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Builders of the future

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Fosco


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Nel Paese dove lavoro, lungo Corsobello, c’è una anziana signora, che vende libri usati, oppure li colleziona per gli avventori, questo bene non si sa. Durante la mia ultima visita, in compagnia di un mio collega di lavoro, letteralmente “scavando” tra i libri usati, mi è capitato tra le mani un volumetto delizioso. Il titolo era accattivante “Segreto Tibet” e l’autore ancora più stimolante. Infatti Fosco Maraini (1912 – 2004), lo conoscevo bene: etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta italiano, nonchè padre di quella Dacia Maraini che tanto ha dato (e sta dando) alla letteratura italiana. Ha avuto una lunga ed avventurosa vita, costellata di viaggi.

Per pochi franchi, tre, me ne sono impossessato di questa stupenda terza edizione (Edizione “Leonardo da Vinci Editrice” – Bari, 1959). Si tratta di un libro di etnologia, ma soprattutto è un racconto di viaggio, fatto dei percorsi, anche culturali, per arrivare nel Tibet (viaggi fatti nel 1937 e 1948) e soggiornarvi a scopo di studio. Magicamente il racconto del viaggio e degli incontri, si intrecciano con il “lunare” paesaggio tibetano. Il libro è corredato da bellissime foto in bianco e nero, eseguite dall’autore: fatte di volti, paesaggi, architetture. L’ho letto tutto d’un fiato, in un week-end, come precipitato in un meraviglioso oceano d’acqua, in una macchina del tempo che mi ha fatto rivivere quegli anni e soprattutto quei viaggi.

Scrive Fosco Maraini : “Per dare una idea generica del Tibet, dirò che è costituito da valli simili alle valli delle Alpi; gli stessi fianchi altissimi delle montagne salgono verso il cielo, gli stessi boschi di abeti, di larici, di pini ricoprono i pendii, ci sono gli stessi pascoli fioriti, le stesse creste rocciose nel sole, gli stessi torrenti. Eppure c’è anche qualcosa di diverso che si scopre piano piano conoscendo meglio i luoghi. Forse sarà la latitudine (siamo a livello col Fezzan – ndr. Regione della Libia), quando c’è sereno v’è molta più luce che nelle Alpi, più fuoco nell’aria. Del resto tutto è più grandioso e primitivo; i boschi sono piuttosto foreste primordiali come l’Europa doveva conoscerne nel Magdaleniano, i torrenti precipitano portando acque selvagge in corse fragorose e roteanti; non solo, ma i silenzi, le distanze, le altezze, tutto appare d’una scala eroica.”.

E ancora : ” Due cose colpiscono con vivezza quasi paurosa (e non le dimenticherò mai): la voce profonda, da caverna, intratellurica, con cui il lama legge le invocazioni agli dèi terrifici, e la danza delle mani nelle posture mistiche a seconda delle divinità chiamate. Mani che divengono serpenti; mani come corpo di ballo. Il resto dell’uomo giace dimenticato, assente , nel buio. Mani vive di vita loro al centro di un Tibet immenso e deserto: infinito come lo spazio e profondo come la giungla.”

Qui una mappa con le località attraversate da Fosco Maraini in Tibet

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Il cielo e l’acqua


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Se in una giornata calda, vi rimangono nel serbatoio alcuni litri di carburante (oppure siete vicini alle Ferrovie Nord), non potete mancare di fare una visita al Lago del Segrino, tra Eupilio e Canzo, proprio sopra Erba. Sono circa 55 km. dal centro di Milano, che si percorrono agevolmente in circa 58 minuti. Se ci andate in ferrovia il tempo necessario, tra treno ed autobus è di circa 98 minuti.

Quì la natura è ancora prorompente e l’ottima sistemazione paesaggistica dell’uomo, ne fa una riserva di “delizie paesaggistiche” e di frescura. Assolutamente da evitare la domenica, per colpa di un afflusso pazzesco di turisti ed avventori, ma in qualunque altro giorno, non vi deluderà.

Quì una mappa del Lago del Segrino

Eseguire il percorso naturalistico, ciclo-pedonale, che circonda il Lago è veramente un’esperienza di paesaggio totalizzante. Ma la cosa più raccapricciante di quest’esperienza, è il paesaggio, il territorio della Brianza, che ci scorre sotto gli occhi per raggiungere il Segrino. Un Paesaggio una volta bellissimo, sistematicamente distrutto, nel corso del tempo da una congerie di cacofonie architettoniche che oggi si sono irrimediabilmente saldate tra loro. Di fatto realizzando una “città infinita” tra Milano ed Erba.  Tutto ciò, in contrasto con il luogo ancora bellissimo del Segrino, ci fa capire che siamo giunti ad un un punto di non ritorno: uomo, natura, cementificazione ormai non riescono più a coesistere in maniera sinergica ed equamente simbiotica.

Mentre scrivo, sto seguendo, attraverso una piattaforma informatica Webinar,  uno di quei corsi obbligatori per legge a cui sono vincolati alla partecipazione gli architetti per acquisire crediti formativi. Si tratta di un corso sul paesaggio dal titolo : “Conoscenza, tutela e valorizzazione del paesaggio”, organizzato dall’ Ordine degli Architetti di Milano (OAM) e dall’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) – http://bit.ly/1hHTWYV – . Vi partecipano soloni ed esperti quali : Umberto Vascelli Vallara, Silvano Tintori, Sergio Cavalli, Anna Rossi, Marina Cattaneo, ecc.

Ho ormai oltre 28 anni di professione dietro le spalle, spesso esercitata in ambiti paesaggistici e/o su edifici con vincoli monumentali. Per oltre 10 anni sono stato dapprima assistente al Politecnico di Milano e poi docente a contratto. Da quattro anni sono Presidente della “Commissione per il Paesaggio” di un comune della provincia di Milano. Da qualche tempo insegno in Svizzera, dove il Paesaggio (Territorio) è implementato nello stesso percorso di preparazione degli architetti fin dal primo anno. Posso quindi tranquillamente affermare di essere un “esperto” in temi paesaggistici e nella relativa legislazione di tutela.

Quello che sento pomposamente affermare, in questo triviale corso obbligatorio, è la glorificazione sistematica di una legislazione paesaggistica italiana, monumentale e becera, che discettando per decenni sulla terminologia (è meglio Paesaggio, Territorio, Ambiente, ecc.) e pochissimo sui contenuti effettivi, ha legittimato lo scempio che ci troviamo di fronte se da Milano, ci rechiamo al Lago del Segrino.

Ma costoro si rendono conto di quello che è avvenuto e che ogni giorno sta avvenendo in tutta Italia: ogni secondo che immancabilmente passa 8 metri quadrati di suolo agricolo e/o naturale vengono irreversibilmente fagocitati, con l’avvallo di chi si occupa della tutela del Paesaggio stesso, che non possiede (per legge) autorevolezza, ne strumenti legislativi che siano in grado di interrompere questo meccanismo perverso e folle.

Quando come Commissione per il Paesaggio, respingiamo un progetto, perchè realizzato non in coerenza con il vincolo paesaggistico a cui soggiace, il dirigente del settore, può con una sua determina ad hoc, farsene un baffo del parere di esperti (cinque), non retribuiti e scelti in maniera meritocratica in seguito ad invio di curricula.

Ma ci rendiamo conto tutti quanti che lasceremo alle generazioni future, andando avanti a distruggere sistematicamente il Paesaggio più che a tutelarlo veramente, un vincolo tale per cui il loro presente non gli consentirà delle scelte. Ma ci rendiamo conto dello squallore del quadro legislativo italiano in merito al Paesaggio, rispetto ad altre realtà europee. Ma ci rendiamo conto, noi architetti, che questa non è formazione ma merda allo stato puro !

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Il Regno di Lo (Fino alla fine dell’uomo – Parte II)


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Il vertiginoso sviluppo della Cina, contamina inevitabilmente i più deboli tra i Paesi limitrofi che offrono un terreno fertile ad eventuali accordi per uno sviluppo congiunto. Per esempio il Nepal si infrappone tra due nuove superpotenze economiche, la Cina e l’India, orientandosi su una lingua di terra che segue da est a ovest, la catena dell’Himalaya.

E’ da anni che la Cina, facendo campo base sull’altopiano tibetano, preme sul confine nepalese per cercare un varco attraverso il tetto del mondo, per aprirsi sulla nuova potenza economica indiana.

All’atto pratico ciò che occorre è un sistema infrastrutturale che si dirami dalla Cina verso i territori del sud, scavalcando l’impossibile barriera “degli 8.000” Himalayani. Negli ultimi anni del 900, sono stati trovati dei valichi che potenzialmente offrivano la possibilità fisica di realizzare una strada carrabile, approdando sul confine Indiano, attraverso lo stretto stato del Nepal. Storicamente la strada è il primo segno di una volontà chiara di sviluppo e nel passato anche sinonimo di progresso.  La realtà oggi presenta un rovescio della medaglia.

Tra i pochi punti individuati per creare la nuova strada, fu scelto il piu praticabile. L’orografia del terreno poteva essere modificata, gli accordi tra i Paesi interessati, sanciti.

Rimaneva solo un problema da risolvere.

Il Regno di Lo. La potenziale via di comunicazione, entrando in territorio nepalese, penetrerebbe come un cuneo in uno dei patrimoni più preziosi dell’umanità.

Esiste un luogo incastonato tra uno dei territori più impervi del mondo, posto a oltre 4000 mt di altitudine chiamato oggi Mustang. Questa piccola parte di mondo trovò la sua identità oltre un millennio fa, quando alcune etnie tibetane si spostarono nel cuore dell’Himalaya provenendo dall’attuale Tibet e sconfinando nell’attuale Nepal. Si trattava di poche persone forse un migliaio, comandate da un re e da una regina che decisero di fermarsi e creare il loro luogo di permanenza lungo il fiume Kali Gandaki, in un fazzoletto di terra di circa 3.500 kmq, distribuendosi in piccoli villaggi fatti di poche anime e altrettante poche case realizzate con fango e paglia. Era il luogo ideale dove fermarsi, un piccolo altopiano tra alcune delle montagne più alte del mondo, dal Dhalaugiri 8167 mt. all’l’Annapurna 8091 mt., che offriva la giusta protezione e il minimo di terra fertile, nutrita dal fiume eterno.

In poco tempo il Regno di Lo venne istituzionalizzato e la popolazione si isolò nei secoli dal resto del mondo. Poiché l’accesso al regno è stato sempre di difficile percorrenza (unicamente a cavallo o a piedi) e trattandosi di poche persone pacifiche, anche nel 1951 quando divenne ufficialmente territorio nepalese e denominato Mustang, mantenne la sua identità istituzionale e lo stato di clausura antropologica. Questo isolamento volontario dalla civilizzazione ha concesso che si generasse un incubatore spontaneo, dimenticato dal mondo, nel quale si è preservata la cultura di quel popolo, congelandola al momento in cui formarono il loro regno e le montagne fecero da recinto, fermandola nel tempo in una sospensione mistica fino al 1992.

In quell’anno venne data dal Nepal la possibilità al turismo di nicchia di accedere al Regno, seppur in modo limitato (solo un centinaio di presenze all’anno e attraverso permessi speciali) dando avvio ad un inevitabile (programmato?) lento declino del Regno di Lo.

Fino a quel momento nel Regno, tutto ciò a cui si poteva ambire o era necessario non poteva che ricavarsi dalla terra, dagli animali e dallo spirito, dove i sudditi possedevano tutti una casa e un pezzo di terra. Dove il ritmo della vita era scandito dal sole e della luna, dall’inverno e dalla primavera e soprattutto della preghiera. L’idea del luogo segreto, di pace e felicità, così come rappresentato da Frank Capra nel film Orizzonte perduto, trova senso in quello che doveva essere il Regno di Lo fino a qualche decennio fa.

Un paradiso segnato però da quella che un tempo si chiamava “semplicità” e che oggi alcuni confondono con la povertà, e dalla durezza delle condizioni di vita in alta quota per tutti i suoi abitanti (oggi circa 15.000 incluse le etnie nepalesi).

Questo lento processo di apertura al mondo, vede negli ultimi anni una rapida evoluzione, oggi l’accesso al Mustang è ancora limitato al turismo di massa, ma i permessi d’ingresso sono aumentati fino ad oltre un migliaio all’anno.

Come risultato, l’identità culturale e l’antico retaggio della popolazione si sono notevolmente disgregati.

Nel 2009 quando ebbi occasione di accedere al Regno di Lo, camminai due settimane per oltre 250 km e dovetti scavalcare valichi in alta quota per arrivare a Lo Manthang, ultimo villaggio fortificato tibetano di cui si ha conoscenza, con alcuni dei più importanti templi del buddhismo himalayano, dove ancora oggi risiede il Re. Già allora trovare un caterpillar a oltre 5.000mt di quota fu uno shock. Oggi sapere che quello stesso tragitto si può percorrere in jeep in poche ore di viaggio mi lascia uno strano sentimento addosso.

Jigme Parbal Bista l’anziano re dell’antico Regno di Lo, che per quanto oggi rappresenti solo una figura simbolica, alla mia domanda su cosa ne pensasse della nuova strada, ha alzato le spalle e fatto un sorriso, non una parola, solo due occhi lucidi.

Il problema del regno di Lo era quindi stato risolto.

Non voglio pensare che sia stata una subdola manovra studiata a tavolino, ma sta di fatto che oggi è in corso di costruzione la parte finale di una pista che attraverserà il Mustang dal confine cinese fino a Jomson, aprendo l’importantissimo passaggio nell’Himalaya, tra l’India e la Cina. Tutto come se fosse la naturale evoluzione delle cose, con una stridente rassegnazione da parte di un popolo che fino al 1992 viveva isolato dal mondo e che oggi già ambisce ad avere un cellulare ed una televisione.

La nuova via di comunicazione voluta dal governo cinese, nepalese e indiano da una parte contribuirà al progresso economico dei Paesi, dall’altra esporrà le comunità locali a quella forma di globalizzazione che a mio avviso non potrà essere sostenuta in un processo di evoluzione così rapido. La velocità con cui questa popolazione si vedrà proiettata nella “civiltà” alla quale si era negata per secoli non potrà che avere un solo effetto che disgregherà, dissolvendola, una delle ultime culture del nostro passato che ancora vale la pena preservare e che rappresenta una tra le più preziose ricchezze dell’Umanità a cui si può ambire.

Marco Splendore

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Fino alla fine dell’uomo


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Nel mio ultimo viaggio in Cina ho avuto occasione di esplorare una parte di mondo che attraversa oltre 1,5 milioni di km quadrati, di territorio cinese da est a ovest, da Beijing a Zhangye, passando per il cuore geografico dello stato.

In passato avevo già avuto occasione di visitare alcuni tratti di questo vasto territorio, ma rimanendo sempre in zone circoscritte.

Questa volta, a distanza di anni, ho avuto occasione di avere una visione aggiornata e di insieme di questo enorme fetta di mondo.

Quando fu fondata la Repubblica Popolare Cinese sei decenni or sono, la popolazione era locata per il 90 % nelle campagne e la rimanenza in centri urbani di piccole dimensioni, dove le città più grandi contavano pochi milioni di abitanti. Oggi il rapporto ha superato la soglia del 50% in favore dei centri abitati,  Pechino ha oltre 20 milioni di abitanti, Shanghai quasi 24.

Nel resto del mondo questo tipo di cambiamento ha richiesto secoli, consentendo una più coerente crescita del sistema culturale e sociale, insieme allo sviluppo tecnologico.

La politica di sviluppo della Cina, prevede di spostare nelle città 310 milioni di persone entro il 2030. Da come costruiscono sembra che i programmi mirino a numeri ben più alti. In venti anni prevedono quindi di avere il 70% della popolazione residente nelle città.

Si è innescata quindi una frenetica corsa edificatoria, che genera una situazione già vista (almeno ai nostri occhi, ma credo che il governo Cinese stesse facendo altro in quel periodo) negli Usa nel 2008 e in Spagna, con tutte le conseguenze disastrose a livello globale, che conosciamo.

Nei numerosi centri abitati che ho attraversato, dove la matrice rurale è ancora presente nella struttura urbana, si vedono elevare, quasi a fortificazione del perimetro, una cortina di scheletri di cemento alti oltre 100 metri, a mazzette di dieci, quindici, venti torri affiancate, ripetute in lotti non molto distanti l’uno dall’altro. Torri tutte uguali. Tutte desolatamente vuote, anche quelle finite. Questo scenario si ripete in tutte le aggregazioni urbane da est a ovest, considerate strategiche dal punto di vista geografico. Da lontano l’impressione è questa, ma da vicino è anche peggio.

Le nuove strade urbane si aprono su prospettive inquietanti con enormi viali oggi desolati ma che domani potranno ambire solo ad uno scenario peggiore, immaginandosi lo stato del traffico che oggi degenera nelle grandi metropoli cinesi. Le cortine di edifici si dispongono lungo questi enormi assi infrastrutturali come fantasmi di se stessi, mentre a terra enormi cartelloni pubblicitari, mostrano una futura realtà che nulla ha a che fare con le premesse edificate. La qualità delle opere eseguite risulta essere pessima, rendendo ancora più deprimente lo scenario urbano che si sta delineando nelle, sempre più tutte uguali, nuove città cinesi. La popolazione che viene spostata dalle campagne nelle città viene oggi prevalentemente impiegata nel settore edilizio. La manovalanza impiegata nella costruzione degli edifici risulta essere senza competenze specifiche, pertanto la cura nell’esecuzione delle opere, specialmente in quelle di finitura, è assolutamente assente. Si generano quindi migliaia di edifici di oltre 35 piani, che alla fine della loro costruzione risultano già bisognosi di manutenzione, altro concetto assolutamente assente in questa nuova politica di (in)evoluzione.

Non rimane che chiedersi, verso quale futuro si sta proiettando lo sviluppo cinese. Se la bolla edilizia resisterà, se questa follia urbanistica eluderà lo spettro dell’implosione economico/finanziaria legata al mercato immobiliare, avuta con l’esperienza USA e quella spagnola, allora si dovrà fare i conti con una nuova problematica mai affrontata prima. Lo sviluppo socio culturale di una popolazione di  1 miliardo e 400.000 anime che cresceranno in città che già oggi sembrano paradossalmente essere sopravvissute alla fine improvvisa dell’Uomo.

Marco Splendore

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Blow-up


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Il bellissimo film di Michelangelo Antonioni “Blow-up” è del 1966, e di fatto costituisce la “fotografia” di un’epoca, quella della così detta “Swinging London”.

Il film dipana la storia, tratta da un libro di uno scrittore argentino,  incentrata su Thomas Hemmings, un burbero e “fascinoso” fotografo londinese che si occupa di moda. Egli sta realizzando un libro fotografico di taglio prettamente  sociologico, sono fotografie di paesaggi abitati londinesi. Cercando l’ispirazione per gli ultimi scatti da inserire nel libro, s’imbatte in due amanti in un parco e scatta loro delle foto, da lontano. La donna, se ne accorge e cerca di rintracciarlo scoprendo dove abita per farsi dare la pellicola contenente le foto. Questo stuzzica Thomas, che inizia a ricercare nelle immagini scattate i motivo di tale interesse. Ingrandendo (il cosiddetto Blow-Up) le fotografie, più volte, sembra che queste rivelino un cadavere, ma gli scatti sono oscurati, “sgranati” e incomprensibili.

Se come è capitato a me, in questo lunedì di Pasquetta, grigio e piovoso, ma con l’aria limpida, vi foste recati su un monte che dista, in linea d’aria, oltre 40 chilometri da Milano, vi sareste inevitabilmente accorti, che il paesaggio di Lombardia appare “sollecitato” da un nuovo “accrocchio” di architetture, che ne caratterizzano in maniera evidente la forma e le caratteristiche. Ingrandendo le immagini, si “esaltano” evidenti le forme del nuovo centro direzionale, che si sta completando in zona Garibaldi-Repubblica- Porta Nuova, che consente di distinguere nel paesaggio “omogeneo” della Pianura Padana, altamente urbanizzato, la città di Milano.

Come per il film di Antonioni, queste forme, approvate e concesse in gran fretta prima dell’inizio della grande crisi del 2008, rappresentano, oggi che si stanno completando, la “fotografia” di un’epoca. Un’epoca che già oggi non è più. Si tratta infatti dell’espressione “fisica” più evidente di un’economia della globalizzazione “fallimentare”, che ha fatto dell’attività economica/immobiliare il suo fatuo epicentro. Già oggi, con la lunga crisi economica che non riesce ad essere risolta,  tutta quella Slp (Superficie lorda di pavimento) terziaria, residenziale, commerciale, ad alta sostenibilità impiantistica, è in parte invenduta e/o non affittata, e difficilmente lo sarà in futuro.

Infatti, se in passato le cattedrali, svettavano nel paesaggio, quali rappresentazioni del potere religioso, ma di fatto dell’opera e della ricchezza di tutta una città e di una parte del territorio che le circondava; oggi i grattacieli, ed in particolare quelli di Milano, sono l’espressione del potere economico di altre aree del mondo, essendo un’operazione immobiliare di un fondo pensionistico americano (Texano).

Insomma anche quì, ingrandendo le foto……..si scopre un delitto, come in “Blow-up”, il delitto del paesaggio.

Il Trailer del film Blow-up di Michelangelo Antonioni

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La Torre per Uffici di Clarke e Pelli vista da Largo la Foppa

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Gli edifici residenziali di  Muñoz + Albin visti da Corso Como

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A sinistra edificio ad uffici e commerciale Goring e Straja Architects ed in centro le ex torri bianche FS edifici ad uffici Technimont di progetto CMR

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Al Centro le Torri residenziali alte in costruzione su progetto di  Arquitectonica

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Il “pungiglione” della Torre ad uffici di Clarke e Pelli

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Piazza Gae Aulenti di Land Architects

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La lampada ad energia solare che sorge al centro della piazza Gae Aulenti

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A destra l’edificio per uffici e commercio di Più Arch

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Piazza Gae Aulenti di Land Architects

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Piazza Gae Aulenti di Land Architects

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Al centro il Bosco Verticale, torri residenziali dello Studio Boeri

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A destra ed in centro gli uffici di Kohn Pedersen e Fox

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La torre ad uffici di Kohn Pedersen e Fox

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