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Builders of the future

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Acqua

DORONA


Altinum (in prossimità dell’attuale Quarto d’Altino), divenne “Municipium” quando raggiunse il suo massimo sviluppo in epoca romana a partire dal II secolo a.C. Il processo di romanizzazione ebbe inizio intorno al 131 a.C., data della costruzione della via Annia. Altinum in epoca romana era una grande e florida città, tra le più importanti dell’impero, con oltre 30.000 abitanti. Si trovava ai margini della laguna veneta, protetta dai fiumi di risorgiva Sile, Zero e Dese, ed era un’importante nodo stradale dell’Impero Romano, poiché costituita sulla Via Annia (131 a.C.), che collegava Adria ad Aquileia passando per Padova, e dalla Via Claudia Augusta (47 d.C.), che arrivava fino al Danubio, passando dall’attuale Augsburg in Germania. Altinum fu anche uno dei più importanti scali dell’Alto Adriatico e la sua fortuna è in gran parte legata alla sua posizione ed alle vie di comunicazione citate, grazie alle quali la città si ingrandì con ville, templi ed edifici pubblici, e divenne “Urbs” già dal I° secolo d.C. Dopo l’editto di Costantino (313 d.C.) che concedeva libertà di culto ai Cristiani, Altino divenne sede vescovile con Eliodoro I, vescovo di Altino fino al 407 d.C. La decadenza della città altinate cominciò con l’invasione barbarica degli Unni di Attila nel 452 d.C., e nel VII secolo i suoi abitanti si trasferirono definitivamente sull’isola di Torcello (anticamente Turricellum, nome dato dagli altinati in ricordo della Turris di Altinum), dove fu trasferita anche la sede vescovile, creando così i presupposti per la nascita di Venezia.

Trasferendosi si portarono dietro anche delle “barbine” di uva ed impiantarono sulle isole alcuni vigneti. Si trattava di vigne di antico Trebbiano e garganega, chiamate “Dorona”. La viticoltura in Laguna esiste dall’alba dei tempi e Piazza San Marco fino al 1100 era un grande giardino con orti, vigneti e frutteti, quello che è noto come brolo. I campi a Venezia si chiamano così perché di fatto erano coltivati, dato che anche le piazze in una città in cui il novanta per cento dello spazio è occupato dall’acqua andavano sfruttate per sfamare il popolo.

L’isola di Mazzorbo, per le sue caratteristiche divenne il luogo ideale per produrre vino bianco fermo. Il vino dei Dogi veneziani, prodotto con un’uva che si era adattata al terreno salino ed al clima insulare della laguna. Il vigneto, da sempre fu gestito in maniera collettiva dalla popolazione.

Un muro ricostruito nel 1727, dai francesi, fu eretto per recingere i “preziosi” 10 mila metri quadrati di terra con 4000 piante d’uva Dorona, una esclusiva ed unica uva autoctona veneziana.

Oggi qui si trova la Tenuta Venissa: una vigna murata aperta al pubblico, dove passeggiare e rilassarsi nella magica atmosfera di questo luogo. La vigna murata del Venissa ospita il vigneto di Dorona di Venezia, un’uva autoctona veneziana, che era quasi scomparsa dopo la grande acqua alta del 1966. Oltre alla vigna si possono visitare gli orti, gestiti da nove pensionati dell’isola, che nei mesi primaverili producono le famose castraure (carciofi) di Mazzorbo. Parte della verdura prodotta negli orti viene utilizzata nel Ristorante Venissa, premiato con la stella Michelin, e nell’Osteria Contemporanea, che propone una cucina più informale. All’Osteria del Venissa è possibile fermarsi anche solo per bere un bicchiere di vino, godendosi la pace di quest’oasi verde nella laguna di Venezia. Sempre all’interno della tenuta, è presente il Venissa Wine Resort, che offre ai propri ospiti cinque eleganti camere, dov’è possibile soggiornare per vivere l’isola nei momenti più tranquilli e romantici: quando i turisti devono ancora arrivare, oppure rientrano in città, nelle isole di Mazzorbo e Burano si vive ancora quell’atmosfera paesana, che contraddistingue la vita dei suoi abitanti.

Al di là del muro, insistono le splendide forme architettoniche, del quartiere di Edilizia Economica Popolare, il cui progetto è degli anni 1980-87, ed è stato elaborato dal gruppo progettazione guidato Giancarlo de Carlo con Alberto Cecchetto, Paolo Marotto, Etra Connie Occhialini, Daniele Pini, Renato Trotta.

De Carlo interviene a Mazzorbo, con un doppio incarico, per il Comune di Venezia, attua la realizzazione del progetto planivolumetrico dell’area, per lo Iacp l’edificazione di 36 alloggi. La particolare delicatezza e singolarità dell’ambiente lagunare richiedono all’architetto specifici studi preliminari sull’inserimento paesistico e sulla cultura dell’abitare tipica degli isolani, che culminano nei due aspetti più rilevanti della progettazione: ricerca dell’integrazione dei percorsi di terra e acqua e sviluppo delle tipologie di alloggi, distinte in nuclei “mazzorbini” e “buranelli” a seconda della provenienza e delle esigenze degli abitanti. Al primo lotto residenziale di 36 alloggi, già costruiti e commissionati dallo Iacp veneziano, avrebbe dovuto seguire un intervento 4 volte più esteso, poi invece molto ridimensionato e ridotto a soli altri 15 alloggi Iacp, con riqualificazione del campo sportivo e una nuova palestra dotata di tribune. La complessa articolazione volumetrica ricercata per ogni unità abitativa, sottolineata da un efficace cromatismo mutuato dall’isola di Burano, rende l’insediamento residenziale nuovo per il linguaggio moderno con cui è realizzato, magnificamente inserito nel delicato equilibrio naturale di terra, acqua e cielo, spazi tradizionali e caratteristici dell’ambiente laguna.

Ai giorni nostri, il lusso esclusivo e perfetto della “Tenuta di Venissa”, che produce un vino da oltre 300 euro al litro, venduto in tutto il mondo nelle bottiglie in foglia d’oro del muranese Giovanni Moretti, e la dotta sapienza architettonica del quartiere popolare di De Carlo, lasciato “deperire” per mancanza di manutenzione, come tutte le “cose” pubbliche in Italia, si confrontano, dal punto di vista paesaggistico, proprio nel Vigneto “murato” (ma aperto al pubblico).

Ci vorrebbe un ennesimo “piccolo miracolo italiano”, facendo in modo che le due realtà collaborassero (cosa che oggi non avviene) in un sostentamento che non è solo economico, ma anche di idee e di cultura, dove architettura, paesaggio, enogastronomia, potrebbero restituire l’idea di una patria, intesa come tutto ciò che costituisce lo spirito, le radici, l’identità di un popolo : l’ Heimat direbbero i popoli germanici.

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Paesaggio Christologico


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Cinque chilometri di passeggiata di colore giallo dalia (tessuto in nylon poliammidico della ditta Setex di Greven in Germania), di cui due chilometri “flottanti” sull’acqua. Dieci milioni di euro (circa) di costo previsto. Un afflusso previsto tra il 18 giugno 2016 ed il 3 luglio (ma si parla già di una proroga al 10 luglio) di circa 40 mila persone al giorno, mentre il “floating piers” ne può contenere contemporaneamente al massimo 17.500.

Il “floating piers” poggia su 220 mila  cubi a pioli galleggianti in polietilene ad alta densità, riempiti di aria. Per ancorarli sul fondo dei sub francesi hanno posato delle ancore in calcestruzzo (di fabbricazione bulgara ed italiana) e metallo appositamente studiate. Una volta assemblati tra loro i galleggianti nell’apposita area di Moltecolino (300 mila metri quadrati), le parti del “pier” vengono trascinate con imbarcazioni sul luogo dove vengono fissati al fondale mediante appositi cavi ed uniti tra loro.

Il tutto progettato ed intensamente voluto, dall’artista Bulgaro/Americano Christo Vladimirov YavachevL’opera alla fine dei sedici giorni di esposizione, verrà completamente rimossa e sarà industrialmente riciclata. I 10 milioni di euro dei costi, anticipati dall’artista e dagli sponsor, saranno recuperati dalla vendita dei gadgets e delle opere create dall’artista (quadri, serigrafie, ecc.), come già avvenuto per altri suoi lavori..

Christo ha scelto il Lago d’Iseo dopo un lungo sopralluogo sui laghi del nord Italia, insieme a Germano Celant, rimanendo colpito dall’Isola di San Paolo e da quella di Monte Isola, nonchè dal piccolo borgo di Sulzano.

Una operazione artistica, di valenza mondiale, voluta anche dalla comunità locale, per il rilancio internazionale del turismo sul Lago d’Iseo. Costo di tutta l’operazione “pagato” dall’Ente di promozione turistica del Lago d’Iseo e della Regione Lombardia, in collaborazione con sponsor/partner privati (Ubi Banca, Iseo Serrature, Franciacorta Outlet Village).

Per 15 giorni il Lago d’Iseo sarà “l’ombelico del Mondo”, un luogo di confluenza per paesaggio, turismo, arte, che saranno per una volta,  finalizzati ad una grande operazione di “immagine” a livello mondiale.

Percorrere il “Floating Piers” sarà completamente gratuito. Il comune di Sulzano e quello di Monte Isola hanno predisposto piccoli padiglioni per accogliere i turisti e fornire cibo ed accoglienza.

Quello che interessa è il tentativo di sganciarsi dai soliti canoni di marketing turistico, per intraprendere una strada innovativa, probabilmente l’unica in grado di fare diventare il turismo italiano, un vero e proprio “motore economico primario” del Paese.

Comunque un’opera “maestosa” che nella sua artificialità voluta e palese, sia nel disegno che nei materiali, ci fa immediatamente capire tutta la violenza (e la bellezza) della specie umana, che da sempre modifica all’abbisogna, il paesaggio di questo magnifico pianeta.

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Zuppiere sonore


Clinamen v 2 . è un’installazione collocata nell’atrio del Centre Pompidou a Metz. L’artista che l’ha realizzata è Cèleste Boursier-Mougenot (1961, Nizza).

Si presenta come una piscina azzurra circolare (inscritta su un basamento di forma sempre circolare che funge da perimetro/seduta), piena d’acqua per circa 30 centimetri, sulla cui superficie galleggiano numerose zuppiere bianche di porcellana, che dolcemente cozzano tra loro, emettendo un delizioso tintinnio, grazie al lento movimento del liquido.

Così facendo si ricrea nell’enorme atrio dell’edificio progettato da Shigeru-Bahn (http://www.shigerubanarchitects.com/works.html) un paesaggio visuale e sonoro molto coinvolgente ed accogliente.

http://www.centrepompidou-metz.fr/

La semplicità apparente dell’installazione è inversamente proporzionale al fascino che essa esercita sugli spettatori. In realtà si tratta di una macchina sonora complessa che l’autore può configurare in diverse maniere aumentando o diminuendo le “zuppiere” in movimento, riempiendole più o meno di liquido, o modificando i vortici che agitano l’acqua.

La temperatura dell’acqua, mantenuta attorno ai 30 gradi centigradi, favorisce l’emissione sonora e la risonanza. La persistenza del suono, fa si che gli spettatori si astraggano dal tema dell’installazione, per concentrarsi esclusivamente sull’emissione sonora.

Il tempo sembra come rallentare, per un attimo; per ogni spettatore, perdere un po di tempo a godere del concertino, pare essere una cosa buona e giusta.

Oltre ad essere un compositore, Céleste Boursier-Mougenot è noto soprattutto per le sue opere ambientali, vere e proprie installazioni sonore, come nel caso di Rêvolutions, l’opera con cui, nel 2015, rappresenta la Francia alla cinquantaseiesima esposizione internazionale d’arte contemporanea della Biennale di Venezia.

Quì sotto il link ad alcune immagini dei luoghi

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Il cielo e l’acqua


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Se in una giornata calda, vi rimangono nel serbatoio alcuni litri di carburante (oppure siete vicini alle Ferrovie Nord), non potete mancare di fare una visita al Lago del Segrino, tra Eupilio e Canzo, proprio sopra Erba. Sono circa 55 km. dal centro di Milano, che si percorrono agevolmente in circa 58 minuti. Se ci andate in ferrovia il tempo necessario, tra treno ed autobus è di circa 98 minuti.

Quì la natura è ancora prorompente e l’ottima sistemazione paesaggistica dell’uomo, ne fa una riserva di “delizie paesaggistiche” e di frescura. Assolutamente da evitare la domenica, per colpa di un afflusso pazzesco di turisti ed avventori, ma in qualunque altro giorno, non vi deluderà.

Quì una mappa del Lago del Segrino

Eseguire il percorso naturalistico, ciclo-pedonale, che circonda il Lago è veramente un’esperienza di paesaggio totalizzante. Ma la cosa più raccapricciante di quest’esperienza, è il paesaggio, il territorio della Brianza, che ci scorre sotto gli occhi per raggiungere il Segrino. Un Paesaggio una volta bellissimo, sistematicamente distrutto, nel corso del tempo da una congerie di cacofonie architettoniche che oggi si sono irrimediabilmente saldate tra loro. Di fatto realizzando una “città infinita” tra Milano ed Erba.  Tutto ciò, in contrasto con il luogo ancora bellissimo del Segrino, ci fa capire che siamo giunti ad un un punto di non ritorno: uomo, natura, cementificazione ormai non riescono più a coesistere in maniera sinergica ed equamente simbiotica.

Mentre scrivo, sto seguendo, attraverso una piattaforma informatica Webinar,  uno di quei corsi obbligatori per legge a cui sono vincolati alla partecipazione gli architetti per acquisire crediti formativi. Si tratta di un corso sul paesaggio dal titolo : “Conoscenza, tutela e valorizzazione del paesaggio”, organizzato dall’ Ordine degli Architetti di Milano (OAM) e dall’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) – http://bit.ly/1hHTWYV – . Vi partecipano soloni ed esperti quali : Umberto Vascelli Vallara, Silvano Tintori, Sergio Cavalli, Anna Rossi, Marina Cattaneo, ecc.

Ho ormai oltre 28 anni di professione dietro le spalle, spesso esercitata in ambiti paesaggistici e/o su edifici con vincoli monumentali. Per oltre 10 anni sono stato dapprima assistente al Politecnico di Milano e poi docente a contratto. Da quattro anni sono Presidente della “Commissione per il Paesaggio” di un comune della provincia di Milano. Da qualche tempo insegno in Svizzera, dove il Paesaggio (Territorio) è implementato nello stesso percorso di preparazione degli architetti fin dal primo anno. Posso quindi tranquillamente affermare di essere un “esperto” in temi paesaggistici e nella relativa legislazione di tutela.

Quello che sento pomposamente affermare, in questo triviale corso obbligatorio, è la glorificazione sistematica di una legislazione paesaggistica italiana, monumentale e becera, che discettando per decenni sulla terminologia (è meglio Paesaggio, Territorio, Ambiente, ecc.) e pochissimo sui contenuti effettivi, ha legittimato lo scempio che ci troviamo di fronte se da Milano, ci rechiamo al Lago del Segrino.

Ma costoro si rendono conto di quello che è avvenuto e che ogni giorno sta avvenendo in tutta Italia: ogni secondo che immancabilmente passa 8 metri quadrati di suolo agricolo e/o naturale vengono irreversibilmente fagocitati, con l’avvallo di chi si occupa della tutela del Paesaggio stesso, che non possiede (per legge) autorevolezza, ne strumenti legislativi che siano in grado di interrompere questo meccanismo perverso e folle.

Quando come Commissione per il Paesaggio, respingiamo un progetto, perchè realizzato non in coerenza con il vincolo paesaggistico a cui soggiace, il dirigente del settore, può con una sua determina ad hoc, farsene un baffo del parere di esperti (cinque), non retribuiti e scelti in maniera meritocratica in seguito ad invio di curricula.

Ma ci rendiamo conto tutti quanti che lasceremo alle generazioni future, andando avanti a distruggere sistematicamente il Paesaggio più che a tutelarlo veramente, un vincolo tale per cui il loro presente non gli consentirà delle scelte. Ma ci rendiamo conto dello squallore del quadro legislativo italiano in merito al Paesaggio, rispetto ad altre realtà europee. Ma ci rendiamo conto, noi architetti, che questa non è formazione ma merda allo stato puro !

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Le passerelle del paesaggio


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A Bellinzona e dintorni, le passerelle ciclo-pedonali, rappresentano un vero e proprio elemento di “costruzione del paesaggio”. Infatti, in pochi chilometri, se ne contano almeno tre. Tutte quante di ottima fattura, che “twittano” con l’intorno in maniera sapiente.

Quella più aulica” ed interessante è certamente la passerella pedonale-ciclabile sul Fiume Ticino, progettata da Raoul Spataro, che collega Pratocarasso con Galbisio: realizzata nel 2011, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti.

Il manufatto ingegneristico, è un elemento lineare di collegamento tra i due argini del Ticino, costituito da un cassone in carpenteria metallica, che presenta una lunghezza complessiva di 160 metri.

Trasversalmente, a sbalzo e incastrata con il cassone, si sviluppa la soletta di calpestio, ampia e comoda, con una larghezza utile per pedoni e ciclisti di 3 metri e delimitata da un leggero parapetto costituito da una lamiera forata in alluminio. Il nuovo percorso è pensato per la mobilità lenta e resta protetto dal vento sul lato nord dalla “rossa” trave portante mentre verso sud la visuale resta aperta e libera.

Di notte inoltre il tratto pedonale ciclabile viene illuminato con luci Led che danno una combinazione di luci e ombre tra acqua, terra e cielo. La passerella è costata oltre due milioni di franchi.

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Verso nord, prendendo in direzione Biasca, ecco un’altra passerella ciclopedonale, che scavalca il Ticino, proprio in vicinanza . Si tratta di un ponte metallico, strallato, con soletta in asfalto, costruito all’inizio degli anni 2000, tra Gnosca e Ca D’Ossola.

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Più a Sud dell’opera di Spataro, si trova la Passerella pedonale e ciclabile, che scavalca il Ticino, tra Monte Carasso e Bellinzona. Si tratta di un’opera, dalla forme ardite, in metallo ed assito ligneo,  realizzata nel 2011, dalle Officine Ghidoni.

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Kahn a Caldonazzo


Se per caso, passate dalla Valsugana, procedendo sulla Strada Statale n° 47 da Trento a  Bassano del Grappa, una “fermata” in località San Cristoforo, frazione di Pergine, è quasi d’obbligo. Quì il tempo ha stratificato una sommatoria di elementi paesaggistici, che vanno dalle zone umide (biotopo) con vicoli comunitari di salvaguardia per i volatili, alle spiagge, al nucleo storico. Assolutamente particolare la darsena dei Pescatori, costituita da una serie di case in legno (su palafitte), una di grandi dimensioni ed altre più piccole, da cui partivano le barche dei pescatori quando tale attività era economicamente importante per il paese. Pescatori, che si racconta, si sono lì insediati, provenienti dal Lago d’Iseo.

La darsena ex Dalmeri a San Cristoforo è un manufatto in legno su palificata, così chiamata perché aveva come proprietaria dei diritti di pesca nel secondo dopoguerra la famiglia Dalmeri. Dopo l’esproprio del 1983 e la soppressione di tale diritto, la proprietà passò automaticamente alla Provincia Autonoma. I diritti di pesca sono antichi come si desume da un documento del 1363 che riservava il diritto di pesca attorno al colle di San Cristoforo. Nell’Ottocento il diritto per 3/5 spettava al castello di Pergine e per i 2/5 ai potenti conti Trapp e vari erano i contratti di locazione per “le pesche”.

La darsena costituiva il “landmark” (contrassegno paesaggistico) sul territorio di questo diritto esclusivo della proprietà ad esercitare la pesca in quanto ai “rivieraschi” era consentita la sola attività dalle rive, con reti  senza l’uso della barca. La costruzione con ogni probabilità realizzata nei primi anni del Ventesimo secolo è un raro esempio sul territorio provinciale trentino, di un manufatto ad uso esclusivo della pesca. L’edificio si compone di un corpo principale da dove si recuperavano i carichi di pesce e due ali laterali da dove si arrivava con le barche. Infatti lo spazio interno è organizzato in maniera simmetrica attorno ai due attracchi e le superfici di calpestio si limitano al percorso di servizio tutto intorno alle pareti. La struttura in legno  è realizzata in larice, con travi ad incastro e relative bullonature, montanti e capriate, copertura a tegole marsigliesi di laterizio, tamponamento verticale in assito grezzo di legno di larice.

Ma veramente innovative (forse più interessanti della stessa Darsena Dalmeri), anche per forma e caratteristiche, sono gli annessi depositi dei pescatori, delle piccole architetture, sempre su palafitte, realizzate in legno, e con il tetto in lamiera di rame. Si tratta di edifici, che per caratteristiche tecniche e “design”, sono un vero e proprio unicum.

Gli stessi percorsi lignei sospesi sull’acqua, per raggiungere le singole unità, costituiscono un reticolo moderno assolutamente anomalo. E se si visita il posto in un pomeriggio di sole, la sensazione è come se quel geniaccio di Louis Kahn, prima di realizzare il Kimbell Art Museum di Forth Worth a Dallas (Texas, U.S.A.) che è del 1972, fosse passato per San Cristoforo, lasciando quì alcuni suggerimenti, delle tracce inconfondibili, provvisorie, ma precise.

https://www.kimbellart.org/Index.aspx

Anche a Caldonazzo come a Forth Worth, il rapporto tra il costruito, la luce e l’acqua, è il motore stesso che “sublima” la magia dell’architettura. Paesaggio e costruito, si uniscono, quasi si fondono, in una architettura “minimale” di assoluta sapienza.

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1291


Sopra immagini dell’attività di Snozzi a Monte Carasso

Sopra immagini del Municipio di Iragna di Cavadini

Sopra immagini – Peter Markli, la “Congiunta” a Giornico

Sopra immagini Infocentro + Torre di Controllo Alptransit

 

Immagini di Castelgrande di Galfetti  Bellinzona

La Casa d’Asburgo, nel 1291 dominava gran parte della Svizzera centrale. Per rendere più efficiente e moderna la loro amministrazione avevano intenzione di trasformare i propri feudatari in funzionari. Le comunità di contadini che abitavano le vallate alpine volevano invece conservare le loro ataviche prerogative e premevano per ottenere la dipendenza diretta dall’Impero senza l’intermediazione dei feudatari. Le comunità rurali, al fine di tutelare i propri antichi diritti, strinsero numerosi trattati di alleanza e di mutua assistenza, tra loro e con altri soggetti. Il principale di questi trattati è il Patto eterno del Rütli, stipulato intorno ai primi giorni di agosto del 1291 (da qui l’anniversario della Confederazione Svizzera del primo di agosto), in cui le comunità di Uri, Svitto e Unterwaldo si giurarono reciproco aiuto in caso di conflitto, formando il primo nucleo della Confederazione. A tale nucleo si unirono, nel corso del tempo altre comunità.

Il 7 di agosto del 2012, tre uomini maturi ed una vecchia toyota corolla (diesel) con oltre 175.000 chilometri, si sono recati a fare una passeggiata estiva nel Canton Ticino, proprio in quei luoghi che videro l’adesione al “Patto eterno del Rütli”. Gli obbiettivi dichiarati erano due : il primo, fare tesoro delle architetture e del paesaggio di questa parte della Svizzera, poco conosciuta, ma di una bellezza rara, in cui con sapienza si è coniugata (e si sta coniugando) presenza umana e natura: il secondo, godere al meglio di una giornata estiva stupenda, calda e soleggiata, adattissima ai bagni di sole e non solo.

Riguardo al primo punto, siamo stati a Monte Carasso dove Luigi Snozzi nel corso del tempo, ha realizzato (con relativo seguito) un’urbanistica fatta solamente di eccellenze architettoniche. Siamo anche stati a visionare lo splendido museo della “Congiunta” a Giornico esempio di struttura gestita dai fruitori, il Municipio di Iragna di Raffaele Cavadini, ed il castello di Castelgrande a Bellinzona luogo magico per osservare il paesaggio.

Riguardo al secondo punto direi che la permanenza al sole, a fianco delle fresche acque delle Cascate di Santa Petronilla a Biasca ha consentito grazie alla terrazza con vista  180 gradi di fare numerose considerazioni in merito a cosa è (o cosa non è) il paesaggio .

In questo luogo “magico” intriso della democrazia che ha condotto ad un altro tassello della Confederazione Svizzera nel Capodanno del 1292, si conclude il nostro piccolo viaggio, in un territorio che ha fatto della democrazia, della condivisione, della comunanza, la base stessa di un’unione sociale che è anche paesaggio. Da Milano, circa 253 chilometri (tra andata e ritorno a gasolio) tutte su strade statali, con una spesa totale omnicomprensiva (con colazione al sacco), di circa 26 euro.

 

Sotto immagini delle cascate di Santa Petronilla a Biasca

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Birrificio termale


All’uscita dell’autostrada Zurich-sud 32, lungo la Sihlpromenade, il vecchio birrificio Hürlimann è stato trasformato in maniera sapiente e colta, in un mix funzionale (ristoranti, uffici, sedi di multinazionali, negozi, ecc.) accattivante ed intelligente, che coniuga il paesaggio urbano del passato, con quello del futuro. Epicentro è  il Thermalbad & SPA di Zurich (http://www.thermalbad-zuerich.ch/), progettato dallo studio d’architettura Althammer Hochuli (http://www.althammer-hochuli.ch/ ), che  rappresenta un “esempio perfetto” di riuso. Infatti, qui si è attuata una trasformazione di un edificio produttivo storico, in una “luogo” di  incredibile successo.  Quella che era la sede di una vecchia fabbrica di birra è diventata una suggestiva SPA con affiancato un Hotel elegante. Vengono qui profuse, tra le strutture antiche, le doti della fonte di “Acqui”, già conosciuta in epoca romana. Un luogo intelligente, dal cui tetto, immersi nelle acque calde e terapeutiche, si può apprezzare il panorama dall’alto della città di Zurigo. Completano il tutto materiali naturali, un’illuminazione molto attenta e l’utilizzo di colori caldi alternati a quelli freddi. Costo per una giornata alle terme 25/35 euro. Tutto il complesso ex Hürlimann è diventato un luogo suggestivo e molto apprezzato (assolutamente da visitare se andate a Zurigo), molto frequentato dagli zurighesi di qualunque età. A volte il genius loci di un posto, seppur profondamente trasformato, può continuare ad offrire quella “centralità produttiva” che molto spesso qui da noi in Italia non sappiamo realizzare, incardinati come siamo (sia come progettisti, che come immobiliaristi e soprattutto come amministrazione pubblica) alle categorie funzionali storiche : residenza, terziario, produttivo; ormai ampiamente superate.

Le immagini soprastanti sono tratte dal sito : http://www.thermalbad-zuerich.ch/
 

Sihlpromenade
 

Dall’alto
 

Arredo urbano
 

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Le Gole della Breggia


Le Gole della Breggia (tra Chiasso, Balerna, Morbio in Svizzera) sono un paesaggio naturale veramente eccezionale, di grande ed attualissimo interesse per la ricerca e di notevole valore didattico. La prima volta che ci sono stato, più di venti anni fa, in compagnia di un caro amico, Federico, il Parco nemmeno esisteva. Poi ci sono tornato con costanza, più volte, ed ho visto nascere questa meraviglia, che solo chi ha “la testa” in Europa ed uno “sguardo per il futuro”, ha potuto concepire. In Italia ciò sarebbe stato inimmaginabile, perlomeno in quegli anni di inizio millennio (2000).

La bellezza incommensurabile delle gole è stata come ripulita dalle presenze di un’industrializzazione selvaggia, presenze che non sono state cancellate, ma come re-interpretate, per divenire “acceleratori” di qualità, strumenti di “esaltazione” di un luogo ineccepibile e bello sia dal punto di vista geologico, che paesaggistico. Una vera e propria opera di “salvataggio del paesaggio”.

ll percorso parte dal parcheggio del Centro Commerciale di Chiasso, per poi proseguire dal Mulino del Ghitello (Centro visitatori) e costeggiando il fiume Breggia si incontrano successivamente la vecchia cementeria, il ponte di ferro, il complesso del Pastificio (Birreria) e la grande cementeria Saceba (Holcim). La serie di opifici copre un periodo che va dal 1600 a oggi è testimonianza “viva” del lavoro che qui è stato svolto in centinaia di anni.

Oltre la grande cementeria e dopo aver attraversato il fiume, si risale la Val della Magna, lungo il sentiero del Settecento, per raggiungere il colle di San Pietro, sul quale si trovano i resti di un castello medioevale e la Chiesa Rossa. Da questa posizione si gode una bellissimo panoramica paesaggistico del Parco. Il tutto è un sapiente intercalare delle meraviglie paesaggistiche (polle, gole, ecc.)  e geologiche, che il fiume, nel corso dei millenni ha disvelato.

Il recupero, moderno ed attuale della grande cementeria Saceba, sta generando un vero e proprio monumento dell’industria, che diventerà, con la nuova destinazione (museo, accoglienza, congressi, ecc.) un epicentro destinato a “costruire” il futuro paesaggistico di questa parte del parco.

Dato che è un luogo eccellente vicinissimo a Milano, circa 50 chilometri, una visita a questo parco “work in progress”, per ci ha a cuore il paesaggio, è cosa quasi dovuta.

http://www.parcobreggia.ch/

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