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Paesaggio

Riso (amaro) vercellese


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Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di circa 8 metri quadrati al secondo, ogni ora spariscono 2,8 ettari. Ogni giorno, a mezzanotte, se ne sono andati per sempre quasi 70 ettari. E questo capita per 365 giorni all’anno. La media europea di terreni cementificati è del 2,3% mentre 14 regioni su 20, in Italia, superano abbondantemente la soglia del 5% e alcune quella del 10%. A ciò ha corrisposto un progressivo stato di abbandono dei centri storici, ed una loro sistematica cementificazione a scopi speculativi. Insomma un inno al volume ed al nuovo.

Anche a Vercelli, come in molti centri storici italiani, tutto ciò che riguarda la polis (la città), vale a dire noi e i nostri figli, sia pure nel nostro ambito: riguardano il progressivo annullamento della memoria collettiva, della storia, che sono poi, anche la nostra vita ed ancor più il nostro modo di viverla, ma soprattutto il lascito per le generazioni future.

Infatti, troppo spesso, delle architetture nuove, brutte ed avulse dal contesto, vengono costruite demolendo una parte importante della storia, ed affogando nelle loro fondamenta di cemento i reperti storici della Vercellae Romana.

IMMAGINE PITARDINA MODIFICATA copia

Pitardina distruzione 1 bis

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Insomma una serie raccapricciante di distruzioni di ogni tipo, si concentrano nel centro storico di Vercelli. Scientemente si è dissipato, una parte considerevole del patrimonio urbano e storico, del Paesaggio italiano, ma soprattutto della memoria di una città. Il tutto additando la necessità di realizzare del nuovo per “incassare” gli oneri di urbanizzazione e di rifiutare il restauro, ed il recupero dell’esistente. Tutto ciò palesa soprattutto delle evidenti incapacità gestionali e di progettazione dell’Amministrazione comunale, ed anche di sviluppare delle politiche culturali adeguate, sia a livello locale, come a livello nazionale.

Per fortuna, che quel poco che rimane, fuori ed entro terra, riesce ancora a raccontare una storia urbanistica, architettonica e sociale, sofisticata, complessa e sofferta, fatta di un paesaggio antropizzato  bellissimo tra acqua e terra. Storia che spesso si confonde con le capacità produttive enogastronomiche di un territorio fertile e generoso, che può trovare nel turismo un nuovo motore per una crescita più sostenibile e coerente.

E’ arrivato il momento di ritornare ad una corretta pianificazione urbana, ritornando anche ad una definizione non speculativa delle trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti. Avendo come obbiettivo il conseguimento di un nuovo modello di sviluppo per il futuro. I decenni della liberalizzazione edilizia, non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi hanno reso ancora più brutti parecchi centri storici e rese ancor più disordinate le periferie urbane ed i territori agricoli attorno  Vercelli. Occorre dunque rinnovare profondamente le città, ritornare a costruire attraverso regole semplici ma con finalità chiare e precise, leggi e regole condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha tristemente caratterizzato questi anni.

Quì una mappa di Vercelli con evidenziate alcune eccellenza architettoniche e paesaggistiche

Ora per consolarci da questa Italia, cementificatrice, intrallazona e “mafiosa” di cui Vercelli è assolutamente rappresentativa, godiamoci una ricetta per consumare un prodotto agricolo vercellese di eccellenza, il riso. Una sintesi perfetta (il riso) tra : paesaggio, architettura ed enogastronomia.

RISOTTO AI PORRI E CAPRINO

Ingredienti per 4 persone

350 gr. di riso carnaroli superfino (utilizzato prodotto della Riseria Asigliano – Vc)

2 porri

parmigiano reggiano grattugiato

1 cipolla

1 carota

1 costa di sedano

olio extravergine d’oliva

burro

sale quanto basta

un bicchiere di vino bianco

PROCEDURA

Preparare un brodo vegetale con la cipolla, la carota ed il sedano e salarlo leggermente. In un tegame alto far rosolare con dell’olio extravergine d’oliva il porro mondato e tagliato a rondelle sottilissime per un minuto, versare il riso e farlo tostare leggermente, poi sfumarlo con un bicchiere di vino bianco. Continuare la cottura del riso versando man mano un mestolo di brodo vegetale.

A cottura ultimata, mi raccomando che il riso sia bene al dente, spegnere il fuoco e mantecare bene il risotto con il formaggio caprino, il parmigiano reggiano ed il burro, salare leggermente. Impiattare e versare eventualmente su ogni piatto un cucchiaio di parmigiano grattugiato. Un piatto delicato, soave, leggero.

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Barli Biber


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Prodotti nell’Appenzell (o Appenzello interno) fin dal XVI secolo, i Barli – Biber, devono la loro fama alla miscela speciale di spezie, miele, mandorle (gelosamente custodita e segretissima) ed al sofisticato processo produttivo dell’ impasto.

Di cosa sanno, difficile a dirsi, però vagamente hanno il gusto degli amaretti morbidi,  di certo il loro uso costante genera dipendenza. Si tratta di un prodotto dolciario che sviluppa molte calorie. La morbidezza estrema del Barli – Biber, ne fa una volta ingerito, masticato e trasformato in bolo, una miscela soffice che, raggiunto lo stomaco (soprattutto se successivamente si beve acqua o altro liquido commestibile), è in grado di triplicare il suo volume. Quindi  facilmente toglie la fame e dona un notevole senso di sazietà.

Viene ora da chiedersi perchè, in un blog che si occupa di architettura, stiamo parlando di un dolce tipico svizzero.  Perchè si tratta di un prodotto di “paesaggio”, intimamente legato ad un luogo, l’Appenzello, tra le regioni più amene, bucoliche e fiabesche (soprattutto d’inverno) della Svizzera. In nessun altro luogo della Svizzera il paesaggio collinare del Mittelland si alterna in maniera così stupefacente con l’ambiente montano dominato dalle falesie dell’Alpstein.

Qui nell’ Alpstein le formazioni rocciose spuntano come dal nulla, sviluppandosi fino ad oltre 2500 metri di altezzaMa l’Appenzello significa anche Democrazia Diretta, mediante le così dette assemblee rurali all’aperto. 

Ogni anno, l’ultima domenica di aprile, nell’Appenzell, gli elettori, aventi diritto, si riuniscono all’aperto, nella piazza principale della capitale del cantone rurale,  per decidere la politica cantonale. Questa originale, ed antica forma di democrazia diretta è denominata Landsgemeinde, ha un unico esempio similare nel  Canton Glarona.

La Landsgemeinde è un’assemblea solenne, in cui i cittadini (in passato solo maschi) con diritto di voto eleggono le autorità e deliberano su questioni particolari. Sviluppatesi dal tardo Medio Evo, le Landsgemeinden si tenevano anche in altri cantoni: Uri (dal 1231), Svitto (dal 1294), Untervaldo (dal 1309), Zugo (dal 1376), Appenzello (dal 1378), Glarona (dal 1387) e anche in diversi altri territori e valli dipendenti dai cantoni, incluse Bellinzona e Einsiedeln.

La Landsgemeinde adotta e può rivedere la Costituzione dello Stato e le leggi , può anche rivedere le principali decisioni e soprattutto le iniziative finanziarie. Inoltre i cittadini possono fare proposte, che devono essere consegnate per iscritto entro il 1 ° ottobre dell’anno precedente alla comunità rurale. Le proposte per le elezioni devono essere per acclamazione .

Nasce così un’insolita analogia, tra il dolce tipico dell’ Appenzello (Barli – Biber), il paesaggio bellissimo (Il paesaggio collinare prealpino e il maestoso Alpstein sono semplicemente meravigliosi quando sono ammantati di neve o in primavera con le fioriture), e la Democrazia Diretta (forma di democrazia nella quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, sono direttamente legislatori e amministratori del bene pubblico). Mangiare un Barli – Biber è un po come implementare il paesaggio, la storia e la cultura svizzera, compresa l’essenza stessa della sua struttura politica fondata sulla Democrazia Diretta.

Barli – Biber, di cui gli architetti, di solito ne vanno ghiottissimi, perchè fonte di ispirazione e di idee. Conosco un collega di origini trentine, residente a Varese, che esercita la sua attività principale a Chiasso, costui vivrebbe esclusivamente assimilando dei Barli – Biber .

Qui la ricetta tradizionale 

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

Great Lake


OLYMPUS DIGITAL CAMERAIsola dei Pescatori

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIsole di Brissago (Svizzera)

Mio padre lavorava per una ditta svizzera che produceva (e produce) collanti industriali e pitture. Dapprima come semplice rappresentate, poi scalando lentamente la gerarchia societaria, come dirigente. I proprietari, originari di Zurigo, ma residenti inizialmente a Lugano e poi a Milano, organizzavano tutte le estati, una gita societaria in torpedone nella confederazione elvetica. Negli anni Settanta (del Novecento) erano soliti frequentare le terre di confine, tra l’Italia e la Svizzera, a ridosso dei laghi ticinesi. Soprattutto del Lago Maggiore, dove la “bellezza” era come distillata in paesaggi ameni e fatati, sosteneva uno di questi proprietari.

Ricordo chiaramente un mio compleanno, quello dei 10 anni, passato con un meltin-pot di ragazzini coetanei svizzeri ed italiani, su un’enorme terrazza di Cannobio (Lago Maggiore), con vista a lago, a giocare a pallone.

Poi da adulto, durante gli studi universitari, mi è capitato molte altre volte di frequentare soprattutto le cittadine svizzere che si affacciano sul Lago Maggiore : Brissago, Ronco, Magadino, San Nazaro, ecc., mete preferite di lunghe gite durante i fine settimana.

Dopo l’università ho fatto un master in “Architettura del Paesaggio”, con un notissimo paesaggista milanese (Franco Giorgetta), che ha avuto quale epicentro proprio le isole Borromee del Lago Maggiore.

Dal 1995 ho iniziato una lunga esperienza universitaria, alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano, prima come assistente e poi come docente a contratto, terminata nel 2005. Il mio docente di riferimento, un signorotto di belle speranze, proveniente da una ricca famiglia varesotta poi decaduta in maniera traumatica, era solito organizzare dei “laboratori itineranti” in provincia di Varese. Ricordo molto bene un anno passato a Sesto Calende (un luogo meraviglioso) a disquisire con Marco Zanuso, Fabio Reinhart, ed altri soloni dell’architettura, di massimi sistemi architettonici tra lago, fiume e paesaggio.

Mi è capitato, sempre casualmente, come succede spesso, di trovarmi sul lago, in quella che fu la  casa di Aldo Rossi, a Ghiffa (ora in vendita per 450 mila euro), in compagnia di suoi parenti che me ne hanno raccontato i legami con il lago.

Sono stato più volte sull’Altopiano di Agra a visitare la bellissima casa progettata da Carlo Mollino, quando era in rovina e quando è stata risistemata. Come anche al Museo di Maccagno “Parisi-Valle” di Maurizio Sacripanti.

Anche la parte Svizzera del Lago Maggiore, è per me sempre stata una specie di “riserva di architettura contemporanea”, una “biblioteca architettonica a cielo aperto”, ad iniziare da Locarno. Dove più volte ho assistito a mirabili conferenze di quel “geniaccio” dell’architettura che era Livio Vacchini. Per poi passare ad Ascona ed al Monte Cardada.

Era quindi da parecchio tempo che coltivavo, l’esigenza di dare una visione organica a queste frequentazioni lacustri del Lago Maggiore. Quando un “sacranone padovano”, mentre ci trovavamo ambedue in terra svizzera,  inventandosi una serie di “balle pazzesche” (a suo esclusivo uso e consumo)  mi ha stimolato in tal senso, non me lo sono fatto ripetere due volte. In qualunque caso ci avrei guadagnato qualcosa ad ordinare i miei ricordi ed a sottoporvi questo elenco di bellissimi incontri architettonici e paesaggistici selezionati.

Cosa è la vita se non si condividono le esperienze. Ecco quindi, una mappa con individuati i luoghi “eccellenti” (secondo me), del Lago Maggiore,  a cavallo del confine italo-svizzero.

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Isola Bella

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Paesaggio ed oblio


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“Lavorare con il paesaggio e lavorare con la memoria, con le tracce fisiche di processi incominciati molti milioni di anni fa e che, in alcuni casi, continuano a svilupparsi in fluida continuità.  I paesaggi sono registri del tempo: come grandi libri su cui si scrivono, pagina dopo pagina, momento dopo momento, tutti i segnali di funzionamento del mondo, tutte le impronte impresse dai meccanismi che intervengono nel mondo ……. E se spazio e tempo sono i materiali da costruzione del paesaggio, memoria ed oblio sono gli attrezzi della sua continua trasformazione “. (Joao Ferreira Nunes nel numero 976 della Rivista Domus).

A Bellinzona, le austere ed immaginifiche architetture paesaggistiche di Castelgrande , che hanno trovato, nel corso del tempo, nella memoria collettiva stratificatasi nelle pietre, chi ha saputo dargli continuità, nella trasformazione, fino ai bellissimi interventi di Aurelio Galfetti ; trovano oggi degli ” alter ego paesaggistici”che fanno della ripetitività il metodo per affermarsi nel paesaggio di questa parte del Canton Ticino.

Il Progetto dello Studio Bellinzonese “Architettura e Ambiente” di Aldo Velti, collocato a Daro sulla collina a nord di Bellinzona, è quasi ultimato, ed ha proprio nella sequela degli edifici, bianchi, la caratteristica di proporsi nel paesaggio urbano variegato e scosceso, quale “ferita” visibile da ogni dove. Soprattutto da Castelgrande.

E se, a stento, si può ritrovare proprio nella disposizione ripetitiva degli elementi (di chiara matrice compositiva legata all’architettura moderna razionalista: Weissenhof e simili) che compongono il complesso residenziale: la ricostruzione mnemonica delle isoipse (curve di livello) del luogo, sicuramente tutto l’intervento manca di capacità materica ed architettonica, per metterlo a grado di partecipare alla continuità temporale e spaziale del paesaggio Bellinzonese.

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Alelier 5


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La piazza con gli spazi commerciali

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Nel 1955 si ha la fondazione dello studio svizzero “Atelier 5”

(http://www.atelier5.ch/de/Atelier/News.php)

a Berna da parte di : Erwin Fritz, Samuel Gerber, Rolf Hesterberg, Hans Hostettler e Alfredo Pini.

Lo studio si caratterizza per una spiccata rispondenza alla poetica ed ai modelli di Le Corbusier, ma interpretati con sapienza, per adeguarli alla realtà svizzera.

Il gruppo sino dalle prime siedlungen

(http://www.sapere.it/enciclopedia/Siedlungen.html)

realizzate a partire dal 1960, caratterizza il proprio lavoro, con una forte coesione ideativa, sperimentando anche soluzioni tese a condividere al massimo la progettazione.

Atelier 5, inoltre sperimenta delle tipologie edilizie residenziali, tese a creare un’edilizia innovativa, in cui alla qualità dell’abitare, corrisponde anche un’idea di socialità diversa. Se le Corbusier trovava nel “modello rivoluzionario” verticale dell’Unitè d’Habitation, un canone stilistico e funzionale che rompeva con il passato, Atelier 5, con le loro “siedlungen orizzontali” invece danno continuità alla storia del “risiedere umano” rifacendosi alla qualità dei piccoli villaggi del passato.

Le siedlungen bernesi, rappresentano il tentativo di riconquistare, fuori dalla grande città, dei modelli urbanistici in cui la qualità della vita, sia dal punto di vista sociale, che ambientale, sia alta e confortevole, imperniata su un modello democratico. Molti dei dipendenti si trasferiranno a vivere nelle siedlungen realizzate, proprio perché chi progetta deve sperimentare “abitando” quello che ha pensato sulla carta.

La siedlung Halen, nel comune rurale di Kirlindach, si inserisce in un paesaggio verde inclinato. Le caratteristiche principali del progetto di Halen  sono: la sobria estetica del “beton” (calcestruzzo a vista), un compatto insieme urbanistico con parecchi spazi comuni (piazza, piccole attività commerciali, lavanderia, piscina, orti, ecc.), i passaggi tra spazi comuni / semi comuni e privati definiti in modo marcato (ma di fatto tra loro integrati).

Il “beton”, per Atelier 5 è un materiale naturale, composto di sabbia, acqua, cemento, in fin dei conti una pietra, non è  quindi un materiale in contrasto con la natura, poiché di fatto ne integra degli elementi. E permette ad una costruzione di essere al contempo espressiva quanto ben definita nei dettagli.

Agli inizi degli anni Sessanta, appena poco la fine della costruzione di Halen (1961), anche in Svizzera si stava facendo strada la voglia di rinnovamento, tanto a livello sociale quanto a livello politico. Infatti tra i primi residenti c’erano in modo particolare liberi professionisti, artisti e anticonformisti. Costoro animarono la socialità e lo stile di vita di Halen con dibattiti democraticamente “aperti” e lunghe discussioni su ogni decisione da prendere, ma anche con  giochi, feste, concerti e proiezioni di film. Tolleranza, rispetto e riguardo per chiunque, sono ancora oggi la colonna portante del centro abitativo di Halen.

La situazione privilegiata, dal punto di vista paesaggistico, del complesso abitativo come pure i numerosi servizi in comune, aprirono, ed aprono, soprattutto ai bambini spazi di grande libertà.

Il centro, con le sue stradine, le piazze, i servizi in comune e l’ambiente circostante (il bosco) offrono ancora oggi infinite e svariate possibilità di muoversi in spazi non totalmente strutturati. Fattori importanti dello sviluppo della fantasia del bambino, che giocano un ruolo importante, nella formazione di un adulto più consapevole.

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I “carrugi”

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Il ristorante

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L’autorimessa

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Il lavaggio delle auto condiviso

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Il distributore di benzina condiviso

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Campo di calcio e pallavolo

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La piscina

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Il Grande Coniglio


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Il concorso internazionale per il “Padiglione dell’infanzia” all’ombra dei grattacieli del progetto Garibaldi/Repubblica, giunge ad una prima “tappa di valutazione”, selezionando i 10 partecipanti alla seconda fase.

Un concorso di idee a livello  internazionale completamente aperto, troppo aperto, cui hanno partecipato 313 studi professionali da tutto il mondo per realizzare 500 mq di superficie lorda di pavimento in un luogo di risulta, assolutamente “infelice”, tra un parcheggio multipiano, l’ombra dei  grattacieli e degli svincoli. Una marginalizzazione dell’infanzia e dei disabili, all’interno di un Giardino degli Alberi, enorme, che avrebbe consentito ben altre centralità.

Là dove ci sarebbe voluto un concorso “a chiamata” per impreziosire uno di quegli “spazi inutili” ritagliato nel nulla, ecco invece che il Comune di Milano (sostenuto ovviamente dall’Ordine degli Architetti di Milano) attua il parto dell’ennesimo topolino, un concorso aperto, anzi “apertissimo”. Diremmo noi di massa.

Molti architetti, letto il bando di concorso, hanno palesato le loro rimostranze con lettere inviate al Consiglio di Zona 9, lettere al Sindaco, e tanti post negativi in rete. Tanti architetti, per i motivi sopra descritti, non hanno partecipato.

Il risultato sarà “pessimo”, vista l’area di ritaglio (“impestata” da impianti, pozzetti, tubazioni e trovanti) messa a disposizione. Vedremo alla fine del secondo grado, quale architettura sarà in grado di “salvare” un luogo infimo .

Pensare che da un concorso di architettura internazionale siffatto, in un’area così brutta e “bastarda”, nasca la soluzione di tutti i problemi dell’infanzia e della disabilità, grazie alla “potenza” dell’architettura, lo può elaborare solo la mente “insana” di questa giunta meneghina, capitanata da un uomo “gentile”, ma sicuramente senza qualità.

Nasce da qui l’esigenza di un “coniglio rosa” di una provocazione architettonica che restituisca all’architettura una sua valenza critica, una sua dignità. Un’architettura che non sia semplicemente il posizionamento di una “toppa politica”, là dove l’incapacità ha raggiunto livelli  altissimi. Un partecipare, quindi, a testimonianza dello “stato delle cose”, a Milano,  a quattordici mesi dall’Expo 2015.

Questo concorso avviene, mentre l’architettura milanese “muore”, tra un parco di invenduto ormai enorme, ed il tentativo di completare, in pochissimi mesi, tutte quelle “promesse”, che dovevano costituire l’adeguato contorno della manifestazione “Nutrire il pianeta, energie per la vita”. Probabilmente, anche i 20 milioni di turisti previsti tra maggio ed ottobre 2015, costituiranno l’ennesimo esercizio di “distrazione di massa”, una promessa che tenga in alto gli animi del settore, e non faccia prefigurare un probabile “fiasco annunciato”.

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Con il RISPETTO del copyright delle Immagini selezionate

Il senso del tempo


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Il film di Sorrentino “La grande bellezza”, sembra ormai lanciato verso un successo internazionale, inarrestabile e probabilmente meritato. Un film  parla del paesaggio urbano e sociale della città, Roma, che è una specie di “concentrato”, esasperato e probabilmente non veritiero dell’Italia e degli italiani. Una scenografia surreale e falsa, perche più vera del vero.

Una città, un paesaggio romano, in cui i ruderi, la macerie, fanno indissolubilmente parte dello sfondo di ogni fotogramma. Non si tratta solo delle macerie architettoniche ed artistiche, ma anche di quelle sociali. Corruzione, chiacchiericcio (da pollaio), perversione, indifferenza e quant’altro, fanno ormai parte indissolubile e predominante, dell’immagine di una società “accartocciata” su se stessa.

Il paesaggio romano del film di Sorrentino, è intimamente legato alla lettura soggettiva e culturale attuata dal regista, ma di fatto è anche l’ambiente in cui si muovono i personaggi “italianoti” elencati con lucida precisione. Soprattutto, è un meraviglioso giardino urbano, un territorio del sogno, in cui si raccoglie il meglio ed il peggio di un delirante e dissennato progetto politico attuato dalla società italiana.

La vista delle rovine sociali, ma anche delle numerose opere d’arte, attorno a cui agiscono i personaggi “surreali” descritti nel film, ci fa percepire in maniera palpabile l’esistenza del tempo. E’ un tempo non databile, sospeso, in questi continui rimandi tra passato e presente. Certamente non è futuro. In questo mondo di immagini e di simulacri, le rovine e le opere d’arte di cui è pieno il film (e l’Italia), ci fanno percepire la loro vocazione pedagogica, di costituire gli elementi che ancora oggi ci possono aiutare a darci il senso del tempo. Ed a costituire i “punti di appoggio” per una crescita possibile.  Cosa non facile in questi anni “bastardi” e trasgressivi, soprattutto in Italia, dove si è consolidata una mancanza diffusa nella popolazione dell’etica e della morale.

Siamo testimoni del “lento crollo” di un sistema economico e sociale, basato sullo sfruttamento sistematico di risorse inesauribili del passato : paesaggistiche, culturali, artistiche, enogastronomiche, ecc., su cui si sono “arricchite” ed hanno giustificato la loro esistenza numerose generazioni di italiani.

L’Italia è attualmente come il seme delle piante (non mi viene in mente un esempio più valido). Il seme addormentato, che trattiene il tempo, e trattenendolo, di fatto lo cancella. Può non succedere nulla per mesi, anni, talvolta per secoli. Questo niente cancella il tempo, ma conserva le possibilità di vita, rappresentata nel film di Sorrentino dai ruderi, dalle opere d’arte e dal paesaggio. Come un seme in quiescienza, si attendono le condizioni migliori per dare avvio ad una possibile crescita, ma intanto non succede nulla e si continua a vivere alla grande, nella trasgressione, richiusi, blindati nel nostro “sicuro semino”. Mentre le possibilità di vita (e di crescita) si riducono progressivamente e questo “nulla”, potrebbe essere una condizione per sempre.

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Bufera di neve


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Vogiljoch – Camminare, in montagna, quasi al tramonto, in un bosco di larici, sul finire di una bufera, che in ventiquattro ore ha posato sugli alberi oltre cinquanta centimetri di neve fresca, fa apprezzare la natura, che quatta quatta prepara nel gelo, gia’ i segni di una imminente primavera. Fa venire in mente il bellissimo libro del 1980, di Mario Rigoni Stern “Uomini, boschi e api” (Einaudi), in cui il “Cimbro letterato” racconta tutta la ritualità di luoghi (i boschi) dimenticati dalla società contemporanea, ligia solamente alla velocità ed alle regole dell’economia. Qui, sul meraviglioso Monte San Vigilio tra i fitti lariceti, si e’ sviluppata, nel corso del tempo, anche un’architettura di montagna, fatta di baite e fienili, ma anche di alberghi e rifugi. Un’architettura che trova nella storia locale, le forme di un adattamento materico e compositivo, alla bellezza dei luoghi. Ecco, aggirandomi all’ imbrunire in questi luoghi, stando molto attento a non sprofondare nella neve fresca, con stupore ho potuto apprezzare il nascere di nuove architetture, prodotte da colleghi di cui non conosco il nome, ma forse proprio per questo ancora piu’ belle ed interessanti. Architetture che, assimilando la storia locale, l’hanno come “masticata e digerita”, producendo un’architettura nuova, semplice, intelligente e colta, soprattutto contemporanea ed adatta al genius loci ed a questi anni rapidi e veloci. Non a caso questi, sono i luoghi dove lo slittino e’ lo sport piu’ in voga, praticato un po da tutti, giovani ed anziani, e soprattutto da quell’Armin Zoeggeler, che tante medaglie ha saputo regalare alla nazionale italiana. Forme e materiali che si fondono con l’amenita’ di questi boschi magici dove il tempo sembra indugiare in forme paesaggistiche che infondono una bellezza sistematica che coinvolge l’intera società locale.
Negli ultimi anni della sua vita Rigoni Stern si trasferì a vivere in una casetta spartana al limitare di un bosco sull’Altopiano di Asiago (via Rigoni di Sotto, Asiago) dove racconto’ nei suoi libri il rapporto tra uomo, montagna e natura. Infatti nel suo penultimo libro “Stagioni” (Einaudi, 2006), fa un resoconto della sua vita, spesa bene interpretando la natura dei boschi, apprezzando il silenzio, il cibo semplice, gli amici, l’alternarsi immutabile e sempre diverso delle stagioni……..e perche’ no anche la buona architettura, che inevitabilmente “contiene” gli uomini e la possibilita’ dei loro racconti, proteggendoli dal freddo, e dalla neve che copiosa insiste sui tetti.

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L’anima del paesaggio


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In un paesaggio non si è solo spettatori, ma ci si sta dentro spazialmente, con una presenza e una partecipazione fisica e spirituale finanche contemplativa.

Un paesaggio ed un panorama danno l’opportunità di percepire la particolarità di una regione, ma anche della sua realtà paesistica e sociale : la simbiosi tra natura e cultura.

Basta lasciar vagare lo sguardo per rendersi conto del quadro storico alternativamente frammentato e rissoso, oppure piano e pacioso che sta dietro gli agglomerati di case e lungo le strade ed i campi. Il panorama rivela pure zone d’ombra o brutture infertigli dall’uomo. Poiché non sempre un panorama include gente di ampie vedute. Ma questo è un altro discorso.

Trascritto da uno dei pannelli didattici che accompagnano e spiegano al visitatore  ciò che si vede dall’ Alpe Cardada sopra Locarno (Svizzera)

L’anima di un paesaggio è di fatto quello “schermo ideale” su cui, ognuno di noi, proietta la propria visione del mondo. Una visione che è suscettibile di moltissime variabili, tra cui : la cultura, lo stato d’animo, la salute, ecc..

Salendo sull’Alpe Cardada e poi sul monte Cimetta (mt. 1671 slm.), in una bella giornata limpida e ventosa, con un solo colpo d’occhio, si è in grado di spaziare a 360 gradi. E’ così che si coglie (circondati dal lucente biancore della neve) tutta la magnificenza del paesaggio, il punto più profondo ed il più alto : a sud il Lago Maggiore (con le splendide isole di Brissago), ad ovest le alte vette alpine vallesane con la Punta Dufour e la Jungfrau. E tutto ciò a solo pochi minuti al di sopra delle “mediterranee” città di Locarno ed Ascona ed a circa 135 chilometri da Milano.

Ecco forse l’anima del paesaggio è proprio questa specie di “serendipity” (come direbbero gli inglesi), che vuol dire saper cogliere qualcosa che abbiamo sotto gli occhi, che conosciamo, ma che riusciamo a vedere solamente avendo la capacità di collegare fra loro fatti apparentemente insignificanti, per arrivare ad una conclusione “preziosa”, o più in breve, forse soltanto: ad una “felice coincidenza” che ci emoziona, che ci commuove.

Quì una mappa dei luoghi descritti

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