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E’ tempo di morire


proust

SOPRA - Poltrona "Proust", Alessandro Mendini per Cappellini (1978)

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:

navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,

e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,

come lacrime nella pioggia.

È tempo di morire.»

Appena il tempo fa il suo inevitabile corso, come succede a tutte le cose ed agli esseri viventi in questa parte di Universo, subito in rete c’è come un’alzata di scudi, si tenta di resistere al tempo, ricordando, incensando il morituro. Mostrando immagini della sua esistenza terrena. Esibendo che lo si è conosciuto, che si è vissuto nella sua ombra, che si è “bevuto” alla sua fonte. Si perpetua così l’illusione di un tempo infinito, si cerca collettivamente di convincersi che “tutti quei momenti non vadano perduti…come lacrime nella pioggia”.

La morte moderna, ospedalizzata e tecnologica, ci è stata sottratta. L’esperienza della morte non appartiene piú, come la percepivamo una volta, agli eventi naturali della vita. Avremmo bisogno, come allora di fermarci a pensare, ed invece esorcizziamo con un’immaginetta e “quattro frasi”.

Se non ritorneremo, al più presto, a concepire la morte come una compagna quotidiana, finiremo per dimenticarci di essere vivi (distratti come siamo).

Morire sul colpo, è il nuovo sogno, la fine che ciascuno augura a se stesso. Prepararsi non serve, la morte agognata è una passata di spugna, rapida e indolore: sei qui e un minuto dopo non ci sei più. Se tutti dobbiamo morire, la speranza è di farlo senza accorgersene. Sparire.

Più che una soluzione, sembra una fuga, un “Final Cut” da una vita che scorre sempre più veloce. Siamo così impreparati di fronte alla morte che l’unica risposta che la nostra cultura ipertecnologica sa offrirci è fingere che non esista. Ma è una scommessa: in pochi avranno la fortuna di varcare la porta a occhi chiusi, con passo leggero e svelto. E gli altri, invece soffriranno da impazzire, agonizzeranno per giorni o anni.

Costruire, ognuno, nel corso del tempo della propria vita, una cultura della morte, che non sia dominio esclusivo della medicina né rimozione di un evento inevitabile. Costruire la “propria tomba” è l’unica strada possibile praticabile.

Eppure come scrive Renè Girard (Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi, Milano 1983) “È sempre con una tomba che si elabora la cultura. La tomba non è altro che il primo monumento umano eretto intorno alla vittima espiatoria, la culla primigenia delle significazioni, quella più elementare e fondamentale. Non c’è cultura senza tomba, non c’è tomba senza cultura: la tomba è al limite il primo e l’unico simbolo culturale.»

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Ingegneria del consenso


ALESSI

Nel salotto buono della politica milanese, la Sala Alessi a Palazzo Marino, si è tenuta una “garrula” conferenza/dibattito in merito all’apertura dei Navigli milanesi. Il fronte del NO ha dimostrato con l’ausilio di numerosi tecnici, che l’opera strenuamente voluta da Giuseppe Sala sindaco, è superflua (11 luglio 2018, ore 18,00).

L’idea è dimostrare l’inutilità dell’operazione e la macchinazione mediatica che c’è dietro.

Presenti : Beltrami Gadola, Emilio Battisti, Alberto Artioli………politici, consiglieri e quant’altro.

Il comune (Sala) sta promuovendo un’operazione da “debat public” ( https://bit.ly/2NHEDl7 ) in merito al progetto di riaprire i Navigli milanesi, sostenuto da anni apposita associazione ( https://bit.ly/2KMj8BK ).

Debat public non attuati con la procedura con cui sono utilizzati in Francia, in quanto mancanti di un’autorità “terza” in grado di discernere tra le opzioni della Amministrazione e quelle dei Cittadini. Una triste vicenda di “falsa democrazia” finalizzata a costruire un’ingegneria del consenso.

Sala ne fa una questione di principio, visto che in merito c’è stata anche la possibilità di un referendum. Entro la fine del suo mandato vuole aprire il primo tratto (costo 150 milioni dei 500 totali previsti). L’idea è quella di aumentare il turismo a Milano grazie alla “riscoperta” di tale infrastruttura.

Il progetto è meschino, infatti non si intende riscoprire i Navigli storici con criteri archeologici, ma bensì realizzare una serie di “vasche” (cinque tratti) difficilmente navigabili, collegati tra loro da una tubazione di ricircolo. Una operazione che renderà difficile l’accesso alle abitazioni contermini, complicherà il traffico ed avrà dei costi di gestione (manutenzione, pulizia, ecc.) stimati in circa 10 milioni annui.

Insomma una “porcata”, da collocarsi in un nuovo sedime, distruggendo le tracce (ora interrate e/o tombinate) del Navigli storici.

I costi stimati sembrano ottimistici, i possibili ritrovamenti archeologici, la sistemazione dei sottoservizi, sicuramente faranno lievitare i costi ed i tempi di realizzazione. Senza contare lo sconvolgimento della viabilità e dei trasporti che tali “vasche” necessariamente indurranno.

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RE-Park


 

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SOPRA IN ALTO – il render dell’intervento / QUI’ SOPRA – l’edificio in corso di ultimazione

Il cantiere di via Chiese a Milano Bicocca, una ristrutturazione di un edificio degli anni Ottanta, è in corso di ultimazione.

Sarà la sede di Engie (energia), il progetto è stato firmato dallo studio PARK ASSOCIATI, fondato da Filippo Pagliani e Michele Rossi, che negli ultimi anni ha firmato i più raffinati ed interessanti progetti di ristrutturazione di edifici destinati a ufficio a Milano.

Un edificio, quello dei civici 72 e 74, per nulla banale e scontato, dove le nuove vitree facciate vengono re-interpretate seguendo uno schema che riconduce ai rigori della composizione e già questo non è poco vista la banalità di alcuni interventi nell’intorno.

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Filippo Pagliani e Michele Rossi si allontanano dagli schemi culturali e progettuali dell’architettura “modaiola” di questi anni :  la disciplina architettonica è per loro una sfida alle convenzioni costruttive e  alle tradizioni formali e tipologiche, che vengono continuamente reinterpretate. La progettazione è quindi un continuo rinnovo della materia, una commistione di discipline e forme, dalla musica alle arti plastiche. Park Associati non si è mai avvalso di una linea stilistica unica, ogni volta ricerca una “strada” diversa : anche occupandosi di  progetti estremamente vari, che spaziano da design alle grandi strutture.

D.S.

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Muri dipinti


La pittura fu uno dei mezzi adottati in passato per rendere policroma l’architettura (anche all’esterno), per abbellirla ed impreziosirla, insieme a materiali da costruzione colorati, incrostazioni, mosaici, ecc.. Bastino come esempio le case di epoca romana rinvenute a Pompei con  gli apparati murali dipinti (III sec. A.C.), oppure gli edifici residenziali del centro storico di Lucerna (della metà del 1500 D.C.) con le facciate dipinte. Oggi sembra un aspetto quasi dimenticato, poco utilizzato, soprattutto quì in Europa. Quello che ancora sopravvive oggi, dell’arte pittorica muraria, è relegato al campo dell’illegalità vandalica, del Graffitismo.

Il Graffitismo è un’arte di confine, che utilizza l’architettura (muri ciechi, edifici dismessi, ecc.) quale supporto su cui collocare un’altra idea di città. Una città colorata, aggressiva, un urlo di protesta. Qualche volta, il Graffitismo contemporaneo è stato veicolato nel campo dell’arte, ma mai pensato come parte integrante del progetto di architettura.

Invece, come ci hanno insegnato Le Corbusier, ma anche Oscar Niemeyer, si può fare della decorazione, pittorica, musiva, o ceramica, degli edifici, uno degli elementi “forti” dell’ architettura. Un segno di distinzione, quasi una firma. Forse bisogna ritornare a “lavorare” (ed a rischiare) sulla superficie esterna degli edifici, non semplicemente con delle operazioni di grafica pura, delle “pelli”, ma con delle vere e proprie azioni disciplinari integrate.

tumblr_m2c6lzOrU41r70t2xo1_1280Le Corbusier (nudo) mentre dipinge un murales nella casa E-1027 di Eileen Grey a Roquebrune-Cap-Martin (Francia)

Quì il video : un Murales per Niemeyer a San Paolo (Brasile)

Un video sul “Mondo dei Murales”

Keith Haring – Murales di gruppo a Chicago

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Graffiti 3D – Esckaer

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Intervista a Dumbo, che spiega la sua filosofia da “graffitaro metropolitano”

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Diego Rivera – Pittore e Muralista Messicano

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MVRDV


Dopo averci deliziato, per alcuni lustri, con le deliranti (geniali) e colorate forme dei suoi progetti, lo studio olandese MVRDV, da un po’ di tempo, si è convertito alla poetica “Green and  sustainability”. Da allora il gruppo ha dato il peggio di sé. Pinnacoli, stalattiti  e stalagmiti verdeggianti, si succedono con periodicità, dove a fare l’architettura è la “verzura”, più che un ragionamento o un provocazione credibile.

http://www.mvrdv.nl/#/office

Oggi con la proposta di “Almere Oosterwold” (presente alla biennale architettura di Venezia 2012), sembrano raschiare il fondo del barile. La disperata ricerca di una pianificazione sostenibile, li ha portati a progettare una “Farmville dell’urbanistica”, pensata, progettata e gestita in rete, ma reale, fisica. Un giochetto, che funge da specchietto per le allodole, per i tanti gonzi, che si vedranno spacciata per “organica” una pianificazione che è poi il “cavallo di Troia” per costruire 15.000 abitazioni, uffici per 200.000 metri quadrati, centri commerciali, viabilità, parchi e quant’altro. Certo siamo in Olanda e la possibilità che “Almere Oosterwold” diventi l’ennesimo tentativo utopico di un città giardino ideale è quanto mai reale. Un’altra cosa è vivere, giorno dopo giorno, in un progetto simile.

Farmville – tumblr_l7220jk8j31qz6fxj.jpg

Sarà la città degli informatici giocherelloni, ne conosco un paio che si “leccheranno i baffi”, pronti a confondere i Panda con le Mucche. Sarà il “fai da te” dell’urbanistica partecipata. Sarà soprattutto un patchwork, una coperta (di Linus) fatta di “frammenti”, realizzati ognuno con i propri deliri, da singoli individui, il tutto condiviso in rete.

Immaginate : MVRDV si propone di soddisfare le esigenze del singolo e della comunità con  un “piano urbanistico partecipato”, che si prevede pianificato dal basso verso l’alto. La collaborazione progettuale diffusa sarà tra i residenti, che letteralmente disegneranno la mappa del luogo costruendosi un futuro condiviso.

Come molti progetti di sviluppo urbano, Oosterwold non ha una data di completamento chiara. La differenza è che in questo caso, il piano stabilisce solo una manciata di principi guida, come ad esempio le proporzioni di uso del suolo totale : 59% l’agricoltura urbana, il 18% di pura costruzione, il 13% di spazio verde pubblico, l’8% strade, il 2% acqua (laghi, canali, rogge). Oltre a ciò, i residenti collaboreranno in persona, grazie al web, per pianificare lo sviluppo e raggiungere il più ampio consenso collettivo, con il governo che fungerà da mediatore. “Almere Oosterwold” non è una proposta di design e più una proposta di sviluppo strategico, come sostengono MVRDV. Ma socialmente cosa sarà? Probabilmente sarà la Twin Peaks olandese, come spesso capita per questi luoghi tranquilli, verdeggianti e rarefatti, così perfetti, così democratici, da istigare alla violenza. Infatti è proprio in luoghi come questo di Almere, che assurgono agli onori delle cronache, numerosi fatti incresciosi: omicidi seriali, segregazioni pluriennali di giovinette, satanismo, ecc.. Molto meglio la città tradizionale, stratificatasi nel corso del tempo, contraddittoria, caotica, incasinata, puzzolente e cementificata, ma vera, piuttosto di questo esperimento “in vitro” affidato ai deliri utopistici  della massa 2.0.

http://almere20.almere.nl/gebiedsontwikkeling/almere_oosterwold

“Almere Oosterworld”, sarà un delirio, una follia, oppure l’ennesima opera utopica incompiuta……..Vedremo, tanto il paesaggio olandese ed europeo ha già subito parecchie offese, una in più o una in meno.

Sotto immagini dell’edificio residenziale “Mirador” (165 appartamenti) di MVRDV a Madrid (2005)

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La condanna !


A Roma, al MAXXI, in questi giorni e fino al 2 aprile 2013, si tiene una mostra veramente molto interessante, assolutamente da non perdere. Sono infatti esposti,  un’ottantina di “plastici” d’architettura moderna e contemporanea, tra cui alcuni mai esposti. Una vera “chicca”, infatti vi si possono ammirare, in una scala perfetta, edifici di Aldo Rossi e di Massimiliano Fuksas, di Piero Sartogo e di Maurizio Sacripanti. Di quest’ultimo, sono addirittura esposti due modelli mai resi pubblici in precedenza, restaurati con molta cura.

http://www.fondazionemaxxi.it/2012/06/28/models-dalle-collezioni-del-maxxi-architettura/

Eppure, nonostante il modello, il “plastico”, costituisca la rappresentazione migliore per la comprensione di un’opera architettonica, da parte del grande pubblico, la “twittata” (che non è unica) sopra esposta, di cui ho camuffato volutamente l’autore per ovvi motivi di privacy (ma che ho verificato non essere architetto o esperto del settore), dimostra, che poi, in fin dei conti, non è proprio così. Oppure, con una lettura opposta, che la comprensione è stata così efficiente, da determinare, di fare di tutta l’architettura moderna e soprattutto dei suoi progettisti, un’unico gruppo di “merdacce” di cementificatori folli da “condannare per crimini di guerra”. Insomma in qualunque caso esiste un’evidente scollamento. A “noi architetti” la mostra del MAXXI appare come un piccolo gioiellino, da visionare e da studiare, valutabile sicuramente come un mezzo per facilitare l’approccio all’architettura colta ed intelligente, sia per i giovani studenti, che per il grande pubblico. Mentre, viceversa, proprio per il grande pubblico è un collezione di “crimini di guerra”. Appunto la guerra tra noi ed i Cittadini, che oggi hanno scoperto il paesaggio e la sua salvaguardia, e come capita spesso, si vestono improvvisamente del ruolo di sapienti censori, creando più danni che effettiva salvaguardia. Pensano, come molti, che per fare gli architetti, gli urbanisti ed occuparsi del paesaggio, basti poco o nulla, quattro letture “a go-go” in internet, alcune immaginette sacre di casette in legno o superecologiche, senza arte ne parte, molto simili all’isola che non c’è.

Mentre la disciplina dell’Architettura, dell’Urbanistica e quella del Paesaggio, sono complesse, necessitano di studio, di continuo aggiornamento, di osservazione, di decantazione. Sono insomma arti  (e scienze) faticose, sottili e colte, come la Musica, la Scultura. Non ci si può dedicare qualche ritaglio di tempo, ci si deve dedicare la vita. Insomma non sono per tutti e soprattutto in esse, non ci si improvvisa dall’oggi al domani.

Mi viene appunto in  mente, un mio lontano conoscente, un coetaneo, un informatico, che da oltre un annetto si è trasformato (come molti altri che si occupano di antipolitica) in uno “sparatore ad alzo zero” nei confronti degli architetti e dei paesaggisti, e di chiunque costruisca qualcosa, Probabilmente il suo ideale di mondo è un qualcosa dove non si costruisce nulla, dove non nascono più esseri umani, dove si decresce, dove si valorizza esclusivamente il mondo agricolo.  Ma è un Mondo per pochi, non certamente per gli oltre 7 miliardi di persone (dati fine 2011), che si incrementano di centinaia di migliaia di unità ogni giorno e di circa 80/90 milioni di persone ogni anno. Forse, per “gettare nel piatto” anche una provocazione, più che condannare la continua esponenziale cementificazione (che innegabilmente va ridotta) bisognerebbe ridurre la produzione di esseri umani su questo pianeta, per effettivamente salvaguardarlo per le generazioni future.

Per ritornare all’Italia, il nostro è un paese, dove i Cittadini, nella maggior parte, sono  “ignoranti” (nel senso più positivo della parola e cioè che ignorano) nell’architettura, nell’urbanistica, nel paesaggio, quindi condannare per crimini contro l’umanità, mi sembra veramente una corbelleria. Ci vorrebbe invece, un grande processo culturale collettivo dal basso, anti-accademico (senza docenti universitari ed amministratori), di condivisione di cultura in questi ed altri ambiti disciplinari. Magari a partire dalla musica, sembrerà strano, ma forse è l’arte che meglio restituisce i concetti mnemonici e subliminali di architettura e paesaggio, per poi passare all’arte pittorica e scultorea ed infine arrivare alla triade disciplinare : architettura, urbanistica, paesaggio. Invece, i più, organizzano convegni, giornate plurime di studi; banali eventi in cui si parla solamente dell’aria fritta e dell’acqua “calda”. Eventi dove “tecnici” se la cantano e se la suonano tra di loro, inanellando nel loro curriculum l’ennesimo convegno. Risulta quindi molto difficile raggiungere persone che nemmeno conoscono le architetture moderne, i progetti urbanistici, che si sono stratificati, nel corso del tempo, nel quartiere in cui abitano. Purtroppo il “posto delle fragole” non abita quì, nella cultura italica e nelle sue genti . E quindi “a morte gli architetti” (gli urbanisti, i paesaggisti) !

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Wang Shu


4 settembre 2012, Milano, Viale Alemagna 6, Triennale, ore 17,00

Andare in Triennale a sentire la Lectio Magistralis (Architecture in a recycle way) del più recente Pritzker Prize (2012), a metà pomeriggio, può essere un’esperienza mistica e sensuale. Soprattutto se, ad introdurre il giovane (49 anni) maestro cinese (Professore e Direttore della Scuola di Architettura Accademia Cinese dell’Arte, Hangzhou), e un magnifico ed illustrissimo, nonchè anzianotto, docente del Politecnico di Milano (61 anni).

Quest’ultimo, dal cognome di una nota casa automobilistica francese dei primi del Novecento, preso il microfono, ammonisce i moltissimi presenti, tra cui tanti studenti di architettura, in merito alla necessità di conoscere bene l’idioma anglosassone, visto che lo stesso Politecnico, da quest’anno accademico (2012-2013) introdurrà dei corsi nella sola lingua inglese.

Poi in un inglese, che dire stentoreo è dire poco, si mette a leggere il testo scritto di una introduzione bi-lingue (inglese – italiano) che lascia sgomenti gli spettatori, per incapacità di lettura, pronuncia, spelling. Insomma, tutti a guardarsi basiti, mentre il relatore indefesso prosegue per circa 30 minuti la sua imbarazzante performance. Quando tocca all’architetto cinese, che invece dimostra una capacità di possesso dell’idioma inglese, assoluta, sui volti dei più appaiono sorrisetti compiaciuti.

E’ la dimostrazione, della superiorità cinese (con tutti i suoi limiti) rispetto all’architettura italiana. Il giovane cinese, in pochi anni ha elaborato un linguaggio innovativo e di ricerca, ed ha costruito una quantità impressionante di edifici, tanto che oggi, avendo vinto il prestigioso “oscar dell’architettura mondiale” (Premio Pritzker) può rifiutare importanti incarichi in giro per il mondo, per dedicarsi al suo paese. Diverso è il caso dell’anzianotto docente del Politecnico a cui si devono pochi ed “insipidi” edifici di tristissima ed ormai vetusta (se non lingua morta?) “scuola italiana”.

Ma ritorniamo alla Lectio Magistralis, e ad alcuni aforismi che hanno contraddistinto la performance del maestro cinese, dove per avere un posto in piedi bisognava sgomitare (ennesima dimostrazione della mancanza endemica di spazi adeguati, per una Milano che è sempre meno da bere e sempre più da digerire) :

 Architecture in a recycle way

Poetic of construction with reciped things

 Teaching inside ruins

 Go back to see an refind what we have lost

 De reyiling in not only material but also kraftmen and many other things

 Architecture starts from hand drawings

Wang Shu e sua moglie, Lu Wenyu (anch’essa presente in sala), sono i membri dello Amateur Architecture Studio, fondato nel 1997 a Hangzhou in Cina. Il nome fa esplicito riferimento alla metodologia di approccio amatoriale alla disciplina architettonica e all’edificazione, basato sulla spontaneità, l’artigianalità e le tradizioni culturali di cui è ricca la Cina. Wang Shu trascorso un certo numero di anni di lavoro nei cantieri per imparare le abilità della tradizione costruttiva, è entrato in sinergia con le aziende costruttrici che utilizzano la sua conoscenza delle tecniche tradizionali e di tutti i giorni, per studiare le caratteristiche e le procedure di adattamento e trasformazione dei materiali per i progetti contemporanei. Questa combinazione unica, ed eccezionale, di conoscenza, tradizione, tattiche di costruzione sperimentali e intensa ricerca, definisce la base per progetti di architettura dello studio Amateur. Lo studio Amateur, ha una visione critica, di una parte della professione dell’architettura, soprattutto di quella che si identifica nella demolizione e nella distruzione di grandi aree urbane storiche.

http://www.casa24.ilsole24ore.com/art/mondo-immobiliare/2012-09-05/wang-premio-pritzker-2012-161615.php?uuid=AbSBpvYG

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Dellamore. dellamorte


In questi giorni, mi sta scadendo l’abbonamento alla rivista di architettura “Abitare”. Questo fatto coincide con un cambio di direzione della rivista, ed anche con un aumento del costo (da 7,50 euro a 9,00 euro). Da quando mi sono laureato, ma anche da prima, la rivista di architettura è sempre stata uno strumento della mia attività professionale. Ho tutti i numeri di “Casabella” della direzione Gregotti, i “Domus” quando era direttore Vittorio Magnano Lampugnani. Ho intere collezioni di “Lotus International”, di “Area”, di “Rassegna”, di “Zodiac”. Da quasi quattro anni, sono stato un fedele abbonato esclusivamente di “Abitare”. Alle riviste di architettura, ho quasi un “affetto feticistico”, mi sono quasi indispensabili. Eppure questa scadenza è stata l’occasione per riflettere, con i miei colleghi di studio, se è ancora il caso di investire in uno strumento che ormai, nel momento stesso dell’acquisto, diventa vecchio, vetusto, ed inevitabilmente finisce in uno scaffale per non essere quasi mai più consultato. Spesso i progetti, presentati nelle riviste, sono già ampiamente conosciuti, essendo ormai internet la rassegna dell’immediatezza, con centinaia di inviati che “rastrellano, fotografano e sondano” il mondo dell’architettura. Da oltre tre anni, non acquisto più fisicamente il quotidiano, ma il “Corriere della Sera” mi arriva direttamente sul mio IPad, facendomi risparmiare denaro e spazio, lo stesso potrei fare con le riviste di architettura. Infatti forse proprio “Abitare” è stata una delle prime ad avere anche una versione digitale. Ma ha senso ciò ? Molti dei miei colleghi, soprattutto quelli più giovani, se ne guardano bene dall’acquistare una rivista di architettura, ogni aggiornamento o approfondimento, avviene “ravanando” in internet. Lo stesso fanno gli studenti di architettura. Non conosco i trend inerenti le vendite delle varie riviste di architettura ma, ne sono certo, devono essere molto in discesa. Ritornando ad “Abitare”, il tentativo del nuovo direttore di occuparsi maggiormente di tutto quello che stà attorno al progetto, più che del progetto stesso, mi sembra un estremo tentativo per rianimare un morto. Lo stesso ha fatto “Domus” con risultati direi pessimi. Le riviste di architettura, sono dei “cadaveri che camminano”, degli “zombie”, nulla potrà fermare la loro lenta ed  inevitabile morte.

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Sir Norman, due lezioni


Una “lezione” può essere “offerta” in due maniere. Ecco quì un esempio, delle due maniere.

La prima è l’ingresso del British Museum a Londra, dove lo studio di  Norman Foster, vincitore del concorso internazionale, tra 132 partecipanti, recupera, lo spazio perso della corte interna, ricoprendolo di una immaginifica copertura. Lo spazio è stato inaugurato il 6 dicembre 2000 alla presenza della Regina Elisabetta II, la ristrutturazione di tutto il museo, completata nel 2003. Foster e gli ingegneri di Buro Happold hanno dotato il museo di una volta “immaginifica” di cristallo, disposta come una  gigantesca tela di ragno. Per costruire la copertura vitrea  sono stati necessari 3312 cristalli da 315 tonnellate e 478 tonnellate di acciaio. La luce inonda totalmente il nuovo “patio” grazie all’immensa copertura di cristallo e acciaio (6000 metri quadrati di superficie e quasi 800 tonnellate di peso). Solo la costruzione della cupola di cristallo e acciaio è venuta a costare più di 160 milioni di euro. Una lezione magistrale, in un luogo storico,  sull’uso della luce e dello spazio, nonchè di come deve essere un luogo dell’accoglienza in grado di ricevere gli oltre 5 milioni di visitatori del British.

La seconda è una “lezione frontale”, che Sir Norman Foster (Stockport, 1º giugno 1935) ha tenuto all’Università Humanitas  di Oxford, il 28 Novembre 2011. Si tratta di un ciclo di conferenze che sono considerate, una specie di eredità che il relatore lascia agli studenti. Quindi una lezione particolare, una comunicazione “eccellente” ed inusuale di una delle archistar mondiali, che ci insegna “l’eccezionalità” e la complessità del processo creativo contemporaneo.

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