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Builders of the future

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Cultura

Camera con vista


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Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca, d’inverno, con la sola giacca addosso, dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi con frasi in madrelingua. Nella tazza si raffredda il caffè. Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij – Strofe veneziane VIII (1982)

Gli edifici, sono quasi sempre considerati degli “oggetti particolari”, frutto della moda e per questo stravaganti; o che comunque devono sempre affermarsi nell’immaginario collettivo per la loro particolarità architettonica. Invece si tratta di elementi ricavati dagli uomini, modificando, per sempre,  la materia estratta dal Pianeta Terra. Sono gli “involucri” indispensabili alla sopravvivenza della specie umana, al cui interno, o nel loro esterno, si realizza quel “microclima”  (fisico, termico e psichico) indispensabile affinchè le funzioni umane biologiche e/o artificiali, possano svolgersi nella miniera migliore possibile. Sono la rappresentazione (e la testimonianza) di come noi, specie umana, adattiamo il “paesaggio naturale” del Pianeta alle nostre esclusive esigenze. Modificandolo per sempre, tanto che dopo il nostro passaggio non si può più parlare di “paesaggio naturale”.

In questo senso, gli edifici, ed il paesaggio che ne conseguono per sommatoria, sono elementi “tangibili” a cui i nostri corpi ed i nostri sistemi neurologici, sono intimamente ed indissolubilmente interconnessi.

Così scrive, in sintesi, Harry Francis Mallgrave nel bellissimo libro “L’empatia degli spazi” (2013) : portando avanti un discorso di interpretazione multidisciplinare della percezione dell’architettura e dello spazio, nato probabilmente con Heinrich Wolfflin (Psicologia dell’architettura, 1898) e continuato con l’antropologo Edward T. Hall (La dimensione nascosta, 1966).

Il nostro corpo, collezionando esperienze “sul campo”, attraverso i sensi, ma non solo, ci insegna a percepire le forme estetiche tridimensionali : una città, un edificio, un interno, un elemento di arredo. La nostra mente, il nostro corpo, l’ambiente che ci circonda e la cultura, durante il percorso continuo di apprendimento (che dura tutta la vita), si interconnettono tra loro a diversi livelli, facendo nascere in noi una capacità multisensoriale e psichica di percepire lo spazio. Oggi le neuroscienze consentono di “leggere” in maniera diversa l’architettura ed anche la sua storia.

Il corpo crea innanzitutto per sè, per soddisfare la propria esigenza di bellezza, ma anche per chi verrà dopo di noi. Sempre con una finalità di procurare piacere e soddisfazione, nonchè testimonianza del transito terrestre. Senza dimenticare gli aspetti emozionali ed affettivi, che inevitabilmente connotano, ogni modalità di relazione sensoriale e motoria con il mondo fisico costruito.

Il corpo, ci evidenzia infine Mallgrave, ritorna ad essere l’epicentro della cultura architettonica; il fondamento stesso dell’esistenza dell’architettura. Il tutto genera ovviamente una nuova attenzione, una “cura”, per coloro che stanno negli intorni (dentro o fuori), degli edifici che progettiamo, che costruiamo.

Ecco quindi, che una “camera con vista”, contenuta  in quello che fu un edificio eccellente di Venezia, diventa un “osservatorio empatico” sulla citta’ lagunare e sulla sua architettura. Il clima invernale umido e freddo che titilla la resistenza dei corpi umani, la bellezza degli affascinanti esterni architettonici della Giudecca, la rumorosità concitata dell’omonimo canale, l’esperienza olfattiva di una realtà culinaria importante, il contrasto con degli interni mediocri figli dell’international style, ecc. : diventano le scenografie di un’empatia architettonica multi sensoriale.

Se esiste una spazialità, figlia delle neuroscienze e percepibile con tutto il corpo (nel suo insieme piu omnicomprensivo), qui a Venezia e soprattutto nei sui dintorni periferici, se ne ha la più alta consapevolezza.

L’isola della Giudecca, quella di San Giorgio, Murano, Torcello, ecc. costituiscono un “panorama” entro cui sperimentare al meglio quanto sostenuto da Harry Francis  Mallgrave. Dato che da questi luoghi, più che dal centro,  nasce da sempre la “potenza” culturale, economica, sociale della citta’ lagunare.  L’apice lo si conquista con l’isola di San Michele, dove natura, morte ed artificio architettonico, convivono splendidamente in una decrepita stratificazione spaziale; i corpi dei vivi vanno all’isola dei morti, quasi esclusivamente per acquisire un’esperienza empatica spaziale (tra passato e futuro), girovagando tra le tombe di Stravinskij, Brodskij, Nono, Vedova, Pound, ecc..

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

 

Comunità Italia


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Il 29 dicembre 2015, durante la sospensione del traffico automobilistico (10,00/16,00), causa il superamento per parecchi giorni della soglia di 50 microgrammi per metro cubo di micropolveri sottili, un viaggio in bicicletta da Sesto San Giovanni alla Triennale di Milano, per vedere la mostra “Comunità Italia”. Uno striscio urbanistico ed architettonico, pedalando nella “Città che sale”, assurta agli onori della cronaca per il successo di Expo 2015, ed oggi “caduta” nelle micropolveri sottili; fatto che evidenzia tutte le contraddizioni e la mancanza di programmazione amministrativa e politica dell’inesistente Città Metropolitana di Milano di cui l’urbanistica e l’architettura ne sono state degne “compagne di merende”.

L’andare in bicicletta, senza l’assillo di stare attenti agli autoveicoli, consente di dedicarsi completamente alla contemplazione della città ed alle sue architetture. Dalla periferia Sestese, disegnata solo qua e là, ma ricca di cacofonie architettoniche ed urbanistiche, alla città di Milano Ottocentesca caratterizzata dal meraviglioso disegno urbano dell’Asse del Sempione (vero e proprio tracciato paesaggistico).  In mezzo un tessuto misto, spesso compresso dalle infrastrutture : ferrovie, autostrade, fiumi regimentati, ecc..

Una MAPPA del cicloviaggiohttp://bit.ly/1MFaw4q

La mostra Comunità Italia intende raccontare la vicenda dell’architettura italiana della seconda parte Novecento, dal Secondo Dopoguerra agli anni Duemila. In particolare viene messa in evidenza la grande varietà linguistica (non rintracciabile in altri paesi) del “caso architettonico” italiano. La mostra tratta anche dei profondi legami che l’architettura italiana ha intrattenuto con questioni, ed aspetti legati al territorio, al paesaggio, ed a discipline come l’urbanistica, che solo nella testa degli “urbanisti” è inscindibile dall’architettura. Il tutto a testimonianza di una vicenda complessa, articolata ed unica che in alcuni periodi storici ha fortemente influenzato la cultura architettonica europea e di altre parti del mondo.

Se il disegno, quale massima espressione dell’architettura accompagna l’intera esposizione, la parte centrale è prettamente caratterizzata da una sorta di immaginifico (ed ideale) paesaggio urbano, composto da modelli di edifici e di quartieri, realizzati dai migliori architetti dal 1945 al Duemila. Una grande testimonianza della fertile vena creativa della disciplina, e di come spesso l’architettura  italiana di qualità è stata (ed è ancora), una sommatoria di edifici non realizzati, rimasti sulla carta e nei modelli.

Commovente la “grande sala” che accoglie decine di carnet de voyage, che testimoniano l’instancabile ricerca nell’ambito dell’architettura degli architetti italiani e la lunga tradizione in merito. Spesso, però si tratta  sicuramente di improbabili quaderni realizzati ex post, graficamente inguardabili (Semerani e Rota), altre volte dei “gioiellini” da ammirare e studiare (Rossi e Aymonino).

I curatori, Ferlenga Alberto in testa, sono riusciti a restituire molto bene il mestiere del “fare architettura” in Italia in quegli anni, dove il disegno predominava su tutto, ed il modello (o plastico che dir si voglia) era solo un atto di verifica finale di quanto progettato sulla carta.

Tornando a casa (sempre in bicicletta) ed attraversando volutamente il nuovo centro direzionale e residenziale Garibaldi / Porta Nuova / Repubblica, balza immediatamente agli occhi un panorama architettonico ed urbanistico che non ha nulla a che vedere con gli “anni gloriosi” descritti nella mostra bellissima della Triennale. Di italiano c’è poco; molto poco. L’urbanistica e l’architettura dell’International Style, firmata soprattutto da “griffe internazionali”, predominano su tutto ed inebriano le masse turistiche con il nasino all’insù. Unica eccezione il tristissimo teorema Boeriano : “la verzura fa bella qualsiasi architettura”, che minaccia una “folle ridda” di boschi verticali, venduta come se fosse la panacea di tutti i mali, sia per l’architettura che per l’inquinamento.

Che sia forse, la “verzurizzazione” la morte definitiva dell’architettura e dell’urbanistica italiana ?

Quì sotto un link con le foto del cicloviaggio

https://it.pinterest.com/dariosironi/sesto-triennale-andata-e-ritorno/

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Tangibile / Intangibile


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Mentre il “Gran camminatore” di Alberto Giacometti, osserva, nel suo dinamismo immobile, il lago di Lugano, dall’alto (ed all’interno) del LAC, il bel centro culturale progettato da Ivano Gianola, decine di piccoli motori elettrici, rendono tangibile il trascorrere del tempo, nella loro individuale asincronia poco architettonica. Installazione “site specific”, di una precisione geometrica rigorosissima,  realizzata dall’artista svizzero Zimoun.

Sempre all’interno del LAC, ma sottoterra, lo spazio architettonico sembra assumere una dimensione insolita ed improbabile, forme intangibili di luce (nel buio) volute da Antony Mc Call, materializzate da improbabili nebulizzazioni “impalpabili”.

Tra questi due opposti tangibili/intangibili, contenuti in una “rigorosa” architettura, una esposizione tradizionale sui riferimenti culturali dell’orizzonte artistico del Ticino (tra metà Ottocento e metà Novecento).

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Semplice ma bello


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Expo 2015, Padiglione del Bahrain

Dopo lunghe, e gratuite, peregrinazione in Expo 2015, se si dovesse scegliere il padiglione “più bello”, certamente bisognerebbe cercare di “surfare” tra una cacofonia di immagini architettoniche ridondanti, per non dire pacchiane, banali e soprattutto già viste.

Tra questa “folle ridda di architetture” emerge per la sua rigorosa semplicità e per il percorso museale scarno e semplice, il Padiglione del Bahrain.

Il padiglione, progettato dall’architetto olandese Anne Holtrop e dalla paesaggista svizzero/olandese Anouk Vogel, è concepito come un continuum paesaggistico di meravigliosi ed intimi frutteti (10 giardini dell’Eden) che si intersecano in una serie di spazi espositivi chiusi. Il Padiglione è tutto costruito in pannelli prefabbricati in calcestruzzo bianco. Il Padiglione verrà trasferito in Bahrain alla fine di Expo Milano 2015 e sarà ricostruito, trasformandosi in un giardino botanico aperto al pubblico. I componenti prefabbricati, volutamente visibili, sono come attraversati da ancestrali “disegni”, da “cuciture”, da “piccoli canali”, che idealmente li collegano l’uno all’altro.

Il “centro” del Padiglione, rende omaggio ad un ricco patrimonio storico ed archeologico e presenta, pochi ma selezionati manufatti storici, risalenti a migliaia di anni fa, ognuno dei quali legato alle tradizioni agrarie e alle leggende  che circondano il Bahrain, desertico ma ricco d’acque sotterranee, ed in particolare l’antica Cultura di Dilmun.

https://it.wikipedia.org/wiki/Cultura_Dilmun

Qui non troverete grandi folle e lunghe code, ma soltanto la semplicità della “grande architettura”, ed un percorso museale con un racconto chiaro e semplice. La sera, tenui luci aggiungono fascino e mistero alle forme architettoniche che si confrontano con la natura. Niente a che vedere con le “strombazzature luminose” degli altri padiglioni.

http://bahrainpavilion2015.com/it

Tra tante architetture “scrause”, degne di essere cancellate per sempre dopo appena sei mesi (la durata di expo 2015), questo piccolo padiglione (circa 2.000 metri quadrati), si offre come un’isola felice in cui ritrovare il vero senso dell’architettura, in grado di resistere al tempo.

Qui sotto il link ad alcune immagini del Padiglione del Bahrein

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Zuppiere sonore


Clinamen v 2 . è un’installazione collocata nell’atrio del Centre Pompidou a Metz. L’artista che l’ha realizzata è Cèleste Boursier-Mougenot (1961, Nizza).

Si presenta come una piscina azzurra circolare (inscritta su un basamento di forma sempre circolare che funge da perimetro/seduta), piena d’acqua per circa 30 centimetri, sulla cui superficie galleggiano numerose zuppiere bianche di porcellana, che dolcemente cozzano tra loro, emettendo un delizioso tintinnio, grazie al lento movimento del liquido.

Così facendo si ricrea nell’enorme atrio dell’edificio progettato da Shigeru-Bahn (http://www.shigerubanarchitects.com/works.html) un paesaggio visuale e sonoro molto coinvolgente ed accogliente.

http://www.centrepompidou-metz.fr/

La semplicità apparente dell’installazione è inversamente proporzionale al fascino che essa esercita sugli spettatori. In realtà si tratta di una macchina sonora complessa che l’autore può configurare in diverse maniere aumentando o diminuendo le “zuppiere” in movimento, riempiendole più o meno di liquido, o modificando i vortici che agitano l’acqua.

La temperatura dell’acqua, mantenuta attorno ai 30 gradi centigradi, favorisce l’emissione sonora e la risonanza. La persistenza del suono, fa si che gli spettatori si astraggano dal tema dell’installazione, per concentrarsi esclusivamente sull’emissione sonora.

Il tempo sembra come rallentare, per un attimo; per ogni spettatore, perdere un po di tempo a godere del concertino, pare essere una cosa buona e giusta.

Oltre ad essere un compositore, Céleste Boursier-Mougenot è noto soprattutto per le sue opere ambientali, vere e proprie installazioni sonore, come nel caso di Rêvolutions, l’opera con cui, nel 2015, rappresenta la Francia alla cinquantaseiesima esposizione internazionale d’arte contemporanea della Biennale di Venezia.

Quì sotto il link ad alcune immagini dei luoghi

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27 AGOSTO 1965


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Arrivò al Cabanon il suo rifugio sul mare a Cap Martin.

Rebutato lo aspettava in fondo al giardino: cercò subito di metterlo a sua agio (anche se lo vide in condizioni che lo preoccuparono molto : il viso tirato e gli occhi allucinati, l’abito sgualcito e sporco di polvere) non parlando e non chiedendo.

La discrezione con cui questi due contadini di origine italiana, Rebutato e la moglie (che gestivano l’Étoile de Mer, il campeggio vicino al Cabanon), accoglievano e circondavano la sua presenza era da antologia, da racconto edificante.

Appena fu di nuovo a contatto con la realtà della sua vita quotidiana (estiva), il Maestro parve ritrovare tono ed elasticità nei suoi movimenti, insieme alle sue capacità eccezionalmente vivaci di vedere, di seguire, di controllare, di pensare, di immaginare mille cose diverse……………………….

Prima di tuffarsi (come era in uso fare da sempre, ogni giorno), fece un gesto che gli era abituale: raccolse nel palmo delle mani un poco d’acqua e si deterse gli occhi: era un atto quasi sacro che aveva imparato da Pierre (suo cugino Jeanneret) quando, insieme, in estate, fanciulli, andavano al mare.

Si tuffò, quasi con dolcezza. Quasi senza infrangere la superficie delle acque che si richiusero subito sopra di lui. E il Nulla riempì il vuoto e divenne Tutto.

E lo splendore del cristallo si fece universale splendore. Nel cielo, nell’alta ora meridiana, fu silenzio per circa mezz’ora.

(Carlo Bassi “La morte di Le Corbusier” – romanzo non romanzo – Jaca Book, 1992)

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

La “funzione ibrida” e complessa


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L’ingresso del Labirinto della Masone

Ho conosciuto, ed apprezzato Franco Maria Ricci molti anni fa quando a Milano si occupava della rivista FMR (acquisita nel 1994 dal Gruppo Art’è). Oggi che è diventato anche un “progettista di architettura e paesaggi”, mi è sembrato giusto andare a vedere ciò che aveva combinato a Fontanellato (Parma), dove da anni , nella sua tenuta di campagna, insieme agli architetti Pier Carlo Bontempi e Davide Dutto, si era ritirato a realizzare un “Parco culturale”.

Fontanellato, per me è sempre stata, fin da piccolo quando mi ci portavano i miei genitori passando per andare a trovare i parenti (mia nonna paterna Italina era di Fornovo Val di Taro), la Rocca Sanvitale, con la sua “camera ottica”, gli affreschi del Parmigianino e gli angiolotti cicciottelli. Ma soprattutto l’immancabile “Torta fritta” (o gnocco fritto, che dir si voglia) con il Culatello di Zibello ed il burro.

Il Labirinto della Masone è a sud di Fontanellato a circa 5 chilometri; perso nella bellissima campagna parmigiana, dove l’agricoltura ancora, segna con prepotenza il paesaggio.

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La campagna circostante vista dalla Torre di Osservazione del Labirinto della Masone

Quì il Ricci ha voluto creare un epicentro culturale, la sua Fondazione, ma soprattutto una di quelle “funzioni ibride” e complesse, che stanno alla base dello stimolare l’interesse per i luoghi, da parte degli esseri umani. All’ingresso del Labirinto c’è un bar/ristorante e un bookshop dove, oltre a libri e gadget, forse in futuro si potranno acquistare Culatello e Parmigiano Reggiano, di certo per ora le informazioni sul bambù (tipologie, caratteristiche, ecc.) dei numerosi giovani guardiani del Labirinto sono scarse. Al piano superiore si sviluppa la galleria-museo dove Ricci ha sistemato la sua collezione di 450 opere tra sculture e quadri, la maggior parte risalenti al Settecento e al primo Impero, busti e ritratti soprattutto. E quasi tutti i volumi di Giambattista Bodoni che Ricci ristampò in un formato raffinatissimo nel 1963. C’è anche spazio per mostre temporanee, oggi dedicate ad Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi, con il titolo “Arte e Follia”.

Quì sotto il link ad una mappa dei luoghi

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kAY9oLV7Cuss&usp=sharing

E poi, soprattutto, c’è il Labirinto di Bambù, uno spettacolo in cui perdersi, con oltre 20 tipologie diverse di piante, con al centro una grande piazza porticata con : suite, sale per eventi, una cappella piramidale.

Il tutto in mattoni “faccia a vista”, rigorosamente fatti a mano. Il “Parco Culturale” ha aperto il 29 di maggio 2015.

Quì sotto il link ad alcune immagini del sopralluogo effettuato

Che dire, nel nulla, un privato fa un investimento considerevole, probabilmente discutibile dal punto di vista dell’architettura (sembra troppo legata ad una rivisitazione storica che ricorda tanto il Post-Modern – http://it.wikipedia.org/wiki/Architettura_postmoderna), non certamente per la “funzione ibrida” e complessa che si è voluta insediare. Ormai le funzioni tradizionali “canoniche” : residenza, alberghi, terziario, ristoranti, commercio, ecc., sono morte, bisogna guardare ad altro e Ricci (che ha un grande fiuto imprenditoriale) è certamente sulla strada giusta. In un sabato anonimo di un giugno tra i più caldi e torridi a memoria umana (36 gradi in loco, 55% di umidità), la presenza di visitatori era consistente, nonostante il costo del biglietto abbastanza alto (18 euro a persona). Probabilmente nelle “funzioni ibride” e complesse sta anche il rilancio dell’edilizia e del turismo italiano, attraverso la valorizzazione del paesaggio e dell’architettura esistente e nuova. Basta avere le idee giuste.

Architettura, arte dei giardini, attività museali, bibliofilia, cultura, editoria, enogastronomia, ecc. quì a Masone si fondono a rappresentare (ed elevare) un paesaggio eccellente quale è quello parmigiano. La scommessa sarà vinta se, una volta passata la novità, tale luogo saprà continuamente rinnovarsi e generare attrattività ed interesse.

http://www.labirintodifrancomariaricci.it/

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Serial Classic


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Pannello argentato del Podium

«Siamo convinti che la cultura sia profondamente utile e necessaria. Oltre che coinvolgente e attrattiva. Deve arricchire la nostra vita quotidiana, aiutarci a capire i cambiamenti che avvengono in noi e nel mondo», dichiarano alla Fondazione Prada. Ed in effetti da una settimana in Largo Isarco 2 a Milano (al di là dei Binari dello Scalo Lodi) una ex distilleria, “manomessa” con sapienza dallo Studio OMA, si è trasformata in un epicentro della cultura internazionale (frequentatissimo). Costi e conti economici probabilmente “indicibili” per l’intervento, in corso da lustri.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kVUUNAUP5ldg

Dieci edifici, restaurati e proiettati nel futuro dal gruppo di architetti olandesi capitanati da quel “satanasso” di Rem Koolhaas (Remo Kollasso), contenenti altrettante mostre (19.000 i metri quadrati di cui 11.000 per esposizioni) si mostrano al pubblico per 10 euro.

Oro (18 carati in foglia) ed argento (800 o alluminio?), costosissimo tavertino iraniano, specchi ed intonaci……vecchi gelsi, un fico, un tiglio, una grande cisterna, una torre ancora in costruzione, titillano il fruitore di questo spazio (con tante occasioni di sosta sia all’interno che all’esterno), oltre al bar (Bar Luce in stile milanese taroccato di Wes Anderson), al cinema, al podium alla biblioteca, agli spazi bimbi, ecc.; inoltre al di là della strada, è utilizzabile anche un comodo parcheggio gratuito. Materiali vecchi e nuovi, architetture antiche e modernissime: si confrontano, si fondono, si ibridano.

Poi ci sono le mostre con installazioni di : Roman Polanski, Robert Gober (quello della Madonna del Schaulager a Basilea), Damien Hirst, Lucio Fontana, ecc., che qui, in un’area industriale dismessa, come succede da decenni in Europa ci “stanno da Dio”.

Vera e propria “chicca” è la mostra curata da Salvatore Settis, Anna Anguissola e Lucia Franchi Vicerè, “Serial Classic”, dove si riflette sul concetto di “copia seriale” nel mondo classico. Quì si esplora, in maniera colta ed intelligente l’arte greca e quella romana, indagando il rapporto ambivalente tra originale e sua imitazione, creando un ponte tra l’antico e la comprensione contemporanea dei concetti di : replica, appropriazione, imitazione, serialità, ecc.. Mostra moooooolto ghiotta.

Qui il link alle immagini della Fondazione Prada Milano

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Haunted House rivestita in Lamina d’oro

Un museo ed una “scatola vuota”


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IL MUSEO – Il lavori di realizzazione del progetto di ristrutturazione e rifunzionalizzazione del Museo Egizio di Torino (che è avvenuta senza chiudere completamente il museo), è opera del raggruppamento Isolarchitetti – http://www.isolarchitetti.it/ . Costo dell’intervento 50 milioni di euro. Conclusione lavori prevista nel 2013, inaugurato il 1 aprile 2015.

Il Museo egizio di Torino, è considerato, per il valore dei reperti, il più importante del mondo dopo quello del Cairo. Il museo è stato, nel 2013, l’ottavo tra i siti statali italiani più visitati, con 540.297 visitatori e un introito totale di 1.698.350,50 Euro.

Il progetto di ampliamento (raddoppiata la superficie) sembra coerente a creare un’amalgama con l’esistente ed a fare un’operazione di marketing culturale. La prima giornata di visita era completamente gratuita.

Il 6 ottobre 2004 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali conferì in uso per trent’anni i beni del Museo ad una apposita fondazione, la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, di cui fanno parte la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT. Presidente Evelina Cristillin, Direttore del museo  Christian Greco (egittologo, e docente) è molto bello, e si integra perfettamente con il museo e l’edificio esistente. Il percorso di visita è chiaro e semplice, l’interattività accattivante e coinvolgente.

E’ qui evidente che la capacità manageriale (tecnica, economica, ecc.) di chi progetta e gestisce il museo è riuscita a fare un’opera mirabile che sicuramente incrementerà ulteriormente i visitatori e l’attrattività complessiva del museo, proiettandolo soprattutto sul panorama internazionale, ai più alti livelli.

Quì sotto il link ad alcune immagini del Museo Egizio di Torino

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-egizio-di-torino/

LA SCATOLA VUOTA – il Museo delle culture extra europee di Milano (MUDEC) – http://www.mudec.it/ita/ , ha avuto un percorso sofferto durato 15 anni a partire dagli anni Novanta ed una spesa si oltre 60 milioni di euro. Il progetto è dell’architetto inglese David Chipperfield – http://www.davidchipperfield.co.uk/ , che vinse il concorso internazionale allora appositamente predisposto.

Intanto, c’è un dato che è incontestabile: il chiacchierato pavimento del nuovo polo espositivo è tutt’altro che perfetto. Macchie, scheggiature, sovrapposizioni e difetti cromatici sono evidenti. Come sono evidenti le sbrodolature sulle boiserie lignee degli acidi utilizzati per cercare di “pulire” le pavimentazioni. Tali “difetti” inaccettabili per un’opera di tale portata hanno allontanato il progettista dalla committenza, tanto che Chipperfield non era presente all’inaugurazione avvenuta in tutta fretta il 27 marzo 2015.

Due le mostre inaugurate “Africa. La terra degli spiriti” e “Mondi a Milano”. La prima è una mostra monumentale e “pallosa” dedicata all’arte africana, dal Medioevo a oggi, con oltre 200 pezzi esposti. La seconda racconta al pubblico come la città abbia accolto e divulgato al grande le diverse culture non europee nel corso dei suoi più importanti eventi espositivi: dalle mostre di arti industriali nella seconda metà dell’Ottocento, concepite alla stregua delle Esposizioni Universali, fino alla loro riformulazione nelle Biennali e Triennali degli anni Venti e Trenta del Novecento.

Il percorso museale, ancora mancante dei reperti permanenti, studiato appositamente per la coincidenza con Expo 2015, appare fragile ed incongruente. Sicuramente costoso per il 15 euro del biglietto d’ingresso.

Per chi ha visto altri musei delle culture extra europee, come ad esempio il “Musee quai Brandly” a Parigi di Jean Nouvel  http://www.quaibranly.fr/ ; o il “Museum der Kulturen” a Basilea di Herzog & De Meuron – http://www.mkb.ch/de/programm.html , forse l’ex Ansaldo non era per localizzazione, il luogo più adatto ad una tale tipo di museo. Probabilmente una gestione più manageriale della cultura milanese avrebbe sensatamente qui localizzato un museo “importante” del Design (Il Fuorisalone nella “Milan Design Week” ha qui in via Savona una delle sue location principali) che tanto manca a Milano, certamente non appagata dal piano nobile della Triennale disegnato da De Lucchi – http://www.triennale.org/it/triennale-design-museum .

Certo oggi il MUDEC milanese appare come un’enorme vaso Savoy di “Aaltiana memoria”, molto simile una scatola vuota………Vuota soprattutto di idee.

Quì sotto il link ad alcune immagini del Museo delle Culture di Milano

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-delle-culture-extra-europee-mudec-di-milano/

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