Ricerca

costruttoridifuturo

Builders of the future

Categoria

Paesaggio

WYSS



L’ampliamento della Beyeler Foundation a Rehien (Basilea), progettato da Peter Zumthor, inaugurato il 26 settembre 2026, è stato dedicato, nel suo edificio principale (un museo di arte contemporanea), ad Hansjörg Wyss (L’imprenditore e uomo d’affari svizzero Wyss è soprattutto un filantropo nel campo della protezione ambientale e della scienza. Non contento di essere una delle persone più ricche del mondo, con una fortuna stimata di sei miliardi di dollari nel 2021 secondo Forbes, è anche una delle più generose. I suoi finanziamenti sono dedicati soprattutto a chi si impegna per salvare il pianeta ed all’arte).



È raro che un museo riesca a trasmettere una netta sensazione di grande accoglienza ed empatia. Proprio alle spalle del ristorante della Beyeler Foundation, ospitato in uno degli edifici storici, un padiglione (Ammann Pavillon, tutto in legno – dedicato ai celebri galleristi e mercanti d’arte svizzeri Thomas e Doris Ammann) apre le sue porte verso l’esterno, accogliendo i visitatori.



Caratterizzato da un interno in legno di ciliegio e pero, articolato in una successione di gradini, l’edificio a livello del terreno offre una protezione accogliente sia dal sole sia dalla pioggia. Non ci sono biglietti d’ingresso, ne è necessario acquistare nulla: tutti sono invitati a entrare, sedersi sulle sedie e sui cuscini e lasciare che lo sguardo si posi sul panorama, e soprattutto sulle presenze arboree che contornano il Central Garten. Un verde incorniciato dalle ampie finestre a tutta altezza.

Realizzato in vetro e legno, il nuovo padiglione Ammann assume un ruolo centrale e di connessione all’interno del nuovo complesso. Come l’edificio destinato alla logistica delle opere d’arte e il museo, è stato progettato da Peter Zumthor.





Guardando verso l’esterno, si possono ammirare la parte storica del complesso, un ampio parco con alberi annosi, prati e sculture, e il celebre edificio museale progettato da Renzo Piano (progettato tra il 1991 ed il 1994 e costruito tra il 1994 ed il 1997, con l’inaugurazione ufficiale avvenuta nell’ottobre del 1997), con il suo tetto in vetro che sembra quasi galleggiare sopra la pietra di porfido rosso.

Fin dall’inizio, l’identità del museo è stata plasmata da un approccio unitario che integra arte, architettura e natura, dando vita a un’esperienza di visita unica, molto apprezzata dal pubblico (A oggi, più di 10 milioni di persone hanno visitato la Fondazione Beyeler, la metà delle quali provenienti dall’estero).

Non è un caso che Ernst Beyeler, quando nel 1997 commissionò a Renzo Piano il progetto del museo, immaginasse un edificio aperto verso l’esterno, dotato di una grande serra affacciata sulla riserva naturale adiacente e sui dolci pendii del Tüllinger Berg (Tüllinger Hügel, in svizzera, è una montagna alta 460,20 metri sul livello del mare, tra Germania, Francia e Svizzera e che costituisce confine naturale tra queste nazioni – Si veda immagine sottostante ).






Spostando lo sguardo, si percepisce il nuovo edificio in legno destinato alla logistica delle opere d’arte; si scorge inoltre il nuovo edificio museale, caratterizzato da una facciata in calcestruzzo gettato in opera, di un delicato beige, realizzato con un calcestruzzo con inerti di pietra calcarea giallastra proveniente dal Giura.



Ci sono voluti oltre dieci anni dalle prime riunioni, fino al completamento dei tre nuovi edifici. E’ arcinoto che l’architetto di Haldenstein (Zumthor) ha dei tempi di decantazione degli input progettuali “biblici”. Per la loro costruzione sono stati raccolti oltre 120 milioni di franchi svizzeri e numerosi finanziamenti di privati, ed anche per questi ci sono voluti parecchi anni.




Gli edifici progettati da Zumthor rispondono con eccezionale sensibilità alla scala intima e ridotta del contesto quasi ad integrarsi in un piccolo villaggio; inoltre essi esprimono un’identità precisa attraverso i materiali e le magnifiche forme architettoniche, soddisfacendo con rigore alle esigenze delle rispettive funzioni.

Poiché la Torhaus, che ospita le strutture per la logistica delle opere d’arte, si protende leggermente verso il Bachtelenweg, un percorso che in precedenza segnava il confine della proprietà della Fondazione Beyeler con i tre nuovi edifici, formano nel loro insieme una sorta di piazzale antistante.


Al parco della parte della Fondazione Beyeler progettata da Renzo Piano

Entrambi i parchi furono progettati secondo lo stile del giardino paesaggistico inglese dall’architetto paesaggista Jean-François Caillat, all’inizio del XIX secolo, conferendo loro un senso di unità.

Ciò che li distingue, tuttavia, è l’atmosfera più selvaggia e romantica, quasi incantata, del parco recentemente aperto.

I due stagni di ninfee già presenti nella proprietà della Fondazione Beyeler sono ora affiancati da un terzo stagno, più maturo e consolidato, attraversato da un nuovo e delicato ponticello ispirato al giardino di Claude Monet a Giverny.


SOPRA – Le Nymphéas (Claude Monet, 1916–1919), Museo Wyss


L’architetto paesaggista Günther Vogt ha integrato due aree verdi piantumate in modo così armonioso che sembrano essere sempre esistite. L’antica serra per gli agrumi è stata restaurata non soltanto per ospitare piante capaci di resistere a un clima in evoluzione, ma anche per accogliere una nuova figura curatoriale dedicata al rapporto tra arte e botanica.

Il compito del curatore consiste nel censire le piante presenti nei parchi, monitorare e promuovere la biodiversità e collaborare con artisti il cui lavoro si concentra sulla natura. Tra gli altri progetti, sarà ricreato all’interno del museo il giardino originariamente concepito da Peter Fischli e David Weiss a Münster nel 1997.

SOPRA – Immagine zenitale tratta da Google Earth, dei due parchi

Peter Zumthor ha progettato il nuovo edificio museale in funzione degli alberi maturi già presenti nel parco. Grazie alle rientranze angolate, la sua pianta a forma di Y preserva nel nuovo giardino lo spazio necessario per un ginkgo centenario, oltre che per una sequoia e un gruppo di platani.






Il Wyss Museum, è un altro “colpo architettonico magistrale ” di Peter Zumthor. L’ampliamento della Fondation Beyeler, riesce a fare distrarre gli utenti dai quadri di : Magritte, Max Ernst, Picasso, ecc. (e chi più ne ha ne metta)…..tutti ad ammirare e fotografare il meraviglioso foliage autunnale della natura circostante, inquadrato dalle sapienti aperture vetrate. Un colpo di maestria. E’ la MAGIA DELLA GRANDE ARCHITETTURA, quella vera, umana, fatta al tavolo da disegno, riga e squadra, sulla carta velina, senza gli artefici dei render e le illusioni delle “intelligenze artificiali”.

Un’ultima annotazione, deve riguardare la tipologia dei controsoffitti adottati dal “Mago svizzero”: il soffitto del Wyss Museum, a Riehen, è realizzato con un materiale a base di pietra calcarea del Giura.



La scelta, sicuramente costosa, è coerente con la concezione architettonica dell’edificio: utilizzare la pietra locale in diverse forme, dalla facciata in calcestruzzo battuto ai pavimenti in terrazzo, fino alle finiture interne. La materia crea così una continuità percettiva tra le diverse parti del museo.

Come spiegò l’architetto all’inizio del progetto, l’edificio museale è concepito per emergere dal terreno come un monolite, analogamente alle formazioni rocciose che si intravedono qua e là nelle foreste della regione del Giura.

SOPRA – Il terrazzo alla veneziana in pietra calcarea del Giura, per tutte le pavimentazioni del museo



Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Palazzo Pignano



Palazzo Pignano si colloca nel Cremasco occidentale, nella pianura irrigua lombarda, tra Crema e il territorio lodigiano. Il comune, di circa 8 chilometri quadrati, comprende il capoluogo e le frazioni di Scannabue, Cascine Gandini e Cascine Capri; il territorio conserva ancora una forte impronta agricola, nonostante la presenza di insediamenti residenziali e produttivi più recenti.

Il carattere più significativo è quello della pianura agricola irrigua: campi coltivati, rogge, fontanili, filari e strade rurali costruiscono un paesaggio prevalentemente orizzontale, nel quale gli insediamenti rurali emergono come episodi compatti. I fontanili, alimentati dalla falda superficiale tipica della pianura padana, hanno avuto storicamente un ruolo fondamentale nell’irrigazione e nell’allevamento e costituiscono ancora oggi elementi ecologici importanti.

La struttura insediativa è caratterizzata dalla presenza diffusa di cascine e nuclei rurali, testimonianza dell’organizzazione agricola tradizionale cremasca. Il Comune stesso segnala la presenza di numerose cascine e insediamenti agricoli distribuiti nel territorio.

Particolarmente significativo è il sistema di Scannabue e delle Cascine Gandini e Capri, antichi piccoli borghi agricoli che hanno mantenuto nel toponimo stesso la memoria della loro origine rurale.

Tra gli edifici censiti come patrimonio storico figura, ad esempio, la Cascina Gandini, datata dalla Soprintendenza alla prima metà dell’Ottocento (1832-1852) e attribuita alle maestranze lombarde.


Un elemento particolarmente interessante è il rapporto tra cascina, campagna e sistema delle acque: la cascina tradizionale non è semplicemente un edificio isolato, ma il centro di un’organizzazione produttiva costituita da corti, stalle, fienili, abitazioni coloniche, campi e rete irrigua.

In questo senso, il paesaggio di Palazzo Pignano può essere letto come un paesaggio agricolo storico stratificato, nel quale la presenza delle cascine, la rete dei corsi d’acqua e dei fontanili e la geometria dei campi costituiscono ancora oggi una struttura territoriale riconoscibile.

Un ulteriore elemento di profondità storica è rappresentato dalla villa romana tardoantica di Palazzo Pignano: la sua pars rustica comprendeva già magazzini e ambienti destinati allo stoccaggio e all’essiccazione dei prodotti agricoli, mostrando come la relazione fra insediamento e produzione agricola abbia radici molto antiche.

In sintesi: il territorio di Palazzo Pignano–Scannabue è interessante soprattutto come paesaggio della cascina lombarda, dove acqua, agricoltura, insediamenti rurali e infrastrutture storiche formano un sistema ancora leggibile, sebbene sottoposto alle trasformazioni contemporanee.





Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

La Velarca


Andando verso l’Isola Comacina ad ammirare le residenze per artisti di Pietro Lingeri, realizzate negli anni Trenta del Novecento, appena usciti con un barchino, dall’attracco di Tremezzina/Ossuccio, capita spesso di vedere le forme di una mitica imbarcazione di design. come si legge sul sito dei Beni Culturali di Lombardia: “La Velarca è una Casa-barca progettata tra il 1959 e il 1961, dai BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressuti, Rogers).

https://ordinearchitetti.mi.it/it/cultura/itinerari-di-architettura/28-lo-studio-bbpr-e-milano/saggio

L’obiettivo era di fare diventare la barca, un luogo d’incontro per gli intellettuali e costruita sulla base della storica barca da lavoro utilizzata nel Lario. Aldo Norsa con la moglie Maria Luisa (eredi dei proprietari, Emilio e Fiammetta Norsa), che per tanti anni ne hanno fatto una casa di vacanza, nel 2011 hanno donato la Velarca al FAI, individuato come ente gestore che offre alte garanzie di competenza nella tutela e valorizzazione dei beni culturali. La casa rappresenta un esempio alquanto raro di applicazione del progetto di architettura moderna in un’abitazione permanente sull’acqua. La sua fortuna fu subito ampia e diffusa a livello internazionale, anche grazie agli eccellenti contatti e alla reputazione dei suoi progettisti, lo studio BBPR. Grazie alla rilevante qualità del progetto, fu pubblicata sulle maggiori riviste d’architettura come testimonianza della creatività e dell’ingegno italiani.”

https://fondoambiente.it/luoghi/la-velarca



Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

L’ icosaedro


Geometria e architettura sono discipline intimamente legate da un rapporto molto profondo in cui la prima fornisce le regole e il linguaggio per la progettazione, la stabilità e la bellezza della seconda.

Mario Botta è da sempre un attento studioso della geometria, approfondendo la sua ricerca, anche sulle forme geometriche più inusuali.

È il caso del punto di “meditazione” posato nell’ agosto del 2026, al Il Giardino d’Europa a Pieve Tesino (TN). Questo è un parco a forma di anfiteatro che simboleggia l’unità europea ed è dedicato al padre fondatore Alcide De Gasperi.

Il Giardino https://share.google/U6BmALIGuw5MSaxdG



Il piccolo padiglione in legno di larice del Trentino (filiera certificata), vuole essere come ha sottolineato il progettista durante il suo intervento di inaugurazione, un “luogo d’incontro tra: natura, architettura e pensiero”.





Meno “felici” i riferimenti del Botta al mitico CABANON Lecorbuseriano del 1951 a Cap Martin (Roquebrune – Francia), che per caratteristiche, dimensioni e destinazione, dettagli, ecc., nulla ha a che fare con l’intervento di Pieve Tesino, se non per il materiale costruttivo utilizzato: il legno.

Pieve Tesino, svelato l’Icosaedro di Mario Botta | La voce del Trentino https://share.google/BeYUn1IpTZFEDxI5E

Gli interni dell’ icosaedro
Un’ altra immagine dell’ interno

Cabanon de Le Corbusier – Le Corbusier – Patrimonio dell’Umanità https://share.google/3pGawoUQbLQNLYw7f

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

ISOLA COMACINA


Pietro  Lingeri, il grande architetto (Tremezzo, 25 gennaio 1894 – Tremezzo, 15 maggio 1968), è  stato un esponente di spicco del razionalismo italiano.

Qui sull’Isola antistante ad Ossuccio, dove complici i belgi, l’Accademia dei Brera, e lo stesso regime mussoliniano, ha forse dato il meglio di sé nella realizzazione di tre residenze per artisti, unendo una attenzione per il luogo alla poetica razionalista.

Infatti si è volutamente rifatto ad un edificio di Le Corbusier e Pierre Jeanneret, la casa nota come “Le Sextant” del 1935 a Le Mathes sul Golfo di Biscaglia (costa atlantica della Francia).

Le tre case, una diversa dall’ altra per dimensioni e dettagli costruttivi, seppur simili, si inseriscono perfettamente nel paesaggio dell’ isola, che fu in passato una cittadella fortificata, per poi diventare un luogo di culto, legato a diverse comunità religiose. Lingeri sull’Isola Comacina, raduna tutti gli elementi materici e paesaggistici di questa parte del Lago di Como: la Pietra di Moltrasio, il legno di castagno, ma anche l’abete rosso ed il rovere per i pavimenti. Il camino sul tetto a simulare le fattezze del campanile della chiesa di Ossuccio…..una sapiente “spruzzatina” di LC……ERA GIÀ GENIUS LOCI ! Nel 1938/1940. –

Case per artisti – complesso, Sentiero degli artisti – Tremezzina (CO) – Architetture – Lombardia Beni Culturali https://share.google/38altZAC5rhk0eiTh


Campanile della chiesa di Ossuccio, dedicata a Santa Maria Maddalena
Immagine tratta da Google Maps

on il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Ritorno ai laghi Ritom



Si sale con una delle funicolari piu’ pendenti al Mondo ( https://www.ritom.ch/funicolare/ ), dalla centrale idroelettrica Ritom, circa 1000 mslm, di Piotta, ai 1789 metri sul livello del mare di Piora (Vicino al Bar – La Tana del Lupo). I Laghi del Ritom, sono poco più in là, raggiungibili con una comoda strada asfaltata, fino al Rifugio laghi Ritom ( https://lagoritom.ch/ ), da dove si dipanano numerosi sentieri, con varie difficoltà.

Da quì si entra nel cuore della Val Piora, che rappresenta insieme ai suoi laghi, uno dei paesaggi alpini più affascinanti della Svizzera. Circondati da pascoli d’alta quota, boschi di larici e imponenti cime granitiche, questi specchi d’acqua di origine glaciale colpiscono per le intense sfumature turchesi e smeraldo, che cambiano con la luce e le stagioni. Il Lago Ritom, insieme ai vicini Lago di Tom e Lago Cadagno, forma un mosaico di laghi alpini immersi in un ambiente di straordinaria naturalità, spesso definito il “paradiso dei laghi alpini”. La quiete del luogo, la ricchezza della flora e della fauna e l’ampiezza degli orizzonti rendono la Val Piora una meta di rara bellezza, capace di coniugare spettacolarità paesaggistica e autenticità.











Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

MIMMO


Meravigliosa installazione del maestro Mimmo Paladino (Paduli – Benevento, 1948), a Palazzo Citterio a Milano, nella Sala ipogea James Stirling.

I “Dormienti” , uno dei suoi più celebri capolavori qui riallestiti in stretto dialogo con l’architettura del “geniaccio inglese” che lo ospita, con un’appendice di opere su carta del 1973 (Dal sogno di Icaro).





I corpi scultorei rannicchiati in maniera fetale, nel buio della sala, in cui il pubblico può muoversi liberamente, sono palesati da “raggi di luce”; spesso sembra di trovarsi davanti ai corpi degli abitanti di Pompei, colti nel sonno dall’eruzione mortale del Vesuvio.

Una installazione d’atmosfera, che fa riflettere. Aiuta anche il corredo sonoro che si diffonde nella sala.

L’esposizione, curata da Lorenzo Madaro e realizzata da “La Grande Brera” in stretta collaborazione con l’Archivio Paladino.




E poi fuori, nel cortile/giardino di Palazzo Citterio, c’è pure il “Muro Longobardo” sempre di Paladino del 2017/2018.Il Muro Longobardo è un’installazione artistica permanente. Creata dal maestro della Transavanguardia, per l’apertura di Palazzo Citterio, l’opera funge da scenografico fondale per la Collina di Ermes ed è costruita assemblando pietre di recupero e frammenti archeologici.





Sempre nel cortile/giardino del palazzo, fino al 31 luglio 2026 è fruibile anche : Padiglione ispirato alle iurta dell’Asia Centrale, come spazio di aggregazione contemporaneo, su progetto di WHY Architecture.

Un fresco gazebo in cui è possibile consumare anche qualche “raffrescante prodotto” indispensabile in questa infernale estate europea.


Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

CAMOGLI TRA NATURA E PAESAGGIO.


Il paesaggio di Camogli non è soltanto una realtà fisica, ma una costruzione culturale, un intreccio di natura e storia che si offre allo sguardo come forma compiuta. In esso si manifesta con particolare evidenza ciò che il pensiero moderno, da Alexander von Humboldt a Georg Simmel, ha riconosciuto: il paesaggio non coincide con il territorio, ma nasce nel momento in cui l’uomo lo percepisce, lo seleziona e lo interpreta.

A Camogli, questo processo è immediato. Il borgo si dispone come una quinta teatrale lungo il mare: le case alte, strette, dipinte in tonalità calde, non sono soltanto una soluzione urbanistica alla scarsità di spazio, ma diventano un dispositivo visivo. Esse guidano l’occhio lungo una linea verticale che contrasta e insieme dialoga con l’orizzonte marino. Il risultato è un equilibrio dinamico tra stabilità e apertura, tra radicamento e fuga.

Alle spalle del paese si erge il Parco Naturale Regionale di Portofino, che introduce una dimensione ulteriore: la verticalità naturale del promontorio, coperto di macchia mediterranea, si oppone e si integra alla verticalità artificiale delle architetture. Qui il paesaggio rivela la sua natura dialettica: non è mai puro dato naturale né semplice prodotto umano, ma relazione viva tra i due.

Il mare, elemento dominante, non è solo sfondo ma principio generativo. Storicamente, esso ha determinato l’identità di Camogli come borgo marinaro, orientando economia, cultura e immaginario. In termini fenomenologici, potremmo dire che il mare costituisce l’orizzonte originario dell’esperienza: ciò verso cui lo sguardo tende e da cui ogni misura dello spazio prende senso. In questa prospettiva, il paesaggio di Camogli si configura come un sistema di relazioni percettive in cui il limite — la linea di costa — diventa anche apertura verso l’infinito.

Non è un caso che un luogo simile susciti quella particolare emozione estetica che la tradizione romantica ha definito “pittoresco”: una bellezza irregolare, fatta di contrasti, di scorci, di variazioni luminose. Ma accanto al pittoresco si avverte anche una forma di “sublime mitigato”: la presenza del mare e della scogliera introduce una misura di vastità e di potenza naturale che tuttavia non travolge, perché mediata dalla scala umana del borgo.

In questo senso, Camogli può essere letto come un esempio paradigmatico di paesaggio mediterraneo, dove la lunga durata della storia ha sedimentato forme armoniche tra uomo e ambiente. Non si tratta di un equilibrio statico, ma di una tensione continuamente rinnovata, oggi esposta alle pressioni del turismo e della trasformazione economica. Proprio per questo, il paesaggio di Camogli ci appare non solo come oggetto di contemplazione, ma come realtà fragile, che richiede cura e consapevolezza.

Guardare Camogli, dunque, significa esercitare uno sguardo colto: riconoscere che ciò che appare naturale è in realtà il risultato di una lunga interazione tra forze geografiche e azione umana, e che il paesaggio, lungi dall’essere dato una volta per tutte, è una forma in divenire, affidata anche alla responsabilità di chi lo abita e lo osserva.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Un obbrobrio.


Questo articolo, e le relative immagini, sono il frutto del bellissimo sopralluogo notturno dell’edificio per appartamenti Novocomum progettato dall’architetto Giuseppe Terragni a Como, avvenuto il 22 novembre 2025 (nell’ ambito della manifestazione “Slow Lake Como”) tra le ore 18,30 e le 20,00 sotto la colta regia del Presidente dell’Archivio Terragni (Arch. Attilio Terragni).

Ciò ha consentito di poter visionare anche i locali dell’Archivio Terragni e la interessante mostra allestita per l’occasione inerente l’edificio.

Il nome Novocomum della società edificatrice, deriva dall’unione di “Novo” (nuovo) e “comum” (in riferimento a Como); l’edificio è considerato un manifesto del razionalismo architettonico italiano.

Le forme innovative del Novocomum edificato tra il 1927 ed il 1928, e le sue pareti senza decorazioni, scandalizzarono gli ignari discendenti dei comacini, che appellavano la nuova costruzione come un “obbrobrio”.

Anche perché il Novocomum, si andava a collocare (completando un lotto) proprio in adiacenza ad un edificio esistente in stile storicista, ricco di decorazioni.

Il Commissario prefettizio di Como, com’è noto, salutò la prima casa moderna costruita in Italia con un singolare decreto. Vi si leggeva: – In seguito all’avvenuta costruzione in contrasto coi criteri espressi dalla commissione di ornato di un palazzo in stile razionalista….ha nominato una commissione….col compito di stabilire se esso costituisca elemento di deturpazione della zona, ed eventualmente se e di quali modificazioni sia suscettibile – (Stralcio di pagina 13 del bel testo di Mario Labo’ intitolato a Giuseppe Terragni, nella collana edita dalla casa editrice “Il balcone” di Milano, nel 1947).

Rimasta intatta, la casa, anche alle vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale fu sarcasticamente battezzata dai comacini “Transatlantico”.
























SOPRA – Vista dalla copertura praticabile, a terrazza comune, del Novocomum

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Blog su WordPress.com.

Su ↑