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Italian Strategy

Meglio non fare nulla, che fare qualcosa.


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Sopra il Corsera di oggi 9 gennaio 2019 con l'articolo di Gian Antonio Stella a pagina 42.

Nel febbraio 2017, veniva bandito un concorso di progettazione, in due gradi, per l’ampliamento della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Diamanti a Ferrara (https://bit.ly/2shhSuT). Importo previsto dei lavori euro 2.615.500 per 660 metri quadrati. Risultava vincitore il progetto proposto dalla triade 3TI + Labics + Vitruvio (https://bit.ly/2RlEd9t); con un progetto minimalista e poco invasivo, che si fa alla tradizione del Moderno (Mies van der Rohe), per rispondere alle esigenze di dare compattezza e futuro alla Galleria d’Arte Moderna. Settanta i progetti ricevuti, dieci quelli selezionati per partecipare alla seconda fase, valutati dalla commissione presieduta da Maria Luisa Pacelli, dirigente del servizio Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e di cui erano membri, in qualità di “dotti” esperti, Giorgio Cozzolino, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini e Alfonso Femia, ex socio dello studio 5+1AA e fondatore di Atelier(s) Alfonso Femia. Da allora si è sviluppato un “ginepraio” dove la così detta società civile, capitanata dai fratelli Sgarbi (Vittorio ed Elisabetta), chiede con una raccolta di firme la non esecuzione del progetto, secondo loro “distruttivo” e vero e proprio scempio ! (https://bit.ly/2SOVWTG). Tra i firmatari dei veri e propri maestri in “scempi architettonici” in luoghi sensibili : Mario Bellini (https://bit.ly/2Aywhaw), Mario Botta (https://bit.ly/2Rju6BY), ecc.; ed anche dei veri e propri “esperti” dell’architettura in luoghi ad alta sensibilità paesaggistico : Massimo D’Alema (politico in pensione), Klaus Davi (massmediologo), Furio Colombo (giornalista tuttologo), Oscar Farinetti (imprenditore), ecc. (qui l’elenco dei firmatari – https://bit.ly/2QxA1yi). Sotto, sotto (ma neanche tanto) vi sono le imminenti elezioni amministrative a Ferrara (Tagliani sindaco del centrosinistra, versus Sgarbi Family che fa l’occhiolino al centrodestra Salviniani/Leghista). A PERDERCI COME SEMPRE E’ L’ARCHITETTURA (soprattutto quella moderna) e GLI ARCHITETTI, messa/messi in mezzo per un MASSACRO. Tutto sembra tendere verso quello che è ormai il tragico motto di una nazione immota e ferma : “Meglio non fare nulla, che fare qualcosa”, il che esclude anche la possibilità di aumentare gli spazi culturali di una città importante, ad uso anche di una migliore attrattività turistica, oltre a perdere forse dei finanziamenti già acquisiti.

http://artemoderna.comune.fe.it/

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

Call for Ideas


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Nel lontano 1978, appena diplomato al Liceo, e da poco iscritto alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, l’assistente di disegno (che faceva l’architetto) mi propose, chiamandomi a casa, visto che ero il più dotato del suo corso, di fare un lavoretto di disegno, per un annetto part-time, in un comune dell’Hinterland milanese.

Si trattava di disegnare e correggere gli elaborati del nuovo Piano Regolatore Generale, che si andava a redigere. A tal fine il comune dove allora imperavano i socialisti, aveva costituito nella recente sede comunale, un apposito ufficio di Piano.

I tre architetti incaricati di redigere il P.R.G. erano tutti di “sinistra”, il capintesta (che poi sarebbe diventato dopo questa esperienza il mio datore di lavoro) ovviamente iscritto al Partito Socialista e con ufficio in prossimità della sede provinciale del PSI in Corso Magenta a Milano.

Gli altri due molto più giovani, gravitavano ; uno nell’area del PCI, l’altra (la mia assistente) probabilmente nel PDUP, il partito di unità proletaria, o giù d lì.

La Stesura delle tavole di piano avveniva cercando di interpretare i dati raccolti sul territorio, i possibili sviluppi futuri, le desiderata dei cittadini e dei politici che veniva interpellati in estenuanti riunioni. Sembrava un’operazione “scientifica” ed immutabile, o almeno a me così appariva all’inizio.

L’incarico era di disegnare a mano i profili del centro storico e stendere su degli enormi radex (copie eliografiche su supporto lucido), i retini autoadesivi delle varie destinazioni funzionali, i trasferelli con i percorsi pedonali, le sigle, le legende, ecc..

Un lavoro demenziale se immaginato oggi; un lavoro manuale, che l’Ufficio Tecnico comunale non era in grado di svolgere perché sottodimensionato, e che a me consentiva di fare la mia prima esperienza lavorativa.

Io c’ero…..ma non c’ero, per motivi politici; e per questo il Comune mi pagava IN NERO circa 1.500 lire all’ora (meno di un euro). Come faceva l’amministrazione comunale a pagarmi in nero, lo sa solo Dio. Ma allora era quasi una consuetudine.

La mia disponibilità di tempo doveva esserci anche la sera fino alle ore piccole. Infatti dopo ogni presentazione pubblica degli elaborati dello strumento urbanistico ai cittadini, avvenivano delle riunioni ristrette, al piano sottostante (sindaco, giunta assessori, rappresentanti dei partiti che amministravano), dove spesso si aggiungevano “altri personaggi” (rappresentanti dell’opposizione, immobiliaristi, proprietari di grossi appezzamenti di terreno, singoli con molto potere decisionale, imprenditori, ecc.).

Io dovevo essere abile e preciso, a spostare immediatamente i retini per trasformare zone inedificabili in terreni costruibili; spostare improvvisamente strade e quant’altro. Spesso attendevo per ore, mentre sentivo che litigavano a voce alta animatamente. Poi velocemente spesso anche aiutato per velocizzare la cosa dovevo trasformare il lavoro dignitoso fatto in una “porcata”. Il tutto avveniva anche più volte nella stessa serata.

Era il SACCO del territorio. La compravendita “bendata” al mercato delle vacche. Era una accesa “partita a tresette”, come veniva dai più chiamata.

Poi i tre tecnici dovevano fare “digerire” quanto prodotto, al consiglio comunale ed ai cittadini. All’opinione pubblica.

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Oggi un certo Pierfrancesco Maran, e l’amministrazione Giuseppe Sala tutta, lanciano per l’aggiornamento al 2030 del PGT (Piano di Governo del Territorio, cioè quello che una volta era il Piano Regolatore Generale), anche una “Call for Ideas”. Insomma il Comune raccoglie idee e scenari che si ispirino agli obiettivi e regole del PGT (ovviamente gratis) rivolta a esperti, investitori, operatori che vogliano immaginare possibili scenari urbanistici per alcune aree della città in base alle regole e agli obiettivi del Piano di Governo del Territorio. Le proposte dovranno essere inviate tra il 30 novembre e il 20 dicembre 2018.

http://www.comune.milano.it/wps/portal/ist/it/servizi/territorio/revisionePGT/PGT_Milano2030_CALL?fbclid=IwAR16vCKN6LeTwm_XmwQVZh4a8-Ey9qkEcT4CT4sxbJ1gFWfPJwJuZbccwXs

Una chiara, e triste, OPERAZIONE DI MARKETING POLITICO, di FALSA DEMOCRAZIA ED INCLUSIONE, infatti tutto avverrà esattamente come ho descritto nel testo soprastante, alla stessa maniera in uso nel 1978 (40 anni fa) : la “partita a tresette”. Ma ovviamente Maran e Sala questo non possono dirlo, e tutta l’operazione di NASCONDIMENTO E PARTECIPAZIONE avviene con l’avvallo dell’Ordine degli Architetti di Milano e provincia. Soprattutto Maran e Sala, non possono dire che molte delle opzioni possibili politiche e territoriali, a questo punto sono già state decise.

http://www.arcipelagomilano.org/archives/51222

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RE-Park


 

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SOPRA IN ALTO – il render dell’intervento / QUI’ SOPRA – l’edificio in corso di ultimazione

Il cantiere di via Chiese a Milano Bicocca, una ristrutturazione di un edificio degli anni Ottanta, è in corso di ultimazione.

Sarà la sede di Engie (energia), il progetto è stato firmato dallo studio PARK ASSOCIATI, fondato da Filippo Pagliani e Michele Rossi, che negli ultimi anni ha firmato i più raffinati ed interessanti progetti di ristrutturazione di edifici destinati a ufficio a Milano.

Un edificio, quello dei civici 72 e 74, per nulla banale e scontato, dove le nuove vitree facciate vengono re-interpretate seguendo uno schema che riconduce ai rigori della composizione e già questo non è poco vista la banalità di alcuni interventi nell’intorno.

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Filippo Pagliani e Michele Rossi si allontanano dagli schemi culturali e progettuali dell’architettura “modaiola” di questi anni :  la disciplina architettonica è per loro una sfida alle convenzioni costruttive e  alle tradizioni formali e tipologiche, che vengono continuamente reinterpretate. La progettazione è quindi un continuo rinnovo della materia, una commistione di discipline e forme, dalla musica alle arti plastiche. Park Associati non si è mai avvalso di una linea stilistica unica, ogni volta ricerca una “strada” diversa : anche occupandosi di  progetti estremamente vari, che spaziano da design alle grandi strutture.

D.S.

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Giungla


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La prima volta che ho sentito parlare della “giungla di via Noale” a Milano, studiavo da poco architettura. Era la fine degli anni Settanta del Novecento. Venivamo inviati, per “toccare con mano”, in maniera sparuta, quasi di nascosto, visto che imperava ancora per poco la Politica del Collettivo Studentesco (Tante parole e poca architettura) a contemplare (per imparare) gli edifici, dell’Architettura Moderna e Contemporanea, che i nostri professori di progettazione (Emilio Battisti, Sergio Crotti, Daniele Vitale, Ernesto D’Alfonso, Cesare Pellegrini, Massimo Fortis, Enrico Mantero, ecc.) ci descrivevano come magnifici ed esemplari : il Gallaratese di Aymonino e Rossi, la “Rustici” di Terragni, la Casa a Torre di Bottoni in Corso Sempione, gli edifici di Giò Ponti, la Torre Velasca dei BBPR, ecc.. Il “viatico” per chi iniziava a praticare questa antichissima e splendida disciplina.

Tra questi faceva specie, la lunghissima digressione in via Noale (Zona Baggio, verso la Tangenziale Ovest), dove uno dei nostri professori, Vittoriano Viganò, aveva costruito parecchi anni prima (nel 1952) un edificio per l’istruzione , il Marchiondi Spagliardi, completamente abbandonato nel 1970. Da tutti definito “Brutalista”.

Già allora, noi giovani studenti, ci aggiravamo in una piccola giungla urbana, frutto dell’incuria a cui la struttura era stata completamente abbandonata. Ancora bellissime, le ardite strutture in cemento armato a vista, di chiara impronta lecorbuseriana, scandivano lo spazio dell’intorno: mentre all’interno, già via abitavano strane creature urbane con le loro suppellettili.

Già allora, si incominciò a “parlare” in merito alla necessità di tutela e di restauro del complesso didattico. Ne vaticinava anche lo stesso Viganò, quando nel 1985, inaugurò il nuovo ingresso della Sede Facoltà di Architettura in via Ampere, da lui progettata.

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Così rappresentativo di un’epoca, che l’edificio fu, dopo pochi anni, vincolato dalla  Soprintendenza ai Beni architettonici, ma il degrado continuò a progredire nonostante i numerosi tentativi di farne un’uso finalizzato al suo restauro.

Nel corso del tempo ho più volte assistito a dibattiti tra architetti e non sulle sorti di una tale “bellezza architettonica moderna” (per non dire ancora contemporanea), il cui modello architettonico è esposto al Mo.Ma di New York.

Ma nulla, assolutamente nulla, è avvenuto, se non il recupero a centro disabili diurno, di una piccolissima parte del complesso. Intanto la natura, la “Giungla” lentamente fa il suo inesorabile corso, e si sta “mangiando nell’indifferenza più totale” le immaginifiche e sontuose strutture. Il tutto avviene mentre un recinto alto e minaccioso, protegge e santifica l’evento distruttivo “naturale”.

L’ultimo “dibattito in merito” a cui ho personalmente assistito è avvenuto nel 2015, presso il belvedere “Enzo Jannacci” del Grattacielo Pirelli di Giò Ponti e soci, ma non ha prodotto nulla, assolutamente NULLA, nonostante l’Expo e le aspettative della figlia di Vittoriano Viganò (deceduto nel 1996), Paola, che pregava gli astanti (docenti, soprintendenti, architetti, esperti) almeno di ripristinare l’impermeabilizzazione del tetto, per salvare il salvabile.

Eppure ancora oggi, il pellegrinaggio di architetti, in via Noale, da tutte le parti del Mondo, è pressochè costante. Cosa ci vorrebbe a fare una “Call/Chiamata” internazionale, per trovare un operatore, un magnate, che intenda restaurare perfettamente (sotto l’occhio vigile della Soprintendenza) una tale “bellezza”. Gli si potrebbe lasciare l’usufrutto per i prossimi 99 anni, ad un euro (come per Palazzo Farnese a Roma)!

Tanto, se non ci si è riusciti in oltre 45 anni a trovare una soluzione politica/economica ed un uso congruo per tale edificio, per scongiurarne la completa “rovina”, probabilmente non la si troverà mai, passassero mille anni.

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Dario Sironi

La condanna !


A Roma, al MAXXI, in questi giorni e fino al 2 aprile 2013, si tiene una mostra veramente molto interessante, assolutamente da non perdere. Sono infatti esposti,  un’ottantina di “plastici” d’architettura moderna e contemporanea, tra cui alcuni mai esposti. Una vera “chicca”, infatti vi si possono ammirare, in una scala perfetta, edifici di Aldo Rossi e di Massimiliano Fuksas, di Piero Sartogo e di Maurizio Sacripanti. Di quest’ultimo, sono addirittura esposti due modelli mai resi pubblici in precedenza, restaurati con molta cura.

http://www.fondazionemaxxi.it/2012/06/28/models-dalle-collezioni-del-maxxi-architettura/

Eppure, nonostante il modello, il “plastico”, costituisca la rappresentazione migliore per la comprensione di un’opera architettonica, da parte del grande pubblico, la “twittata” (che non è unica) sopra esposta, di cui ho camuffato volutamente l’autore per ovvi motivi di privacy (ma che ho verificato non essere architetto o esperto del settore), dimostra, che poi, in fin dei conti, non è proprio così. Oppure, con una lettura opposta, che la comprensione è stata così efficiente, da determinare, di fare di tutta l’architettura moderna e soprattutto dei suoi progettisti, un’unico gruppo di “merdacce” di cementificatori folli da “condannare per crimini di guerra”. Insomma in qualunque caso esiste un’evidente scollamento. A “noi architetti” la mostra del MAXXI appare come un piccolo gioiellino, da visionare e da studiare, valutabile sicuramente come un mezzo per facilitare l’approccio all’architettura colta ed intelligente, sia per i giovani studenti, che per il grande pubblico. Mentre, viceversa, proprio per il grande pubblico è un collezione di “crimini di guerra”. Appunto la guerra tra noi ed i Cittadini, che oggi hanno scoperto il paesaggio e la sua salvaguardia, e come capita spesso, si vestono improvvisamente del ruolo di sapienti censori, creando più danni che effettiva salvaguardia. Pensano, come molti, che per fare gli architetti, gli urbanisti ed occuparsi del paesaggio, basti poco o nulla, quattro letture “a go-go” in internet, alcune immaginette sacre di casette in legno o superecologiche, senza arte ne parte, molto simili all’isola che non c’è.

Mentre la disciplina dell’Architettura, dell’Urbanistica e quella del Paesaggio, sono complesse, necessitano di studio, di continuo aggiornamento, di osservazione, di decantazione. Sono insomma arti  (e scienze) faticose, sottili e colte, come la Musica, la Scultura. Non ci si può dedicare qualche ritaglio di tempo, ci si deve dedicare la vita. Insomma non sono per tutti e soprattutto in esse, non ci si improvvisa dall’oggi al domani.

Mi viene appunto in  mente, un mio lontano conoscente, un coetaneo, un informatico, che da oltre un annetto si è trasformato (come molti altri che si occupano di antipolitica) in uno “sparatore ad alzo zero” nei confronti degli architetti e dei paesaggisti, e di chiunque costruisca qualcosa, Probabilmente il suo ideale di mondo è un qualcosa dove non si costruisce nulla, dove non nascono più esseri umani, dove si decresce, dove si valorizza esclusivamente il mondo agricolo.  Ma è un Mondo per pochi, non certamente per gli oltre 7 miliardi di persone (dati fine 2011), che si incrementano di centinaia di migliaia di unità ogni giorno e di circa 80/90 milioni di persone ogni anno. Forse, per “gettare nel piatto” anche una provocazione, più che condannare la continua esponenziale cementificazione (che innegabilmente va ridotta) bisognerebbe ridurre la produzione di esseri umani su questo pianeta, per effettivamente salvaguardarlo per le generazioni future.

Per ritornare all’Italia, il nostro è un paese, dove i Cittadini, nella maggior parte, sono  “ignoranti” (nel senso più positivo della parola e cioè che ignorano) nell’architettura, nell’urbanistica, nel paesaggio, quindi condannare per crimini contro l’umanità, mi sembra veramente una corbelleria. Ci vorrebbe invece, un grande processo culturale collettivo dal basso, anti-accademico (senza docenti universitari ed amministratori), di condivisione di cultura in questi ed altri ambiti disciplinari. Magari a partire dalla musica, sembrerà strano, ma forse è l’arte che meglio restituisce i concetti mnemonici e subliminali di architettura e paesaggio, per poi passare all’arte pittorica e scultorea ed infine arrivare alla triade disciplinare : architettura, urbanistica, paesaggio. Invece, i più, organizzano convegni, giornate plurime di studi; banali eventi in cui si parla solamente dell’aria fritta e dell’acqua “calda”. Eventi dove “tecnici” se la cantano e se la suonano tra di loro, inanellando nel loro curriculum l’ennesimo convegno. Risulta quindi molto difficile raggiungere persone che nemmeno conoscono le architetture moderne, i progetti urbanistici, che si sono stratificati, nel corso del tempo, nel quartiere in cui abitano. Purtroppo il “posto delle fragole” non abita quì, nella cultura italica e nelle sue genti . E quindi “a morte gli architetti” (gli urbanisti, i paesaggisti) !

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A day in San Gimignano


In cinque siamo partiti da Milano, da Piazzale Bausan alla Bovisa, alle ore 7,15. L’obbiettivo, non dichiarato, era quello di fare uno “striscio paesaggistico” dalla Lombardia alla Toscana.  La tappa finale del nostro viaggio era San Gimignano. Attraversando la città ancora “dormiente”, in un sabato dei primi di marzo e provenendo dal tessuto urbano disastrato ed incoerente della trasformazione della Bovisa, che tarda ad arrivare, ci si accorge della massa di automobili che infesta questa città. Accatastate sui marciapiedi, sulle aiuole, in doppia e tripla fila, ovunque, le auto disegnano il paesaggio urbano milanese (In media ogni 1000 abitanti in Italia esistono 768 veicoli – a Milano sono 810 ogni 1000 abitanti). Veloci, nella tranquillità di una mattinata serena e fresca in cui il picco delle micropolveri sottili, non ammorba ancora l’aria, in circa quindici minuti, entriamo nella Tangenziale Est a Lambrate. Dal rilevato autostradale, il paesaggio della periferia est milanese appare in tutta la sua tragicità, dove le strutture viabilistiche ed una teoria di capannoni e residenze, oscurano l’orizzonte. Superato il casello autostradale dell’Autostrada A1, procediamo lesti in direzione Bologna, la pianura agricola, in maniera prepotente conquista l’orizzonte paesaggistico, dimostrando che qui è ancora forte, nonostante sia tempestata qua e là da complessi industriali e logistici di dimensione impressionante, che irridono la dimensione cadenzata delle cascine agricole. All’Autostrada A1, da Piacenza, lentamente si avvicina il fascio di binari dell’Alta Velocità, costruendo così una struttura antropica, un “muro di cemento” di rara ignoranza paesaggistica. I pochi provvedimenti di mitigazione appaiono poca cosa ed i ponti, che scavalcano questo apparato (A1 + TAV), quasi comici nella loro “gobbuta” e “stupida” elevazione verticale. Si procede così, senza grande affanno, sino a Bologna, vista la quasi totale assenza dei TIR che caratterizzano, con lunghe colonne, i giorni feriali di questa arteria che collega il nord al sud Italia (soltanto il 9% circa delle merci è caricato sui treni, dati al 2009 : si tratta di una delle percentuali più basse di tutta Europa, in Germania, è del 21%, e la media europea è del 17%).

Da Bologna, o meglio da Casalecchio di Reno,  veniamo “intubati” nel nuovo percorso, in costruzione, della A1, la così detta “Variante di valico”, che tra tunnel e barriere anti-rumore, nega la vista di questa parte di paesaggio. Da Sasso Marconi, o giù di lì (La Quercia), si ritorna sul vecchio tracciato, da cui si gode, lo scempio paesaggistico in atto nell’Appennino Tosco-Emiliano con la costruzione della “Variante di Valico” tra La Quercia ed Incisa. Un’opera impressionante, che spesso, troppo spesso costituisce un raddoppio del vecchio tracciato, che non verrà demolito. Tra deviazioni, frane, modifica delle falde acquifere, ecc. l’opera tarda a concludersi ed i costi sono lievitati considerevolmente.

Come scrive Salvatore Settis, nel suo bel libro “Paesaggio, Costituzione, Cemento” (Ed. Einaudi 2010) : “ la Repubblica italiana fu il primo stato al mondo a porre la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio (art. 9 della Costituzione italiana)”, ma poi questo spirito di tutela, tradottosi anche in Leggi quali la 1089/39 e la 1497/39, sembra essersi polverizzato in una miriade di normative locali e di controversie, tanto che oggi, lo scempio paesaggistico, appare un’attività a cui i soggetti interessati partecipano nell’indifferenza più totale.

Siamo arrivati a San Gimignano verso le 11,00 e dopo un accurato sopralluogo della città murata e turrita, ed aver osservato l’ameno paesaggio dei dintorni, sensualmente ondulato ed “operato nei secoli” dall’agricoltura come un pizzo; davanti al un piatto di Pici cacio e pepe, e ad un bicchiere di vino rosso del Chianti, viene logico porsi alcune domande e darsi qualche risposta.

Innanzitutto il Paesaggio è estremamente difficile da cogliere, con un solo sguardo, in quanto complesso e multi-sfaccettato (come scrive Settis), però è anche vero che quello che abbiamo visto, tra Milano e San Gimignano, è innanzitutto frutto di una incapacità di governare il sistema complesso della “bellezza italiana” o di una “senziente” deriva verso obbiettivi progettuali anti-paesaggistici, più che di un’incapacità di “cogliere” il significato di questo Paesaggio che si sta sistematicamente fagocitando. Lo cogliamo benissimo il Paesaggio, ma tutti assieme : operatori pubblici e privati, nonché gli stessi Cittadini, opponiamo a questo “scempio paesaggistico”, il “volgere lo sguardo”. Come scrive Giovanna Meandri, nel suo intelligente libro “Cultura, Paesaggio, Turismo” (Ed. Gremesse 2006) : “Non possiamo permettere che l’Italia continui a sprecare una delle sue risorse migliori: la sua bellezza, la sua cultura, i suoi paesaggi unici. Sono risorse strategiche, non delocalizzabili nel mercato globale, che né la Cina, né l’India possono sottrarci e su cui abbiamo interesse ad investire……Il Paesaggio, l’ambiente, il patrimonio e la produzione culturale costituiscono un immenso valore in grado di sviluppare una filiera produttiva che può garantirne la tutela, favorirne la fruizione e creare nuove imprese e nuova buona occupazione.”

Ecco secondo me, non si tratta di vagheggiare un Paese Italia senza autostrade, senza treni ad alta velocità, senza grande industria, ma di incominciare a progettare una nazione in grado di pensare ad uno sviluppo in cui  “Fare Paesaggio” sia l’epicentro di una maniera per affrontare la costruzione del futuro. Ecco quando si progetta un’infrastruttura, un edificio, una città, al centro deve esserci, oltre alla sua utilità effettiva, i suoi costi, la maniera di come la inserisco in un sistema produttivo in cui il Paesaggio (come dovrebbe ovvio essere) è al centro delle desiderata degli operatori privati e dei Cittadini, nonché l’obbiettivo primigenio dello Stato.

Diverrà quindi logico, non eseguire uno “scempio paesaggistico”, ma fare in modo che si adottino tutti quei provvedimenti, anche di condivisione democratica con i Cittadini, in grado di ridurre il più possibile l’impatto sociale e paesaggistico, ed il consumo di suolo, per qualunque opera (anche la più piccola) si inserisca nel Paesaggio.

Il Paesaggio, per come lo intendiamo noi umani è sempre il frutto di un “contrasto equilibrato” tra  ambiente naturale e/o antropizzato e spazio costruito realizzato dall’uomo. Proprio come a San Gimignano, dove alla bellezza della città murata e turrita, si antepone un territorio agricolo altrettanto bello.

Alle 16,30 abbiamo ripreso la via per ritornare verso casa, dove siamo arrivati attorno alle 20,00 dopo 356 chilometri.

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Viaggio in Italia


Stazione Termini – Alta Velocità

La mattina del 31 dicembre 2010, come avevo da tempo programmato, nonostante una devastante influenza virale che mi ha colpito nella nottata del 30, sono partito alla volta di Roma. L’obbiettivo, mio e della mia compagna, anch’essa architetto, era ambizioso, vedere finiti gli ultimi interventi di architettura contemporanea della città capitolina e visitare Villa Adriana a Tivoli. Il viaggio, mio malgrado, è stato anche l’occasione per eseguire quello che gli economisti definiscono “stress test” della Nazione, all’alba dei festeggiamenti per i 150 anni della Repubblica.

Partenza ore 7,00 dalla Stazione Centrale di Milano, con treno Frecciarossa Fast dell’Alta Velocità (costo a persona 178 euro). Il ruolino di marcia della pubblicità televisiva decantava l’arrivo a Roma Termini dopo tre ore tonde tonde e l’utilizzo gratuito della rete WIFI del treno, fino al 12 gennaio. In effetti alla Stazione Central,e con treno assolutamente immobile, si può godere della “Frecciarossa WIFI”, che però decade appena fuoriusciti dalla cintura ferroviaria. Ci consola il fatto che il treno, in effetti parte sparato come un proiettile, per poi rallentare poco prima di Reggio Emilia, dove si impianta, nel bel mezzo della campagna, per sostare immobile per ben 37 minuti per improrogabili controlli tecnici. Risultato arriviamo a Roma con ben 47 minuti di ritardo! Ci avventiamo con armi e bagagli verso il gazebo “Costumers Satisfation” di Trenitalia AV, indicatoci dal Capotreno, per i reclami, che risulta “chiuso blindato”, e in effetti ci fanno notare che sono le ore 11,00 del 31 dicembre ed a Roma già ci si prepara per San Silvestro. Ma forse è giusto così bisogna pur essere comprensivi con  queste povere Ferrovie Italiane, che per costruire un chilometro di rete ad alta velocità impiegano “solo” 32 milioni di euro per km, contro i 10 milioni/km della Francia ed i 9 milioni/km della Spagna; e per farlo impiegano pure il doppio del tempo. Ci incamminiamo sudattici lungo i meandri della stazione Termini della metropolitana per raggiungere la banchina della Linea A direzione Battistini, operazione che risulterà complicatissima e lunghissima (più di 21 minuti) a causa dei lavori demenziali e caotici per sistemare la degradatissima prima metropolitana romana. alle 12,13 arriviamo in Hotel, dove, madidi (a Roma il 31 c’erano 14 gradi), veniamo accolti da una coda di decine di turisti di mezzo mondo, che inferociti, protestano e discutono animatamente nella hall dell’albergo. Motivo, veniamo a scoprire che Alemanno, all’apice di un delirio “Tafazziano” ha introdotto per fine anno una nuova gabella “L’addizionale sulla Tassa di Soggiorno”. Una tassa che varia da 1 euro a 3 euro, su tutto ciò che fanno i turisti (ovviamente non residenti) a Roma. Quindi chi si ferma per tre notti in hotel a Roma, paga 2 euro a persona (non a camera), gabella che si vedono costretti i dipendenti dell’Hotel ad incassare in contanti (ed esclusivamente in contanti, come leggo nella folle delibera comunale che mi sottopongono) direttamente dai turisti, suscitando ilarità, sbertucciamenti ed incazzature, in chi come gli americani sono abituati da mezzo secolo a pagare tutto con carte di credito. Il ceck-in dura più di mezz’ora. Ci fiondiamo in camera, ci laviamo velocemente, ci cambiamo e ci precipitiamo in tram al MAXXI, il museo delle arti del ventunesimo secolo (da poco inaugurato), per il quale avevo prenotato una visita via internet, da casa, per le 13,40. Anche quì c’è una coda folle, chiediamo il perchè, e ci spiegano che il Sindaco Alemanno introdurrà da domani una”Addizionale sulle visite ai musei romani per i non residenti”, di circa 1 euro (sempre da incassarsi con la procedura sopra descritta), quindi chi abita fuori Roma, ad esempio a Fiumicino, va a vedersi il Museo prima che abbia un rincaro del 10%. Un altro delirio italiano, una dimostrazione sistematica dell’incapacità manageriale degli italiani, che sembrano non rendersi conto che campano sopratutto di turismo e di cultura (insistono in Italia il 50%dei beni culturali del Mondo), quindi fanno di tutto per rendere la vita dei turisti e di chi si avvicina alla cultura complicata e costosa. Peraltro il MAXXI, che è un bel museo moderno, costruito da una gentile signora Anglo-Irachena dal nome Zaha Hadid, è stato iniziato nel 2001 e finito solamente ad aprile 2010, mentre i costi sono lievitati da 57 milioni di euro a 150 milioni di euro. Più volte ho assistito (da architetto) alle conferenze stampa della progettista, che “inferocita”, lamentava la mancanza di un interlocutore e l’impossibilità di avere delle scelte manageriali precise rispetto a ciò che si andava costruendo quale opera pubblica, ed ai suoi futuri criteri di gestione.

MAXXI – Zaha Hadid

Ancora oggi, nonostante vi sia un curatore, il museo viene gestito con programmi annuali  e non pluriennali come avviene per strutture “imprenditoriali” similari di tali dimensioni in tutto il mondo. A sera, un brodino ed a letto presto, per curarmi l’influenza, nonostante i fuochi artificiali ed il concertone di Baglioni ai Fori Imperiali, che poi verremo a sapere ha generato il più grande ingorgo della storia di Roma, conclusosi alle 4,00 del mattino, per colpa di una gestione della viabilità pubblica e privata che ha rasentato la follia. Il giorno dopo, 1 gennaio 2011, avevo programmato una visita a Palazzo Farnese (ore 14,10), che è aperto in poche occasioni, visto che è sede dell’Ambasciata Francese in Italia, ed è anche uno dei pochi luoghi culturali, aperti a Roma il primo giorno dell’anno nuovo. La visita è ottima, ben gestita, i quadri, le sculture, le suppellettili, ecc., arrivate apposta da tutta Italia, per ricostruire la magnificenza del palazzo durante il Cinquecento, sono ben descritte e collocate, i visitatori sono entusiasti. In effetti la gestione dell’evento e del Palazzo da parte dei Francesi è impeccabile, soprattutto, veniamo a scoprire, che il Palazzo è dato in uso dallo Stato Italiano, per 99 anni alla Francia per la cifra simbolica di 1 euro, in cambio della sua manutenzione e valorizzazione. Ecco mi viene subito da considerare che questo caso è rappresentativo di come andrebbero gestiti i beni culturali storici in Italia, visto che ne abbiamo troppi, abbiamo poche risorse, e siamo dei “gestori incapaci”, meglio dare “in comodato d’uso” ad altri, più capaci, il futuro di una parte di questo immenso patrimonio, piuttosto che vederlo degradarsi nell’impotenza più totale.  Il giorno dopo, 2 gennaio 2011, la visita da eseguire è molto più impegnativa, visto che presuppone la trasferta a Tivoli. Ovviamente avevo prenotato (e già pagato) via internet l’auto alla Hertz, che me la offriva “All Inclusive” per 36,16 euro, per tutto il dì, a partire dalle ore 10,00 per poi riconsegnarla entro le 19,00. Arrivo alla Hertz alle 9,55, dove trovo una “coda biblica”, di circa 11 persone in attesa. Anche quì : canadesi, russi, slavi, americani, napoletani, ecc., tutti “incazzati neri”. Un impedito naturale, di evidenti origini laziali, cercava di sbrigare pratiche erogandone solamente una ogni 18/20 minuti, a tutti caricava ulteriori costi aggiuntivi. Una tipica fregatura all’italiana, dove nonostante l’intervento anche dei Carabinieri, ci vediamo costretti, dopo oltre due ore di attesa passata a spiegare (con il poco inglese che sappiamo) la situazione agli stranieri, ad accettare una Panda nera di “carlo cotenna” per la modica cifra di 76,10 euro.

Hertz – Roma

Alle 12,41, ritirata l’auto, partiamo alla volta di Tivoli, percorrendo la Tiburtina. Credo non via sia nulla di più squallido e triste paesaggisticamente della via Tiburtina in inverno, quì  puoi veramente apprezzare la cementificazione e le “follie urbanistiche” di una città e di una nazione che hanno sempre e solo pensato a speculare e mai ad investire nel futuro. Settecamini, Setteville, Bagni di Tivoli, sono dei veri e proprie esempi della sistematica distruzione del paesaggio. Ovunque degrado, piccole discariche , pensiline per gli autobus distrutte, cabine del telefono implose, voragini nell’asfalto quasi dappertutto, che ci costringono a delle vere e proprie gimkane con il “pandino”. Arriviamo a Tivoli, che è una vera e propria schifezza di posto, perso nella campagna romana, con uno “squadrone” di case popolari, ravvisabile sicuramente anche da google earth. Poi all’improvviso tra villule pastrufaziane, dei campi incolti, un asino, dei ruderi, ed il grande parcheggio attiguo all’ingresso del sito archeologico dell’UNESCO di Villa Adriana. Paghiamo il biglietto ed entriamo, pochissima gente, si cammina in un bosco di querce che si alternano agli ulivi. raggiunta la villa questa ci si presenta in tutta la sua degradata magnificenza, fatta di crolli e micro-crolli, che lentamente stanno riducendo questo luogo alla completa sparizione, ci vorrà ancora del tempo, probabilmente molto tempo, visto che i romani, sopratutto sotto l’Imperatore Adriano, costruivano per “sconfiggere il tempo”, ma il destino se tutto rimane così è sicuramente segnato. Anche quì ravvisiamo l’attività di devastanti “incapacità manageriali e gestionali”, tutto sembra basato sulle quantità e non sulla qualità, tutto crolla perchè nessuno fa nulla per fare in modo che quì confluiscano capitali e risorse da tutto il mondo. Come ci diceva uno dei custodi, mentre alimentava uno dei numerosi cani randagi (molto simili ai cani da pastore abruzzesi) : “Abbiamo avuto la qualità (di Adriano), un tempo, ora abbiamo le quantità (dei Turisti), ma nessuno che sappia come gestire produttivamente questo luogo, che è un inno al paesaggio laziale, affinchè salvi i propri ruderi per le generazioni future”. Ci dice ciò mentre indica all’orizzonte i colli rivestiti di cemento che stanno, giorno dopo giorno, invadendo le prospettive più significative dell’intorno, di fatto cancellando per sempre uno dei luoghi dove natura ed architettura hanno saputo, un tempo, coesistere. Voglio terminare quì il mio racconto di questo “Viaggio in Italia”, senza tediarvi ulteriormente delle code infinite dei gitanti fuoriporta sulla Tiburtina,  dei ritardi dell’Alta Velocità durante il ritorno, oppure della metropolitana milanese che non funzionava neanche la sera che siamo tornati a Milano. Lo “stress test” a cui ho volutamente e criticamente sottoposto questo piccolo “striscio” del paese, ha dato esito molto negativo, evidenzia una specie di “ignoranza gestionale collettiva” a cui tutti collaboriamo, nel nostro piccolo, affinchè le cose vadano necessariamente male, anzi peggio. Una specie di “gioco al massacro”, a cui non sappiamo più sottrarci, subiamo qualunque ingiustizia, qualunque affronto, indifferenti, passivi, disposti a pagare qualunque cifra ragionevole affinchè nessuno ci rompa più di tanto. Siamo un paese in coma profondo, probabilmente irreversibile.

Villa di Adriano – Tivoli

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