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Builders of the future

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Chambre de travail


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Gli edifici, anche quelli piccoli e minuti, assolvono un doppio compito: la funzione pratica di servire al vivere e allo svolgimento delle attività, e la funzione psichica di stabilire il nostro punto di appoggio nella realtà vissuta.

Tutti dovremmo avere uno spazio esclusivamente nostro, anche minimo e spartano, un “pensatoio” in cui ritornare ogni tanto a riflettere su noi stessi, gli altri, il mondo. A progettare, ed a “sognare” l’organizzazione della nostra limitata permanenza terrena.

Paesaggio Christologico


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Cinque chilometri di passeggiata di colore giallo dalia (tessuto in nylon poliammidico della ditta Setex di Greven in Germania), di cui due chilometri “flottanti” sull’acqua. Dieci milioni di euro (circa) di costo previsto. Un afflusso previsto tra il 18 giugno 2016 ed il 3 luglio (ma si parla già di una proroga al 10 luglio) di circa 40 mila persone al giorno, mentre il “floating piers” ne può contenere contemporaneamente al massimo 17.500.

Il “floating piers” poggia su 220 mila  cubi a pioli galleggianti in polietilene ad alta densità, riempiti di aria. Per ancorarli sul fondo dei sub francesi hanno posato delle ancore in calcestruzzo (di fabbricazione bulgara ed italiana) e metallo appositamente studiate. Una volta assemblati tra loro i galleggianti nell’apposita area di Moltecolino (300 mila metri quadrati), le parti del “pier” vengono trascinate con imbarcazioni sul luogo dove vengono fissati al fondale mediante appositi cavi ed uniti tra loro.

Il tutto progettato ed intensamente voluto, dall’artista Bulgaro/Americano Christo Vladimirov YavachevL’opera alla fine dei sedici giorni di esposizione, verrà completamente rimossa e sarà industrialmente riciclata. I 10 milioni di euro dei costi, anticipati dall’artista e dagli sponsor, saranno recuperati dalla vendita dei gadgets e delle opere create dall’artista (quadri, serigrafie, ecc.), come già avvenuto per altri suoi lavori..

Christo ha scelto il Lago d’Iseo dopo un lungo sopralluogo sui laghi del nord Italia, insieme a Germano Celant, rimanendo colpito dall’Isola di San Paolo e da quella di Monte Isola, nonchè dal piccolo borgo di Sulzano.

Una operazione artistica, di valenza mondiale, voluta anche dalla comunità locale, per il rilancio internazionale del turismo sul Lago d’Iseo. Costo di tutta l’operazione “pagato” dall’Ente di promozione turistica del Lago d’Iseo e della Regione Lombardia, in collaborazione con sponsor/partner privati (Ubi Banca, Iseo Serrature, Franciacorta Outlet Village).

Per 15 giorni il Lago d’Iseo sarà “l’ombelico del Mondo”, un luogo di confluenza per paesaggio, turismo, arte, che saranno per una volta,  finalizzati ad una grande operazione di “immagine” a livello mondiale.

Percorrere il “Floating Piers” sarà completamente gratuito. Il comune di Sulzano e quello di Monte Isola hanno predisposto piccoli padiglioni per accogliere i turisti e fornire cibo ed accoglienza.

Quello che interessa è il tentativo di sganciarsi dai soliti canoni di marketing turistico, per intraprendere una strada innovativa, probabilmente l’unica in grado di fare diventare il turismo italiano, un vero e proprio “motore economico primario” del Paese.

Comunque un’opera “maestosa” che nella sua artificialità voluta e palese, sia nel disegno che nei materiali, ci fa immediatamente capire tutta la violenza (e la bellezza) della specie umana, che da sempre modifica all’abbisogna, il paesaggio di questo magnifico pianeta.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionatw

Le jene


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L’ultimo edificio dell’epicentro Vitra di Weil am Rhein, sarà un “contenitore edilizio”, il progetto è di Herzog & de Meuron. Si tratta di un deposito/galleria (Schaudepot) per la collezione di sedie dello svizzero Rolf Peter Fehlbaum (Capostipide della famiglia), che ha inventato l’attuale realtà imprenditoriale di Vitra.

Si tratta di un edificio completamente chiuso, se si esclude la porta d’ingresso, con microclima ed illuminazione controllata, destinato alla preservazione degli importanti “pezzi di design” che vi saranno insediati. Una architettura “banalotta”, in linea con le ultime tendenze “provocatorie” del duo allargato di basilea.

Il rivestimento è in mattoni rossi alleggeriti, appositamente spezzati, di un colore rosso intenso. Rosso sangue.

Gli architetti, noi architetti, siamo delle jene, pronti ad azzannarci tra di noi. Essendo in molti e volendo tutti insistere nello stesso territorio, la competitività è spietata, senza essere esente da colpi bassi. Noi architetti siamo degli “animali opportunisti” che perseguono l’illusione del grande successo. Pur avendo un buon grado di adattabilità agli eventi della vita, a predominare sempre, è soprattutto il cinismo; avendo la capacità di digerire qualunque sopruso, qualunque ignominia, pur di lavorare, e di avere successo.

Il nostro cinismo è inversamente proporzionale alla età anagrafica; più si è giovani e più, non guarda in faccia a nessuno. Pronti a “venderci l’anima” per un lavoro, per un incarico, per emergere. Il sangue dei colleghi, il loro insuccesso, ci eccita, ci esalta.

La maggior parte degli architetti di oggi (ma non tutti) è di fatto a spiccata tendenza logorroica. Continuiamo a parlare di noi stessi, non sappiamo ascoltare, e riempiamo angosciati, qualunque silenzio. E’ diventato un vero e proprio sport disciplinare, parlare male dei colleghi, di tutti i colleghi. Appena uno esce dalla porta, o appena si termina una telefonata, ecco che gli improperi ed i diminutivi “piovono a raffica”, verso l’altro colpevole spesso solamente di esistere.

L’architetto deve tornare a fare l’architetto, cercando d’innovare, con un lavoro paziente e “poco cinico”, cercando nello spirito del proprio tempo cosa mettere alla base del proprio lavoro, e della propria etica professionale. Bisogna ritornare ad individuare i veri contenuti capaci di sostenere il lavoro, senza “scannarsi con i colleghi”, magari prendendosi dei rischi, avventurandosi anche in territori poco conosciuti.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Camera con vista


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Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca, d’inverno, con la sola giacca addosso, dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi con frasi in madrelingua. Nella tazza si raffredda il caffè. Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij – Strofe veneziane VIII (1982)

Gli edifici, sono quasi sempre considerati degli “oggetti particolari”, frutto della moda e per questo stravaganti; o che comunque devono sempre affermarsi nell’immaginario collettivo per la loro particolarità architettonica. Invece si tratta di elementi ricavati dagli uomini, modificando, per sempre,  la materia estratta dal Pianeta Terra. Sono gli “involucri” indispensabili alla sopravvivenza della specie umana, al cui interno, o nel loro esterno, si realizza quel “microclima”  (fisico, termico e psichico) indispensabile affinchè le funzioni umane biologiche e/o artificiali, possano svolgersi nella miniera migliore possibile. Sono la rappresentazione (e la testimonianza) di come noi, specie umana, adattiamo il “paesaggio naturale” del Pianeta alle nostre esclusive esigenze. Modificandolo per sempre, tanto che dopo il nostro passaggio non si può più parlare di “paesaggio naturale”.

In questo senso, gli edifici, ed il paesaggio che ne conseguono per sommatoria, sono elementi “tangibili” a cui i nostri corpi ed i nostri sistemi neurologici, sono intimamente ed indissolubilmente interconnessi.

Così scrive, in sintesi, Harry Francis Mallgrave nel bellissimo libro “L’empatia degli spazi” (2013) : portando avanti un discorso di interpretazione multidisciplinare della percezione dell’architettura e dello spazio, nato probabilmente con Heinrich Wolfflin (Psicologia dell’architettura, 1898) e continuato con l’antropologo Edward T. Hall (La dimensione nascosta, 1966).

Il nostro corpo, collezionando esperienze “sul campo”, attraverso i sensi, ma non solo, ci insegna a percepire le forme estetiche tridimensionali : una città, un edificio, un interno, un elemento di arredo. La nostra mente, il nostro corpo, l’ambiente che ci circonda e la cultura, durante il percorso continuo di apprendimento (che dura tutta la vita), si interconnettono tra loro a diversi livelli, facendo nascere in noi una capacità multisensoriale e psichica di percepire lo spazio. Oggi le neuroscienze consentono di “leggere” in maniera diversa l’architettura ed anche la sua storia.

Il corpo crea innanzitutto per sè, per soddisfare la propria esigenza di bellezza, ma anche per chi verrà dopo di noi. Sempre con una finalità di procurare piacere e soddisfazione, nonchè testimonianza del transito terrestre. Senza dimenticare gli aspetti emozionali ed affettivi, che inevitabilmente connotano, ogni modalità di relazione sensoriale e motoria con il mondo fisico costruito.

Il corpo, ci evidenzia infine Mallgrave, ritorna ad essere l’epicentro della cultura architettonica; il fondamento stesso dell’esistenza dell’architettura. Il tutto genera ovviamente una nuova attenzione, una “cura”, per coloro che stanno negli intorni (dentro o fuori), degli edifici che progettiamo, che costruiamo.

Ecco quindi, che una “camera con vista”, contenuta  in quello che fu un edificio eccellente di Venezia, diventa un “osservatorio empatico” sulla citta’ lagunare e sulla sua architettura. Il clima invernale umido e freddo che titilla la resistenza dei corpi umani, la bellezza degli affascinanti esterni architettonici della Giudecca, la rumorosità concitata dell’omonimo canale, l’esperienza olfattiva di una realtà culinaria importante, il contrasto con degli interni mediocri figli dell’international style, ecc. : diventano le scenografie di un’empatia architettonica multi sensoriale.

Se esiste una spazialità, figlia delle neuroscienze e percepibile con tutto il corpo (nel suo insieme piu omnicomprensivo), qui a Venezia e soprattutto nei sui dintorni periferici, se ne ha la più alta consapevolezza.

L’isola della Giudecca, quella di San Giorgio, Murano, Torcello, ecc. costituiscono un “panorama” entro cui sperimentare al meglio quanto sostenuto da Harry Francis  Mallgrave. Dato che da questi luoghi, più che dal centro,  nasce da sempre la “potenza” culturale, economica, sociale della citta’ lagunare.  L’apice lo si conquista con l’isola di San Michele, dove natura, morte ed artificio architettonico, convivono splendidamente in una decrepita stratificazione spaziale; i corpi dei vivi vanno all’isola dei morti, quasi esclusivamente per acquisire un’esperienza empatica spaziale (tra passato e futuro), girovagando tra le tombe di Stravinskij, Brodskij, Nono, Vedova, Pound, ecc..

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

 

Smog Architecture (Milan)


 

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SOPRA – Milano – Via San Raffaele – 18 dicembre 2015

In questi giorni, di progressivo avvicinamento alle Festività Natalizie, l’inquinamento dell’aria “la fa da padrone” in tutta la Pianura Padana. In particolar modo a Milano la qualità del fluido in cui siamo irrimediabilmente immersi, è pessima . Ogni giorno è sempre peggio. Vento e pioggia sono ormai un’eventualità lontana. Non ci resta che morire (quasi senza accorgercene), portando avanti un modello di “civiltà” pesantemente condizionato dall’economia e dall’indifferenza dei più.

Quì in Padania, o in Cina, si fa di tutto per esorcizzare questa grande follia collettiva, frutto di “cieche” politiche passate e di odierna totale mancanza di programmazione per il futuro.

Tra qualche ora, oppure tra qualche giorno, magari tra qualche settimana, forse una precipitazione farà cambiare la situazione (si spera). Immediatamente, sia dai Cittadini, che dai politici, l’inquinamento, lo smog, sarà completamente rimosso, dimenticato. Fino al prossimo autunno, quando le stesse problematiche si ripresenteranno immutate.

Milano, in questo dicembre del 2015, mostra le sue architetture ed accende le sue luci, nella nebbia che uccide, nello smog persistente e mefitico, facendo diventare la città più teatrale del solito. La stessa nebbia : “che penetra, come l’effetto di una macchina teatrale, nella galleria milanese.”, come scriveva Aldo Rossi nella “Autobiografia scientifica” (Pratiche Editrici, 1990);  che fa grande  l’architettura, che la completa, che ne cela le brutture. La stessa nebbia inquinata : “C’è della gente che parla male della nebbia di Milano. Io non conosco quella degli altri paesi, ma questa di Milano è una gran nebbia, simpatica, affettuosa, cordiale. Ti fascia tutto come una carezza. E poi mi pare che la nebbia inviti all’intimità, all’ottimismo, alla confidenza.”, come sosteneva Carlo Campanini (Attore, 1906-1984); che però oggi uccide lentamente ma inesorabilmente.

Lo smog, come la nebbia è un’esperienza percettiva multisensoriale : visiva (il campo visivo è distorto, sfumato), olfattiva (l’odore dello smog tutto pervade), tattile (lo smog nella sua “densità” può quasi essere toccato), uditiva (la percentuale di particolato nell’aria, riduce la diffusione delle onde sonore). E se l’architettura è la scena fissa delle vicende dell’uomo sul Pianeta Terra, lo smog, facendoci avere una percezione nuova dell’architettura e della città, rende ambedue più adatte a questi anni, più consone alla realtà.

Il modello di architettura, e quindi di città a cui guardare, puo’ essere solo quello che sappia sapientemente coniugare il tema della crescita con quello dell’ecologia e della sostenibilità; ma anche con il lavoro, i servizi, i trasporti, la natura urbana, l’agricolutura di prossimità. Certamente non bisogna farsi affascinare dal fatto che sia la “verzura” a nascondere le incapacità degli architetti e degli urbanisti; che siano “quattro alberelli” a nascondere un modello cementificatorio e ad incrementare il consumo di suolo.

La vera sfida dei prossimi anni, dei prossimi decenni, è quella di cambiare stile di vita, e fissare nuovi obbiettivi per il futuro all’insegna della qualità sostenibile; come scrive Claudio De Albertis nel bell’articolo intitolato  “Il futuro della città è la città”, nel numero 997 di Domus (Dicembre 2015, pagina 126) : “La prima infrastruttura per la vita e l’economia sostenbile del futuro è la città ed è cruciale che la progettazione, le costruzioni e le tecnologie si sviluppino con una costante attenzione al comportamento e ai bisogni umani.”

Il futuro è nella rigenerazione urbana, riqualificando l’esistente, ampliandolo in pianta (poco)  e sopraelevandolo (tanto), con procedure e tecnologie semplici, leggere, a basso impatto ambientale e ad alta sostenibilità. Sostenibilità che dovrà essere anche sociale, oltre che ambientale ed economica. Città più dense (dato che il fenomeno dell’urbanizzazione è in continua crescita e di recente la popolazione planetaria residente in luoghi urbani ha superato il 50%), ma più intelligenti, vivibili, ad alta socialità e connesse tra loro (sia dal punto di vista fisico che di comunicazione).

Se così non sarà, moriremo lentamente, tra architetture e città bellissime, smaterializzate, che emergono dallo smog, perfette ed infinite. Testimonianze “assurde” della presenza umana su questo pianeta e della nostra follia.

Giusto per non dimenticare velocemente queste settimane, con la gola che brucia costantemente.

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SOPRA – Qualità dello stato dell’aria, espressa in valori annui, nell’Area Metropolitana Milanese

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Da Orto Botanico a Giardino della Biodiversità


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Padova, domenica 29 settembre – Cappella degli Scrovegni con affreschi di Giotto (la Cappella Sistina del medioevo, un capolavoro mondiale), parecchia gente nessuna coda . Tanto che anche senza prenotare si accedeva a questa meraviglia della pittura medioevale.

Padova, domenica 29 settembre – Orto Botanico dell’Università di Padova (un gioiellino rinascimentale del 1545, recentemente affiancato da un’avvenieristica serra didattica sulla biodiversità), coda di ore per entrare.

Qui le immagini dell’Orto Botanico

A Parigi, Barcellona, Londra, Amburgo, Lione, ecc. da anni sanno “valorizzare i contrasti”, amplificando le bellezze paesaggistiche, le opere d’arte e dell’ingegno umano, le “memorie” ed i ruderi del passato, affiancandole di “oggetti architettonici” in grado di condurle con sapienza nel futuro. Quì in Italia sono rari gli esempi, come all’Orto Botanico di Padova, dove passato e futuro entrano in sinergia, amplificando le potenzialità turistiche e culturali di siti già eccellenti.

Quì una mappa di Padova con alcuni luoghi 

Si possono avere tutti i reperti e le bellezze del mondo, ma se non le si sa valorizzare, affiancandole con dei “contrasti” intelligenti (frutto di un progetto manageriale attento a gestire un sapiente equilibrio tra investimenti e proventi) che le proiettano nel futuro…….non si va da nessuna parte. Soprattutto poi bisogna avere un quadro economico per poterle adeguatamente mantenere ed aggiornare.

Il paragone, tra le grandi città, ormai non va piu’ fatto sulla quantità delle “meraviglie” possedute, ma sulla capacità di “titillare i turisti” creando denari per preservarle nelle migliori condizioni per le generazioni future.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Inserire il titolo quì……..


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Ed eccoci di nuovo nell’imminenza del solstizio d’inverno, in cui le ore di luce del giorno, sono infinitamente minori di quelle della notte. Eccoci di nuovo a fare i conti con le Feste di Natale e con l’avvento dell’Anno Nuovo. Il tutto però quest’anno avviene, quasi in maniera sommessa e triste. Noi italiani, infatti siamo ormai da anni colpiti da una crisi economica e di valori strisciante e sordida, che sicuramente si protrarrà ancora per molto tempo. L’edilizia langue, così come moltissime altre attività, mentre i disoccupati e chi oltrepassa la soglia della povertà, continuano ad aumentare.

Chi ci governa attualmente, disegna in maniera ottimistica, la possibilità di un miglioramento imminente della situazione generale, mentre altri, probabilmente con più buon senso, vedono ancora un futuro a tinte fosche. Il tutto avviene in maniera quasi surreale, perseguendo il solito “ondivaghismo italianota”, che tanto danno ha creato nel passato, ed a cui, tutti siamo incapaci a porvi rimedio.

L’architettura italiana langue anch’essa, tra le esigenze di una “truppa di giovani architetti” sempre in costante crescita, ed un mercato del lavoro sempre più compresso e “stitico”.

Anche dal punto di vista del linguaggio, l’architettura italiana, sembra come imbrigliata su delle posizione marginali ancora troppo legate alle poetiche di chi ha oggi più di settanta anni, o comunque sulla ripetizione di linguaggi già ampiamente consolidati altrove.

http://www.festadellarchitetto.awn.it/vincitori.php

Sembrano temi irrisolvibili, ed infatti molto probabilmente lo sono, in una nazione che è incapace di tracciare in maniera chiara e netta la traiettoria del proprio futuro.

Non ci resta quindi che rifugiarci nella capacità messianica di quel Babbo Natale di Haldenstein, che più passano gli anni e più sembra un vero e proprio “santone” di una comunità religiosa, in grado di vedere nel “fluidum temporale”, lento e denso, quale sarà il vero futuro dell’architettura. Chissà, magari lui, che non ha mai costruito nulla in Italia, saprà leggere nella “palla magica” il destino dell’architettura di questo balzano Paese.ZHT copia copia

http://zumthor.tumblr.com/

Però ho come il sospetto che, silente, ci punterà il dito contro evidenziandoci  innanzitutto, l’ovvia realtà che non vogliamo vedere: i primi colpevoli di questa situazione siamo noi Architetti/Cittadini, incapaci di “scegliere” o di ribellarci in maniera costruttiva a questo stato delle cose.

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Il “Viadukt” della democrazia


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Zurigo, ormai da parecchi anni tra le prime città al mondo per la “vivibilità” (http://www.giornalettismo.com/archives/755693/la-top-10-delle-citta-piu-vivibili-del-mondo/), si è costruita le sua posizione in seguito alle proteste dei cittadini negli anni Ottanta del Novecento.

A partire dagli anni Novanta, la classe politica di Zurigo, politicamente “messa all’angolo” da continue proteste e scontri, anche fisici, con movimenti giovanili e politici avvenuti lungo tutto il corso degli anni Ottanta, si attrezzò  per indire un referendum democratico affinchè i cittadini potessero votare una progettualità futura di loro gradimento, tesa a costruire (e ricostruire), nei decenni successivi, lo spazio urbano e sociale. Si sottoposero alle valutazioni referendarie dei cittadini, diversi scenari, redatti da esperti e consulenti, di diverse discipline (urbanistica, architettura, sociologia, antropologia, mobilità, ecc.), ascoltando gli stessi cittadini.

La città di Zurigo di oggi, che fruiamo, è la costruzione concreta dello scenario condiviso e votato democraticamente allora, senza stemmi partitici, senza bandiere di una parte o dell’altra. Il perdurare sapiente di una politica comune (perché condivisa e priva di marchi politici) che si è tramandata di amministrazione in amministrazione, ha fatto si che le parole, i progetti, diventassero realtà. Essenzialmente il progetto urbanistico e sociale che vinse il referendum, verteva nell’esigenza di fare rientrare in città i giovani, le forze creative, i ricercatori, rendendo la città vivibile, istituendo spazi pubblici che potessero offrire svago e divertimento a tutti. Cittadini e politici, tutti assieme, capirono che questa era l’unica possibilità per assicurare prosperità a una economia postindustriale, che vedeva allora Zurigo, con molte aree dismesse e tanti quartieri con servizi pubblici e verde carenti.

La Zurigo di oggi, sta raggiungendo quell’obbiettivo, quell’idea di città che i suoi abitanti hanno votato ormai parecchi decenni fa. Una città che si sta espandendo consumando il minor suolo possibile. Una città con un mercato immobiliare dinamico in cui operatori privati ed amministrazione pubblica collaborano assieme, con un bilancio comunale in attivo e con i mezzi pubblici diffusi e puntuali. Soprattutto con tante aree verdi, musei e spazi sociali.

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La Kunsthalle ( – http://www.kunsthallezurich.ch/ – progetto Studio Gigon & Guyer), che siamo andati a visitare in questi giorni di dicembre, s’inserisce in un programma di rigenerazione e di espansione urbana. Un’ ex area industriale dismessa (un birrificio) che si trova compresa tra la stazione centrale, la stazione della S-Bahn di Hardbrücke e il fiume Limmat. Un paesaggio metropolitano in trasformazione (una volta produttivo), di grande fascino e “bellezza”, caratterizzato da un alto viadotto ferroviario dell’Ottocento in pietra, le cui arcate sono state abitate e rese percorribili, dando vita ad un complesso che prende il nome di Viadukt (- http://www.im-viadukt.ch/content/plan – progetto dello Studio EM2N). Una città Zurigo, ancora in profonda trasformazione, che si ritrova negli edifici industriali, nelle infrastrutture, che fanno parte della sua memoria, l’energia per rinnovarsi. Un’energia “pulita” esente da consumo di suolo, con una grande attenzione per la sostenibilità ambientale e per la mobilità su due ruote.

La “genesi progettuale” della Kunsthalle è una storia che comincia nel lontano 1996: un edificio industriale e dismesso, un birrificio (come già detto), posto a ridosso del centro urbano viene recuperato con l’obiettivo di tenere assieme istituzioni private, pubbliche e gallerie d’arte contemporanea di tipo commerciale all’interno di un unico complesso.

L’operazione è resa possibile grazie al coinvolgimento di Migros, uno dei due colossi della distribuzione alimentare in svizzera che per statuto devolve il 2% del proprio fatturato per lo sviluppo della cultura. Migros acquista direttamente il lotto e costituisce all’interno del complesso il Migros Museum d’arte contemporanea, affittando ad importanti gallerie internazionali i restanti spazi e lasciando uno spazio espositivo alla Kunsthalle, galleria pubblica che da il nome a tutto il complesso. Il valore immobiliare di tutta l’area sale in maniera esponenziale e la Migros decide di vendere, pur continuando la propria attività di museo. Dal 1996 al 2002 si susseguono diversi proprietari. Nel frattempo nel quartiere si trasferiscono diverse importanti gallerie che aprono i propri spazi commerciali ed espositivi in diversi appartamenti nei dintorni. Si costituisce di fatto un distretto dell’arte contemporanea zurighese, che viene ratificato oggi dal progetto unitario degli zurighesi Gigon & Guyer. Un progetto in cui creativi, giovani, spazi raffinati e zone meno eleganti, convivono assieme, una a fianco dell’altra in un meltin-pot, che è sia urbanistico che architettonico, ma soprattutto sociale. Di fatto la creazione di una “piattaforma di attracco” in cui qualunque cittadino del mondo può sentirsi a casa.

Il progetto della Kunsthalle e di tutto il quartiere di Zuri-West (http://www.zuerich.com/en/zuerich/sehenswuerdigkeiten/Zuerich-West.html), appare molto interessante, soprattutto se paragonato alla “tristezza infinita” della situazione italiana, dove aree dismesse, quali “Le Albere” a Trento, oppure le “Ex aree Falck” a Sesto San Giovanni, vengono trasformate, di fatto radendole al suolo (senza nessun apporto da parte dei cittadini), da politici ed immobiliaristi disposti a tessere legami tra loro sempre più perversi e non in grado di “costruire il futuro”.

A Zurigo lo strumento referendario è stata l’occasione per fare partecipare i cittadini alle trasformazioni urbane, ma dietro a questo strumento ci stavano dei cittadini, culturalmente attrezzati per essere parte di un processo democratico dove non c’è distinzione tra maggioranza ed opposizione, oppure tra chi partecipa o no, ma tutti si collabora per un unico obbiettivo condiviso.

Manca da noi, come invece è avvenuto a Zurigo, la capacità di esporsi delle persone comuni, di fare rete, senza simboli nè partiti politici (più o meno nascosti) di appassionarsi all’impegno civico, perché si ha insieme, come obbiettivo, un ideale più alto. Manca insomma una vera capacità democratica di individuare cosa è giusto fare e cosa non lo è. Questi anni che stiamo vivendo, sono il frutto di questa assenza collettiva di progettualità.

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“Architettura morta”


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Esiste una relazione tra architettura e musica, tra canzonetta e paesaggio. Anche Claudio Baglioni fa outing durante la trasmissione “Deejay chiama Italia”. Si scopre così che ha studiato architettura a Roma (studente lavoratore dichiara), e una decina di anni fa circa, ha pure conseguito l’abilitazione per esercitare la professione. Quindi oltre ad Edoardo Bennato, che pure professa ormai da anni (http://bit.ly/1eF89mx), anche l’ex “ricciolone belloccio” deroma, discetta amabilmente con i due conduttori, sancendo con autorevolezza che : “In Italia l’architettura è morta!”

http://bit.ly/1j0ac26

Ci voleva Baglioni per ricordarci ciò? Eh si, forse si. Infatti parafrasando probabilmente inconsapevolmente, il titolo di un noto libro di Giorgio Grassi, Baglioni, focalizza di nuovo, dichiarandone la morte, per la gente comune, ma anche per noi architetti, l’attenzione su questa bistrattata (in Italia) disciplina.

Scriveva infatti G.G. nella presentazione di un suo libro di “Scritti Scelti 1965-1999” : “Questo libro è fatto soprattutto per gli studenti di architettura, per i futuri architetti, quelli che secondo Hannes Meyer dovrebbero “consegnare le piramidi alla società del futuro”,con la speranza che sentano di nuovo il forte bisogno di mettere in discussione per prima cosa la ragione di essere del loro lavoro, cioè la ragione di essere (e la responsabilità) di un lavoro tanto antico da includere appunto perfino le piramidi; è però dedicato ai miei vecchi studenti e anche a quelli un po’ meno vecchi, ma che hanno avuto tutto il tempo per imparare, a loro spese, che non è affatto facile mantenersi fedeli alle scelte che si sono fatte a scuola spinti dall’entusiasmo, ma che è ancora più difficile tradirle dopo, sapendo che una volta, anche se per breve tempo, le si è credute decisive e per sempre.” 

Appunto un lavoro così difficile, che oggi non c’è più, essendo quasi completamente scomparso il lavoro, e quindi la ragione stessa di essere architetti. Nessuno lo dice, ma dopo il paesaggio, o meglio contemporaneamente alla sistematica distruzione del paesaggio, in Italia, si è definitivamente uccisa la professione dell’architetto. Oggi chiunque, in Italia, magari lettore spietato di Casamica, si picca di essere architetto ed insegnare a chiunque una disciplina che necessita di anni di studio per essere appieno compresa. Un omicidio-suicidio, infatti anche noi architetti abbiamo contribuito a questa “morte” sancita dal Baglioni, non tutelando il nostro mestiere e consentendo che sia costantemente oggetto di saccheggio e razzia da chicchessia.

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Le immagini soprastanti sono dell’Auditorium di Ravello (Na) – progetto Oscar Niemayer

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