittura medioevale.

Padova, domenica 29 settembre – Orto Botanico dell’Università di Padova (un gioiellino rinascimentale del 1545, recentemente affiancato da un’avvenieristica serra didattica sulla biodiversità), coda di ore per entrare.

Qui le immagini dell’Orto Botanico

A Parigi, Barcellona, Londra, Amburgo, Lione, ecc. da anni sanno “valorizzare i contrasti”, amplificando le bellezze paesaggistiche, le opere d’arte e dell’ingegno umano, le “memorie” ed i ruderi del passato, affiancandole di “oggetti architettonici” in grado di condurle con sapienza nel futuro. Quì in Italia sono rari gli esempi, come all’Orto Botanico di Padova, dove passato e futuro entrano in sinergia, amplificando le potenzialità turistiche e culturali di siti già eccellenti.

Quì una mappa di Padova con alcuni luoghi 

Si possono avere tutti i reperti e le bellezze del mondo, ma se non le si sa valorizzare, affiancandole con dei “contrasti” intelligenti (frutto di un progetto manageriale attento a gestire un sapiente equilibrio tra investimenti e proventi) che le proiettano nel futuro…….non si va da nessuna parte. Soprattutto poi bisogna avere un quadro economico per poterle adeguatamente mantenere ed aggiornare.

Il paragone, tra le grandi città, ormai non va piu’ fatto sulla quantità delle “meraviglie” possedute, ma sulla capacità di “titillare i turisti” creando denari per preservarle nelle migliori condizioni per le generazioni future.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Conversazioni su architettura e libertà Giancarlo De Carlo – Franco Buncuga Edizioni Elèuthera.


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Appena ripubblicato in una nuova edizione, questo è un libro straordinario.

È il racconto di una formazione umana, culturale, politica e architettonica. La storia di una vita dove tutti questi campi si sovrappongono e intersecano grazie alla volontà programmatica di pensarli come vasi comunicanti, narrata dalla viva voce del protagonista in un lungo colloquio.

Giancarlo De Carlo ha attraversato il XX secolo da testimone e protagonista. In mezzo c’è il bambino che scopre gli odori, i suoni e i colori del nord Africa come colone italiano, il giovane arruolato in marina nella Seconda Guerra Mondiale che matura lentamente l’anti fascismo, l’intellettuale che si confronta con il pensiero anarchico, l’architetto che conosce il Movimento Moderno e partecipa in seguito alla sua crisi.

La formula del colloquio rende il racconto leggero nella narrazione senza togliere mai nulla alla gravità degli argomenti.

Ci appassioniamo nello scoprire come andarono le cose nel momento di sciogliere i CIAM, ormai obsoleti custodi di un’ortodossia moderna che GDC rifiuta in nome di un pensiero moderno che contiene in sé stesso il germe della critica e del superamento delle posizioni dogmatiche; ci divertiamo al racconto incredibile di come un giovane architetto pieno di speranze e privo o quasi di possibilità economiche riesce ad ottenere un dipinto di Léger per la sala di una nave di cui sta progettando gli interni. Viviamo con GDC la disperazione per la distruzione dell’allestimento per la Triennale, lo sconforto per i progetti che non si compiono per l’incomprensione degli interlocutori, l’entusiasmo per la didattica a Venezia IUAV o al Laboratorio ILAUD vissuta quasi come una missione, lontana dalla corsa alla carriera accademica.

Incontriamo in compagnia della voce narrante personaggi fondamentali del Novecento:  Pagano, Vittorini, Calvino, Olivetti, Samonà, Van Eyck, gli Smithson,…

Soprattutto sentiamo raccontare l’infinita ricchezza di una pratica progettuale che non si piega mai all’ovvio, al banale, che rifiuta l’idea di un’architettura intesa come esercizio formale lontano dai bisogni e dalle necessità materiali e spirituali degli uomini che la abitano.

Il racconto dei progetti di Urbino, in continuo dialogo con la città e il suo territorio, con la storia del luogo e dei suoi protagonisti, testimonia una profondità di pensiero e una rara capacità di decifrare i luoghi e che confrontata a tanta mediocre superficialità dell’architettura corrente costituisce da sola una valida ragione per leggere queste pagine.

Le architetture di De Carlo sono difficili perché complesse: sono poco fotogeniche, comprensibili soltanto quando le viviamo concretamente. E se sono poco riuscite, GDC è il primo a riconoscerlo e a cercare le ragioni degli errori per ricominciare la propria ricerca.

Una recente visita ad Urbino mi ha permesso di verificare direttamente l’infinita ricchezza dei collegi del Colle, dove ogni dettaglio è disegnato per offrire generosamente spazi di incontro, concentrazione o riposo alla popolazione di una vera cittadina universitaria. Le sedi Universitarie in città celano pudicamente dietro la discrezione di muri in mattoni quasi muti una ricchezza di spazi e un lavoro sulla luce di intensità davvero rara.

Ora che la viva voce di GDC ci ha lasciato da qualche anno, che la rivista “Spazio e Società” da lui fondata e diretta ha chiuso i battenti da tempo e che parlare di partecipazione, di progettazione per tentativi e di architettura come ricerca appassionata di spazi per migliorare la vita degli uomini sono argomenti così lontani dal dibattito “alla moda”, la lettura di questo piccolo, grande libro, può trasformarsi davvero in una esperienza fondamentale. Non soltanto per gli “addetti ai lavori”.

Luigi Trentin

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Lubenice


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Di solito, quando si fa riferimento al paesaggio, si intende comunemente parlare di tutto ciò che sta collocato sulla superficie terrestre (ed anche del suolo stesso). Di solito, con il termine paesaggio, si intendono gli spazi dove l’uomo vive, antropizzati all’abbisogna. Però, solo raramente il mare, l’oceano (che coprono il 75% della superficie terrestre), vengono intesi quale paesaggio; di solito vi partecipano quale sfondo, o ci si limita alle coste. Lo stesso succede per il cielo, l’aria trasparente che tutto avvolge. In realtà il paesaggio è la biosfera, la massa biologica e chimico-fisica del pianeta Terra nel suo insieme, in cui noi umani siamo irrimediabilmente immersi.

Siamo animali primitivi, rozzi, e se mai si potrà costruire un mondo migliore più coerente con la biosfera, questo lo si avrà a partire da una considerazione globale del paesaggio planetario. Ed un suo controllo potrà avvenire solamente con una diversa concezione di uso del tempo, nel silenzio controllato della musica, e non nella frenesia e nel rumore.

Perchè il paesaggio è innanzitutto silenzio : conquista ed ascolto della musica “silenziosa” di fondo che anima tutte le cose viventi e non. Un cuore che ritmicamente batte, una pianta che lentamente cresce, un battito di ali, il sibilo del vento, l’acqua che si infrange sulla costa. ecc..

Ecco che un’isola, stretta e lunga, di acqua, pietra, con una consistente massa biologica, può diventare l’oggetto di una riflessione sul paesaggio, a partire da un piccolo paese arroccato sulla sua cima più alta.

Un paese, Lubenice, in cima ad un costone roccioso, in dominanza del mare e dell’isola di Cherso. Un paese, dove il vento ed il clima rigido invernale, e l’arsura estiva, hanno ri-modellato la tipica architettura mediterranea, di chiara impostazione veneziana, in un’architettura sintetica (quasi un proto-razionalismo), fatta di finestre piccole, quadrate o rettangolari, volumi essenziali con sporti di gronda ridotti al minimo, intonaci grigi omogenei (che ricoprono i muri di sasso). Quì Perret o Loos avrebbero trovato le matrici delle loro poetiche.

Quì il tempo, le necessità microclimatiche e le disponibilità di materiali, hanno generato e modellato un paesaggio architettonico unico, che è la sintesi estrema del Paesaggio più ampio, della biosfera, che si stende all’orizzonte. Quì l’uomo si è ritagliato uno spazio paesaggistico bellissimo per vivere.

Quì il silenzio si è fatto Paesaggio.

Qui una mappa delle isole di Cherso e Lussino con individuati i luoghi visitati

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Fosco


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Nel Paese dove lavoro, lungo Corsobello, c’è una anziana signora, che vende libri usati, oppure li colleziona per gli avventori, questo bene non si sa. Durante la mia ultima visita, in compagnia di un mio collega di lavoro, letteralmente “scavando” tra i libri usati, mi è capitato tra le mani un volumetto delizioso. Il titolo era accattivante “Segreto Tibet” e l’autore ancora più stimolante. Infatti Fosco Maraini (1912 – 2004), lo conoscevo bene: etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta italiano, nonchè padre di quella Dacia Maraini che tanto ha dato (e sta dando) alla letteratura italiana. Ha avuto una lunga ed avventurosa vita, costellata di viaggi.

Per pochi franchi, tre, me ne sono impossessato di questa stupenda terza edizione (Edizione “Leonardo da Vinci Editrice” – Bari, 1959). Si tratta di un libro di etnologia, ma soprattutto è un racconto di viaggio, fatto dei percorsi, anche culturali, per arrivare nel Tibet (viaggi fatti nel 1937 e 1948) e soggiornarvi a scopo di studio. Magicamente il racconto del viaggio e degli incontri, si intrecciano con il “lunare” paesaggio tibetano. Il libro è corredato da bellissime foto in bianco e nero, eseguite dall’autore: fatte di volti, paesaggi, architetture. L’ho letto tutto d’un fiato, in un week-end, come precipitato in un meraviglioso oceano d’acqua, in una macchina del tempo che mi ha fatto rivivere quegli anni e soprattutto quei viaggi.

Scrive Fosco Maraini : “Per dare una idea generica del Tibet, dirò che è costituito da valli simili alle valli delle Alpi; gli stessi fianchi altissimi delle montagne salgono verso il cielo, gli stessi boschi di abeti, di larici, di pini ricoprono i pendii, ci sono gli stessi pascoli fioriti, le stesse creste rocciose nel sole, gli stessi torrenti. Eppure c’è anche qualcosa di diverso che si scopre piano piano conoscendo meglio i luoghi. Forse sarà la latitudine (siamo a livello col Fezzan – ndr. Regione della Libia), quando c’è sereno v’è molta più luce che nelle Alpi, più fuoco nell’aria. Del resto tutto è più grandioso e primitivo; i boschi sono piuttosto foreste primordiali come l’Europa doveva conoscerne nel Magdaleniano, i torrenti precipitano portando acque selvagge in corse fragorose e roteanti; non solo, ma i silenzi, le distanze, le altezze, tutto appare d’una scala eroica.”.

E ancora : ” Due cose colpiscono con vivezza quasi paurosa (e non le dimenticherò mai): la voce profonda, da caverna, intratellurica, con cui il lama legge le invocazioni agli dèi terrifici, e la danza delle mani nelle posture mistiche a seconda delle divinità chiamate. Mani che divengono serpenti; mani come corpo di ballo. Il resto dell’uomo giace dimenticato, assente , nel buio. Mani vive di vita loro al centro di un Tibet immenso e deserto: infinito come lo spazio e profondo come la giungla.”

Qui una mappa con le località attraversate da Fosco Maraini in Tibet

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Tognella / Gardella


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Ignazio Gardella, che nell’ultima parte della sua vita (novantaquatrenne) sembrava una dentiera che cammina: magro e consunto, aveva raggiunto quella “secchezza dell’anima” che solo i grandi esseri umani conquistano in senilità, come ben ci descrive James Hillmann nel suo libro “La forza del carattere”.

Gardella oggi, che si stanno completando i lavori di ristrutturazione della sua bellissima casa Tognella al Parco Sempione di Milano, probabilmente, nella sua arca funebre, si morderà in silenzio le ossa, per evitare di urlare.

La casa infatti risulta essere uno di quei restauri del moderno, molto, ma molto  discutibili, ad iniziare dal sopralzo/villula (Pastrufaziana che evoca il Gadda dela “Cognizione del dolore”), posto in copertura. Avvallato dagli enti competenti (Soprintendenza, Commissione per il Paesaggio) come una necessità impiantistico tecnologica, in realtà è una vera e propria addizione erculea architettonicamente avulsa dal progetto originario.

Fosse solo questo, ma all’occhio dell’osservatore attento le incongruenze sono parecchie: le tapparelle sono state realizzate con elementi dimensionalmente molto più grandi di quelle originali; lo stesso vale per le sezioni dei profili dei serramenti; le lattonerie  sono smaccatamente con angoli di apertura diversi; Il vetro cemento del blocco scale sembra non adeguato; le lampade dei balconi in rame avulse dall’architettura storica; le prolunghe in inox per mettere a norma i parapetti; la recinzione, un muro di nascondimento rispetto alla trasparenza voluta dal Gardella; gli intonaci rosati hanno l’effetto “nuvolato” pizzeria che non avevano nel progetto originale; ecc..

Insomma una vera e propria “porcata”, dove neanche il dibattito (sterile per capacità di incidere nella società milanese) promosso sul portale dell’Ordine degli Architetti di Milano, è servito a mitigare lo scempio. Scempio che non è solamente nell’entità volumetrico compositiva (con il sopralzo), ma soprattutto in quei “meravigliosi dettagli” minimali, dove certamente risiedeva Dio (e Mies Van der Rohe), di cui Ignazio Gardella era “Magister Artium” assoluto ed inarrivabile.

Un altro esempio di quello “Stile Milanese”, asciutto  lasciatoci dai Padri, che va alle ortiche in questi tristissimi anni bui (particolarmente bui a Milano) che conducono inevitabilmente, così facendo, ad un medioevo architettonico (senza la “M” maiuscola) milanese, prossimo venturo. Quello del dopo “fiasco” di Expo 2015.

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