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Builders of the future

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Da GLORENZA a LAMPEDUSA


“Oggi attribuiamo grande valore alle apparenze, come un tempo si usava l’architettura per dimostrare potere: lo stile fascista, per esempio, che non ho mai amato, rappresentava la potenza di un governo, di una nazione, facendo un uso improprio della bellezza.

Ma le apparenze, in realtà, non significano nulla, i soldi non sono una misura per capire chi abbiamo di fronte.

Dinanzi alla vita, alla morte, al tempo che passa, alla monumentalità della natura siamo tutti uguali, creature fragili, mortali.”

Oscar Niemeyer (1907 / 2012)

GLORENZA

Glorenza è un comune italiano di 913 abitanti della provincia autonoma di Bolzano in Trentino-Alto Adige, situato nell’Alta Val Venosta, lungo la strada verso il Passo del Forno. Si trova a 10 chilometri dal confine svizzero. È il più piccolo comune dell’Alto Adige a fregiarsi del titolo di città. Altitudine 907 m.s.l.m.

Il toponimo è attestato come “Glurnis” nel 1163 e “Glurns” nel 1228. Esso deriva da colurnus, variante del latino corylus (che significa «nocciolo». Nel 1309 Glorenza fu elevata a città (risultando la più piccola delle otto presenti nella provincia). Venne completamente rasa al suolo nel 1499, dopo la battaglia della Calva, nel corso della guerra sveva, che opponeva l’imperatore Massimiliano I alla Confederazione dei tredici Cantoni.

Dopo questa distruzione, l’imperatore Massimiliano decise di ricostruirla e di munirla di mura (le quali si sono conservate intatte fino al presente e sono uno dei principali luoghi d’interesse della città), trasformandola in una testa di ponte verso i possedimenti asburgici in Svizzera.

Anche dopo che questi, poco tempo dopo, furono perduti, Glorenza conobbe comunque lunghi secoli di prosperità come città mercantile, grazie soprattutto al commercio del salgemma proveniente da Hall (Tirolo settentrionale) e destinato in Svizzera.

Sono stato a Glorenza per 3 giorni, l’estate scorsa (2022). Tutto sembra perfetto, con una notevole propensione da parte dei cittadini venostani, al rispetto delle leggi e ad una esagerata manutenzione del paesaggio.

L’architettura moderna, che si confronta con il suo importante passato, è particolarmente brillante ed attenta alla sostenibilità. Potendo anche disporre di un’entità economica rilevante.

Come ad esempio, ha fatto Werner Tscholl, per il nuovo edificio della Distilleria PUNI (l’unica distilleria di whiskey in Italia), Glorenza, Via Mühlbach, 2. Progettata e costruita tra il 2010 ed il 2012. Un edificio cubico, rivestito come i vecchi fienili per l’essicazione del fieno. Dentro un cubo di cristallo, con gli uffici e gli spazi per la vendita. Sotto la parte produttiva e la cantina per l’invecchiamento del whisky. Un piccolo capolavoro, frutto di grande maestria del professionista altoatesino (http://www.werner-tscholl.com/new-constructions/puni-destillerie-glurns-2012/).

1.877 chilometri a sud di Glorenza………..

…….pari a 2,5 ore di aereo o 26 ore in auto, o 297 ore a piedi……..

…….si trova l’isola di Lampedusa («un pezzo d’Africa in Italia»).

Tra le due cittadine, ci sta tutta l’Italia, ci stiamo noi, con le nostre contraddizioni, le nostre idiosincrasie, i nostri contrasti.

Sono stato di recente a Lampedusa per 4 giorni. 5.871 abitanti ed oltre 1.000 unità delle forze dell’ordine (soprattutto Guardia di Finanza), per la problematica dei migranti. In estate gli abitanti aumentano a circa 60.000.

È la più estesa dell’arcipelago delle Pelagie nel Mare Mediterraneo, nonché il territorio italiano più meridionale in assoluto e fa parte del Consorzio di Agrigento. Geograficamente si trova in Africa. Amministrativamente forma, assieme a Linosa, il comune di Lampedusa e Linosa (di cui è la sede municipale, che conta 6 373 abitanti complessivi. Con una superficie di 20,2 km², è la quinta per estensione delle isole siciliane. In greco antico era nota come Λοπαδοῦσσα Lopadoûssa, poi latinizzata in Lopadusa. Appartiene alla placca africana (Fonte : Wikipedia).

Durante questo soggiorno, sono riuscito ad avere lo scontrino solamente una volta in 4 giorni, per una granita da 2 euro ai gelsi di Linosa, TUTTO IL RESTO IN NERO (per Pos non funzionanti, e lo scontrino è un optional)………. siamo così, noi italioti, FATTI MALE !

Meno male, che c’è l’Architettura (quella con la “A” maiuscola”), la quale grazie a professionisti seri e colti, riesce a restituirci, in povertà o in ricchezza, tutta quella “GRANDE BELLEZZA” lasciataci dalle generazioni passate, che continuiamo a portare avanti nonostante la maggior parte dei nostri concittadini sembra indifferente a tutto ciò.

Come ad esempio l’architetto Vincenzo Latina, che a Lampedusa, ad ottobre 2022, ha inaugurato il Memoriale del naufragio di una nave di migranti del 3 ottobre 2013, in cui morirono 368 persone. Una ex cava di pietra, dismessa, trasformata in un luogo per eventi, in un memoriale in ricordo di quei naufraghi, ma anche di tutti i migranti che ambiscono alla “porta d’Europa”. Un piccolo capolavoro realizzato in totale povertà di mezzi e di denaro. (https://www.espazium.ch/it/attualita/dalla-roccia-verso-il-cielo) – (https://www.lacivettapress.it/2022/10/14/nella-cava-di-lampedusa-oasi-di-cultura-e-di-memoria-su-progetto-dellarch-latina-le-note-di-takahiro-yoshikawa/)

All’alba il dolore è stanco.

Poesia per i migranti.

All’alba il dolore è stanco
il corpo si abbandona sulla terra umida.
Lento dalla ferita sorge il sole
mentre la notte ha già preso il largo su una scialuppa
di fortuna.
Forse questa giornata approderà su un colle
e gli uomini si chineranno a raccogliere
frutti di generazioni mandate al sacrificio.
Sono venuto nel tuo paese con il cuore in mano
Espulso dal mio,
Un po’ volontariamente e un po’ per bisogno
Sono venuto,
Siamo venuti per guadagnarci da vivere,
Per salvaguardare la nostra sorte,
Guadagnare il futuro dei nostri figli,
L’avvenire dei nostri anni già stanchi,
Guadagnarci una prosperità
che non ci faccia vergognare,
Il tuo paese non lo conoscevo
E’ un immagine…
Un miraggio, credo, ma senza sole…
Siamo arrivati qui ad informare,
con un canto di follia nella testa…
E già la nostalgia e i frammenti del sogno…
Sopravviviamo tra l’officina
o il cantiere e i pezzi del sogno
Il nostro cibo, la nostra dimora
Dura l’esclusione
Rara la parola rara la mano tesa.

Tahar Ben Jelloun

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

La casetta vicino alla Fucina.


Le Dolomiti viste da Nova Ponente
Il Fiume Ega

La casetta di Walter Pirchler (al centro) e la Fucina (che si intravvede sulla destra)

La casetta.

1 settembre 2022, Nova Ponente

Intellettuale, scultore, architetto, Walter Pichler nasce nel 1936 a Nova Ponente (Deutschnofen) in Val d’Ega, Alto Adige. La sua famiglia, proprio quell’anno 1936, decide di trasferirsi in Austria a causa della Seconda Guerra Mondiale, della penuria di cibo e delle leggi razziali. Nell’anno 1955, Walter Pichler si diploma alla Hochschule für Angewandte Kunst (Università di arti applicate) di Vienna.

Nel 1963 insieme ad Hans Hollein (1934/2014, importante architetto austriaco. Premio Pritzker nel 1985) realizza la mostra innovativa e rivoluzionaria “Architektur” alla Galerie nächst St. Stefan di Vienna: progetto con cui vogliono liberare l’architettura dalle costrizioni del costruire e la scultura dalle costrizioni di un astrattismo diventato arido. Nel 1967 con “Visionary Architecture” espone al MoMA (Museum of Moder Art) di New York con Hans Hollein e Raimund Abraham. Nel 1968 partecipa a Documenta 4 e 6, di Kassel ( https://bit.ly/3TEmNBH )

Nel 1972 Pichler compra un terreno a Sankt Martin sul Raab (Burgenland meridionale – Austria), che elegge a sua residenza, in cui allestisce le sue sculture all’interno di costruzioni architettoniche realizzate ad hoc ( https://bit.ly/3ekJ5YS ). Pur avendo anche un prestigioso studio a Vienne, trascorre qui la maggior parte della sua vita creativa.

Un’altra peculiarità di questo artista era la progettazione molto lenta, quasi maniacale nella definizione dei dettagli, che a volte ha richiesto decenni per il completamento di una scultura, realizzato molti schizzi, disegni e modelli. Ed anche una passione sfrenata per la tecnologia applicata al costruire tradizionale.

Nel 1975 è nuovamente al MoMA con “Projects” ( https://www.moma.org/artists/4612 ), e nel 1982 partecipa alla Biennale di Venezia. Nel 1998 espone allo Stedelijk Museum di Amsterdam.

Nel 2002 inizia la realizzazione della Casa accanto alla Fucina in Val d‘Ega, su un terreno del nonno, concessogli dai parenti, a ridosso del Fiume Ega (Kardaunbach). Una casetta di appena 59 metri quadrati, che l’artista utilizza durante l’estate quando viene a trovare i parenti.

Al piano terreno un bagno, una cucina, un piccolo deposito, ed un vasto locale con un divano/letto per dormire ed un tavolo per ricevere le persone.

Immagini del piano terreno

Al piano interrato, a cui si accede attraverso un ingegnoso escamotage (a mo’ di ponte levatoio), un grande locale, con un enorme tavolo per le riunioni con i parenti. Tutti gli impianti in questo locale (compreso il rosso scaldabagno elettrico) sono a vista, mentre al piano superiore, sono tutti incassati e celati, con sportelli di acciaio. Il solaio sembra realizzato con un sistema prefabbricato simile alle predalle.

Una casetta senza finestre, ma con solide pareti in muratura di pietra (quella del Fiume Ega lì vicino) e cemento armato a vista, con un tetto di vetro per osservare il cielo. Tutto, all’interno ed all’esterno nella casetta, viene minuziosamente disegnato da Walter Pirchler, e perfezionato, seguendo di persona gli artigiani locali. Dettagli spesso strepitosi, come il grande forno/caldaia in piastrelle di ceramica, o come i ripiani lapidei della cucina in pietra di Andriano (rosata) levigata, ma anche il tetto, il tavolo, le sedie, ed il sistema a “tenda orizzontale” (a carrucole) di schermatura del tetto vitreo. Strepitose le travi in acciaio di sostegno dei pannelli di vetro del tetto, tagliate e saldate al laser (grazie alla perizia dei cugini che ancora continuano la lavorazione dei metalli a Bolzano).

Un’intercapedine ventilata, in cemento armato, isola la casetta, rendendola salubre dalle possibili infiltrazioni d’acqua.

Alle pareti, del piano terreno, i parenti conservano i numerosi schizzi e disegni, dell’architetto/scultore, che aiutano i visitatori a contestualizzare il processo creativo che ha portato alla realizzazione della casetta.

Walter Pirchler muore nel 2012 a settantacinque anni, a causa di un cancro. Nel 2015 tuttavia viene realizzata, dai parenti, postuma, la Plattform über dem Bach (Piattaforma sopra il Fiume Ega, di colore rosso) che completa, con questo osservatorio paesaggistico, pensato e disegnato da Walter in ogni dettaglio, il progetto della casetta in Val d’Ega.

Un progetto che nelle sue parti reinterpreta tutta la Storia dell’Architettura, con le pareti in sasso, il frontone classicheggiante del tetto (evidenziato in rosso), il rigore planimetrico simile ad un tempio greco, la scelta di materiali naturali, ecc.

Dal 17 giugno al 4 settembre il MUSEION di Bolzano, a cura di Andreas Hapkemeyer (raffinato e colto storico dell’arte che ci ha accompagnati nella visita della casetta a Nova Ponente), ha accolto l’interessante mostra di alcuni disegni di Pichler, con visita guidata della casetta in Val d’Ega, in presenza dei parenti :

Walter Pichler (1936 – 2012), Architettura – Scultura, Haus neben der Schmiede, Val d‘Ega

https://bit.ly/3L2TZ1T

Vista della grande Caldaia/Forno, con gli elementi ceramici disegnati da Pirchler (come ad esempio il modulo d’angolo in pezzo unico)
Sopra – Gli sportelli in acciaio studiati da Pirchler per nascondere gli impianti
Le sedie lignee, in faggio per il piano terreno
L’accesso al piano interrato (solo dall’esterno) condiviso con quello al piano terra
Immagini del piano interrato con il grande tavolo, le panche, ed il lampadario mobile a contrappeso
Le grandi pietre di fiume, che nascondono ed arieggiano l’intercapedine in c.a. (sotto)
E per finire alcune immagini della Fucina, con il tavolo esterno (in pietra rosa di Andriano) su cui era solito sostare in estate Walter Pirchler durante le belle giornate

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Laburnum Anagyroides


Nella Valle d’Intelvi, ad Orimento, c’è un sentiero che conduce verso il Monte Generoso. Basta inoltrarsi per il facile sentiero costeggiato da faggi, che subito, il bosco è arricchito da una quantità sempre più crescente di alberi di maggiociondolo (Laburnum Anagyroides). Sono centinaia, forse migliaia, un vero e proprio bosco, fatto inusuale per un albero prettamente isolato. Vorrei potervi descrivere il profumo mieloso intenso ed inebriante, di questo bosco di alberi “velenosi” (in ogni sua parte e soprattutto nei semi – https://it.wikipedia.org/wiki/Laburnum_anagyroides ).

Nel sottobosco, costituito soprattutto da erbe montane (che proteggono le radici dei maggiociondoli durante i rigidi inverni), ma anche rovi di lamponi, mirtilli, ecc., un ronzio sinfonico di: api, bombi, vespe, ecc.., che si approvvigionano di polline, tra cui lo stesso maggiociondolo. Polline che non rende velenoso il miele prodotto.

Per arrivarci, siamo quasi ai confini con la Svizzera, sul Monte Generoso; da Como si percorre la sponda occidentale del Lario seguendo la Strada Statale SS 340 “Regina” fino ad Argegno. Poco dopo il paese di Argegno si sale a sinistra verso la Valle Intelvi fino al paese di San Fedele (https://www.lavalleintelvi.info/schede/paesi/san-fedele-intelvi/).
Superare la piazza centrale di San Fedele, arrivare fino al deposito bus ASF, quindi seguire a sinistra la via Monte Generoso/per Orimento, una strada piccola, asfaltata ma con molte buche. Dal piazzale di Orimento, un pratone recintato, si segue l’ indicazione sentiero alto del Monte Generoso. Luoghi bellissimi, con viste paesaggistiche meravigliose (https://lagodicomo.com/it/bosco-del-maggiociondolo/).

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Imprinting


SOPRA – Immagini delle Langhe nei dintorni di Dogliani

SOPRA – Città di Castello e dintorni (immagine dal canale Youtube di Città di Castello)

Attraversare le Langhe, durante i mesi invernali, per andare a vedere una mostra su Alberto Burri, alla Fondazione Ferrero ad Alba ( https://bit.ly/3gcKluK ), fa ben capire l’intimo legame che fa sì, che l’esperienza umana sia intimamente legata alle “forme antropizzate” del Pianeta su cui viviamo.

Trasformando la Natura planetaria, a nostro uso e consumo, inoculiamo in noi stessi, nella nostra specie, un senso paesaggistico, che è parte integrante ed indispensabile della nostra caratteristica di uomini in quanto specie.

Il laureato in medicina, Alberto Burri, nato a Città di Castello, divenuto pittore durante la prigionia negli Stati Uniti ( https://bit.ly/35vnLvc ), condivide con le Langhe le forme ed i colori del paesaggio.

Nei suoi quadri i colori e le forme, sono indubitabilmente condizionate, da questo “imprinting” iniziale, che lega l’Umbria al Basso Piemonte.

Nel 1963, su incarico di Giulio Einaudi (https://bit.ly/3KWlae3), lo Studio A/Z Architetti e Ingegneri di Roma progetta, con la consulenza critica di Bruno Zevi, la biblioteca di Dogliani, dedicata alla memoria di Luigi Einaudi (Presidente della Repubblica tra il 1948 ed il 1955 – https://bit.ly/3uaBIsK). Un prototipo, nelle intenzioni, da moltiplicarsi in centinaia di esemplari, per diffondere capillarmente la cultura nei comuni e nei quartieri urbani. Una delle poche architetture organiche co-firmate da Bruno Zevi (https://bit.ly/3ud0EAa).

Anche la piccola biblioteca di Dogliani, sembra rifarsi ad un rigoroso “senso del paesaggio” : nei piani orizzontali certamente mediati da Wright; ma anche nel suo disporsi a sedime lungo l’alzaia del Torrente Rea; al contempo però è anche evocazione dell’opera di Burri, nei colori, e negli accostamenti materici.

La qualità dei paesaggi, forma gli uomini, li condiziona e li caratterizza per tutta la vita: così come la materia e la poesia di cui sono fatti i luoghi.

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I paesaggi formano gli uomini


Il nostro  rapporto, il nostro legame,  con  la  realtà  si  fonda  sulle  relazioni  che  si  stabiliscono  fra  due  diversi  ambiti  dell’esperienza:  quello  della coscienza  soggettiva  (emozioni,  ricordi, odori, ecc.)  e  quello  della  conoscenza  oggettiva (reperti, edifici, alberi, pietre, ecc.).  Il  paesaggio  è  il  momento  di  congiunzione, fungendo da fondamentale riferimento del nostro rapporto con il mondo di questo bellissimo Pianeta.

Un pianeta che gli esseri umani da sempre trasformano, adattandone la Natura, spesso in maniera violenta, alle proprie esigenze di vita, soprattutto per produrre gli oggetti, i contenitori, il cibo, i macchinari, di cui amiamo circondarci per facilitare la vita, sfruttare le risorse, e creare lo spazio e le condizioni, affinchè la specie umana possa replicarsi in maniera che fino ad oggi sembrava infinita.

Conoscere il paesaggio permette all’uomo di vivere appieno il proprio tempo. Ogni popolo, ogni momento storico ha la sua “mappa” che, in tal  senso,  ha  un  profondo  valore  antropologico.  Infatti non si può parlare  di  geografia,  ma come ho scritto  di  vere e proprie “mappe mnemoniche”,  che  esistono  e  si diversificano in relazione all’ambiente, al cibo, alle tradizioni sociologiche di un popolo.

Aver passato parecchio tempo in questi luoghi, Camogli e dintorni, i miei nonni avevano in questa cittadina un appartamento, ha caratterizzato, ed indirizzato la mia vita.

Ritornare in questi luoghi dopo parecchi anni, mi ha fatto ritrovare : i colori, i suoni, gli odori della mia memoria; soprattutto quello della dispensa di mia nonna, dove custodiva i camogliesi della pasticceria Revello ( https://www.revellocamogli.com/?page_id=46 ).

SOPRA – Camogliesi al Rhum

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RECOVERY PLAN (PIANO DI RECUPERO)


DA AMALFI – a Bolzano, l’Italia, appena piove, si “liquefa”, crolla, si sbriciola (https://bit.ly/3pLmdCO). Oggi è toccato alla costiera amalfitana, si è evitata la tragedia solamente per miracolo. Il 6 gennaio era toccato a Bolzano, una frana aveva distrutto parte dell’Hotel Eberle, anche qui solo un “miracolo”, la chiusura della struttura per pandemia Covid-19, ha evitato una tragedia (https://bit.ly/39Hvlma). Il 10 dicembre 2020, il Panaro, in Emilia aveva esondato, creando devastazione e danni (https://bit.ly/3avMuP7). Pochi giorni prima della Befana, una tempesta aveva “cancellato” la spiaggia di Torvaianica vicino a Roma (https://bit.ly/3oLtsch). Nel Recovery Plan steso dal Governo Conte Bis (piano strategico per “spendere” fondi dell’Europeo “Next Generation EU”), che dovrebbe attuare, attraverso progetti necessari, l’impiego dei 210 miliardi di euro riservati all’Italia (da appaltare entro il 2026), NEMMENO UN EURO è stato individuato per, almeno iniziare, un grande progetto nazionale, teso alla SISTEMAZIONE IDROGEOLOGICA del “supporto territoriale” in cui noi italiani viviamo. Un supporto DEVASTATO da anni di incuria, da abusi edilizi, da pressapochismo amministrativo. Eppure, questo sarebbe un grande progetto collettivo, ormai improcrastinabile, valido da nord a sud, che coinvolgerebbe tantissime professionalità e darebbe lavoro a decine di migliaia di persone per anni (giovani ed anziani). Nessuno ne parla, i media tacciono, i cittadini subiscono silenti…..QUANDO CI DECIDEREMO A CRESCERE !!!

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Ernen


L’aspetto di Ernen (nel Vallese svizzero), 219 chilometri da Milano attraverso il Passo della Novena, è determinato molto dalla sua posizione: ampiamente affacciata, sul pendio, nella conca della valle di Fiesch. Per secoli Ernen (https://www.borghisvizzera.ch/scheda/ernen/) si è trovata posizionata magnificamente lungo la strada a valle del distretto di Goms e quindi all’ingresso dei passi della Furka e del Grimsel. Oggi un moderno ponte strallato, ciclo-pedonale, tra i più lunghi al mondo, collega Ernen alla strada cantonale (https://www.myswitzerland.com/it-it/scoprire-la-svizzera/route/ponte-sospeso-nei-pressi-di-ernen/) ed alla stazione ferroviaria Furka-Oberalp. Giardini e frutteti intatti circondano l’insediamento a semicerchio verso la valle. Nel centro del paesino si addensano edifici residenziali costruiti nello stile tipico della regione, solitamente orientati verso sud-ovest e intervallati da piazzette e giardinetti che danno respiro al centro abitato. L’unicità della piazza centrale la rende una delle più belle della Svizzera. Attorniata da prominenti edifici, tra i quali la Tellenhaus (1576) che custodisce una delle più antiche raffigurazioni dell’eroe nazionale svizzero Guglielmo Tell (https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Tell), portata a termine nel 1578.

Lasius G. , Tellenhaus, Ernen. (Aus: Das Bauernhaus in der Schweiz, hrsg.v. Schweiz. Ingenieur- und Architektenverein, 1903): Grundriss Keller, EG, 1. OG, Querschnitt, Längsschnitt. Druck auf Papier, 47,6 x 33,7 cm (inkl. Scanrand). Architekturmuseum der Technischen Universität Berlin Inv. Nr. B 1923,56.

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“24 FERMATE” – LA VIA REHBERGER TRA RIEHEN E WEIL AM RHEIN


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Sabato, 4 luglio 2020

Per una lunghezza di circa cinque chilometri, la Rehberger-Weg collega due nazioni, due comuni, due istituzioni culturali, ed innumerevoli storie. Si percorre tra Riehen e Weil am Rhein, tra la Fondation Beyeler e il Vitra Campus, tra la Svizzera e la Germania, e volendo si può arrivare fino in Francia, superata l’Autostrada E35 (la via delle Genti, come la chiamava Rino Tami) ed il Fiume Reno, al paesino di Village – Neuf e di Huningue (dove si trova il ponte ciclo pedonale autoportante più lungo del mondo – https://de.wikipedia.org/wiki/Dreil%C3%A4nderbr%C3%BCcke.  Il tutto scandito da 24 “accattivanti” piccole installazioni dell’artista Tobias Rehberger (nato nel 1966 a Esslingen am Neckar, vive e lavora a Francoforte sul Meno) – https://www.24stops.info/en/intro/

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E’ così possibile esplorare un paesaggio naturale e culturale molto diversificato, dove gli europei per centinaia di anni si sono fatti la guerra, si sono “scannati” con milioni di morti. Ci si può fermare per ammirare il paesaggio, sdraiarsi sull’erba, fare un picnic in luoghi appositamente attrezzati. Ambedue le realtà museali : Vitra e Beyeler, forniscono per pochi franchi/euro dei gustosi cestini da picnic. C’è pure un piccolo autobus elettrico, che relaziona i due luoghi, per le persone con difficoltà di deambulazione: alcuni giorni, prenotando, si può fare il percorso (aperto a tutti) con guide appositamente istruite. La Rehberger-Weg dà l’opportunità di conoscere e mettere in relazione la “ricca” storia della zona e della sua gente e contemporaneamente invita a fare un viaggio nella natura bellissima. Una natura antropizzata, più o meno saggiamente, ma che fa dei contrasti, la sua stessa bellezza. Ci si muove tra filari di vite, campi di cereali, maestosi alberi di ciliegio. E’ l’Europa, quella che tutti vorremmo, fatta di qualità, di cultura, di enogastronomia, di storia, di paesaggi sapienti, che qui ha la sua evocazione “plastica”. E’ soprattutto un percorso dove l’architettura (quella “buona” e di qualità) si inserisce, e dialoga magistralmente con l’ameno paesaggio circostante; in 5 chilometri si passa dal “Senatur” Renzo Piano della Fondation Beyeler (https://www.fondationbeyeler.ch/en/museum/architecture-and-nature), dove a fianco il “Vate” Peter Zumthor sta realizzando l’ampliamento (https://it.furniturehomewares.com/2017-05-05-peter-zumthor-extension-designs-renzo-piano-fondation-beyeler-riehen-basel-architecture-news), al Vitra Campus, dove è “collezionata” da decenni il meglio dell’architettura mondiale a firma di : Sanaa, Alvaro Siza, Frank O’ Gehry, Zaha Hadid, Tadao Ando, Herzog& De Meuron, Nicholas Grimshaw, ecc. (https://www.vitra.com/en-cn/campus/campus-architecture). Il tutto costellato da edifici e contenitori, che palesano la loro storia architettonica, magari minore, ma che costruisce un paesaggio morfologico, tipologico, particolarmente ricco e diversificato. In cinque chilometri, si passa dalle mostre d’arte del Beyeler (oggi – EDWARD HOPPER – https://www.fondationbeyeler.ch/en/exhibitions/edward-hopper), alle mostre di architettura e design della Vitra (oggi – GAETANA AULENTI, in Italia quasi dimenticata – https://www.design-museum.de/en/exhibitions/detailpages/gae-aulenti-a-creative-universe.html). E’ un percorso iniziatico, altamente istruttivo, che “spiega” la liaison tra architettura, paesaggio e natura, un atto didattico fondamentale, che qualunque essere umano dovrebbe affrontare prima o poi nella sua vita.

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Veloci, ma lenti


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Torso con teschio lungo (fusione di alluminio 1973/2007) Scultura / HR Giger Kunsthaus Coira

Camminare, muoversi, è sempre un viaggio di scoperta all’interno di noi stessi, mentre gli edifici, il paesaggio, le strade, i volti, il clima e l’atmosfera dei luoghi, quasi inconsapevolmente, ci formano.

Andare veloci, per i più significa consegnare le esperienze all’oblio, come scrive Milan Kundera nel romanzo “La Lentezza” : Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è diretto proporzionale all’intensità dell’oblio. , ma è vera questa duplice equazione, oggi?

Recentemente con due amici (ambedue, come me, architetti), mi sono cimentato in un viaggio di un giorno, di circa 300 chilometri, in Svizzera, nei Grigioni (il Cantone più grande). L’obbiettivo era ambizioso, visitare una serie di edifici realizzati da Peter Zumthor, che tutti tre avevamo studiato, e conoscevano a “menadito”, per vedere se “le atmosfere”, e le “esperienze sensoriali”, descritte nei suoi libri erano effettive.

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Un viaggio siffatto è “giocato” emozionalmente sulla dicotomia tra passato e presente, tra velocità e tempo, che dovrebbero essere l’espressione sintetica dei nostri tempi: ma così non è.

Viaggiando velocemente, si è colpiti da una polifonia visiva d’immagini, sempre diverse, per poi ritrovarle, e ricostruirle, quando si rallenta fino fermarsi. Si viaggia come se fossimo gli astronauti del film “Interstellar” (https://bit.ly/1Q5jaLy), dove un buco nero accellera e rallenta la loro velocità,  consegnandogli “tempi” tra loro molto diversi.

A lungo andare, per il ripetersi di sequenze, di paesaggi, di architetture, di materiali, di volti, è possibile che qualcosa indebolisca il “farsi” del viaggio; però il sapiente contrasto tra i vorticosi movimenti (che il chilometraggio, e la molteplicità dei luoghi da visitare, impone), e gli improvvisi rallentamenti, necessari a visitare i luoghi individuati, fa si gli occhi, ed il cervello, continuamente sono “titillati “da” punti “, dove guardare per catturare un frammento. E ‘quindi innegabile, che proprio l’essere “veloci” e subito dopo “lenti” giova innegabilmente alla fruizione della bellezza unitaria che questi luoghi, seppur diversi (ma sempre legati da un filo rosso), riescono ad esprimere.

Ad aiutare in tutto ciò, vi è anche l’architettura zumthoriana, ancorata ai valori della memoria dell’uomo, ma anche vigile alle veloci pulsioni della contemporaneità. Una architettura fatta nella lentezza, ma in grado di operare “sintesi” foriere di un futuro aperto, a cui guardare con ottimismo e sicurezza di nuovo il cielo. 

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