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Ossigeno


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OLYMPUS DIGITAL CAMERASopra immagini della Biblioteca di Adriano ad Atene

Giovedì 17 gennaio 2013, verso le 20,40, mi ero ormai rassegnato a guardare la televisione, flagellata come e’ dalla continua esibizione dei politici nostrani, lanciati verso la maggiore visibilita’ possibile, in vista delle Elezioni politiche di fine febbraio. Svogliatamente twittavo, in rete sul mio i-Pad, quando improvvisamente mi soffermai su un twitt, che rimandava al link di un evento che si teneva in quel momento a Roma. Giorni fa avevo letto su un giornale, che Alessandro Baricco, teneva nella capitale, quattro “letture”, ed essendo un suo estimatore, avevo fantasticato sulla possibilita’ di partecipare a qualcuna di queste serate, dai titoli ghiottissimi. Ecco improvvisamente quel link, da me prontamente visitato, mi consentiva, nella societa’ fluida 2.0 di godere in streaming della prima conferenza romana del  colto scrittore e saggista, nonché regista e musicista.
Sedata con il telecomando la sequela di immagini e voci televisive, vestite due comode cuffie, ho potuto seguire, sulla “tavoletta magica” un’ora e mezza di  una conferenza sapiente e raffinata. Il tema di fondo era il concetto di bellezza, di cultura, di sapere. Le sere successive, ho praticato come un’abitudine, questa attività dello “spettatore remoto”. Mi sembra interessante ora, trarre da ciò, alcune considerazioni.

Palladium, Roma 17 gennaio 2013 – Il Sapere

Palladium, Roma 18 gennaio 2013 – La Giustizia

Palladium, Roma 19 gennaio 2013 – Il Tempo

Palladium, Roma 20 gennaio 2013 – La Scrittura

Baricco, ha di fatto orchestrato, un ciclo di “letture/lezioni” che ci parlano, con degli esempi tratti dal sapere umano (libri, video, dischi, quadri, ecc.), della contemporaneità. Quasi un messaggio politico. Mentre, quotidianamente, una “folle ridda di voci”, dai media, calpesta e violenta i Cittadini/Elettori, lui, come i grandi letterati di un volta, da Hermann Hesse a Italo Calvino, ci fa un regalo (da consumato frequentatore delle scene), evidenziandoci i probabili punti di appoggio di un futuro possibile. Soprattutto, ci gratifica, oggi che siamo tutti un pò tristi  pensierosi, “schiacciati” da questo “progresso scorsoio”, e ci lascia un’immagine “bella ed affascinante” della nostra cultura umana. Ci lascia un’idea di sapere, di giustizia, di tempo e dello stesso scrivere, partendo dalle domande che tutti ci facciamo.

Ecco, Baricco, ci fa un regalo (da consumato frequentatore delle scene), ci lascia un’immagine sublime, che parte da Dick Fosbury, e passa da Kate Moss, Luigi XVI e Marcel Proust. Ci lascia un’idea di sapere, che trova nel termine “paesaggio”, la giustificazione della sua esistenza. Un sapere accogliente, sensuale ed al contempo bello come puo’ esserlo un paesaggio italiano dell’Appennino toscano, una montagna incantata ed innevata delle Alpi, oppure una spiaggia bianca con un mare cristallino come la costa della Sardegna. Perche’ il paesaggio e’ cultura, sapere, accoglienza, permanenza, ma e’ soprattutto estetica pura, in lenta, lentissima, costante modificazione. Lo stesso Baricco, con la sua presenza fisica, attoriale, la sua verve, il suo carisma sensuale (che e’ soprattutto vocale), domina lo spazio teatrale (il Palladium) in cui ha tenuto queste “letture romane”, e cosi’ ci dimostra egli stesso con le sue performance, che : “il sapere e’ permanenza all’interno delle domande”. Potremmo dire noi che questo “permanere”, questo “abitare”, presuppone la definizione di uno spazio, di un’ architettura del paesaggio in cui risiedere.

Nella povertà di idee e di trattazione dei veri problemi dei Cittadini, che il Paese Italia offre in queste “inquietanti” settimane pre-elettorali, il progetto di Baricco, oltre ad essere di un valore politico e culturale “alto”, ha una sua accattivante bellezza, perché democratico, ricco di contenuti, e  “costruttore di futuro”.

Niente a che vedere, per fortuna, con la “banale piattezza” dei comici, dei nani, delle ballerine, dei cittadini acefali, degli chansonnier di plastica e degli economisti sadici, che improvvisamente si inventano di essere degli autorevoli politici. Baricco riesce a farci comprendere che forse una speranza progettuale, anche politica, ancora oggi, forse c’è, pescando nella memoria culturale della specie umana, e creando connessioni sapienti, innovative, rivoluzionarie.

Ossigeno puro, da respirare a pieni polmoni.

Quì sotto immagini del museo Hermann Hesse e della casa dove visse a Montagnola (Svizzera)

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Prima e dopo (on typology)


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Quì sopra alcune immagini della Casa dei Sindacati Fascisti e dell’Industria, ora Camera del Lavoro di Milano – architetti : Angelo Bordoni, Luigi Maria Caneva, Antonio Carminati (1930-32) – Corso di Porta Vittoria 43

“La tipologia di un edificio è un’insieme di dati geometrici, tecnici e storici che stanno alla base di ogni progetto. Molte volte ho verificato questo; nel mio ultimo viaggio in Giappone mi era difficile distinguere la differenza tra alcuni edifici civili, religiosi, comunitari del passato. egualmente per alcune elaborate soluzioni contemporanee. La prima acquisizione della loro realtà è stata quella tipologica e cioè proprio il principio che univa tra loro architetture spesso molto diverse. Da questo ho potuto risalire a tradizioni, usi, ecc. che mi erano assolutamente estranei. Tutto quì, ma è molto. Nella pratica professionale, e tanto più quando i calcolatori e nuove tecniche diventeranno sempre più importanti (anche se già sono un realtà), la tipologia è un riferimento preciso. Lo sviluppo tecnico ha bisogno di chiarezza e sarebbe grave confondere la complessità e la sofisticazione degli strumenti  che possiamo o potremo usare, come una vacanza dalla ragione”.

Così dichiara Aldo Rossi in “Dieci opinioni sul tipo”, articolo di Casabella n° 509/510 del 1985, pagina 100 (numero monografico dal titolo : “I terreni della tipologia”). Un numero assolutamente da praticare per chi si occupa di progettazione. Volutamente, quindi, proprio per approfondire, con degli edifici reali, eccoci a “pescare” nell’infinita offerta architettonica, che una città come Milano, mette a disposizione. Un’offerta che è forse, troppo spesso, un pò vecchiotta e datata (come d’altronde ormai anche tutta la Casabella diretta da Vittorio Gregotti), ma offre sempre spunti interessanti e ghiotti per chi si occupa di progettazione, e si pone delle domande.

Ed in effetti, per poter approfondire la domanda, su cosa sia la tipologia, eccoci a “dimorare” presso due edifici milanesi, molto diversi, come la Camera del Lavoro (di Bordoni e soci) e la Casa Albergo (di Moretti) per caratteristiche costruttive, epoca di costruzione, materiali di finitura, destinazione funzionale, ecc., eppure contigui. Questi due edifici consentono una riflessione sulla tipologia, che non è semplicemente dare una risposta ad un quesito.

Infatti l’edificio di Bordoni, propone una tipologia ad “U” (o a “C” che dir si voglia),  aperta sulla pubblica via (a creare una piazzetta sopraelevata), abbastanza insolita per l’epoca, dove l’edificio istituzionale ad uffici, di solito si presentava con una tipologia compatta, chiusa a blocco. Lo stesso vale per l’edificio di Moretti, dove la tipologia ad “H”, si articola, a partire dagli spazi comuni del basamento (bar, soggiorno, reception, ecc.) su due edifici in linea di diverse altezze, con all’interno le camere ed i servizi,  insoliti per la modernità e la pulizia compositiva. Molto più avvicinabili all’architettura nordica per questo tipo di funzione (casa – albergo) che a quella italiana. Moretti, con questa tipologia si avvicinava così a Bottoni, Figini e Pollini, Marescotti, ecc., lasciandosi dietro quelli che poi diventeranno i “Brutalisti” : BBPR, Viganò, De Carlo, ecc..

I due edifici “dialogano con l’intorno”, ed emergono perentori, nello skyline di questa parte di città. La loro particolarità stà proprio nella diversa declinazione “anomala” di due tipologie. Ecco quindi, emergere che la tipologia è un’anomalia e non un vincolo. Ecco perchè la tipologia deve essere un riferimento preciso, come sosteneva l’Aldo Rossi, soprattutto all’inizio della progettazione, ma anche, poi, “praticarne” la trasgressione, è la norma della grande architettura.

Quì sotto alcune immagini della Casa Albergo di Luigi Moretti (1947-1950), in via Corridoni 22

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La Storia breve


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Se la storia di questo pianeta meraviglioso è breve, rispetto ai tempi dell’Universo, la storia dell’uomo, sulla Terra, è una frazione di alcuni secondi. Un lasso di tempo quasi insignificante. A questi pochissimi secondi che riguardano la storia di tutti noi, il costruire, l’architettura, e la trasformazione del paesaggio, sono ad essi intimamente legati. E’ come se la specie umana stesse attuando un “disegno”, forse per lasciare una traccia “geografica” della propria presenza, fatto di contrasti, tra natura ed artificio. Eppure dall’alto, il disegno, fin quì attuato dall’uomo (in questa “frazione di secondi”), sembra coerente, appare ben inserito, per nulla artificiale. E’ avvicinandosi, nei dettagli, che si disvela caotico ed infelice, anche se quà e là, nella storia umana, non mancano rapporti, tra natura ed artificio, che ancora oggi ci sorprendono.

Quì sotto alcune immagini della reggia Reale di Caserta (Napoli)

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La morte


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Quì sopra ed anche sotto, immagini della Biblioteca Joaquin Leguina a Madrid e dell’Archivio Regionale, opera di Mansilla & Tunon (1999-2002)

Giusto un anno fa, o giù di lì, il 22 febbraio 2012, moriva a Barcellona, Luis Moreno Mansilla (1959-2012), grande e noto architetto spagnolo. Lo hanno trovato morto la mattina, nel letto dove dormiva. Nella città catalana, Mansilla residente a Madrid, il giorno prima, aveva presentato un libro sull’architetto catalano Enric Miralles. La sua morte, curiosamente, già si trovava descritta, e quasi evocata, nella dedica della sua tesi di dottorato, «Apuntes de viaje al interior del tiempo», dove si legge : “A mio nonno Luis, oculista, tra i cui apparati ottici sono cresciuto. Morì come vorremmo morire tutti, improvvisamente, nel sonno, la mattina in cui dovevo partire per Roma e cominciare questa tesi, che ora gli dedico”. La sua breve, ma intensa carriera, è iniziata vent’anni prima,  insieme ad Emilio Tuñon, nello studio del loro maestro Rafael Moneo, con il quale entrambi collaborarono fino al 1992, prendendo parte alla realizzazione, tra gli altri, del Museo d’arte romana di Merida, della stazione madrilena di Atocha e della Fondazione Joan Mirò di Maiorca.

http://www.mansilla-tunon.com/

Ma la morte degli architetti, spesso non è così lieve, come lo è stata con Luis Moreno Mansilla, nonostante l’ancor giovane età. Chiudendo in maniera improvvisa una vita fatta di successi  e di notorietà. Recentemente un nostro caro amico, si è spento tra tormenti inenarrabili, dopo una lunga malattia. Lui, a differenza dell’architetto madrileno, aveva lavorato per decenni nell’oscurità, assolutamente lontano dai riflettori e dalla notorietà. Come tantissimi bravi e colti architetti anonimi (e a molti altri umani), ma partecipi a questa basilare attività umana sul pianeta Terra, che è il progettare, il costruire. Nonostante ciò è stato il progettista, ed il costruttore “occulto” di moltissimi edifici, in Italia ed all’estero. Presto le esili tracce del legame tra le sue architetture e la sua figura, saranno scomparse per sempre, presto di lui non rimarrà nulla, se non il ricordo, proprio come accade ai più.

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Planimetria tratta dal sito : Archivo y Biblioteca Regional – coam.org

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Scolpire il tempo


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Andrej Tarkovskij, nel 1986, pubblica un libro con lo stesso titolo di questo articolo “Scolpire il tempo”. In esso, il grande regista russo, fa un’analisi, limpida e spietata del trascorrere del tempo. Egli scrive, in questo libro ormai introvabile, della consistenza del tempo, della sua resilienza, insomma cerca di raccontarci e classificare  un qualcosa che a noi esseri umani (creature mortali) sfugge continuamente. Tutto il libro, secondo me un capolavoro di scrittura e di immagini fotografiche, e’ di fatto una digressione poetico-filosofica, del concetto e della “dimensione” del tempo, visto attraverso la sua attività cinematografica, e suppur, Tarkovskij pone al centro il cinema, come unica arte in grado di “incidere e fissare” il tempo, emerge anche chiaramente nel testo, che l’architettura ed il paesaggio sono di fatto anch’esse, sinergiche a questa “missione”, che tutta la specie umana sta attuando da millenni. Fissare, modellare, modificare un pianeta, con lentezza e sapienza, restituendo al passato la possibilita’ di perpetuarsi nel futuro, per “scolpire il tempo”, questa e’ la grande intuizione che ci consegna il regista russo.

Ecco, andare a Cuirone, piccola frazione nel comune di Vergiate, si ha l’immediata sensazione che qui, l’arte di “scolpire il tempo” sia stata assunta a regola. Una regola, non semplicemente “schiava” di una memoria che non c’e piu’, di un tempo e di uomini che non torneranno mai piu’, ma il tentativo di una comunità di rendere le impronte umane su questo pianeta (rilievi, coltivazioni, architetture, ecc.), parti del paesaggio, presente e futuro, come se fossero una sua ulteriore ed inscindibile componente.

Come scriveva Peter Zumthor : “La forza di un buon progetto risiede in noi stessi e nella nostra facolta’ di percepire il mondo con il sentimento e la ragione” (Pensare architettura, 1998), ecco quì a Cuirone, ed in particolare nello spirito del “baubaus” (di Giorgio e Miranda Ostini) , si ha chiara la sensazione che una strada alternativa ad un “progresso scorsoio” (come scriveva Andrea Zanzotto) fatto di emergenze climatiche, crisi ambientali e turbo capitalismo, sia possibile. Il segreto : la riscoperta di un tempo della lentezza e della decrescita consapevole, a cui tutti dovremmo immediatamente aspirare.

“Nulla esisteva soltanto come cosa a s’è stante. Ogni singola cosa trovava la sua giustificazione nel tutto e comunque soltanto attraverso questo tutto esisteva come cosa. Fra queste c’era anche la durevolezza” – Sten Nadolny – La scoperta della lentezza, 1983 –

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L’inverno dell’architettura


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In queste giornate di gelo, che incombono sul continente europeo, mentre un altro anno giunge al termine, ci sembra doveroso trarre alcune considerazioni, frutto del nostro continuo peregrinare, in quella nazione, la Svizzera, che consideriamo la nostra “Biblioteca in 3D” dell’architettura e del paesaggio .

L’architettura, per sua natura, ha una forte caratterizzazione spaziale “duale”. Essa si palesa sempre con due dimensioni intimamente legate : con uno spazio esterno (pubblico), ed uno spazio interno (privato e luogo dell’accoglienza). Ciò implica necessariamente una sua fruizione dinamica, di successioni spaziali scenografiche. Lo sapeva bene Bruno Zevi, che già trattava di ciò nel bellissimo libro “Saper vedere l’architettura” (Einaudi, 1997).

Questo fatto che mette in relazione l’architettura e l’uomo (il suo costruttore), dà come elemento qualitativo indispensabile (di questo dinamismo), il tempo. Più si ha tempo, meglio si apprezzano queste successioni spaziali.

Le opzioni tettoniche, tecnologiche e statiche dell’architettura, quasi intuitive, impongono prima o poi un rigore costruttivo, che deve necessariamente avvalersi del calcolo numerico, per rendersi trasmissibile a tutti. E ciò vale per l’esterno, ma anche per l’interno.

L’architettura si inserisce nel paesaggio (che ha certamente meno vincoli), essendo il prodotto dell’azione antropica sulla natura, grazie all’individuazione precisa degli infiniti percorsi dinamici e variabili di avvicinamento ad essa.

Possiamo quindi dire che l’architettura, la grande architettura, si offre agli uomini, in quanto sequenza temporale esattamente prefissata, studiata a tavolino con calcolo numerico : in cui paesaggio, esterno, ed interno, collaborano assieme a creare una sequenza di avvicinamento ad essa (ed ovviamente di allontanamento da essa).

In inverno, queste caratteristiche appaiono più evidenti, più palesi, più limpide e facili da leggere.

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Urbanistica Netnografica (scenari)


La parola “Netnografia” è stata inventata dal sociologo  Robert Kozinets, che elabora questo metodo di analisi delle tendenze, all’interno dei percorsi di formazione teorica della Consumer Culture Theory  e del Marketing tribale. Di fatto “Netnografia” vuol dire applicare metodi di studio ed analisi dell’etnografia in internet.

Il metodo di analisi “Netnografico” è stato sviluppato, adottato e approfondito in Europa dal Centro Studi Etnografia Digitale (http://www.etnografiadigitale.it/chi-siamo/), diretto dai professori Adam Ardvisson e Alex Giordano. La “Netnografia” si configura come un metodo di ricerca qualitativa legato soprattutto allo studio della cultura di consumo online sia per finalità sociologiche che di marketing.

Con l’avvento del Web 2.0, Internet è divenuto il luogo preferito dai consumatori per scambiarsi informazioni su marchi e prodotti esprimendo valutazioni, critiche, modifiche d’uso, possibili miglioramenti e innovazioni per i brand e per i prodotti. In tale contesto, la metodologia di ricerca “Netnografica” riesce ad imporre tecniche di osservazione dirette e non intrusive delle conversazioni, in generale di tutto il passaparola generato online dall’utenza rispetto ad un argomento specifico, ad un brand o ad un prodotto. Da qui, si possono trarre anche delle informazioni utilizzabili, nel campo della pianificazione territoriale. Ad esempio, la lingua di dialogo utilizzata può definire dei punti di socializzazione on-line, dove “costruire” una nuova rete di luoghi di socializzazione.Oppure, il tracciamento dei cellulari dei ciclisti, può dare indicazioni in merito all’effettivo uso delle piste ciclabili di una città.

Esempio di Netnografia – Una mappa in crowdsourcing per i ciclisti di Berlino

http://www.societing.org/2012/09/dynamic-connections-una-mappa-per-i-ciclisti-di-berlino/

Quindi l’obiettivo principale dell’analisi “Netnografica” è quello di definire contorni netti attorno agli ambienti della rete in cui le popolazioni del web 2.0 si esprimono, al fine di raccogliere basi di dati qualitativi e oggettivi da tradurre in soluzioni utili a potenziare la propria offerta commerciale .

Le strategie di pianificazione urbana oggi possono beneficiare di queste nuove fonti di informazioni in tempo reale provenienti dai social network, che permettono di percepire le emozioni, le visioni, i desideri e le tensioni dei Cittadini. Utilizzando i dati in tempo reale, con particolare attenzione ai dati “inter-operabili” (che utilizzano formati aperti e con forte attenzione dedicata alle politiche e alle pratiche che rendono i dati accessibili al pubblico), si stanno aprendo scenari nuovi ed interessanti per l’innovazione dei progetti urbanistici e sociali (provvisori e permanenti) nelle nostre città.

La possibilità di ascoltare le idee, le visioni, le emozioni e soprattutto ascoltare le  proposte provenienti dai Cittadini, sia in modo esplicito ed anche in modo implicito, consentono di predisporre dei modelli di come usano le loro città, i loro luoghi di lavoro, i centri commerciali, i luoghi della socializzazione, ecc.. Social Network, tecniche di raccolta delle conversazioni, ci permettono di ascoltare in maniera continua il  pubblico dei Cittadini. La interconnessione costante, potrebbe definire meglio le nostre città i loro sistemi di trasporto, le infrastrutture, gli spazi architettonici, i quartieri, il verde.

 Immagine di Netnografia a Torino – Urban Sensing at NEXA Center for Internet and Society, Turin Polytechnic

“Le reti di rilevamento” possono creare, mediante l’applicazione di tecniche di analisi del linguaggio delle conversazioni,  uno “scenario” di dati acquisiti, permettendo ad organizzazioni, istituzioni, imprese e Cittadini di essere in grado di “leggere” la città, così come effettivamente descritta dai suoi utilizzatori .

Reti di sensori possono essere inclusi nello scenario di registrare i dati in tempo reale in materia di inquinamento, traffico e altre grandezze che danno forma agli aspetti ecologici, la vita sociale, amministrativa e politica della città. Mettendo insieme tutto questo, è possibile creare narrazioni “a più strati” sulla città, fatto che ci permette di leggere la città stessa in diversi modi, in base alle diverse strategie e metodologie. Soprattutto in grado di evidenziare come la città (attraverso i suoi Cittadini e per conto suo, con sensori) si esprime in materia di ambiente, cultura, economia,  trasporti, energia, politica.

Questo metodo per l’osservazione in tempo reale della città può essere definito come una forma di “antropologia della rete onnipresente”, basata sull’idea di una partecipazione diffusa e in una struttura di rete che può essere considerato come un “sistema esperto”. Nasce quindi uno scenario in cui il concetto di cittadinanza può essere reinventato, tendente verso una visione in cui il Cittadino è più consapevole e attivo, partecipando in tempo reale, alla conoscenza ed alla definizione della sua città.

Come scrive un noto Netnografo :  “Se mi permettete una forma retorica, direi che fare Netnografia focalizzandosi solo sui numeri o facendo solo una sintesi del contenuto è come capire cosa avviene in una piazza rimanendo con gli occhi chiusi. Si avvertono suoni indistinti e anche le parole diventano parte di questa massa indistinta di rumori. La Netnografia è capire cosa avviene in quella piazza restando con gli occhi aperti, guardando come interagiscono le persone tra di loro, analizzando il loro linguaggio non verbale e contestualizzando il contenuto delle loro conversazioni.”

Video intervista a Robert Kozintes – Esperto internazionale di Netnografia

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Terreno comune ?


Nell’epoca di internet, della società 2.0, dove anche i comici genovesi diventano delle “star politiche”, forse non ha molto senso andare di persona a visitare una mostra di architettura, come la Biennale di Venezia 2012, numero 13.

http://www.labiennale.org/it/architettura/mostra/mostra.html?back=true

Oggi, smanettando in internet, si possono raccogliere così tante informazioni in merito : link, video, immagini, interviste, che (forse) per chi, come me, conosce bene la bellissima città lagunare, non ha più senso affrontare il “caos” delle chilometriche esibizioni di progetti, la nausea da troppa informazione, e la frenesia di una folla multietnica ed acefala che infesta questi luoghi.

Quindi, una sana “ravanata” in rete, ci consente di avere un quadro ampiamente esaustivo, delle principali “occasioni” dell’evento 2012 in laguna. Il tutto risparmiandoci la fatica di un viaggio costoso ed impegnativo, soprattutto per i nostri piedi. L’asetticità del computer ci consente di  analizzare al meglio, questa tredicesima Biennale Architettura, che ha in David Chipperfield, il suo direttore.

Certo, quello che manca, a starsene a casa davanti al computer, è la bellissima “città morente”, che circonda il tutto, Venezia. Manca il senso che, mentre si progetta e si propone il futuro, ammassato a forza  in quei luoghi magici che sono l’Arsenale ed i Giardini, il passato, fuori, ci ricorda costantemente la morte. Un evento veramente democratico, destinato ad ogni cosa che insiste in questo universo. Un vero “Terreno comune”.

Il titolo dell’evento Biennale 2012 è “Common ground” (terreno comune), l’ennesimo tentativo di trovare un punto di incontro tra cose estremamente diverse, così diverse (anche per approccio progettuale e risultati) che forse non era il caso di accostare. Ecco quello che manca, è l’architettura, quella con la “A” maiuscola (come ormai succede da molti anni), questi tentativi “pietosi” e “pietistici” di trovare, per forza, un “terreno comune” tra arte, design, architettura, istallazioni, urbanistica, performance, video, ecc., mi sembra, qualcosa di forzoso e contemporaneamente di inutile. Inoltre se si considera, che la Biennale, ogni anno cresce sempre di più di dimensione, neanche pernottando a Venezia per mesi, si riuscirebbe a visionare tutto quanto con la dovuta dovizia.

Passerà, anche questa Biennale, passerà ! Per fortuna, fuori, nella città, la grande architettura (tra le tante soprattutto quella di Ignazio Gardella), bella ed ammalata, quasi “crollenta”, ci ricorda che questa disciplina, è soprattutto “costruzione”,  più che progetto. E fintanto che un’architettura, rimane sulla carta (o in rete), questa è come un futuro mancato……….non esiste!

Sotto : David Chipperfield (La mia Biennale)

Sotto : Gigon & Guyer (sul metodo)

Sotto : Cristina Monteiro – David Knight (l’architetto “alchimista” e “trasformista”)

Sotto : Norman Foster (spazio pubblico)

Sotto : Olafur Eliasson (arte, luce, design, “terreno comune”)

Sotto : Toyo Ito (architettura per una catastrofe)

Sotto : Alvaro Siza (La storia di una vita)

Quì sotto alcune immagini delle casa alle “Zattere” di Ignazio Gardella (1953-58)

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Museo Teo


L’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani (AMACI), ha promosso per il 6 ottobre 2012, l’ottava giornata del contemporaneo. E’ stata l’occasione, nel pomeriggio, per visitare l’insolito “Museo Teo”. Un museo senza una sede predefinita, senza opere, con spazi per le mostre in continuo cambiamento. Insomma il vero museo del terzo millennio (come dichiarano i curatori), che in questi giorni compie 22 anni di attività.

http://museoteo.blogspot.it/

Il Museo Teo, questa volta si materializzava, nel nuovo spazio organizzativo di via Stromboli 3 a Milano. Un appartamento borghese della fine degli anni cinquanta, dove al primo piano, tra librerie, divani, venivano esposte alcune opere di “vecchi amici del museo”, affiancate da alcuni sapienti “innesti” di nuovi giovani talentuosi artisti. Una mostra che ovviamente evocava, esempi milanesi molto più noti, come la mitica Casa Museo Boschi – Di Stefano, in via Giorgio Jan 15.

http://www.casemuseomilano.it/it/casamuseo.php?ID=2

Tra questi spiccava l’insolita installazione di Paulina Barreiro (Italo-Argentina), dal titolo “Chi- cosa- dove-quando-perché?”, costituita dauna vecchia, piccola valigia da viaggio, che conteneva un “Taccuino di memorie”. Una raccolta meticolosa e colta che ricostruisce le peregrinazioni della sua famiglia tra l’Europa e l’America Latina, cercando un “filo rosso” che tutto lega ed avvolge……e probabilmente trovandolo.

Paulina Barreiro – “Chi- cosa- dove-quando-perché?”

Il museo e l’opera descritta, dimostrano che Milano, pur nella solita asfissiante nebbia mortale che l’avvolge (carenza di musei, cinema, teatri e di offerta culturale rispetto a città simili) è sotto sotto, una città che culturalmente riesce, ancora a dare qua e là dei “colpi di pinna”. Insomma è la dimostrazione, che qualche speranza per il futuro, magari nel “new italian blood”, possiamo ancora coltivarla. Si tratta magari di trapiantare altrove questi fragili virgulti, visto che per molti anni il nostro paese sarà un terreno “sterile” (trattato, come è stato per anni “malamente”) per molti di loro, e poi re-importarli una volta “artisti maturi”.

D’altronde lì vicino, le architetture di Giò Ponti (casa d’abitazione in via Dezza) e di Arrigo Arrighetti (piscina pubblica al Parco Solari), costituiscono dei capisaldi architettonici, “testimonianze”, di un passato glorioso, gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta in cui Milano era (prima di diventare “La Milano da bere”) un luogo di produzione culturale di assoluto livello internazionale. Realtà come il Ciak o il Teatro Smeraldo, la stessa Brera scomparse o in corso di sparizione, erano i trampolini di lancio per artisti (pittori, musicisti, architetti, ecc.) a livello nazionale ed internazionale.

Piscina al Parco Solari.

Progettata dall’architetto Arrigo Arrighetti nel 1963, la piscina del Parco Solari ha come principale caratteristica, la copertura, così particolare da costituire l’immagine stessa dell’intera architettura: si tratta di una grande tenso-struttura a forma di sella .

L’ingresso della Piscina Solari è schermato da un setto curvilineo che divide la cassa dalla sala vera e propria, mentre gli altri servizi, che comprendono la direzione, gli uffici, il pronto soccorso, depositi e bagni, si trovano verso la strada. La vasca di piccole dimensioni 25 metri per 10 metri, è anche  poco profonda  si distingue per dettagli architettonici e tecnici, come gli spigoli arrotondati e l’assenza di trampolino o blocchi di partenza. La vista diretta sul parco, in particolare, la rendono una degli impianti sportivi più piacevoli ed affascinanti di Milano.

Casa d’abitazione in via Dezza

Nel condominio di via Dezza, realizzato tra il 1956 ed il 57,  Gio Ponti caratterizza la facciata con una successione di balconate, all’interno delle quali, secondo il programma iniziale molto lecorbuseriano, ogni condomino può far impaginare le finestre e scegliere il colore della sua porzione di facciata in base alla propria sensibilità. Una facciata di “architettura partecipata”, in cui il progettista si limita a offrire le componenti e la maglia entro cui gli acquirenti le dispongono. Nell’attico, si trova la residenza dell’architetto, che realizza un’abitazione dimostrativa della sua idea di pianta libera, sempre nel solco di LC. Le singole stanze, allineate sul fronte, sono divise da pareti a soffietto, che consentono di modulare lo spazio. Si può così ottenere, anche un grande ambiente unitario, rafforzato dal disegno insolito del pavimento in ceramica a strisce diagonali.

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