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Builders of the future

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Urbanistica

Milano City (Testa o Croce).


 

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La "Nube Purpurea che uccide" su Milano fotografata dalla Torre Garibaldi

Se con il lancio di una monetina, Milano ha perso l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), a favore della più rutilante, ecologica e culturalmente più dotata Amsterdam, questo fatto non deve essere vissuto negativamente, in quanto può essere una grande occasione.

Infatti, l’arrivo dell’Agenzia Europea del Farmaco (che ora ha sede a Londra), con i suoi oltre 800 impiegati, i congressi ed il relativo turismo conseguente, avrebbero ulteriormente indotto la metropoli milanese ad una crescita urbanistica “gonfiata” che già consta di decine di migliaia di vani sfitti e/o inutilizzati; soprattutto di terziario e di residenziale.

Non dimentichiamoci che Milano, una delle zone al mondo con il più alto consumo di suolo, insiste in una delle regioni della Pianura Padana in cui gli abitanti dell’area metropolitana sono esposti quotidianamente (tra ottobre e marzo) a livelli di inquinamento atmosferico da biossido di azoto e da micropolveri sottili (PM 10 e PM 2,5) di gran lunga superiore ai limiti di legge. Da Paderno Dugnano a Lacchiarella, da Corbetta a Truccazzano.

È evidente la necessità di un urgente e decisivo piano d’intervento che vada finalmente ad incidere sulle politiche relative alle fonti di inquinamento. E’ ormai un problema di salute pubblica, che ricorre praticamente ad ogni inverno, per più settimane.

A ciò non esula l’urbanistica. Anziché di continuare a progettare dei Piani di Governo del Territorio (PGT)  di espansione della superficie lorda di pavimento (con conseguente inevitabile consumo di suolo), bisognerebbe decostruire, riducendo il numero degli abitanti insediati. Concentrando tutte le disponibilità economiche sulla realizzazione di spazi verdi (filtranti) e di mezzi di trasporti pubblico efficienti, capillari ed economici.

Una occasione è stata di recente offerta dall’Accordo di Programma (A.d.P) tra Ferrovie dello Stato e Comune di Milano, inerente la riqualificazione degli scali ferroviari dismessi (oltre 1,2 milioni di metri quadrati oggi abbandonati e degradati sparsi nel territorio comunale) delle aree : Farini, Porta Genova, Porta Romana, Lambrate, Greco, Rogoredo e San Cristoforo, ecc.. Una occasione colta solo parzialmente d’invertire un futuro di “cemento”.

Infatti i progetti, presentati la scorsa primavera in occasione del Salone del Mobile, sono maestosi, ricchi di verde, di piante e di grandi prati, ma anche di tanto edificato “dipinto di verde” : troppo edificato e tanti palazzoni inutili, probabilmente invendibili a medio e lungo termine.

Non si tratta di realizzare, degli scenari per le “fauci feroci” degli immobiliaristi, o per le “matite verdeggianti” degli architetti, troppo spesso “servi” di costoro, ma invece bisogna consentire ai cittadini di tornare a respirare, invertendo una tendenza che non consente più deroghe, già da molti anni. Alle auto ecologiche ed elettriche, al costruito sostenibile con contenimento spinto dei consumi energetici, deve anche seguire un’architettura che sappia contenersi nella quantità (volume) per dare più spazio alla qualità, ai contenuti.

Non è più accettabile pensare alla Città di Milano ed alla sua area metropolitana in termini di edificato, ogni brandello di terreno da riqualificare deve diventare esclusivamente un’area verde. Un verde da intendersi «come infrastruttura ecologica ed economica», che sia fruita insediandovi attività diverse che possono essere orti urbani, istallazioni temporanee, spazi per i concerti e attività sportive. Per il costruito ci sarà solo l’impronta degli edifici già edificati, il sopralzo (contenuto) di quelli esistenti. Un lascito per le generazioni future.

Dario Sironi

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

 

Una promessa di felicità


 

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Il comune di Trento ha in programma una sostanziale revisione del Piano Regolatore Generale (PRG) vigente. Quello del 2012 era stato redatto anche con l’apporto del catalano Joan Busquets e conteneva numerose “visioni urbanistiche” che solo in parte si sono realizzate: come ad esempio la riqualificazione dell’ex Area Michelin, da parte di Renzo Piano.

La revisione del PRG sta avvenendo mediante la costituzione di una equipe mista (Gruppo di lavoro preparatorio degli indirizzi) : Università, Ordini professionali, ecc. coordinati dall’architetto Giuliano Stelzer, responsabile del Progetto revisione del Prg, e per gli aspetti scientifici delle ricerche dal professor Mosè Ricci, ordinario di urbanistica e di progettazione architettonica. In tutto 12 membri compongono l’equipe.

Oltre alle consuete desiderata urbanistiche : riduzione consumo di suolo, riciclo e recupero edifici dismessi o non utilizzati, semplificazione normativa, si stanno anche affrontando temi innovativi come quelli inerenti gli effetti che i cambiamenti climatici avranno sull’architettura e sull’urbanistica. Attenzione particolare anche per la mobilità sostenibile : nodi d’interscambio, automezzi elettrici, biciclette.

Se, come sostiene Mosè Ricci, uno dei registi dell’equipe : “Un PRG deve anche essere, per i cittadini, una promessa di felicità”, ecco che il processo partecipativo popolare, sarà recuperato in seconda battuta, dopo la stesura definitiva degli indirizzi, mediante dibattiti pubblici allo Urban Center e l’utilizzo dei concorsi d’idee.

La “resilienza urbana”, finalizzata a tenere conto dei cambiamenti climatici in atto è una questione innovativa per l’urbanistica in Italia, lo sostengono anche Luca Mercalli (climatologo di fama) e Beppo Toffolon (Italia Nostra Trentino); se sarà opportunamente accoppiata ad una “densificazione” tesa a ridurre il consumo di suolo (sopraelevazione edifici esistenti, riqualificazione di quelli dismessi, ecc.), potrebbe costituire una carta vincente, in vista di una città di Trento sempre più spinta verso il turismo sostenibile, soprattutto ciclabile.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

 

Paesaggio Christologico


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Cinque chilometri di passeggiata di colore giallo dalia (tessuto in nylon poliammidico della ditta Setex di Greven in Germania), di cui due chilometri “flottanti” sull’acqua. Dieci milioni di euro (circa) di costo previsto. Un afflusso previsto tra il 18 giugno 2016 ed il 3 luglio (ma si parla già di una proroga al 10 luglio) di circa 40 mila persone al giorno, mentre il “floating piers” ne può contenere contemporaneamente al massimo 17.500.

Il “floating piers” poggia su 220 mila  cubi a pioli galleggianti in polietilene ad alta densità, riempiti di aria. Per ancorarli sul fondo dei sub francesi hanno posato delle ancore in calcestruzzo (di fabbricazione bulgara ed italiana) e metallo appositamente studiate. Una volta assemblati tra loro i galleggianti nell’apposita area di Moltecolino (300 mila metri quadrati), le parti del “pier” vengono trascinate con imbarcazioni sul luogo dove vengono fissati al fondale mediante appositi cavi ed uniti tra loro.

Il tutto progettato ed intensamente voluto, dall’artista Bulgaro/Americano Christo Vladimirov YavachevL’opera alla fine dei sedici giorni di esposizione, verrà completamente rimossa e sarà industrialmente riciclata. I 10 milioni di euro dei costi, anticipati dall’artista e dagli sponsor, saranno recuperati dalla vendita dei gadgets e delle opere create dall’artista (quadri, serigrafie, ecc.), come già avvenuto per altri suoi lavori..

Christo ha scelto il Lago d’Iseo dopo un lungo sopralluogo sui laghi del nord Italia, insieme a Germano Celant, rimanendo colpito dall’Isola di San Paolo e da quella di Monte Isola, nonchè dal piccolo borgo di Sulzano.

Una operazione artistica, di valenza mondiale, voluta anche dalla comunità locale, per il rilancio internazionale del turismo sul Lago d’Iseo. Costo di tutta l’operazione “pagato” dall’Ente di promozione turistica del Lago d’Iseo e della Regione Lombardia, in collaborazione con sponsor/partner privati (Ubi Banca, Iseo Serrature, Franciacorta Outlet Village).

Per 15 giorni il Lago d’Iseo sarà “l’ombelico del Mondo”, un luogo di confluenza per paesaggio, turismo, arte, che saranno per una volta,  finalizzati ad una grande operazione di “immagine” a livello mondiale.

Percorrere il “Floating Piers” sarà completamente gratuito. Il comune di Sulzano e quello di Monte Isola hanno predisposto piccoli padiglioni per accogliere i turisti e fornire cibo ed accoglienza.

Quello che interessa è il tentativo di sganciarsi dai soliti canoni di marketing turistico, per intraprendere una strada innovativa, probabilmente l’unica in grado di fare diventare il turismo italiano, un vero e proprio “motore economico primario” del Paese.

Comunque un’opera “maestosa” che nella sua artificialità voluta e palese, sia nel disegno che nei materiali, ci fa immediatamente capire tutta la violenza (e la bellezza) della specie umana, che da sempre modifica all’abbisogna, il paesaggio di questo magnifico pianeta.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionatw

Comunità Italia


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Il 29 dicembre 2015, durante la sospensione del traffico automobilistico (10,00/16,00), causa il superamento per parecchi giorni della soglia di 50 microgrammi per metro cubo di micropolveri sottili, un viaggio in bicicletta da Sesto San Giovanni alla Triennale di Milano, per vedere la mostra “Comunità Italia”. Uno striscio urbanistico ed architettonico, pedalando nella “Città che sale”, assurta agli onori della cronaca per il successo di Expo 2015, ed oggi “caduta” nelle micropolveri sottili; fatto che evidenzia tutte le contraddizioni e la mancanza di programmazione amministrativa e politica dell’inesistente Città Metropolitana di Milano di cui l’urbanistica e l’architettura ne sono state degne “compagne di merende”.

L’andare in bicicletta, senza l’assillo di stare attenti agli autoveicoli, consente di dedicarsi completamente alla contemplazione della città ed alle sue architetture. Dalla periferia Sestese, disegnata solo qua e là, ma ricca di cacofonie architettoniche ed urbanistiche, alla città di Milano Ottocentesca caratterizzata dal meraviglioso disegno urbano dell’Asse del Sempione (vero e proprio tracciato paesaggistico).  In mezzo un tessuto misto, spesso compresso dalle infrastrutture : ferrovie, autostrade, fiumi regimentati, ecc..

Una MAPPA del cicloviaggiohttp://bit.ly/1MFaw4q

La mostra Comunità Italia intende raccontare la vicenda dell’architettura italiana della seconda parte Novecento, dal Secondo Dopoguerra agli anni Duemila. In particolare viene messa in evidenza la grande varietà linguistica (non rintracciabile in altri paesi) del “caso architettonico” italiano. La mostra tratta anche dei profondi legami che l’architettura italiana ha intrattenuto con questioni, ed aspetti legati al territorio, al paesaggio, ed a discipline come l’urbanistica, che solo nella testa degli “urbanisti” è inscindibile dall’architettura. Il tutto a testimonianza di una vicenda complessa, articolata ed unica che in alcuni periodi storici ha fortemente influenzato la cultura architettonica europea e di altre parti del mondo.

Se il disegno, quale massima espressione dell’architettura accompagna l’intera esposizione, la parte centrale è prettamente caratterizzata da una sorta di immaginifico (ed ideale) paesaggio urbano, composto da modelli di edifici e di quartieri, realizzati dai migliori architetti dal 1945 al Duemila. Una grande testimonianza della fertile vena creativa della disciplina, e di come spesso l’architettura  italiana di qualità è stata (ed è ancora), una sommatoria di edifici non realizzati, rimasti sulla carta e nei modelli.

Commovente la “grande sala” che accoglie decine di carnet de voyage, che testimoniano l’instancabile ricerca nell’ambito dell’architettura degli architetti italiani e la lunga tradizione in merito. Spesso, però si tratta  sicuramente di improbabili quaderni realizzati ex post, graficamente inguardabili (Semerani e Rota), altre volte dei “gioiellini” da ammirare e studiare (Rossi e Aymonino).

I curatori, Ferlenga Alberto in testa, sono riusciti a restituire molto bene il mestiere del “fare architettura” in Italia in quegli anni, dove il disegno predominava su tutto, ed il modello (o plastico che dir si voglia) era solo un atto di verifica finale di quanto progettato sulla carta.

Tornando a casa (sempre in bicicletta) ed attraversando volutamente il nuovo centro direzionale e residenziale Garibaldi / Porta Nuova / Repubblica, balza immediatamente agli occhi un panorama architettonico ed urbanistico che non ha nulla a che vedere con gli “anni gloriosi” descritti nella mostra bellissima della Triennale. Di italiano c’è poco; molto poco. L’urbanistica e l’architettura dell’International Style, firmata soprattutto da “griffe internazionali”, predominano su tutto ed inebriano le masse turistiche con il nasino all’insù. Unica eccezione il tristissimo teorema Boeriano : “la verzura fa bella qualsiasi architettura”, che minaccia una “folle ridda” di boschi verticali, venduta come se fosse la panacea di tutti i mali, sia per l’architettura che per l’inquinamento.

Che sia forse, la “verzurizzazione” la morte definitiva dell’architettura e dell’urbanistica italiana ?

Quì sotto un link con le foto del cicloviaggio

https://it.pinterest.com/dariosironi/sesto-triennale-andata-e-ritorno/

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Smog Architecture (Milan)


 

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SOPRA – Milano – Via San Raffaele – 18 dicembre 2015

In questi giorni, di progressivo avvicinamento alle Festività Natalizie, l’inquinamento dell’aria “la fa da padrone” in tutta la Pianura Padana. In particolar modo a Milano la qualità del fluido in cui siamo irrimediabilmente immersi, è pessima . Ogni giorno è sempre peggio. Vento e pioggia sono ormai un’eventualità lontana. Non ci resta che morire (quasi senza accorgercene), portando avanti un modello di “civiltà” pesantemente condizionato dall’economia e dall’indifferenza dei più.

Quì in Padania, o in Cina, si fa di tutto per esorcizzare questa grande follia collettiva, frutto di “cieche” politiche passate e di odierna totale mancanza di programmazione per il futuro.

Tra qualche ora, oppure tra qualche giorno, magari tra qualche settimana, forse una precipitazione farà cambiare la situazione (si spera). Immediatamente, sia dai Cittadini, che dai politici, l’inquinamento, lo smog, sarà completamente rimosso, dimenticato. Fino al prossimo autunno, quando le stesse problematiche si ripresenteranno immutate.

Milano, in questo dicembre del 2015, mostra le sue architetture ed accende le sue luci, nella nebbia che uccide, nello smog persistente e mefitico, facendo diventare la città più teatrale del solito. La stessa nebbia : “che penetra, come l’effetto di una macchina teatrale, nella galleria milanese.”, come scriveva Aldo Rossi nella “Autobiografia scientifica” (Pratiche Editrici, 1990);  che fa grande  l’architettura, che la completa, che ne cela le brutture. La stessa nebbia inquinata : “C’è della gente che parla male della nebbia di Milano. Io non conosco quella degli altri paesi, ma questa di Milano è una gran nebbia, simpatica, affettuosa, cordiale. Ti fascia tutto come una carezza. E poi mi pare che la nebbia inviti all’intimità, all’ottimismo, alla confidenza.”, come sosteneva Carlo Campanini (Attore, 1906-1984); che però oggi uccide lentamente ma inesorabilmente.

Lo smog, come la nebbia è un’esperienza percettiva multisensoriale : visiva (il campo visivo è distorto, sfumato), olfattiva (l’odore dello smog tutto pervade), tattile (lo smog nella sua “densità” può quasi essere toccato), uditiva (la percentuale di particolato nell’aria, riduce la diffusione delle onde sonore). E se l’architettura è la scena fissa delle vicende dell’uomo sul Pianeta Terra, lo smog, facendoci avere una percezione nuova dell’architettura e della città, rende ambedue più adatte a questi anni, più consone alla realtà.

Il modello di architettura, e quindi di città a cui guardare, puo’ essere solo quello che sappia sapientemente coniugare il tema della crescita con quello dell’ecologia e della sostenibilità; ma anche con il lavoro, i servizi, i trasporti, la natura urbana, l’agricolutura di prossimità. Certamente non bisogna farsi affascinare dal fatto che sia la “verzura” a nascondere le incapacità degli architetti e degli urbanisti; che siano “quattro alberelli” a nascondere un modello cementificatorio e ad incrementare il consumo di suolo.

La vera sfida dei prossimi anni, dei prossimi decenni, è quella di cambiare stile di vita, e fissare nuovi obbiettivi per il futuro all’insegna della qualità sostenibile; come scrive Claudio De Albertis nel bell’articolo intitolato  “Il futuro della città è la città”, nel numero 997 di Domus (Dicembre 2015, pagina 126) : “La prima infrastruttura per la vita e l’economia sostenbile del futuro è la città ed è cruciale che la progettazione, le costruzioni e le tecnologie si sviluppino con una costante attenzione al comportamento e ai bisogni umani.”

Il futuro è nella rigenerazione urbana, riqualificando l’esistente, ampliandolo in pianta (poco)  e sopraelevandolo (tanto), con procedure e tecnologie semplici, leggere, a basso impatto ambientale e ad alta sostenibilità. Sostenibilità che dovrà essere anche sociale, oltre che ambientale ed economica. Città più dense (dato che il fenomeno dell’urbanizzazione è in continua crescita e di recente la popolazione planetaria residente in luoghi urbani ha superato il 50%), ma più intelligenti, vivibili, ad alta socialità e connesse tra loro (sia dal punto di vista fisico che di comunicazione).

Se così non sarà, moriremo lentamente, tra architetture e città bellissime, smaterializzate, che emergono dallo smog, perfette ed infinite. Testimonianze “assurde” della presenza umana su questo pianeta e della nostra follia.

Giusto per non dimenticare velocemente queste settimane, con la gola che brucia costantemente.

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SOPRA – Qualità dello stato dell’aria, espressa in valori annui, nell’Area Metropolitana Milanese

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Alelier 5


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La piazza con gli spazi commerciali

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Nel 1955 si ha la fondazione dello studio svizzero “Atelier 5”

(http://www.atelier5.ch/de/Atelier/News.php)

a Berna da parte di : Erwin Fritz, Samuel Gerber, Rolf Hesterberg, Hans Hostettler e Alfredo Pini.

Lo studio si caratterizza per una spiccata rispondenza alla poetica ed ai modelli di Le Corbusier, ma interpretati con sapienza, per adeguarli alla realtà svizzera.

Il gruppo sino dalle prime siedlungen

(http://www.sapere.it/enciclopedia/Siedlungen.html)

realizzate a partire dal 1960, caratterizza il proprio lavoro, con una forte coesione ideativa, sperimentando anche soluzioni tese a condividere al massimo la progettazione.

Atelier 5, inoltre sperimenta delle tipologie edilizie residenziali, tese a creare un’edilizia innovativa, in cui alla qualità dell’abitare, corrisponde anche un’idea di socialità diversa. Se le Corbusier trovava nel “modello rivoluzionario” verticale dell’Unitè d’Habitation, un canone stilistico e funzionale che rompeva con il passato, Atelier 5, con le loro “siedlungen orizzontali” invece danno continuità alla storia del “risiedere umano” rifacendosi alla qualità dei piccoli villaggi del passato.

Le siedlungen bernesi, rappresentano il tentativo di riconquistare, fuori dalla grande città, dei modelli urbanistici in cui la qualità della vita, sia dal punto di vista sociale, che ambientale, sia alta e confortevole, imperniata su un modello democratico. Molti dei dipendenti si trasferiranno a vivere nelle siedlungen realizzate, proprio perché chi progetta deve sperimentare “abitando” quello che ha pensato sulla carta.

La siedlung Halen, nel comune rurale di Kirlindach, si inserisce in un paesaggio verde inclinato. Le caratteristiche principali del progetto di Halen  sono: la sobria estetica del “beton” (calcestruzzo a vista), un compatto insieme urbanistico con parecchi spazi comuni (piazza, piccole attività commerciali, lavanderia, piscina, orti, ecc.), i passaggi tra spazi comuni / semi comuni e privati definiti in modo marcato (ma di fatto tra loro integrati).

Il “beton”, per Atelier 5 è un materiale naturale, composto di sabbia, acqua, cemento, in fin dei conti una pietra, non è  quindi un materiale in contrasto con la natura, poiché di fatto ne integra degli elementi. E permette ad una costruzione di essere al contempo espressiva quanto ben definita nei dettagli.

Agli inizi degli anni Sessanta, appena poco la fine della costruzione di Halen (1961), anche in Svizzera si stava facendo strada la voglia di rinnovamento, tanto a livello sociale quanto a livello politico. Infatti tra i primi residenti c’erano in modo particolare liberi professionisti, artisti e anticonformisti. Costoro animarono la socialità e lo stile di vita di Halen con dibattiti democraticamente “aperti” e lunghe discussioni su ogni decisione da prendere, ma anche con  giochi, feste, concerti e proiezioni di film. Tolleranza, rispetto e riguardo per chiunque, sono ancora oggi la colonna portante del centro abitativo di Halen.

La situazione privilegiata, dal punto di vista paesaggistico, del complesso abitativo come pure i numerosi servizi in comune, aprirono, ed aprono, soprattutto ai bambini spazi di grande libertà.

Il centro, con le sue stradine, le piazze, i servizi in comune e l’ambiente circostante (il bosco) offrono ancora oggi infinite e svariate possibilità di muoversi in spazi non totalmente strutturati. Fattori importanti dello sviluppo della fantasia del bambino, che giocano un ruolo importante, nella formazione di un adulto più consapevole.

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I “carrugi”

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Il ristorante

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L’autorimessa

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Il lavaggio delle auto condiviso

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Il distributore di benzina condiviso

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Campo di calcio e pallavolo

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La piscina

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Il “Viadukt” della democrazia


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Zurigo, ormai da parecchi anni tra le prime città al mondo per la “vivibilità” (http://www.giornalettismo.com/archives/755693/la-top-10-delle-citta-piu-vivibili-del-mondo/), si è costruita le sua posizione in seguito alle proteste dei cittadini negli anni Ottanta del Novecento.

A partire dagli anni Novanta, la classe politica di Zurigo, politicamente “messa all’angolo” da continue proteste e scontri, anche fisici, con movimenti giovanili e politici avvenuti lungo tutto il corso degli anni Ottanta, si attrezzò  per indire un referendum democratico affinchè i cittadini potessero votare una progettualità futura di loro gradimento, tesa a costruire (e ricostruire), nei decenni successivi, lo spazio urbano e sociale. Si sottoposero alle valutazioni referendarie dei cittadini, diversi scenari, redatti da esperti e consulenti, di diverse discipline (urbanistica, architettura, sociologia, antropologia, mobilità, ecc.), ascoltando gli stessi cittadini.

La città di Zurigo di oggi, che fruiamo, è la costruzione concreta dello scenario condiviso e votato democraticamente allora, senza stemmi partitici, senza bandiere di una parte o dell’altra. Il perdurare sapiente di una politica comune (perché condivisa e priva di marchi politici) che si è tramandata di amministrazione in amministrazione, ha fatto si che le parole, i progetti, diventassero realtà. Essenzialmente il progetto urbanistico e sociale che vinse il referendum, verteva nell’esigenza di fare rientrare in città i giovani, le forze creative, i ricercatori, rendendo la città vivibile, istituendo spazi pubblici che potessero offrire svago e divertimento a tutti. Cittadini e politici, tutti assieme, capirono che questa era l’unica possibilità per assicurare prosperità a una economia postindustriale, che vedeva allora Zurigo, con molte aree dismesse e tanti quartieri con servizi pubblici e verde carenti.

La Zurigo di oggi, sta raggiungendo quell’obbiettivo, quell’idea di città che i suoi abitanti hanno votato ormai parecchi decenni fa. Una città che si sta espandendo consumando il minor suolo possibile. Una città con un mercato immobiliare dinamico in cui operatori privati ed amministrazione pubblica collaborano assieme, con un bilancio comunale in attivo e con i mezzi pubblici diffusi e puntuali. Soprattutto con tante aree verdi, musei e spazi sociali.

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La Kunsthalle ( – http://www.kunsthallezurich.ch/ – progetto Studio Gigon & Guyer), che siamo andati a visitare in questi giorni di dicembre, s’inserisce in un programma di rigenerazione e di espansione urbana. Un’ ex area industriale dismessa (un birrificio) che si trova compresa tra la stazione centrale, la stazione della S-Bahn di Hardbrücke e il fiume Limmat. Un paesaggio metropolitano in trasformazione (una volta produttivo), di grande fascino e “bellezza”, caratterizzato da un alto viadotto ferroviario dell’Ottocento in pietra, le cui arcate sono state abitate e rese percorribili, dando vita ad un complesso che prende il nome di Viadukt (- http://www.im-viadukt.ch/content/plan – progetto dello Studio EM2N). Una città Zurigo, ancora in profonda trasformazione, che si ritrova negli edifici industriali, nelle infrastrutture, che fanno parte della sua memoria, l’energia per rinnovarsi. Un’energia “pulita” esente da consumo di suolo, con una grande attenzione per la sostenibilità ambientale e per la mobilità su due ruote.

La “genesi progettuale” della Kunsthalle è una storia che comincia nel lontano 1996: un edificio industriale e dismesso, un birrificio (come già detto), posto a ridosso del centro urbano viene recuperato con l’obiettivo di tenere assieme istituzioni private, pubbliche e gallerie d’arte contemporanea di tipo commerciale all’interno di un unico complesso.

L’operazione è resa possibile grazie al coinvolgimento di Migros, uno dei due colossi della distribuzione alimentare in svizzera che per statuto devolve il 2% del proprio fatturato per lo sviluppo della cultura. Migros acquista direttamente il lotto e costituisce all’interno del complesso il Migros Museum d’arte contemporanea, affittando ad importanti gallerie internazionali i restanti spazi e lasciando uno spazio espositivo alla Kunsthalle, galleria pubblica che da il nome a tutto il complesso. Il valore immobiliare di tutta l’area sale in maniera esponenziale e la Migros decide di vendere, pur continuando la propria attività di museo. Dal 1996 al 2002 si susseguono diversi proprietari. Nel frattempo nel quartiere si trasferiscono diverse importanti gallerie che aprono i propri spazi commerciali ed espositivi in diversi appartamenti nei dintorni. Si costituisce di fatto un distretto dell’arte contemporanea zurighese, che viene ratificato oggi dal progetto unitario degli zurighesi Gigon & Guyer. Un progetto in cui creativi, giovani, spazi raffinati e zone meno eleganti, convivono assieme, una a fianco dell’altra in un meltin-pot, che è sia urbanistico che architettonico, ma soprattutto sociale. Di fatto la creazione di una “piattaforma di attracco” in cui qualunque cittadino del mondo può sentirsi a casa.

Il progetto della Kunsthalle e di tutto il quartiere di Zuri-West (http://www.zuerich.com/en/zuerich/sehenswuerdigkeiten/Zuerich-West.html), appare molto interessante, soprattutto se paragonato alla “tristezza infinita” della situazione italiana, dove aree dismesse, quali “Le Albere” a Trento, oppure le “Ex aree Falck” a Sesto San Giovanni, vengono trasformate, di fatto radendole al suolo (senza nessun apporto da parte dei cittadini), da politici ed immobiliaristi disposti a tessere legami tra loro sempre più perversi e non in grado di “costruire il futuro”.

A Zurigo lo strumento referendario è stata l’occasione per fare partecipare i cittadini alle trasformazioni urbane, ma dietro a questo strumento ci stavano dei cittadini, culturalmente attrezzati per essere parte di un processo democratico dove non c’è distinzione tra maggioranza ed opposizione, oppure tra chi partecipa o no, ma tutti si collabora per un unico obbiettivo condiviso.

Manca da noi, come invece è avvenuto a Zurigo, la capacità di esporsi delle persone comuni, di fare rete, senza simboli nè partiti politici (più o meno nascosti) di appassionarsi all’impegno civico, perché si ha insieme, come obbiettivo, un ideale più alto. Manca insomma una vera capacità democratica di individuare cosa è giusto fare e cosa non lo è. Questi anni che stiamo vivendo, sono il frutto di questa assenza collettiva di progettualità.

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La necrosi dell’architettura


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Anche noi di “Costruttoridifuturo” avevamo partecipato al gioioso assalto dei cittadini, avvenuto il “torrido giorno” 27 luglio 2013, per visionare (gratuitamente) il MUSE, che si inaugurava a Trento. Arrivando da sud, a piedi, nell’area pedonalizzata dell’evento, abbiamo attraversato l’elegante e “vuoto” quartiere delle “Albere”, progettato insieme allo stesso MUSE, dall’architetto genovese Renzo Piano. Poi, soprattutto per pudore, riguardo a quello che avevamo visto, non avevamo fatto seguito con un articolo mirato alla nostra visita estiva.

Parecchi mesi prima, durante un sopralluogo del cantiere, nell’ex area Michelin, avevamo però già espresso, proprio in questo blog, le nostre perplessità in merito al progetto dell’archistar. Oggi ad alcuni mesi da queste nostre “visite”, a biglie ferme, ci sembra opportuno trarre alcune considerazioni.

Innanzitutto, ancora oggi il quartiere, a parte alcuni negozi al piano terreno, risulta per la maggior parte quasi completamente vuoto. Insomma sembra essere un elegante, costoso ed ecosostenibile FLOP.

Il quartiere, nonostante il bel successo del MUSE, appare “morto”, esente da quella “vita urbana” che nelle intenzioni del progettista, degli imprenditori e dei politici locali, doveva essere complementare ed alternativa a quella del Centro Storico di Trento. Una vita “ideale”, proiettata nel futuro, che però non sembra alla portata della società italiana e trentina contemporanea. Tanto che già oggi si sprecano i tentativi “politici” di rianimare ciò che già a luglio 2013, risultava essere in completa necrosi, spostando lì funzioni di pregio.

Le “Albere” a Trento, cosi come il quartiere della Bicocca a Milano, o Milanofiori Nord ad Assago, scontano della megalomania di politici ed imprenditori locali, che completamente avulsi da una progettualità immobiliare in grado di generare i luoghi della vita sociale futura, riversano sul mercato, quantitativi impressionanti di volume e di cemento, usando quali “cavalli di Troia” le archistar più o meno nostrane. Archistar che si prestano a questo gioco teso a conseguire la “necrosi completa dell’architettura”, per alimentare i loro “faraonici” studi professionali mondiali, dove non tramonta mai il sole.

Dal flop trentino, il senatore-archistar, Renzo Piano, proprio in questi giorni è in tour nei dintorni di Sesto San Giovanni (l’ex Stalingrado d’Italia), dove altri politici ed imprenditori privi di progettualità e di contestuale “visione di futuro”, si lanciano, in operazioni immobiliari ed architettoniche “faraoniche” (P.I.I. ex Aree Falck) destinate inevitabilmente a creare nuovi flop e disastri, facilmente prevedibili. Scatolini vuoti, realizzati all’abbisogna, con architetture monocordi, tristi e fallimentari già sulla carta, al di là dell’eleganza formale o della sbandierata sostenibilità ambientale. Sembra che la crisi, ancora imperante soprattutto nell’edilizia, non abbia insegnato nulla. Si riprende “sicuri e testardi” nella stessa direzione che ha portato al disastro economico di questi tristi anni, si riprende incapaci di elaborare nuove strategie e nuove progettualità.

http://www.ilghirlandaio.com/top-news/92888/renzo-piano-racconta-con-passione-milanosesto-la-sua-ultima-creatura/

http://video.gelocal.it/altoadige/cronaca/l-utopia-di-renzo-piano-dalla-fabbrica-della-modernita-all-ospedale-modello/21580/21601

Anzichè rimuovere ciò che è “marcio ed ammalato”, lo si alimenta, lo si incentiva, in maniera senziente anche a Sesto San Giovanni. Si va avanti favorendo la diffusione della malattia, anzichè arginarla e contenerla. E’ la completa necrosi sistematica dell’architettura!

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Milano, kristall-act


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Oggi, venerdì 9 agosto 2013, Milano, dopo una settimana con temperature massime superiori ai 36 gradi e con una umidità che ha sfiorato più volte l’80%, si è risvegliata senza il solito cielo lattigginoso. Dopo una giornata di ieri, di pioggia a sprazzi, un cielo limpido e terso si è fatto improvvisamente strada dalla tarda mattinata. A ciò hanno corrisposto delle temperature estive miti e ventilate.

La mattina, nonostante la città si sia progressivamente svuotata, è stata caratterizzata da un “florilegio” di code infinite, imposte dai numerossimi cantieri stradali, che si sono aperti come funghi in poche ore.

Al pomeriggio è però cominciata la “grande fuga estiva”, dalle 14,00 le tangenziali erano ingolfate e lentamente la città si è definitivamente vista “asportare” un quantitativo significativo di auto e persone. Certo non si tratta più degli “esodi” ormai storici, ma di certo pochi rimarranno a godersi queste splendide giornate estive, ora che la “caligine” è stata sconfitta.

Una città vuota, fatta di edifici esistenti vuoti. E di “cassoni pneumatici”, non ancora inaugurati, di ferro e vetro, destinati a rimanere vuoti per parecchio tempo……forse per sempre. Insomma una specie di città fantasma, in cui si aggirano sparuti, timidi turisti giapponesi, disposti a fotografare qualunque cosa; e residenti che trascinano improbabili trolley, su è giù per le scale ed i marciapiedi.

In un mondo ridefinito oggi da grandi reti di comunicazione e da una cancellazione progressiva delle frontiere da parte delle forze economiche, l’accelerazione di processi urbanistici/immobiliari senza senso, che quando sono lanciati, sono impossibili da fermare, ha “inflitto” sul nostro ambiente milanese, e sullo spazio una “mazzata definitiva”.

Milano è una città “piccola”, con una regione enorme dietro le spalle, che ha subito, nel corso del tempo ogni tipo di sopruso urbanistico. Andava/andrebbe, trattata meglio, con interventi in grado di assecondare questa società (ormai internazionale) “fluida”, costantemente dilaniata tra momenti di crescita economica esponenziale e periodi di crisi dei consumi. Ambivalenze periodiche destinate ad alternarsi in maniera sempre più frenetica nei prossimi decenni.

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/07/30/milano-edifici-vuoti-anche-in-centro-eppure-cemento-non-si-ferma/240865/

Non bisogna rifugiarsi in nicchie, in “paradisi artificiali”, di persone che auspicano la decrescita, un’architettura della bellezza, le coltivazioni a chilometri zero, il sogno di un orto sotto casa, di un’urbanistica consapevole, le moratorie sulle nuove costruzioni, ecc. Bisogna ritornare a mescolare la ribellione, che è tipica di chi soffre e sta male, con la necessità di esplorare, “ficcare” il naso ovunque, ma con uno scopo unico, preciso e ben finalizzato. Ritornare a fare politica davvero, per liberare le energie represse, che devono essere finalizzate e non stemperate in mille rivoli, incapaci di “farsi fiume”, come sta succedendo ora a Milano ed in tutta Italia. Solo così si potrà cambiare davvero la città ed il Paese, da un destino, che gli “scatoloni” vuoti di Porta Nuova, ben rappresentano nella loro incapacità di essere riferimenti territoriali (e non solo), come lo furono i campanili una volta.

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Ed il Grattacielo Pirelli di Gio Ponti e soci stà a guardare…..

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…..come la Torre Galfa (vuota) di Melchiorre Bega

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