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Builders of the future

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enogastronomia

Limoni e paesaggio


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Passammo davanti a Limone, i cui giardini, disposti a terrazze e coltivati a limoni, crearono un’immagine ricca e ordinata – Johann Wolfgang von Goethe,

Viaggio in Italia, 1786

Una magica alchimia tra paesaggio, clima “quasi” mediterraneo, architettura, ha fatto si che Limone del Garda sia da sempre il luogo più a nord del mondo dove crescono gli agrumi: cedri, limoni, bergamotti. Essi rappresentano i simboli naturali del clima mediterraneo che è proprio del lago, ed è quì  particolarmente evidente.

Per tutelare le preziosissime piante, ed i loro frutti, soprattutto durante l’inverno, nel corso del tempo si è sviluppata un’ architettura essenziale, semplice, che opera una sintesi tra paesaggio ed esigenze colturali. Mura alte, sapientemente orientate, cingevano le gradonate digradanti verso il lago (per proteggerle dai venti gelidi da nord); pilastri quadrati a maglia regolare consentivano di dispiegare un sistema di serramenti durante la stagione più fredda.

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Le origini delle serre di limoni, modernissimi ed efficienti “giardini ornamentali” risalgono al XVII Secolo, per garantire soprattutto un apporto di vitamine ai ceti benestanti austriaci. Poi divenne un’attività commerciale fiorente, che però, col tempo perse capacità concorrenziali. L’unificazione dell’Italia e la conseguente eliminazione dei dazi doganali, lo sviluppo delle reti di trasporto e la degenerazione delle piante per la malattia della “gommosi”, portarono al graduale abbandono di questa attività agricola.

Lentamente, le “macchine” per coltivare e proteggere i limoni, furono lasciate decadere.

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Le strutture, nel corso del tempo, vennero “occupate”; “colonizzate” per essere abitate. Divennero case, ristoranti, abitazioni, hotel, ecc.. Alcune ristrutturate con sapienza, conservandone le caratteristiche uniche per modernità e minimalismo; altre “brutalizzate” con interventi meno attenti.

Oggi solo alcune limonaie (quattro), sono ancora utilizzate per produrre i pregiatissimi agrumi, e sono visitabili : quella più interessante dal punto di vista della conservazione è la Limonaia del Castèl.

Bisogna però rilevare come, in tutto il paesino lacustre, l’architettura delle limonaie ha condizionato (e condiziona) qualunque nuova costruzione: imponendo uno stile, una misura proporzionale, data proprio da questa presenza architettonica, che potremmo definire “endemica”, ormai parte indissolubile del paesaggio.

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Qui sotto alcune immagini di “occupazioni” sapenti delle limonaie

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Dario Sironi

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Nutrire il cemento. Energie per la “fuffa”


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Il progetto Expo 2015 di Burdett, Herzog, Boeri, Petrini con cui si è vinta la manifestazione a Milano

Poco prima che Expo 2015 succeda, ecco il bel racconto di Stefano Boeri, che descrive (alla televisione della Svizzera Italiana), lo “scempio” che si è fatto dell’evento e del sito espositivo. Facendo delle proposte per “salvare il salvabile”. Un racconto “critico” ma reale, che è anche una riflessione sullo stato dell’arte della società milanese.

A COSI

Quanto si sta effettivamente realizzando, in totale spregio rispetto al progetto iniziale

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Riso (amaro) vercellese


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Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di circa 8 metri quadrati al secondo, ogni ora spariscono 2,8 ettari. Ogni giorno, a mezzanotte, se ne sono andati per sempre quasi 70 ettari. E questo capita per 365 giorni all’anno. La media europea di terreni cementificati è del 2,3% mentre 14 regioni su 20, in Italia, superano abbondantemente la soglia del 5% e alcune quella del 10%. A ciò ha corrisposto un progressivo stato di abbandono dei centri storici, ed una loro sistematica cementificazione a scopi speculativi. Insomma un inno al volume ed al nuovo.

Anche a Vercelli, come in molti centri storici italiani, tutto ciò che riguarda la polis (la città), vale a dire noi e i nostri figli, sia pure nel nostro ambito: riguardano il progressivo annullamento della memoria collettiva, della storia, che sono poi, anche la nostra vita ed ancor più il nostro modo di viverla, ma soprattutto il lascito per le generazioni future.

Infatti, troppo spesso, delle architetture nuove, brutte ed avulse dal contesto, vengono costruite demolendo una parte importante della storia, ed affogando nelle loro fondamenta di cemento i reperti storici della Vercellae Romana.

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Insomma una serie raccapricciante di distruzioni di ogni tipo, si concentrano nel centro storico di Vercelli. Scientemente si è dissipato, una parte considerevole del patrimonio urbano e storico, del Paesaggio italiano, ma soprattutto della memoria di una città. Il tutto additando la necessità di realizzare del nuovo per “incassare” gli oneri di urbanizzazione e di rifiutare il restauro, ed il recupero dell’esistente. Tutto ciò palesa soprattutto delle evidenti incapacità gestionali e di progettazione dell’Amministrazione comunale, ed anche di sviluppare delle politiche culturali adeguate, sia a livello locale, come a livello nazionale.

Per fortuna, che quel poco che rimane, fuori ed entro terra, riesce ancora a raccontare una storia urbanistica, architettonica e sociale, sofisticata, complessa e sofferta, fatta di un paesaggio antropizzato  bellissimo tra acqua e terra. Storia che spesso si confonde con le capacità produttive enogastronomiche di un territorio fertile e generoso, che può trovare nel turismo un nuovo motore per una crescita più sostenibile e coerente.

E’ arrivato il momento di ritornare ad una corretta pianificazione urbana, ritornando anche ad una definizione non speculativa delle trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti. Avendo come obbiettivo il conseguimento di un nuovo modello di sviluppo per il futuro. I decenni della liberalizzazione edilizia, non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi hanno reso ancora più brutti parecchi centri storici e rese ancor più disordinate le periferie urbane ed i territori agricoli attorno  Vercelli. Occorre dunque rinnovare profondamente le città, ritornare a costruire attraverso regole semplici ma con finalità chiare e precise, leggi e regole condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha tristemente caratterizzato questi anni.

Quì una mappa di Vercelli con evidenziate alcune eccellenza architettoniche e paesaggistiche

Ora per consolarci da questa Italia, cementificatrice, intrallazona e “mafiosa” di cui Vercelli è assolutamente rappresentativa, godiamoci una ricetta per consumare un prodotto agricolo vercellese di eccellenza, il riso. Una sintesi perfetta (il riso) tra : paesaggio, architettura ed enogastronomia.

RISOTTO AI PORRI E CAPRINO

Ingredienti per 4 persone

350 gr. di riso carnaroli superfino (utilizzato prodotto della Riseria Asigliano – Vc)

2 porri

parmigiano reggiano grattugiato

1 cipolla

1 carota

1 costa di sedano

olio extravergine d’oliva

burro

sale quanto basta

un bicchiere di vino bianco

PROCEDURA

Preparare un brodo vegetale con la cipolla, la carota ed il sedano e salarlo leggermente. In un tegame alto far rosolare con dell’olio extravergine d’oliva il porro mondato e tagliato a rondelle sottilissime per un minuto, versare il riso e farlo tostare leggermente, poi sfumarlo con un bicchiere di vino bianco. Continuare la cottura del riso versando man mano un mestolo di brodo vegetale.

A cottura ultimata, mi raccomando che il riso sia bene al dente, spegnere il fuoco e mantecare bene il risotto con il formaggio caprino, il parmigiano reggiano ed il burro, salare leggermente. Impiattare e versare eventualmente su ogni piatto un cucchiaio di parmigiano grattugiato. Un piatto delicato, soave, leggero.

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IAC


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Nel lontano 2007, veniva assegnato il primo premio del concorso “Progettazione e ristrutturazione del comparto Masseria, Istituto Agrario Cantonale, a Mezzana (IAC)”. Oggi questo edificio è una realtà, infatti si stanno completando i lavori.

Il progetto è degli architetti : Mario Conte, Gionas Pianetti, Michele Zanetta architetti di Lugano Carabbia. Un edificio caratterizzato dai grandi setti in terra, dal cor-ten, da grandi vetrate che si aprono sulla campagna e le viti circostanti.

Quasi non la si nota, questa architettura, dalla strada cantonale Chiasso-Mendrisio, eppure questa “corte non chiusa”, una volta disvelata, rivela tutta la sua forza paesaggistica, la sua “giustezza” con cui si colloca sul suolo inclinato, splendidamente contornata da magnifici vigneti.

il suolo esprime continuamente, nella sua duplice e inscindibile connotazione geografica ed umana, un serie di informazioni, non soltanto geometriche e formali , ma anche storiche e culturali. La lettura di tali informazioni, avviene nel progetto dello IAC in maniera scientifica, elaborando dati di varia natura .

Il progetto è uno strumento di ricognizione e la scoperta del terreno (del suolo, dell’orografia) è il momento decisivo del percorso nel quale intuizione e invenzione possono avere un peso diverso, ma comunque interagiscono. Il risultato architettonico qui a Mezzana è particolarmente riuscito.

http://www.behance.net/gallery/PROG-2007-scuola-agraria-IAC-mezzana/5301685

Anche quest’anno ci sarà, a fine settembre (27 – 28 – 29), la Sagra dell’Uva del Mendrisiotto, con apertura di cantine ed eventi, un’ottima occasione per fare il pieno, non solo di benzina, ma anche degli ottimi prodotti locali, di “ameni paesaggi” e di eccellenti architetture. Il tutto a soli 50 chilometri da Milano.

Quì una mappa che localizza l’edificio

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Milan Design Week (Fuorisalone 2013)


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Ed eccoci di nuovo, come ogni anno, alla settimana del design, dove Milano, improvvisando (ma non troppo), ed in maniera totalmente provvisoria, si trasforma, soprattutto nel Fuorisalone, in quello che non è durante tutto l’anno (se si esclude la esclusiva settimana della moda): essere una delle capitali mondiali di “qualcosa”. Di fatto durante la “Design Week Fuorisalone” Milano diviene, per una settimana, un enorme think tank (letteralmente serbatoio di pensiero), che elabora un workshop tematico, completamente (o quasi) gratuito, aperto a tutti.

Milano durante questi brevissimi giorni, esibisce se stessa (splendori e magagne), con tutte le contraddizioni e le duttilità del caso, elaborando così,  ciò che avviene normalmente molto più spesso, a Berlino, Zurigo o Londra. Aree dismesse, cantieri, spazi di lavoro, officine, strade, piazze, vincoli, ecc. diventano l’occasione per incontrarsi, visionare oggetti, discutere, progettare e fare business.

La “bolgia umana” che pervade il Fuorisalone, diventa di fatto un’antenna sensibile, delle trasformazioni in atto nella società italiana e mondiale. Per questo percorrere le strade del Fuorisalone, è un’occasione imperdibile per l’attento osservatore, che vuole cogliere l’attimo fuggente di uno scenario possibile, che forse sarà.

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Cosa ci dice quest’anno 2013, il Fuorisalone, cosa ci suggerisce, in un’attività multi-disciplinare di analisi comparata, che spazia dal design, all’architettura, alla sociologia, all’economia, al paesaggio?

Innanzitutto ci segnala : 1) Che la crisi ha modificato profondamente lo scenario espositivo, gli stand mirabolanti ed immaginifici, ricchi di gadgets,  di qualche anno fa, sono ormai pochissimi. 2) Che il pubblico è sempre più differenziato ed infarcito di stranieri soprattutto dei paesi emergenti (Cina, Russia, ecc.). 3) Che, nel design dei prodotti,  il tema dei materiali naturali e del riciclo è stato implementato alla grande quasi esclusivamente dai paesi stranieri (emergenti in primis), mentre in Italia stenta ad affermarsi. 4) Che le trasformazioni urbane in atto a Milano, atte ad accogliere meglio il Fuorisalone, sono lentissime e senza progettualità gestionale, basti per tutte il Museo di David Chipperfield nell’area ex Ansaldo (come esempio), quasi terminato ed abbandonato come uno “scatolone vuoto”, mentre  potrebbe diventare un Museo di arte contemporanea e design, sicuramente migliore e meglio allocato di quello esistente attualmente in Triennale. 5) Che nonostante timidi e sicuramente meritevoli tentativi, finalmente presenti, ancora molto si deve fare per legare design/enogastronomia/paesaggio/turismo.

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Infatti nel Fuorisalone 2013 di via Tortona, degli “stand enogastronomici”, per nulla oggetto di uno studio attento di design, quest’anno erano presenti, e forse rappresentavano il primo timido tentativo di legare i prodotti di design con il territorio lombardo. Infatti in questi stand, oltre alla vendita di prodotti agricoli che garantiscono la fornitura di un’assoluta eccellenza a “chilometri zero”, viene anche disvelato, alla moltitudine umana (soprattutto straniera) che in questi giorni frequenterà il Fuorisalone, la presenza di un territorio turistico assolutamente non trascurabile, e degno di essere visitato.

Più avanti, all’incrocio tra via Bergognone e via Tortona, un grande stand, promuove con il motto “Good food, in good design”, il MI-GUSTO, FARMER E GOURMET EXPERIENCE, dove delle vere e proprie star dei fornelli, si esibiscono in leccornie e prelibatezze, tra “sciure” super-eccitate e giovanotti, in giacca e cravatta, che sanno il “Cucchiaio d’argento” a memoria.

Manca ancora la connessione, decisa tra design, paesaggio e turismo, atta a trattenere i visitatori nell’area lombarda, per qualche giorno in più, rispetto alla settimana canonica, però molte delle realtà agricole e produttive, si dilettano (per campare) anche nell’agriturismo, che essendo molto economico, attrae soprattutto chi viene da lontano ed è alla ricerca di qualcosa di nuovo da sperimentare ed a buon prezzo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERASe avete qualche disponibilità di tempo, da oggi al 14 aprile 2013,  vale sicuramente la pena fare una visitina, nella bolgia di oggetti e di varia umanità che pervade in questi giorni, alcune zone di Milano. Soprattutto per trarre in merito, le proprie considerazioni. Certamente se farete ciò, vi colpiranno le “installazioni”, realizzate in uno sturbo collettivo di creatività, in prossimità dei cestini di raccolta dei rifiuti, testimonianze, che ad oggi, ancora molto si deve fare per rendere Milano ancora più accogliente e propositiva rispetto a tutta questa energia che si scaturisce annualmente nell’intorno del design.

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Vino novello


11 novembre 2012 – Autunno, foglie gialle in “caduta libera”, tantissima pioggia, vento freddo, cielo plumbeo, voglia di un fuoco caldo, di amicizia, di paesaggio, di profumi, di “mangiarsi il paesaggio”.

Cosa c’è di meglio, in questa “condizione umana”,  di una gita fuori porta, in un luogo vicino, ameno, ricco di storia, come può esserlo solo un pezzo del territorio italiano, raggiungibile da Milano in pochi minuti, nel fine settimana, che da protocollo, consente la commercializzazione del vino novello.

Famelici di paesaggio, come possono esserlo solamente tre amici avvezzi alle “zingarate enogastronomicopaesaggistiche”, anziani ma non troppo, colti ma non troppo, capaci di guardare al futuro ma non troppo, ci siamo orientati con una vecchia Toyota Corolla, gravida di oltre 180.000 chilometri percorsi, verso San Colombano al Lambro.

La collina di San Colombano al Lambro (che è in provincia di Milano), è da sempre, da più di due millenni, una limitata zona vitivinicola che gode di condizioni pedologiche e climatiche particolari. La collina si alza dalla pianura circostante di circa 75 metri, è luogo eccelso di produzione degli unici vini d.o.c. (Denominazione di Origine Controllata), della provincia di Milano. Nelle giornate limpide, dalla collina che sovrasta il delizioso paese di San Colombano, la visuale spazia verso nord ed arriva a tutto l’arco alpino, mentre dalla parte di Miradolo Terme, verso sud, lo sguardo si apre sulla depressione naturale della valle del Po fino agli Appennini. Il paese, piccolo ed elegante, è sotto la collina, dominato dalle antiche mura del Castello dei Belgioioso, a “recinto”, numerose e significative le chiese, che videro il giovane Don Gnocchi che quì nacque, assiduo frequentatore.

Le caratteristiche del terreno, che alterna zone sabbiose a zone calcaree molto permeabili, il sottosuolo ricco di minerali, la costante esposizione (ideale) al sole, fanno della collina un ambiente ideale e naturalmente vocato per la coltivazione della vite. Quì il paesaggio è stato da secoli “addomesticato”, tanto che oggi la coltivazione della vite, rappresenta una “texture paesaggistica” sofisticata e complessa, che testimonia del sapiente connubio tra uomo e natura. Come scrive Gilles Clément nel suo bellissimo libretto “Breve storia del giardino” (Quodlibet, 2012) : ” La storia ci parla di un luogo, ma poco del tempo, del tempo che passa, della durata, del tempo che consente l’impianto al suolo (la vite impiantata nel terreno fertile diventa produttiva dopo 2/3 anni), dell’incontro fra gli esseri viventi, dell’ibridazione e la nascita dell’imprevedibile (produrre vino con costanza è il frutto dei protocolli, e vale un 30%, ma il tempo meteorologico decide il restante 70%). La storia preferisce le forme e i grandi gesti architettonici che hanno lasciato una traccia sorprendente e indiscutibile del genio umano (piuttosto che gli orti, le colture, i giardini, sempre mutevoli). Eppure è quì, nello spazio del tempo, che a mio avviso si delineano le questioni del futuro”. Produrre vino, come avviene in molte cantine di San Colombano, è un’arte, che deve fare i conti con il tempo che passa, con i ritmi della natura, con il movimento degli astri.

Risulta poi evidente annotare che quì, a San Colombano al Lambro, siamo ancora nel territorio di Milano, là dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli che definire “folli” è poco, eppure la conquista di un punto di vista “alto”, elevato, consente di superare le regole (ed i punti di vista) della pianura, della vita piana, piatta, della concentrazione “densa” imposta dalle regole esclusivamente economiche.

Elevandoci, possiamo distaccarci, magari solo per alcuni momenti, dal nostro quotidiano, e proiettarci con la mente, ma anche attraverso lo sguardo, nello spazio libero, nel paesaggio. L’estasi della contemplazione, ci rende liberi. Possiamo così constatare che nonostante la moltitudine umana milanese, quì, non molto lontano dal”caos”, possiamo ancora apprezzare la speranza progettuale di un rapporto corretto tra uomo e natura. Ed anche di nuovo acclarare che esiste, probabilmente una possibilità di futuro, di lavoro e di crescita consapevole, per tutti, e per un Paese, l’Italia, che forse, per troppi decenni ha trascurato (e poco progettato) il connubio intimo, tra : paesaggio, cultura, turismo, enogastronomia. Appare quì, su questa collina, chiaramente tangibile la convinzione che, le politiche per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico-agricolo-ambientale e del paesaggio nel suo insieme, e le politiche di promozione delle attività di produzione (di eccellenza) enogastronomica, culturali e di spettacolo, connesse con la promozione di un turismo consapevole, sostenibile, legato alla fruizione della bellezza e della “qualità” nel suo insieme dei nostri territori, debbano essere considerate e trattate a tutti gli effetti come un asse portante per lo sviluppo presente e futuro, del nostro Paese.

Il vino, soprattutto quello novello aiuta certamente a questa “elevazione”, a prendere una giusta “distanza dal Mondo”, a conquistare, una prospettiva nuova, uno sguardo inusuale, che quì appare quanto mai tangibile .

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I Gastronauti


Il “Salone internazionale del Gusto – Terra Madre” che si tiene in questi giorni a Torino (http://www.salonedelgusto.it/), al “Lingotto – Fiere” è stata l’occasione, con due amici, per una “zingarata da Gastronauti” nella città piemontese. Qui gli spazi progettati da Renzo Piano, accolgono un salone del gusto (più fiera che altro), con un ingresso molto caro (20 euro). Un salone/fiera che necessiterebbe, di una maggiore attenzione proprio nel layout di disposizione dei vari stands. Infatti “Slow Food”, l’organizzatore principale,  ha realizzato un labirinto caotico di occasioni enogastronomiche, poco organiche tra loro e di difficile lettura. Di fatto è un salone con pochissima qualità spaziale degli spazi interni. Mancano soprattutto, nella filosofia “slow”, spazi di sosta, di “decompressione” per i visitatori (all’arrembaggio delle degustazioni), che determinino un avvicinamento qualitativamente alto dei degustatori, ai prodotti.

Tutto ciò dimostra che anche organizzatori eccellenti (Slow Food), non sanno promuovere al meglio l’enogastronomia italiana, che è poi anche turismo e lavoro per tutti. La quantità (e qui forse c’erano troppi di espositori), non paga mai, meglio la qualità (spazi più ampi, riflessivi e comodi). Nonostante ciò, la bontà delle eccellenze italiane in merito all’enogastronomia, emerge su tutto, dimostrando che il Paese è sempre molto meglio dei suoi “cantori”. Il concetto paradigmatico di “Cibo, Cultura, Paesaggio, Turismo”, che secondo noi, semplici amanti delle cose belle e buone e studiosi del paesaggio (ma anche per Carlo Petrini – http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Petrini_(gastronomo), può essere l’unico “motore” di crescita e di riscatto (attualmente già disponibile), per un “governo” culturale e politico, del complesso sistema della “bellezza italiana”; motore che però dimostra di non essere ancora pienamente operativo.

Ma torniamo alla grande architettura che, come accade per moltissime attività umane, conteneva questo “Salone del Gusto”.

Lo stabilimento della Fabbrica Italiana Automobili Torino (FIAT) del Lingotto fu progettato a partire dall’anno 1915, dall’ingegnere Giacomo Mattè Trucco, insieme con altri progettisti come Francesco Cartasegna e Vittorio Bonadè Bottino. Il progetto strutturale fu realizzato dall’ingegner Giovanni Antonio Porcheddu, concessionario in esclusiva per l’Italia del brevetto per l’utilizzo del metodo “Hennebique” per la realizzazione di strutture in conglomerato cementizio armato, sul modello degli stabilimenti della casa automobilistica statunitense Ford. I lavori di costruzione, nei pressi di Viale Nizza vicino alla stazione ferroviaria di Smistamento di Torino, durarono dal 1916, al 1930. L’inaugurazione avvenne nel 1922, alla presenza del Re d’Italia, Vittorio Emanuele II.

Nel meraviglioso libro di Le Corbusier “Verso una architettura” (1923), dove sono trattate con acume le sue teorie sulla nuova architettura, nell’ultimo capitolo del saggio, intitolato “Architettura o rivoluzione”, sono riportati da LC, alcuni esempi di soluzioni innovative nel campo dell’architettura industriale, fra questi vi sono alcune immagini dell’edificio del “Lingotto”di Mattè Trucco, dove viene evidenziata la soluzione “rivoluzionaria” dell’autodromo sul tetto.

Il “Lingotto” di Torino, è forse stato una dei più belli esempi di fabbrica verticale, realizzati in Italia. Oggi l’edificio è il simbolo della dismissione delle aree industriali di Torino e della loro riconversione ad altri usi. Il “Lingotto” termina completamente la sua funzione di fabbrica nel 1982. L’anno successivo, il genovese, e giovane emergente architetto, Renzo Piano, si aggiudica l’incarico per la riqualificazione dello stabilimento, con un progetto che trasforma il complesso industriale in un polo multifunzionale di rilevanza urbana distribuito su oltre 246.000 metri quadrati di Slp. Trovano spazio, distribuiti sui vari piani, in una riconversione dilazionata nel tempo : l’Auditorium e il Centro congressi (1993-1994), un Hotel e il “Giardino delle meraviglie” (1993-1995), e un cinema multisala (1999-2002). All’estremità nord, la rampa restaurata nel 2002 dà accesso a una galleria commerciale, alla foresteria della Città (1999-2005), alla Clinica dentistica dell’Università di Torino (1999-2002) e il centro per la formazione e la ricerca di Ingegneria dell’Autoveicolo del Politecnico di Torino (1999-2003). L’Officina di Smistamento, a sud, diventa uno spazio fieristico. La celebre pista ad “anello”, di prova delle automobili in cima al Lingotto viene conservata, mentre su una delle tre maniche centrali perpendicolari al fronte su via Nizza Piano progetta e realizza la “Bolla”, sala per riunioni vetrata sospesa a 40 m dal tetto, e l’Eliporto (1994). Si aggiunge nel 2002 lo “Scrigno”, edificio/scatola di metallo e vetro appoggiato sul tetto dell’edificio, destinata a conservare le opere della Pinacoteca “Giovanni e Marella Agnelli”. Il Fabbricato Uffici lungo via Nizza, realizzato nel 1921-1922, nel 1998 torna a essere sede dell’amministrazione centrale della Fiat dopo il restauro curato dallo studio torinese di Gabetti e Isola (http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=53531). Sul fronte opposto del “Lingotto”, verso la ferrovia, un belvedere sospeso su spazi verdi si connette alla passerella, a forma di ruota di bicicletta, realizzata in occasione dei Giochi Olimpici invernali, che conduce agli ex Mercati Generali.

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Torta “architettonica” di pasta frolla della nonna Italina


La salvaguardia del paesaggio agrario è un tema fondamentale per la nostra sopravvivenza. Solo in questo modo può essere assicurato uno sviluppo sostenibile, coerente, capace di limitare il consumo di territorio e l’uso delle risorse naturali, ma anche di tutelare le produzioni alimentari. Il cibo è una delle massime espressioni del paesaggio agricolo, l’oro dell’Italia. Chi lavora nell’architettura del paesaggio e nell’urbanistica non può slegare la tutela del territorio agricolo da una produzione di qualità, di prodotti enogastronomici, perchè sono due cose indissolubili ed inscindibili.

Mia nonna Italina (la madre di mio padre, chiamata così in onore dell’allora appena nata Nazione italiana), che aveva avuto i natali nel 1899 a Specchio un piccolo paesino agricolo del parmense vicino a Fornovo Val di Taro, quando venne a Milano a lavorare come inserviente in una casa, nel primo decennio del Novecento, condusse con se, pochissime cose. Si portò i vestiti che indossava, un paio di scarpe di scorta, un pezzo di formaggio (molto simile a quello che sarebbe diventato il Parmigiano Reggiano), e la ricetta di una torta, che faceva sua madre nelle grandi occasioni. Per lei, che veniva al nord a lavorare, la ricetta, me lo disse più volte era una cosa preziosa, era espressione della sua storia, della sua famiglia, dei suoi ricordi e soprattutto del paesaggio agricolo dove era nata. Eccovi la ricetta.

–         4 etti di farina tipo 00 (possibilmente biologica)

–         2 etti di burro (di ottima qualità)

–         2 etti di zucchero (bianco)

–         1 uovo intero + 1 tuorlo

–         1 bicchierino di Cognac (di ottima qualità)

–         1 pizzico di sale

–         la buccia grattugiata di un intero limone

Lavorare a mano il composto (costituito dai prodotti sopra elencati) per poco tempo, fino a quando non diviene un impasto compatto. Riporre la “palla del composto” in una terrina coperta con un telo, per alcune ore.

Imburrare una pentola, meglio se di vetro, e cospargere lievemente di farina, riporre l’impasto nella pentola e lavorare con cura. Posizionare con cura la marmellata ed eventuali altre decorazioni. Utilizzare solamente marmellata di ottima qualità. Gusti ideali : albicocca, fragola, lampone.

Cuocere a partire da forno caldo per circa 40 minuti, ad una temperatura di circa 200 gradi.

 

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