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Builders of the future

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Ernen


L’aspetto di Ernen (nel Vallese svizzero), 219 chilometri da Milano attraverso il Passo della Novena, è determinato molto dalla sua posizione: ampiamente affacciata, sul pendio, nella conca della valle di Fiesch. Per secoli Ernen (https://www.borghisvizzera.ch/scheda/ernen/) si è trovata posizionata magnificamente lungo la strada a valle del distretto di Goms e quindi all’ingresso dei passi della Furka e del Grimsel. Oggi un moderno ponte strallato, ciclo-pedonale, tra i più lunghi al mondo, collega Ernen alla strada cantonale (https://www.myswitzerland.com/it-it/scoprire-la-svizzera/route/ponte-sospeso-nei-pressi-di-ernen/) ed alla stazione ferroviaria Furka-Oberalp. Giardini e frutteti intatti circondano l’insediamento a semicerchio verso la valle. Nel centro del paesino si addensano edifici residenziali costruiti nello stile tipico della regione, solitamente orientati verso sud-ovest e intervallati da piazzette e giardinetti che danno respiro al centro abitato. L’unicità della piazza centrale la rende una delle più belle della Svizzera. Attorniata da prominenti edifici, tra i quali la Tellenhaus (1576) che custodisce una delle più antiche raffigurazioni dell’eroe nazionale svizzero Guglielmo Tell (https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Tell), portata a termine nel 1578.

Lasius G. , Tellenhaus, Ernen. (Aus: Das Bauernhaus in der Schweiz, hrsg.v. Schweiz. Ingenieur- und Architektenverein, 1903): Grundriss Keller, EG, 1. OG, Querschnitt, Längsschnitt. Druck auf Papier, 47,6 x 33,7 cm (inkl. Scanrand). Architekturmuseum der Technischen Universität Berlin Inv. Nr. B 1923,56.

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“24 FERMATE” – LA VIA REHBERGER TRA RIEHEN E WEIL AM RHEIN


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Sabato, 4 luglio 2020

Per una lunghezza di circa cinque chilometri, la Rehberger-Weg collega due nazioni, due comuni, due istituzioni culturali, ed innumerevoli storie. Si percorre tra Riehen e Weil am Rhein, tra la Fondation Beyeler e il Vitra Campus, tra la Svizzera e la Germania, e volendo si può arrivare fino in Francia, superata l’Autostrada E35 (la via delle Genti, come la chiamava Rino Tami) ed il Fiume Reno, al paesino di Village – Neuf e di Huningue (dove si trova il ponte ciclo pedonale autoportante più lungo del mondo – https://www.basel.com/it/Media/Attrazione/Architettura-moderna/Dreilaenderbruecke).  Il tutto scandito da 24 “accattivanti” piccole installazioni dell’artista Tobias Rehberger (nato nel 1966 a Esslingen am Neckar, vive e lavora a Francoforte sul Meno) – https://www.24stops.info/en/intro/

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E’ così possibile esplorare un paesaggio naturale e culturale molto diversificato, dove gli europei per centinaia di anni si sono fatti la guerra, si sono “scannati” con milioni di morti. Ci si può fermare per ammirare il paesaggio, sdraiarsi sull’erba, fare un picnic in luoghi appositamente attrezzati. Ambedue le realtà museali : Vitra e Beyeler, forniscono per pochi franchi/euro dei gustosi cestini da picnic. C’è pure un piccolo autobus elettrico, che relaziona i due luoghi, per le persone con difficoltà di deambulazione: alcuni giorni, prenotando, si può fare il percorso (aperto a tutti) con guide appositamente istruite. La Rehberger-Weg dà l’opportunità di conoscere e mettere in relazione la “ricca” storia della zona e della sua gente e contemporaneamente invita a fare un viaggio nella natura bellissima. Una natura antropizzata, più o meno saggiamente, ma che fa dei contrasti, la sua stessa bellezza. Ci si muove tra filari di vite, campi di cereali, maestosi alberi di ciliegio. E’ l’Europa, quella che tutti vorremmo, fatta di qualità, di cultura, di enogastronomia, di storia, di paesaggi sapienti, che qui ha la sua evocazione “plastica”. E’ soprattutto un percorso dove l’architettura (quella “buona” e di qualità) si inserisce, e dialoga magistralmente con l’ameno paesaggio circostante; in 5 chilometri si passa dal “Senatur” Renzo Piano della Fondation Beyeler (https://www.fondationbeyeler.ch/en/museum/architecture-and-nature), dove a fianco il “Vate” Peter Zumthor sta realizzando l’ampliamento (https://it.furniturehomewares.com/2017-05-05-peter-zumthor-extension-designs-renzo-piano-fondation-beyeler-riehen-basel-architecture-news), al Vitra Campus, dove è “collezionata” da decenni il meglio dell’architettura mondiale a firma di : Sanaa, Alvaro Siza, Frank O’ Gehry, Zaha Hadid, Tadao Ando, Herzog& De Meuron, Nicholas Grimshaw, ecc. (https://www.vitra.com/en-cn/campus/campus-architecture). Il tutto costellato da edifici e contenitori, che palesano la loro storia architettonica, magari minore, ma che costruisce un paesaggio morfologico, tipologico, particolarmente ricco e diversificato. In cinque chilometri, si passa dalle mostre d’arte del Beyeler (oggi – EDWARD HOPPER – https://www.fondationbeyeler.ch/en/exhibitions/edward-hopper), alle mostre di architettura e design della Vitra (oggi – GAETANA AULENTI, in Italia quasi dimenticata – https://www.design-museum.de/en/exhibitions/detailpages/gae-aulenti-a-creative-universe.html). E’ un percorso iniziatico, altamente istruttivo, che “spiega” la liaison tra architettura, paesaggio e natura, un atto didattico fondamentale, che qualunque essere umano dovrebbe affrontare prima o poi nella sua vita.

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Veloci, ma lenti


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Torso con teschio lungo (fusione di alluminio 1973/2007) Scultura / HR Giger Kunsthaus Coira

Camminare, muoversi, è sempre un viaggio di scoperta all’interno di noi stessi, mentre gli edifici, il paesaggio, le strade, i volti, il clima e l’atmosfera dei luoghi, quasi inconsapevolmente, ci formano.

Andare veloci, per i più significa consegnare le esperienze all’oblio, come scrive Milan Kundera nel romanzo “La Lentezza” : Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è diretto proporzionale all’intensità dell’oblio. , ma è vera questa duplice equazione, oggi?

Recentemente con due amici (ambedue, come me, architetti), mi sono cimentato in un viaggio di un giorno, di circa 300 chilometri, in Svizzera, nei Grigioni (il Cantone più grande). L’obbiettivo era ambizioso, visitare una serie di edifici realizzati da Peter Zumthor, che tutti tre avevamo studiato, e conoscevano a “menadito”, per vedere se “le atmosfere”, e le “esperienze sensoriali”, descritte nei suoi libri erano effettive.

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Un viaggio siffatto è “giocato” emozionalmente sulla dicotomia tra passato e presente, tra velocità e tempo, che dovrebbero essere l’espressione sintetica dei nostri tempi: ma così non è.

Viaggiando velocemente, si è colpiti da una polifonia visiva d’immagini, sempre diverse, per poi ritrovarle, e ricostruirle, quando si rallenta fino fermarsi. Si viaggia come se fossimo gli astronauti del film “Interstellar” (https://bit.ly/1Q5jaLy), dove un buco nero accellera e rallenta la loro velocità,  consegnandogli “tempi” tra loro molto diversi.

A lungo andare, per il ripetersi di sequenze, di paesaggi, di architetture, di materiali, di volti, è possibile che qualcosa indebolisca il “farsi” del viaggio; però il sapiente contrasto tra i vorticosi movimenti (che il chilometraggio, e la molteplicità dei luoghi da visitare, impone), e gli improvvisi rallentamenti, necessari a visitare i luoghi individuati, fa si gli occhi, ed il cervello, continuamente sono “titillati “da” punti “, dove guardare per catturare un frammento. E ‘quindi innegabile, che proprio l’essere “veloci” e subito dopo “lenti” giova innegabilmente alla fruizione della bellezza unitaria che questi luoghi, seppur diversi (ma sempre legati da un filo rosso), riescono ad esprimere.

Ad aiutare in tutto ciò, vi è anche l’architettura zumthoriana, ancorata ai valori della memoria dell’uomo, ma anche vigile alle veloci pulsioni della contemporaneità. Una architettura fatta nella lentezza, ma in grado di operare “sintesi” foriere di un futuro aperto, a cui guardare con ottimismo e sicurezza di nuovo il cielo. 

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Labò


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Genova vista dalla "promenade paesaggistica" che conduce al Museo Chiossone

A Genova esiste una “piccola chicca architettonica”, un edificio razionalista colto ed intelligente, collocato quasi in sommità di uno dei più interessanti belvedere cittadini.

Si tratta del Museo di Arti Orientali Chiossone.  Edoardo Chiossone fu grafico ed incisore di Arenzano, stabilitosi in Giappone, divenne conoscitore dell’arte locale nonché grande collezionista.

https://it.wikipedia.org/wiki/Edoardo_Chiossone

L’area dove oggi si colloca il Museo fu individuata nel luogo dell’antica villa neoclassica del marchese Gian Carlo Di Negro (1769-1857), bombardata e quindi demolita durante la II Guerra Mondiale. Il parco era stato creato ai primi del secolo XIX dallo stesso marchese Di Negro, che riconvertì un antico bastione delle cinquecentesche mura di Santa Caterina a fini residenziali, stabilendovi la propria abitazione. Il parco è stato oltre che orto botanico, anche piccolo zoo; oggi è uno splendido bellevue pubblico su parte del centro storico di Genova.

La progettazione, dell’attuale sede museale fu affidata dal Comune di Genova che ereditò la collezione Chiossone, all’architetto Mario Labò (1884-1961).

https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Lab%C3%B2

La fase costruttiva iniziò nel 1953 e fu compiuta nel 1970, nove anni dopo la morte di Labò. La collocazione del Museo all’interno del parco della Villetta Di Negro è davvero privilegiata. Immerso nel verde giardino che domina l’ottocentesca Piazza Corvetto, il Museo Chiossone si trova nel pieno centro di Genova e, tuttavia, occupa una posizione appartata e magnificamente panoramica. Un’isola felice nel caos del centro di Genova. Dal camminamento terrazzato che fiancheggia il Museo sul lato sud-ovest, si gode una splendida “landscape promenade” la veduta della città antica, con la distesa dei tetti d’ardesia, i campanili e le torri medievali stagliati sullo sfondo azzurro del Mare Ligure.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kHmZu7bquORM&usp=sharing

L’edificio museale è un esempio colto e raffinato, d’architettura razionalista in cemento armato con rivestimento esterno in cotto maiolicato, formato da un avancorpo con tetto a terrazza, sede della biglietteria e del bookshop, e da un corpo principale costituente il museo. Si tratta di un magnifico spazio a volume unico con un salone rettangolare al piano terreno e sei gallerie a sbalzo sulle due pareti lunghe, collegate da rampe di scale formanti un percorso continuo. E’ come se il museo (nel suo percorso museale, seguisse l’andamento dell’altura su cui è collocato). Semplici ed al contempo “opulenti” i dettagli, governati da una scelta intelligente dei materiali e da forme essenziali

L’allestimento espositivo fu affidato nel 1967 all’ingegnere Luciano Grossi Bianchi, che lo progettò e lo realizzò in collaborazione con Giuliano Frabetti, Direttore del Museo Chiossone dal 1956 al 1990, e Caterina Marcenaro (Genova, 1906-1976), Direttore del Settore Belle Arti del Comune di Genova.

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-di-arti-orientali-chiossone/

Un “gioiellino” poco conosciuto assolutamente da non perdere per la sua valenza paesaggistica, culturale ed architettonica.

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Comunità Italia


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Il 29 dicembre 2015, durante la sospensione del traffico automobilistico (10,00/16,00), causa il superamento per parecchi giorni della soglia di 50 microgrammi per metro cubo di micropolveri sottili, un viaggio in bicicletta da Sesto San Giovanni alla Triennale di Milano, per vedere la mostra “Comunità Italia”. Uno striscio urbanistico ed architettonico, pedalando nella “Città che sale”, assurta agli onori della cronaca per il successo di Expo 2015, ed oggi “caduta” nelle micropolveri sottili; fatto che evidenzia tutte le contraddizioni e la mancanza di programmazione amministrativa e politica dell’inesistente Città Metropolitana di Milano di cui l’urbanistica e l’architettura ne sono state degne “compagne di merende”.

L’andare in bicicletta, senza l’assillo di stare attenti agli autoveicoli, consente di dedicarsi completamente alla contemplazione della città ed alle sue architetture. Dalla periferia Sestese, disegnata solo qua e là, ma ricca di cacofonie architettoniche ed urbanistiche, alla città di Milano Ottocentesca caratterizzata dal meraviglioso disegno urbano dell’Asse del Sempione (vero e proprio tracciato paesaggistico).  In mezzo un tessuto misto, spesso compresso dalle infrastrutture : ferrovie, autostrade, fiumi regimentati, ecc..

Una MAPPA del cicloviaggiohttp://bit.ly/1MFaw4q

La mostra Comunità Italia intende raccontare la vicenda dell’architettura italiana della seconda parte Novecento, dal Secondo Dopoguerra agli anni Duemila. In particolare viene messa in evidenza la grande varietà linguistica (non rintracciabile in altri paesi) del “caso architettonico” italiano. La mostra tratta anche dei profondi legami che l’architettura italiana ha intrattenuto con questioni, ed aspetti legati al territorio, al paesaggio, ed a discipline come l’urbanistica, che solo nella testa degli “urbanisti” è inscindibile dall’architettura. Il tutto a testimonianza di una vicenda complessa, articolata ed unica che in alcuni periodi storici ha fortemente influenzato la cultura architettonica europea e di altre parti del mondo.

Se il disegno, quale massima espressione dell’architettura accompagna l’intera esposizione, la parte centrale è prettamente caratterizzata da una sorta di immaginifico (ed ideale) paesaggio urbano, composto da modelli di edifici e di quartieri, realizzati dai migliori architetti dal 1945 al Duemila. Una grande testimonianza della fertile vena creativa della disciplina, e di come spesso l’architettura  italiana di qualità è stata (ed è ancora), una sommatoria di edifici non realizzati, rimasti sulla carta e nei modelli.

Commovente la “grande sala” che accoglie decine di carnet de voyage, che testimoniano l’instancabile ricerca nell’ambito dell’architettura degli architetti italiani e la lunga tradizione in merito. Spesso, però si tratta  sicuramente di improbabili quaderni realizzati ex post, graficamente inguardabili (Semerani e Rota), altre volte dei “gioiellini” da ammirare e studiare (Rossi e Aymonino).

I curatori, Ferlenga Alberto in testa, sono riusciti a restituire molto bene il mestiere del “fare architettura” in Italia in quegli anni, dove il disegno predominava su tutto, ed il modello (o plastico che dir si voglia) era solo un atto di verifica finale di quanto progettato sulla carta.

Tornando a casa (sempre in bicicletta) ed attraversando volutamente il nuovo centro direzionale e residenziale Garibaldi / Porta Nuova / Repubblica, balza immediatamente agli occhi un panorama architettonico ed urbanistico che non ha nulla a che vedere con gli “anni gloriosi” descritti nella mostra bellissima della Triennale. Di italiano c’è poco; molto poco. L’urbanistica e l’architettura dell’International Style, firmata soprattutto da “griffe internazionali”, predominano su tutto ed inebriano le masse turistiche con il nasino all’insù. Unica eccezione il tristissimo teorema Boeriano : “la verzura fa bella qualsiasi architettura”, che minaccia una “folle ridda” di boschi verticali, venduta come se fosse la panacea di tutti i mali, sia per l’architettura che per l’inquinamento.

Che sia forse, la “verzurizzazione” la morte definitiva dell’architettura e dell’urbanistica italiana ?

Quì sotto un link con le foto del cicloviaggio

https://it.pinterest.com/dariosironi/sesto-triennale-andata-e-ritorno/

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Sulle tracce


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Essere sulle tracce di un “paesaggio” fisico, che è anche interiore, significa trovare nei luoghi una serie di appigli fisici e mentali, che siano in grado di restituirci questa dimensione paesaggistica familiare. E’ una ricerca paziente, lenta, che porta via tantissimo tempo, probabilmente tutta una vita.

Vivere da architetto, da pittore o da scultore è come vivere da infermiere, da operatore ecologico. Per la totalità degli esseri viventi, la vita è un enorme spreco di tempo. Dalla stragrande maggioranza delle proprie ore (spostarsi, pulirsi, attendere, dormire, ecc.) non si ricava assolutamente nulla. Il tempo trascorre e basta, verso la nostra ineluttabile morte, che è la norma per tutte le cose e le creature viventi contenute in questa parte di universo.

Viviamo quasi tutti in un grande agglomerato metropolitano planetario, collegato anche solo virtualmente in rete, che cambia il nome dei luoghi da noi frequentati, esclusivamente per darci la sensazione di essere identificati e localizzati. In Italia, c’è l’abitudine di spostarsi senza interruzione tra tre o quattro città, per lavorare, per risiedere, per divertirsi, per fare acquisti. Ci si muove freneticamente tra questi luoghi, come si fa tra le stanze di una casa. Velocemente ognuno di noi impara a non abitare spiritualmente in nessun luogo, per poter credere che si abita dappertutto.

In questa estate 2014, piovosa ed insolitamente fresca, trascorsa tra Lavin, Zernez e Zuoz, in Engadina, inseguendo le “tracce” dell’esistenza di Alberto Giacometti e di Giovanni Segantini, ho avuto la netta sensazione di aver trovato il mio paesaggio fisico ed interiore.

Il segreto, probabilmente la luce, la montagna, la buona architettura, l’ottimo cibo e soprattutto le persone, che hanno fatto di questa parte della valle, un luogo dove l’arte e la cultura hanno ancora un posto molto importante all’interno della società. Lo vedi trascritto nella natura saggiamente antropizzata, riverberarsi fino all’architettura, al paesaggio, ed alle cose più insignificanti prodotte dall’uomo in questi luoghi.

Quì una mappa dei luoghi

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Da Orto Botanico a Giardino della Biodiversità


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Padova, domenica 29 settembre – Cappella degli Scrovegni con affreschi di Giotto (la Cappella Sistina del medioevo, un capolavoro mondiale), parecchia gente nessuna coda . Tanto che anche senza prenotare si accedeva a questa meraviglia della pittura medioevale.

Padova, domenica 29 settembre – Orto Botanico dell’Università di Padova (un gioiellino rinascimentale del 1545, recentemente affiancato da un’avvenieristica serra didattica sulla biodiversità), coda di ore per entrare.

Qui le immagini dell’Orto Botanico

A Parigi, Barcellona, Londra, Amburgo, Lione, ecc. da anni sanno “valorizzare i contrasti”, amplificando le bellezze paesaggistiche, le opere d’arte e dell’ingegno umano, le “memorie” ed i ruderi del passato, affiancandole di “oggetti architettonici” in grado di condurle con sapienza nel futuro. Quì in Italia sono rari gli esempi, come all’Orto Botanico di Padova, dove passato e futuro entrano in sinergia, amplificando le potenzialità turistiche e culturali di siti già eccellenti.

Quì una mappa di Padova con alcuni luoghi 

Si possono avere tutti i reperti e le bellezze del mondo, ma se non le si sa valorizzare, affiancandole con dei “contrasti” intelligenti (frutto di un progetto manageriale attento a gestire un sapiente equilibrio tra investimenti e proventi) che le proiettano nel futuro…….non si va da nessuna parte. Soprattutto poi bisogna avere un quadro economico per poterle adeguatamente mantenere ed aggiornare.

Il paragone, tra le grandi città, ormai non va piu’ fatto sulla quantità delle “meraviglie” possedute, ma sulla capacità di “titillare i turisti” creando denari per preservarle nelle migliori condizioni per le generazioni future.

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Lubenice


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Di solito, quando si fa riferimento al paesaggio, si intende comunemente parlare di tutto ciò che sta collocato sulla superficie terrestre (ed anche del suolo stesso). Di solito, con il termine paesaggio, si intendono gli spazi dove l’uomo vive, antropizzati all’abbisogna. Però, solo raramente il mare, l’oceano (che coprono il 75% della superficie terrestre), vengono intesi quale paesaggio; di solito vi partecipano quale sfondo, o ci si limita alle coste. Lo stesso succede per il cielo, l’aria trasparente che tutto avvolge. In realtà il paesaggio è la biosfera, la massa biologica e chimico-fisica del pianeta Terra nel suo insieme, in cui noi umani siamo irrimediabilmente immersi.

Siamo animali primitivi, rozzi, e se mai si potrà costruire un mondo migliore più coerente con la biosfera, questo lo si avrà a partire da una considerazione globale del paesaggio planetario. Ed un suo controllo potrà avvenire solamente con una diversa concezione di uso del tempo, nel silenzio controllato della musica, e non nella frenesia e nel rumore.

Perchè il paesaggio è innanzitutto silenzio : conquista ed ascolto della musica “silenziosa” di fondo che anima tutte le cose viventi e non. Un cuore che ritmicamente batte, una pianta che lentamente cresce, un battito di ali, il sibilo del vento, l’acqua che si infrange sulla costa. ecc..

Ecco che un’isola, stretta e lunga, di acqua, pietra, con una consistente massa biologica, può diventare l’oggetto di una riflessione sul paesaggio, a partire da un piccolo paese arroccato sulla sua cima più alta.

Un paese, Lubenice, in cima ad un costone roccioso, in dominanza del mare e dell’isola di Cherso. Un paese, dove il vento ed il clima rigido invernale, e l’arsura estiva, hanno ri-modellato la tipica architettura mediterranea, di chiara impostazione veneziana, in un’architettura sintetica (quasi un proto-razionalismo), fatta di finestre piccole, quadrate o rettangolari, volumi essenziali con sporti di gronda ridotti al minimo, intonaci grigi omogenei (che ricoprono i muri di sasso). Quì Perret o Loos avrebbero trovato le matrici delle loro poetiche.

Quì il tempo, le necessità microclimatiche e le disponibilità di materiali, hanno generato e modellato un paesaggio architettonico unico, che è la sintesi estrema del Paesaggio più ampio, della biosfera, che si stende all’orizzonte. Quì l’uomo si è ritagliato uno spazio paesaggistico bellissimo per vivere.

Quì il silenzio si è fatto Paesaggio.

Qui una mappa delle isole di Cherso e Lussino con individuati i luoghi visitati

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Fosco


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Nel Paese dove lavoro, lungo Corsobello, c’è una anziana signora, che vende libri usati, oppure li colleziona per gli avventori, questo bene non si sa. Durante la mia ultima visita, in compagnia di un mio collega di lavoro, letteralmente “scavando” tra i libri usati, mi è capitato tra le mani un volumetto delizioso. Il titolo era accattivante “Segreto Tibet” e l’autore ancora più stimolante. Infatti Fosco Maraini (1912 – 2004), lo conoscevo bene: etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta italiano, nonchè padre di quella Dacia Maraini che tanto ha dato (e sta dando) alla letteratura italiana. Ha avuto una lunga ed avventurosa vita, costellata di viaggi.

Per pochi franchi, tre, me ne sono impossessato di questa stupenda terza edizione (Edizione “Leonardo da Vinci Editrice” – Bari, 1959). Si tratta di un libro di etnologia, ma soprattutto è un racconto di viaggio, fatto dei percorsi, anche culturali, per arrivare nel Tibet (viaggi fatti nel 1937 e 1948) e soggiornarvi a scopo di studio. Magicamente il racconto del viaggio e degli incontri, si intrecciano con il “lunare” paesaggio tibetano. Il libro è corredato da bellissime foto in bianco e nero, eseguite dall’autore: fatte di volti, paesaggi, architetture. L’ho letto tutto d’un fiato, in un week-end, come precipitato in un meraviglioso oceano d’acqua, in una macchina del tempo che mi ha fatto rivivere quegli anni e soprattutto quei viaggi.

Scrive Fosco Maraini : “Per dare una idea generica del Tibet, dirò che è costituito da valli simili alle valli delle Alpi; gli stessi fianchi altissimi delle montagne salgono verso il cielo, gli stessi boschi di abeti, di larici, di pini ricoprono i pendii, ci sono gli stessi pascoli fioriti, le stesse creste rocciose nel sole, gli stessi torrenti. Eppure c’è anche qualcosa di diverso che si scopre piano piano conoscendo meglio i luoghi. Forse sarà la latitudine (siamo a livello col Fezzan – ndr. Regione della Libia), quando c’è sereno v’è molta più luce che nelle Alpi, più fuoco nell’aria. Del resto tutto è più grandioso e primitivo; i boschi sono piuttosto foreste primordiali come l’Europa doveva conoscerne nel Magdaleniano, i torrenti precipitano portando acque selvagge in corse fragorose e roteanti; non solo, ma i silenzi, le distanze, le altezze, tutto appare d’una scala eroica.”.

E ancora : ” Due cose colpiscono con vivezza quasi paurosa (e non le dimenticherò mai): la voce profonda, da caverna, intratellurica, con cui il lama legge le invocazioni agli dèi terrifici, e la danza delle mani nelle posture mistiche a seconda delle divinità chiamate. Mani che divengono serpenti; mani come corpo di ballo. Il resto dell’uomo giace dimenticato, assente , nel buio. Mani vive di vita loro al centro di un Tibet immenso e deserto: infinito come lo spazio e profondo come la giungla.”

Qui una mappa con le località attraversate da Fosco Maraini in Tibet

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