È una valle delle prealpi di origine glaciale che corre da est a ovest geologicamente interessante per la sua formazione. La Valle prende dai suoi antichi abitanti, Leutrenens per i Romani.
Uno scrigno di biodiversità culturale e naturalistica tra mondo alpino e mediterraneo, la Valle di Ledro vanta ben due riconoscimenti nel mondo Unesco: il sito delle Palafitte di Ledro con il suo Museo (https://www.palafitteledro.it/) e il riconoscimento come Rete di Biosfera Unesco (https://www.unesco.it/it/RiserveBiosfera/Detail/94).
Incastonata tra il Lago di Garda e le Dolomiti di Brenta, la Riserva di Biosfera Alpi Ledrensi e Judicaria ha ottenuto questo prezioso riconoscimento da Unesco non soltanto in virtù della straordinaria biodiversità e dell’incredibile ricchezza storico-culturale che caratterizzano questo territorio, ma anche per l’equilibrio che si è creato tra uomo e natura nel corso dei secoli.
In appena trenta chilometri di lunghezza in linea d’aria, il territorio della Riserva di Biosfera copre un dislivello di oltre 3.000 metri, comprendendo ambienti molto diversificati che vanno dalle vette montane dolomitiche fino agli ambienti fluviali della Sarca e del Chiese, dai terrazzamenti del Tennese alle strette vallate alpine della Val di Ledro, dal rigoglioso anfiteatro naturale delle Giudicarie Esteriori fino ai pascoli d’alta quota di Malga Alpo nella Valle del Chiese.
Bosco di pini Silvestri in Val di Pur (Molina)Lago di Ledro (Mezzolago)
LA VALLE DEL LAGO DORATO – Sotto il link Trasmissione GEO, Raitre del 22 febbraio 2023
Architetture rurali ledrensiArchitetture rurali ledrensi (dettaglio)Biotopo AmpolaComplesso del Monte Cadria (2254 mslm)
Neve a Tremalzo
Cascata del PalvicoCiclamini Bezzecca – Bar PostaEnogastronomia ledrense
La montagna non è solo nevi e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura.
Immagini soprastanti tratte da : Le Corbusier. L’interno del Cabanon. Le Corbusier 1952-Cassina 2006. Catalogo della mostra Milano
Le Corbusier costrui’ il suo “castello” (come regalo per la moglie Yvonne Gallis), nel 1951 su uno sperone di roccia cedutogli dal suo amico Rebutato a Cap Martin (Roccabruna), a pochi chilometri da Nizza e da Mentone. Un capanno austero, ma elegante e raffinato, di tronchi di legno, uno spazio minimo di pochi metri quadrati (15 circa) “ritagliato” nella vigorosa e splendida natura mediterranea, a pochi metri dal mare. Il “Cabanon” fu costruito sotto un grande carrubo pre-esistente, che gli faceva ombra nelle calde giornate estive (Ceratonia siliqua – https://bit.ly/3dxYwwr)
Tutto attorno, gli arbusti e le piante tipiche che fanno parte della macchia mediterranea, diverse specie accomunate da alcune caratteristiche (crescita bassa e contenuta, fusti resistenti, foglie rigide e coriacee, resistenza alla siccità, ecc.) che le rendono capaci di tollerare i venti salmastri che provengono dal mare. Cisto, lentisco, cappero, leccio, erica, quercia, ecc.. Un vero e proprio orto botanico che caratterizza tutte le coste del Mare Mediterraneo. Una casa di tronchi tondi (come le prime abitazioni umane, niente quattro fili), un tetto, e poche cose, per sentirsi veramente immersi nel verde della natura. Completano il “Mondo estivo lecorbuseriano”, alcuni amici, un paesaggio meraviglioso, ed un azzurro ed incantevole Mare Mediterraneo in cui, nel corso del tempo, finire i propri giorni.
Forse dovremmo tutti incominciare, al più presto, ad abituarci ad una vita più pauperistica, più essenziale, per salvare NOI ed il PIANETA.
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Tutti a parlare dell’arretramento “spettacolare e drammatico” dei ghiacciai delle Alpi (https://www.wwf.ch/it/stories/la-morte-dei-ghiacciai), per l’ormai evidente cambiamento climatico, sancito da questo anomalo luglio 2022; però a passeggiare lungo l’anello ciclo-pedonale che circonda il Lago del Segrino (appena sopra ad Erba), sembra di assistere, per colpa del “climate-change” ad un drammatico “foliage” autunnale anticipato (https://bit.ly/3PYrtzw). Quasi una violenta “bruciatura solare”.
La grande e perdurante calura estiva, con temperature sempre attorno ai 35 gradi, la quasi assente escursione notturna, la carenza d’umidità e di precipitazioni (non piove continuativamente sulla Lombardia dall’autunno 2021), hanno fatto si che le caducifoglie (Carpini, Pseudoacacie, Faggi, Castagni, ecc.), per non disperdere ulteriormente la vitale acqua, abscindono in massa le foglie, per ridurre la fotosintesi clorofilliana e la conseguente evaporazione.
Una soluzione estrema, che le caducifoglie adottano solamente quando la situazione siccitosa è particolarmente grave. Non avere il fogliame, alle piante per l’ultima fase estiva, fa si che esse immaganizzeranno meno zuccheri (energia) per la stagione invernale, e di fatto produrranno meno ossigeno, stoccando nel loro legno anche meno anidride carbonica (CO2).
E’ molto probabile, che nei boschi attorno al Lago del Segrino, ma come un pò sta capitando in tutta la Lombardia, soprattutto nelle Prealpi, vi sarà un’alta moria invernale di piante d’alto fusto (anche se non tutte moriranno), aggravando la situazione geologica dei terreni.
Una magra consolazione: le caducifoglie durante i periodi lungamente siccitosi, di solito tendono a produrre molti più semi, confidando che una volta precipitati nella terra, questi semi, prima o poi (al di là della loro morte) potranno dare luogo, una volta che si realizzeranno le condizioni climatiche ideali, ad una nuova generazione di piante. Una speranza per il futuro.
Il lago del Segrino è pieno d’acqua, come al solito in questa stagione, ma attorno i colori gialli, marroni e rossi (che dovrebbero essere esclusivamente sulla tonalità del verde intenso), evidenziano il grave stato di sofferenza arborea dei declivi che si affacciano sul lago. Soprattutto dei declivi con assenza di acque nel sottosuolo.
I forti temporali di questi giorni, sono troppo brevi per “bagnare il bosco”, servirebbero piogge continuative per più giorni e non violenti acquazzoni.
Senza le piante, non ci sarebbe stata vita su questo bellissimo e meraviglioso Pianeta (il nostro Paradiso); esse hanno creato l’atmosfera che tutti gli esseri viventi respirano. Senza le piante, non ci sarà più vita sulla Terra.
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A Mühlebach, nel Vallese Svizzero, sorge in dominanza del paese, la piccola Cappella della Sacra Famiglia, consacrata nel 1676. Un chiaro esempio, la Cappella, dell’assioma lecorbuseriano, che ha portato al bellissimo libro di LC : ” Quando le cattedrali erano bianche”.
Davanti alla Cappella, una grande pietra (con targa metallica) ed un arbusto, ricordano il luogo caro ad un noto pianista internazionale Gyorgy Sebock.
György Sebők (2 novembre 1922-14 novembre 1999) è stato un pianista americano di origine ungherese e professore presso la Jacobs School of Music dell’Università dell’Indiana a Bloomington, Indiana, Stati Uniti.
Era conosciuto in tutto il mondo come solista con le principali orchestre, recital in quattro continenti, artista discografico e per le sue masterclass, visiting professor e il festival musicale svizzero che ha organizzato a Ernen.
Nacque a Szeged, in Ungheria, il 2 novembre 1922. Sebők ha tenuto il suo primo recital per pianoforte solo all’età di 11 anni. A 14 anni ha suonato il Concerto per pianoforte n. 1 di Beethoven sotto la direzione di Ferenc Fricsay, un’esibizione su cui avrebbe riflettuto molti anni dopo.
Si iscrive all’Accademia Franz Liszt all’età di 16 anni, sotto la guida di Zoltán Kodály e Leo Weiner. Dopo il diploma, ha tenuto concerti[1] per dieci anni in tutta l’Europa centrale e orientale e nell’ex Unione Sovietica.
Ha vinto il Grand Prix du Disque nel 1957. Sebők è stato elencato in Who’s Who in America, Who’s Who in Music, National Register of Prominent Americans e altri dizionari biografici. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Croce al merito del governo ungherese, La Medaille de la Ville de Paris, Echelon Vermeille e, nel 1996, Kulturpreis des Staates Wallis, (Prix de Consacration). Sempre nel 1996, il governo francese gli ha conferito la decorazione Chevalier de L’Ordre des Arts et des Lettres.
Nel 1949 fu nominato professore di musica al Conservatorio Béla Bartók di Budapest. Dopo la rivolta ungherese del 1956, si stabilì a Parigi. Incoraggiato dal suo amico violoncellista János Starker, all’età di quarant’anni, andò alla Indiana University School of Music di Bloomington, iniziando quella che è considerata la fase più produttiva della sua carriera. Jeremy Denk (uno dei più noti pianisti americani – https://www.jeremydenk.com/) ha dedicato il suo libro di memorie “Every Good Boy Does Fine: A Love Story in Music Lessons” a Sebők e ha scritto del profondo impatto che Sebők ha avuto sulla sua educazione musicale e sulla sua carriera.
Sebők era un professore ospite della Berlin Hochschule der Kunste (HDK) in Germania, dove insegnava master class due volte l’anno. È stato anche membro onorario a vita della Toho School of Music di Tokyo e insegnante ospite regolare presso il Banff Center for Arts; il Conservatorio Sweelinck di Amsterdam, la Scuola di Musica di Barcellona e la Hochschule für Musik di Stoccarda. Nel 1974 ha fondato e organizzato masterclass estive annuali a Ernen, in Svizzera, per pianisti e “altri strumenti”, e l’anno successivo è stato membro della giuria del primo Concorso Pianistico Internazionale Paloma O’Shea Santander. Ha anche fondato e diretto il “Festival der Zukunft” a Ernen nel 1987, che ancora oggi porta la sua eredità con un numero crescente di frequentatori di concerti. I funzionari della città lo nominarono cittadino onorario, solo il terzo in 800 anni.
Prima di un recital del 1985 al Musical Arts Center di IU, Sebők ha ripensato al suo concerto all’età di 14 anni e ha tracciato un collegamento tra quell’evento e la sua filosofia di insegnamento. “Durante il terzo movimento ho fatto degli errori”, ha ricordato, “ma non mi sono sentito in colpa perché sentivo di aver fatto del mio meglio. Avevamo un vicino, un amante della musica, che raccontava a mio nonno della mia esibizione , ‘Oh, è stato meraviglioso, ma nel terzo movimento qualcosa è andato storto.’ Mio nonno si arrabbiò molto con lui e disse: “Non mi interessa, perché anche il sole ha delle macchie”. È stata una cosa bellissima da dire per mio nonno, penso, e a volte lo ricordo: anche il sole ha delle macchie”. (https://www.youtube.com/watch?v=h427L7297xM)
Allo stesso modo, Sebők ha aiutato i suoi studenti a superare la paura degli errori per dare le loro migliori prestazioni. Bisogna accettare che essere umani significa essere fallibili, quindi fare del proprio meglio ed essere catturati dalla musica. (Fonte : Wikipedia)
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Nella Valle d’Intelvi, ad Orimento, c’è un sentiero che conduce verso il Monte Generoso. Basta inoltrarsi per il facile sentiero costeggiato da faggi, che subito, il bosco è arricchito da una quantità sempre più crescente di alberi di maggiociondolo (Laburnum Anagyroides). Sono centinaia, forse migliaia, un vero e proprio bosco, fatto inusuale per un albero prettamente isolato. Vorrei potervi descrivere il profumo mieloso intenso ed inebriante, di questo bosco di alberi “velenosi” (in ogni sua parte e soprattutto nei semi – https://it.wikipedia.org/wiki/Laburnum_anagyroides ).
Nel sottobosco, costituito soprattutto da erbe montane (che proteggono le radici dei maggiociondoli durante i rigidi inverni), ma anche rovi di lamponi, mirtilli, ecc., un ronzio sinfonico di: api, bombi, vespe, ecc.., che si approvvigionano di polline, tra cui lo stesso maggiociondolo. Polline che non rende velenoso il miele prodotto.
Per arrivarci, siamo quasi ai confini con la Svizzera, sul Monte Generoso; da Como si percorre la sponda occidentale del Lario seguendo la Strada Statale SS 340 “Regina” fino ad Argegno. Poco dopo il paese di Argegno si sale a sinistra verso la Valle Intelvi fino al paese di San Fedele (https://www.lavalleintelvi.info/schede/paesi/san-fedele-intelvi/). Superare la piazza centrale di San Fedele, arrivare fino al deposito bus ASF, quindi seguire a sinistra la via Monte Generoso/per Orimento, una strada piccola, asfaltata ma con molte buche. Dal piazzale di Orimento, un pratone recintato, si segue l’ indicazione sentiero alto del Monte Generoso. Luoghi bellissimi, con viste paesaggistiche meravigliose (https://lagodicomo.com/it/bosco-del-maggiociondolo/).
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Roma – Via Della Conciliazione (tratto da Google Earth)
“San Pietroburgo, Venezia, Roma o la Parigi del XIX secolo sono emerse da relazioni di potere che le hanno determinate dall’alto. Spesso con conseguenze spietate, se si pensa ai viali di Haussmann a Parigi, costruiti durante la dittatura imperiale di Napoleone III (https://en.wikipedia.org/wiki/Boulevard_de_S%C3%A9bastopol), o a via Della Conciliazione a Roma realizzata su progetto di Marcello Piacentini durante il Ventennio Fascista (https://it.wikipedia.org/wiki/Via_della_Conciliazione).
Tuttavia, il risultato è stata una bellezza prima sconosciuta e incomparabile che ancora oggi attrae e ispira le persone più delle città create oggi, che emergono dalla cultura dal basso delle nostre democrazie.
I turisti di tutto il mondo guardano sempre alle stesse belle città del passato. Forse c’è più bellezza in un contesto non democratico perché il contesto è più estremo, più radicale”.
Tratto da : Interview mit Jacques Herzog Armin Schärer / Architektur Basel – 11 gennaio 2020
Parigi – al centro Boulevard Sebastopol(tratto da Google Earth)
ADDENDUM – NDR – Oggi, però c’è Vladimir Putin, il principe dei dittatori, con la sua “estetica della disurbanizzazione” (per bombardamento). Se una città :“è un insediamento umano, esteso e stabile, che si differenzia da un paese o un villaggio per dimensione, densità di popolazione, importanza o status legale, frutto di un processo più o meno lungo di urbanizzazione” (così si legge su Wikipedia), questa folle guerra tra Russia ed Ucraina, evidenzia che, la eccessiva concentrazione, anche della produzione di energia, è un atto contrario alla logica umana ed alla natura planetaria, ma sinergico al “meccanismo economico” a cui tutti siamo legati. La distruzione di città come Mariupol o Kiev, attuata sistematicamente dal dittatore russo, dovrebbe insegnarci che la concentrazione, non è più cosa umana, come lo erano le democratiche città greche, o quelle ottocentesche.
Come per il cambiamento climatico, l’inquinamento dell’aria, la Pandemia, speriamo che questi tragici eventi, servano all’umanità a cambiare strada rapidamente, ed a cercare nuovi modi di aggregarsi e produrre.
Se si continuerà ad insistere su modelli ormai desueti, dimostratisi ampiamente non più adatti alla nuova situazione planetaria, si andrà certamente verso la scomparsa della specie umana dalla superficie terrestre.
Il futuro delle città, è in nuclei urbani medio piccoli, diffusi nel territorio, costruiti soprattutto in legno, inseriti nel verde, dove nelle vicinanze si producono, sia i generi alimentari che l’energia (solare ed eolica) per farli funzionare; nuclei collegati tra loro da sistemi di trasporto pubblico ecologici e rapidi.
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“E che cos’è in fin dei conti la bellezza? Certamente nulla che possa
essere calcolato o misurato. E’ invece sempre qualcosa di impoderabile,
qualcosa che si trova fra le cose”.
(Mies van der Rohe)
Il problema “classico” dell’angolo, nella costruzione dei “contenitori per esseri umani”, più volte ricorrente nella Storia dell’Architettura, viene risolto nell’edificio di via Dogana 3 a Milano, attraverso la smaterializzazione del punto d’incontro tra le due superfici delle facciate.
I prospetti, nella curvatura del paramento in laterizio, proprio sull’angolo, si fondono, confermando la continuità dei volumi, ma allo stesso tempo, attraverso la rinuncia allo scontro delle pareti, lasciano intatta l’energia prodotta dalle fughe prospettiche.
Fughe accentuate dal “design” dello stesso paramento di laterizio, che vuole come duplicare ed accentuare le connessure di montaggio tra gli elementi di rivestimento, divenendo un vero e proprio motivo decorativo.
Così la negazione dell’angolo può quindi essere letta, all’opposto, come un’esaltazione dell’angolo stesso, la cui tensione, non risolta dal girare della facciata, rimane sospesa, enfatizzandolo. L’effetto morbido e organico che consegue alla negazione della luce, quale elemento separatore tra le zone chiare da quella oscure, delinea la disposizione di un provvedimento per “governare la luce”, che oltre alla scala volumetrica dell’edificio, opera anche a livello della textura delle facciate.
Si tratta quindi di un’operazione, intelligente e colta, sofisticata e molto complessa, in cui si arrovelleranno sia Libera, che Mies, ed addirittura lo stesso Scarpa.
E’ un “qualcosa d’imponderabile” che rende l’edificio di un bellezza discreta, e non comune, che titilla l’occhio esperto.
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SOPRA – Immagini delle Langhe nei dintorni di Dogliani
SOPRA – Città di Castello e dintorni (immagine dal canale Youtube di Città di Castello)
Attraversare le Langhe, durante i mesi invernali, per andare a vedere una mostra su Alberto Burri, alla Fondazione Ferrero ad Alba ( https://bit.ly/3gcKluK ), fa ben capire l’intimo legame che fa sì, che l’esperienza umana sia intimamente legata alle “forme antropizzate” del Pianeta su cui viviamo.
Trasformando la Natura planetaria, a nostro uso e consumo, inoculiamo in noi stessi, nella nostra specie, un senso paesaggistico, che è parte integrante ed indispensabile della nostra caratteristica di uomini in quanto specie.
Il laureato in medicina, Alberto Burri, nato a Città di Castello, divenuto pittore durante la prigionia negli Stati Uniti ( https://bit.ly/35vnLvc ), condivide con le Langhe le forme ed i colori del paesaggio.
Nei suoi quadri i colori e le forme, sono indubitabilmente condizionate, da questo “imprinting” iniziale, che lega l’Umbria al Basso Piemonte.
Nel 1963, su incarico di Giulio Einaudi (https://bit.ly/3KWlae3), lo Studio A/Z Architetti e Ingegneri di Roma progetta, con la consulenza critica di Bruno Zevi, la biblioteca di Dogliani, dedicata alla memoria di Luigi Einaudi (Presidente della Repubblica tra il 1948 ed il 1955 – https://bit.ly/3uaBIsK). Un prototipo, nelle intenzioni, da moltiplicarsi in centinaia di esemplari, per diffondere capillarmente la cultura nei comuni e nei quartieri urbani. Una delle poche architetture organiche co-firmate da Bruno Zevi (https://bit.ly/3ud0EAa).
Anche la piccola biblioteca di Dogliani, sembra rifarsi ad un rigoroso “senso del paesaggio” : nei piani orizzontali certamente mediati da Wright; ma anche nel suo disporsi a sedime lungo l’alzaia del Torrente Rea; al contempo però è anche evocazione dell’opera di Burri, nei colori, e negli accostamenti materici.
La qualità dei paesaggi, forma gli uomini, li condiziona e li caratterizza per tutta la vita: così come la materia e la poesia di cui sono fatti i luoghi.
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