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Paesaggio

Il “Viadukt” della democrazia


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Zurigo, ormai da parecchi anni tra le prime città al mondo per la “vivibilità” (http://www.giornalettismo.com/archives/755693/la-top-10-delle-citta-piu-vivibili-del-mondo/), si è costruita le sua posizione in seguito alle proteste dei cittadini negli anni Ottanta del Novecento.

A partire dagli anni Novanta, la classe politica di Zurigo, politicamente “messa all’angolo” da continue proteste e scontri, anche fisici, con movimenti giovanili e politici avvenuti lungo tutto il corso degli anni Ottanta, si attrezzò  per indire un referendum democratico affinchè i cittadini potessero votare una progettualità futura di loro gradimento, tesa a costruire (e ricostruire), nei decenni successivi, lo spazio urbano e sociale. Si sottoposero alle valutazioni referendarie dei cittadini, diversi scenari, redatti da esperti e consulenti, di diverse discipline (urbanistica, architettura, sociologia, antropologia, mobilità, ecc.), ascoltando gli stessi cittadini.

La città di Zurigo di oggi, che fruiamo, è la costruzione concreta dello scenario condiviso e votato democraticamente allora, senza stemmi partitici, senza bandiere di una parte o dell’altra. Il perdurare sapiente di una politica comune (perché condivisa e priva di marchi politici) che si è tramandata di amministrazione in amministrazione, ha fatto si che le parole, i progetti, diventassero realtà. Essenzialmente il progetto urbanistico e sociale che vinse il referendum, verteva nell’esigenza di fare rientrare in città i giovani, le forze creative, i ricercatori, rendendo la città vivibile, istituendo spazi pubblici che potessero offrire svago e divertimento a tutti. Cittadini e politici, tutti assieme, capirono che questa era l’unica possibilità per assicurare prosperità a una economia postindustriale, che vedeva allora Zurigo, con molte aree dismesse e tanti quartieri con servizi pubblici e verde carenti.

La Zurigo di oggi, sta raggiungendo quell’obbiettivo, quell’idea di città che i suoi abitanti hanno votato ormai parecchi decenni fa. Una città che si sta espandendo consumando il minor suolo possibile. Una città con un mercato immobiliare dinamico in cui operatori privati ed amministrazione pubblica collaborano assieme, con un bilancio comunale in attivo e con i mezzi pubblici diffusi e puntuali. Soprattutto con tante aree verdi, musei e spazi sociali.

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La Kunsthalle ( – http://www.kunsthallezurich.ch/ – progetto Studio Gigon & Guyer), che siamo andati a visitare in questi giorni di dicembre, s’inserisce in un programma di rigenerazione e di espansione urbana. Un’ ex area industriale dismessa (un birrificio) che si trova compresa tra la stazione centrale, la stazione della S-Bahn di Hardbrücke e il fiume Limmat. Un paesaggio metropolitano in trasformazione (una volta produttivo), di grande fascino e “bellezza”, caratterizzato da un alto viadotto ferroviario dell’Ottocento in pietra, le cui arcate sono state abitate e rese percorribili, dando vita ad un complesso che prende il nome di Viadukt (- http://www.im-viadukt.ch/content/plan – progetto dello Studio EM2N). Una città Zurigo, ancora in profonda trasformazione, che si ritrova negli edifici industriali, nelle infrastrutture, che fanno parte della sua memoria, l’energia per rinnovarsi. Un’energia “pulita” esente da consumo di suolo, con una grande attenzione per la sostenibilità ambientale e per la mobilità su due ruote.

La “genesi progettuale” della Kunsthalle è una storia che comincia nel lontano 1996: un edificio industriale e dismesso, un birrificio (come già detto), posto a ridosso del centro urbano viene recuperato con l’obiettivo di tenere assieme istituzioni private, pubbliche e gallerie d’arte contemporanea di tipo commerciale all’interno di un unico complesso.

L’operazione è resa possibile grazie al coinvolgimento di Migros, uno dei due colossi della distribuzione alimentare in svizzera che per statuto devolve il 2% del proprio fatturato per lo sviluppo della cultura. Migros acquista direttamente il lotto e costituisce all’interno del complesso il Migros Museum d’arte contemporanea, affittando ad importanti gallerie internazionali i restanti spazi e lasciando uno spazio espositivo alla Kunsthalle, galleria pubblica che da il nome a tutto il complesso. Il valore immobiliare di tutta l’area sale in maniera esponenziale e la Migros decide di vendere, pur continuando la propria attività di museo. Dal 1996 al 2002 si susseguono diversi proprietari. Nel frattempo nel quartiere si trasferiscono diverse importanti gallerie che aprono i propri spazi commerciali ed espositivi in diversi appartamenti nei dintorni. Si costituisce di fatto un distretto dell’arte contemporanea zurighese, che viene ratificato oggi dal progetto unitario degli zurighesi Gigon & Guyer. Un progetto in cui creativi, giovani, spazi raffinati e zone meno eleganti, convivono assieme, una a fianco dell’altra in un meltin-pot, che è sia urbanistico che architettonico, ma soprattutto sociale. Di fatto la creazione di una “piattaforma di attracco” in cui qualunque cittadino del mondo può sentirsi a casa.

Il progetto della Kunsthalle e di tutto il quartiere di Zuri-West (http://www.zuerich.com/en/zuerich/sehenswuerdigkeiten/Zuerich-West.html), appare molto interessante, soprattutto se paragonato alla “tristezza infinita” della situazione italiana, dove aree dismesse, quali “Le Albere” a Trento, oppure le “Ex aree Falck” a Sesto San Giovanni, vengono trasformate, di fatto radendole al suolo (senza nessun apporto da parte dei cittadini), da politici ed immobiliaristi disposti a tessere legami tra loro sempre più perversi e non in grado di “costruire il futuro”.

A Zurigo lo strumento referendario è stata l’occasione per fare partecipare i cittadini alle trasformazioni urbane, ma dietro a questo strumento ci stavano dei cittadini, culturalmente attrezzati per essere parte di un processo democratico dove non c’è distinzione tra maggioranza ed opposizione, oppure tra chi partecipa o no, ma tutti si collabora per un unico obbiettivo condiviso.

Manca da noi, come invece è avvenuto a Zurigo, la capacità di esporsi delle persone comuni, di fare rete, senza simboli nè partiti politici (più o meno nascosti) di appassionarsi all’impegno civico, perché si ha insieme, come obbiettivo, un ideale più alto. Manca insomma una vera capacità democratica di individuare cosa è giusto fare e cosa non lo è. Questi anni che stiamo vivendo, sono il frutto di questa assenza collettiva di progettualità.

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PNR65 – MAD13


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Quì sopra alcune immagini della mostra PNR 65 all’Agricola Ticinese di Giubiasco

“Andate fiduciosi nella direzione dei vostri sogni, vivete la vita che avete sempre immaginato.”

Henry David Thoreau

Atene assedia la città di Mitilene (sull’Isola di Lesbo), che era passata dalla parte degli Spartani nel 428 a.C.. Mitilene cade e gli Ateniesi si riprendono la città. Dopodichè si riuniscono in pubblica assemblea per decidere cosa fare degli sconfitti. Votavano tutti quelli degni di andare in assemblea (circa il 15% della popolazione ateniese) con un metodo che chiamavano democrazia.  Si trattava di circa 15/20 mila persone, e lo spettacolo di tale consesso, doveva essere meraviglioso. Un quantitativo enorme di individui che discute, in merito alla pena da infliggere ad una città “traditrice”, sotto l’influsso emotivo di una guerra appena vinta.

La decisione fu di uccidere tutti i maschi adulti e vendere come schiavi donne e bambini. Una decisione, violenta e crudele, che di fatto negava la possibilità di un futuro per Mitilene. Democrazia ed impero sono incompatibili, chiara contrapposizione alle idee di Pericle, per il quale democrazia ed impero ateniesi sono due facce della stessa medaglia. In realtà, secondo Cleone le democrazie hanno difficoltà a reggere un impero, perché all’interno di una democrazia i rapporti tra cittadini sono tali per cui, stupidamente, si crede che anche tra alleati ci possano essere simili rapporti di fiducia

Discussero e votarono per tutto il giorno ed a sera, andarono a dormire. La mattina successiva, molto presto, una nave ateniese salpò per andare a comunicare il verdetto ai cittadini di Mitilene. Più tardi quando i partecipanti all’assemblea si svegliarono, ognuno a casa propria, ripensandoci si rimisero a discutere in merito alla decisione presa. Riconvocarono l’assemblea  e ripresero a discutere le sorti di Mitilene.

Nel dibattito assebleare riassumibile nella diatriba tra Cleone e Diodoto si assiste al contrasto tra una politica radicale e una politica moderata. Tuttavia, neanche quest’ultima ha avuto grandi risultati: infatti, finora Atene ha messo in pratica un atteggiamento moderato nei confronti degli alleati e il risultato è stata la defezione di Mitilene.

Prevalse comunque un atteggiamento di moderazione, che portò ad esprimere un nuovo verdetto che condannava a morte solo i diretti responsabili del tradimento (alcune centinaia di persone), risparmiando la vita a molte migliaia di maschi adulti.

Quindi fecero immediatamente salpare una seconda nave, molto più veloce, che portasse il nuovo verdetto, annullando il primo. Ai rematori diedero viveri in abbondanza e l’assicurazione di un ricco premio se fossero riusciti a raggiungere la prima nave.

Così fu e Mitilene salvò la maggior parte della sua popolazione.

Ecco l’idea di “democrazia” viene da questa vicenda, come racconta Alessandro Baricco nel libro “Una certa idea di mondo”, recensendo il bellissimo libro di Kagan Donald “La Guerra del Peloponneso”.

Cosa centra tutto ciò con l’architettura ?

Se l’architettura, nasce dalle relazioni che si vogliono stabilire tra il contesto e la nuova opera che, realizzandosi, lo trasforma; allora vuol dire che una relazione “intima e democratica” tra questi due elementi : architettura e contesto deve essere data quale presupposto.

Una relazione intima e democratica, che deve essere oggetto di analisi, e tesi, ma che può anche essere oggetto di ripensamenti frutto di una visione moderata e non radicale di questo rapporto.

Perchè è il ripensamento, costruttivo e fecondo, l’arte sottile dell’architettura, come lo è per la democrazia.

Quì sotto alcune immagini di MAD 13 all’Accademia di Mendrisio

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Il Regno di Lo (Fino alla fine dell’uomo – Parte II)


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Il vertiginoso sviluppo della Cina, contamina inevitabilmente i più deboli tra i Paesi limitrofi che offrono un terreno fertile ad eventuali accordi per uno sviluppo congiunto. Per esempio il Nepal si infrappone tra due nuove superpotenze economiche, la Cina e l’India, orientandosi su una lingua di terra che segue da est a ovest, la catena dell’Himalaya.

E’ da anni che la Cina, facendo campo base sull’altopiano tibetano, preme sul confine nepalese per cercare un varco attraverso il tetto del mondo, per aprirsi sulla nuova potenza economica indiana.

All’atto pratico ciò che occorre è un sistema infrastrutturale che si dirami dalla Cina verso i territori del sud, scavalcando l’impossibile barriera “degli 8.000” Himalayani. Negli ultimi anni del 900, sono stati trovati dei valichi che potenzialmente offrivano la possibilità fisica di realizzare una strada carrabile, approdando sul confine Indiano, attraverso lo stretto stato del Nepal. Storicamente la strada è il primo segno di una volontà chiara di sviluppo e nel passato anche sinonimo di progresso.  La realtà oggi presenta un rovescio della medaglia.

Tra i pochi punti individuati per creare la nuova strada, fu scelto il piu praticabile. L’orografia del terreno poteva essere modificata, gli accordi tra i Paesi interessati, sanciti.

Rimaneva solo un problema da risolvere.

Il Regno di Lo. La potenziale via di comunicazione, entrando in territorio nepalese, penetrerebbe come un cuneo in uno dei patrimoni più preziosi dell’umanità.

Esiste un luogo incastonato tra uno dei territori più impervi del mondo, posto a oltre 4000 mt di altitudine chiamato oggi Mustang. Questa piccola parte di mondo trovò la sua identità oltre un millennio fa, quando alcune etnie tibetane si spostarono nel cuore dell’Himalaya provenendo dall’attuale Tibet e sconfinando nell’attuale Nepal. Si trattava di poche persone forse un migliaio, comandate da un re e da una regina che decisero di fermarsi e creare il loro luogo di permanenza lungo il fiume Kali Gandaki, in un fazzoletto di terra di circa 3.500 kmq, distribuendosi in piccoli villaggi fatti di poche anime e altrettante poche case realizzate con fango e paglia. Era il luogo ideale dove fermarsi, un piccolo altopiano tra alcune delle montagne più alte del mondo, dal Dhalaugiri 8167 mt. all’l’Annapurna 8091 mt., che offriva la giusta protezione e il minimo di terra fertile, nutrita dal fiume eterno.

In poco tempo il Regno di Lo venne istituzionalizzato e la popolazione si isolò nei secoli dal resto del mondo. Poiché l’accesso al regno è stato sempre di difficile percorrenza (unicamente a cavallo o a piedi) e trattandosi di poche persone pacifiche, anche nel 1951 quando divenne ufficialmente territorio nepalese e denominato Mustang, mantenne la sua identità istituzionale e lo stato di clausura antropologica. Questo isolamento volontario dalla civilizzazione ha concesso che si generasse un incubatore spontaneo, dimenticato dal mondo, nel quale si è preservata la cultura di quel popolo, congelandola al momento in cui formarono il loro regno e le montagne fecero da recinto, fermandola nel tempo in una sospensione mistica fino al 1992.

In quell’anno venne data dal Nepal la possibilità al turismo di nicchia di accedere al Regno, seppur in modo limitato (solo un centinaio di presenze all’anno e attraverso permessi speciali) dando avvio ad un inevitabile (programmato?) lento declino del Regno di Lo.

Fino a quel momento nel Regno, tutto ciò a cui si poteva ambire o era necessario non poteva che ricavarsi dalla terra, dagli animali e dallo spirito, dove i sudditi possedevano tutti una casa e un pezzo di terra. Dove il ritmo della vita era scandito dal sole e della luna, dall’inverno e dalla primavera e soprattutto della preghiera. L’idea del luogo segreto, di pace e felicità, così come rappresentato da Frank Capra nel film Orizzonte perduto, trova senso in quello che doveva essere il Regno di Lo fino a qualche decennio fa.

Un paradiso segnato però da quella che un tempo si chiamava “semplicità” e che oggi alcuni confondono con la povertà, e dalla durezza delle condizioni di vita in alta quota per tutti i suoi abitanti (oggi circa 15.000 incluse le etnie nepalesi).

Questo lento processo di apertura al mondo, vede negli ultimi anni una rapida evoluzione, oggi l’accesso al Mustang è ancora limitato al turismo di massa, ma i permessi d’ingresso sono aumentati fino ad oltre un migliaio all’anno.

Come risultato, l’identità culturale e l’antico retaggio della popolazione si sono notevolmente disgregati.

Nel 2009 quando ebbi occasione di accedere al Regno di Lo, camminai due settimane per oltre 250 km e dovetti scavalcare valichi in alta quota per arrivare a Lo Manthang, ultimo villaggio fortificato tibetano di cui si ha conoscenza, con alcuni dei più importanti templi del buddhismo himalayano, dove ancora oggi risiede il Re. Già allora trovare un caterpillar a oltre 5.000mt di quota fu uno shock. Oggi sapere che quello stesso tragitto si può percorrere in jeep in poche ore di viaggio mi lascia uno strano sentimento addosso.

Jigme Parbal Bista l’anziano re dell’antico Regno di Lo, che per quanto oggi rappresenti solo una figura simbolica, alla mia domanda su cosa ne pensasse della nuova strada, ha alzato le spalle e fatto un sorriso, non una parola, solo due occhi lucidi.

Il problema del regno di Lo era quindi stato risolto.

Non voglio pensare che sia stata una subdola manovra studiata a tavolino, ma sta di fatto che oggi è in corso di costruzione la parte finale di una pista che attraverserà il Mustang dal confine cinese fino a Jomson, aprendo l’importantissimo passaggio nell’Himalaya, tra l’India e la Cina. Tutto come se fosse la naturale evoluzione delle cose, con una stridente rassegnazione da parte di un popolo che fino al 1992 viveva isolato dal mondo e che oggi già ambisce ad avere un cellulare ed una televisione.

La nuova via di comunicazione voluta dal governo cinese, nepalese e indiano da una parte contribuirà al progresso economico dei Paesi, dall’altra esporrà le comunità locali a quella forma di globalizzazione che a mio avviso non potrà essere sostenuta in un processo di evoluzione così rapido. La velocità con cui questa popolazione si vedrà proiettata nella “civiltà” alla quale si era negata per secoli non potrà che avere un solo effetto che disgregherà, dissolvendola, una delle ultime culture del nostro passato che ancora vale la pena preservare e che rappresenta una tra le più preziose ricchezze dell’Umanità a cui si può ambire.

Marco Splendore

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Fino alla fine dell’uomo


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Nel mio ultimo viaggio in Cina ho avuto occasione di esplorare una parte di mondo che attraversa oltre 1,5 milioni di km quadrati, di territorio cinese da est a ovest, da Beijing a Zhangye, passando per il cuore geografico dello stato.

In passato avevo già avuto occasione di visitare alcuni tratti di questo vasto territorio, ma rimanendo sempre in zone circoscritte.

Questa volta, a distanza di anni, ho avuto occasione di avere una visione aggiornata e di insieme di questo enorme fetta di mondo.

Quando fu fondata la Repubblica Popolare Cinese sei decenni or sono, la popolazione era locata per il 90 % nelle campagne e la rimanenza in centri urbani di piccole dimensioni, dove le città più grandi contavano pochi milioni di abitanti. Oggi il rapporto ha superato la soglia del 50% in favore dei centri abitati,  Pechino ha oltre 20 milioni di abitanti, Shanghai quasi 24.

Nel resto del mondo questo tipo di cambiamento ha richiesto secoli, consentendo una più coerente crescita del sistema culturale e sociale, insieme allo sviluppo tecnologico.

La politica di sviluppo della Cina, prevede di spostare nelle città 310 milioni di persone entro il 2030. Da come costruiscono sembra che i programmi mirino a numeri ben più alti. In venti anni prevedono quindi di avere il 70% della popolazione residente nelle città.

Si è innescata quindi una frenetica corsa edificatoria, che genera una situazione già vista (almeno ai nostri occhi, ma credo che il governo Cinese stesse facendo altro in quel periodo) negli Usa nel 2008 e in Spagna, con tutte le conseguenze disastrose a livello globale, che conosciamo.

Nei numerosi centri abitati che ho attraversato, dove la matrice rurale è ancora presente nella struttura urbana, si vedono elevare, quasi a fortificazione del perimetro, una cortina di scheletri di cemento alti oltre 100 metri, a mazzette di dieci, quindici, venti torri affiancate, ripetute in lotti non molto distanti l’uno dall’altro. Torri tutte uguali. Tutte desolatamente vuote, anche quelle finite. Questo scenario si ripete in tutte le aggregazioni urbane da est a ovest, considerate strategiche dal punto di vista geografico. Da lontano l’impressione è questa, ma da vicino è anche peggio.

Le nuove strade urbane si aprono su prospettive inquietanti con enormi viali oggi desolati ma che domani potranno ambire solo ad uno scenario peggiore, immaginandosi lo stato del traffico che oggi degenera nelle grandi metropoli cinesi. Le cortine di edifici si dispongono lungo questi enormi assi infrastrutturali come fantasmi di se stessi, mentre a terra enormi cartelloni pubblicitari, mostrano una futura realtà che nulla ha a che fare con le premesse edificate. La qualità delle opere eseguite risulta essere pessima, rendendo ancora più deprimente lo scenario urbano che si sta delineando nelle, sempre più tutte uguali, nuove città cinesi. La popolazione che viene spostata dalle campagne nelle città viene oggi prevalentemente impiegata nel settore edilizio. La manovalanza impiegata nella costruzione degli edifici risulta essere senza competenze specifiche, pertanto la cura nell’esecuzione delle opere, specialmente in quelle di finitura, è assolutamente assente. Si generano quindi migliaia di edifici di oltre 35 piani, che alla fine della loro costruzione risultano già bisognosi di manutenzione, altro concetto assolutamente assente in questa nuova politica di (in)evoluzione.

Non rimane che chiedersi, verso quale futuro si sta proiettando lo sviluppo cinese. Se la bolla edilizia resisterà, se questa follia urbanistica eluderà lo spettro dell’implosione economico/finanziaria legata al mercato immobiliare, avuta con l’esperienza USA e quella spagnola, allora si dovrà fare i conti con una nuova problematica mai affrontata prima. Lo sviluppo socio culturale di una popolazione di  1 miliardo e 400.000 anime che cresceranno in città che già oggi sembrano paradossalmente essere sopravvissute alla fine improvvisa dell’Uomo.

Marco Splendore

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IAC


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Nel lontano 2007, veniva assegnato il primo premio del concorso “Progettazione e ristrutturazione del comparto Masseria, Istituto Agrario Cantonale, a Mezzana (IAC)”. Oggi questo edificio è una realtà, infatti si stanno completando i lavori.

Il progetto è degli architetti : Mario Conte, Gionas Pianetti, Michele Zanetta architetti di Lugano Carabbia. Un edificio caratterizzato dai grandi setti in terra, dal cor-ten, da grandi vetrate che si aprono sulla campagna e le viti circostanti.

Quasi non la si nota, questa architettura, dalla strada cantonale Chiasso-Mendrisio, eppure questa “corte non chiusa”, una volta disvelata, rivela tutta la sua forza paesaggistica, la sua “giustezza” con cui si colloca sul suolo inclinato, splendidamente contornata da magnifici vigneti.

il suolo esprime continuamente, nella sua duplice e inscindibile connotazione geografica ed umana, un serie di informazioni, non soltanto geometriche e formali , ma anche storiche e culturali. La lettura di tali informazioni, avviene nel progetto dello IAC in maniera scientifica, elaborando dati di varia natura .

Il progetto è uno strumento di ricognizione e la scoperta del terreno (del suolo, dell’orografia) è il momento decisivo del percorso nel quale intuizione e invenzione possono avere un peso diverso, ma comunque interagiscono. Il risultato architettonico qui a Mezzana è particolarmente riuscito.

http://www.behance.net/gallery/PROG-2007-scuola-agraria-IAC-mezzana/5301685

Anche quest’anno ci sarà, a fine settembre (27 – 28 – 29), la Sagra dell’Uva del Mendrisiotto, con apertura di cantine ed eventi, un’ottima occasione per fare il pieno, non solo di benzina, ma anche degli ottimi prodotti locali, di “ameni paesaggi” e di eccellenti architetture. Il tutto a soli 50 chilometri da Milano.

Quì una mappa che localizza l’edificio

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Le passerelle del paesaggio


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A Bellinzona e dintorni, le passerelle ciclo-pedonali, rappresentano un vero e proprio elemento di “costruzione del paesaggio”. Infatti, in pochi chilometri, se ne contano almeno tre. Tutte quante di ottima fattura, che “twittano” con l’intorno in maniera sapiente.

Quella più aulica” ed interessante è certamente la passerella pedonale-ciclabile sul Fiume Ticino, progettata da Raoul Spataro, che collega Pratocarasso con Galbisio: realizzata nel 2011, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti.

Il manufatto ingegneristico, è un elemento lineare di collegamento tra i due argini del Ticino, costituito da un cassone in carpenteria metallica, che presenta una lunghezza complessiva di 160 metri.

Trasversalmente, a sbalzo e incastrata con il cassone, si sviluppa la soletta di calpestio, ampia e comoda, con una larghezza utile per pedoni e ciclisti di 3 metri e delimitata da un leggero parapetto costituito da una lamiera forata in alluminio. Il nuovo percorso è pensato per la mobilità lenta e resta protetto dal vento sul lato nord dalla “rossa” trave portante mentre verso sud la visuale resta aperta e libera.

Di notte inoltre il tratto pedonale ciclabile viene illuminato con luci Led che danno una combinazione di luci e ombre tra acqua, terra e cielo. La passerella è costata oltre due milioni di franchi.

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Verso nord, prendendo in direzione Biasca, ecco un’altra passerella ciclopedonale, che scavalca il Ticino, proprio in vicinanza . Si tratta di un ponte metallico, strallato, con soletta in asfalto, costruito all’inizio degli anni 2000, tra Gnosca e Ca D’Ossola.

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Più a Sud dell’opera di Spataro, si trova la Passerella pedonale e ciclabile, che scavalca il Ticino, tra Monte Carasso e Bellinzona. Si tratta di un’opera, dalla forme ardite, in metallo ed assito ligneo,  realizzata nel 2011, dalle Officine Ghidoni.

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Dipartimento Territorio


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L’investimento complessivo per la nuova struttura, nei cui uffici si insedieranno circa 400 impiegati del Dipartimento del Territorio del Ticino, ammonta ad un importo di circa 39 milioni di franchi.

L’edificio è quasi pronto ed a parte le polemiche sul trasloco imminente, che sarà attuato a lavori ancora da finire, bisogna dire che sembra di buona fattura, anche nei dettagli e nella scelta dei materiali (calcestruzzo e legno). L’edificio appare immediatamente come se fosse una piccola “Unitè d’habitation”, con i grandi pilastroni che mimano i piloties Lecorbuseriani.

Di fatto il collocamento proprio all’incrocio tra la via Zorzi (che conduce in centro a Bellinzona) e la via Tatti (che porta direttamente a Monte Carasso), sta anche a significare che la seconda generazione “Snozziana” è riuscita a passare al di là del Fiume Ticino, progettando e realizzando un’importante architettura pubblica. L’edificio di fatto diventa anche, con questa sua collocazione, un landmark territoriale, che segna la porta di ingresso al centro bellinzonese, epicentro della “burocrazia cantonale”.

Conformemente agli indirizzi adottati dallo Stato Svizzero in materia di uso dell’energia, il nuovo stabile “Amministrativo 3” di via Zorzi 13, risponde completamente ai rigorosissimi standard Minergie grazie a un impiego razionale dell’energia e a un’ampia utilizzazione di energie rinnovabili.

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Progettisti : Sabina Snozzi Groisman e  Gustavo Groisman, e con la partecipazione di Luigi Snozzi

 http://www.snozzigroisman.com/snozzigroisman/lavori_realizzati/Pagine/stabile_amministrativo_3.html#15.

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Il bandoneon


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Si stanno definendo le forme “fisiche” della nuova stazione dell’Alta Velocità di Reggio Emilia. Il progetto opera dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava, completa il disegno urbanistico per la città emiliana, che ha nella triade dei ponti, il nuovo portale di ingresso principale alla città, per i dinamismi su ferro e gomma.

Si tratta certamente di un serie di interventi di “architettura del paesaggio”, che di fatto caratterizzano e qualificano il “piattume architettonico contemporaneo” di queste zone, reso ancora più “drammatico” dal dissennato inserimento di opere infrastrutturali (Linea Alta Velocità, ampliamento Autostrada A1) che si contraddistinguono per totale incapacità paesaggistica ed insipidezza architettonica.

L’opera, le cui strutture metalliche sono realizzate dall’arcinota ditta Cimolai Spa, assomiglia ad un gigantesco bandoneon, la fisarmonica compatta e sinuosa, tanto cara ad Astor Piazzolla.

Astor Piazzolla – Libertango

Le forme della nuova Stazione Alta Velocità di Reggio Emilia “twittano” in lontananza con il paesaggio degli appennini, introducendo, proprio in vicinanza dell’autostrada, un elemento di forte riconoscibilità, come lo furono i ponti. Tanto che Piacenza, Fidenza, Parma, passano via, per chi pratica l’Autostrada, distinguibili solamente dai cartelli autostradali (e forse da qualche fabbrica con un brand internazionale), mentre l’avvicinarsi a Reggio Emilia può essere “letto” ed identificato, da molto lontano, ed oggi apprezzato anche da molto vicino.

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H & M


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E’ da qualche mese, iniziato il cantiere della nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano (a Porta Volta/via Pasubio). Progetto dello studio Svizzero Herzog & De Meuron, che sarà completato per la fine del 2015. In quello che era il luogo delle mura, un omaggio fatto dai due architetti, al loro maestro Aldo Rossi, di cui furono assistenti quando insegnava all’ETH di Zurigo. I riferimenti “rossiani” sono evidenti : l’architettura gotica, le case del paesaggio lombardo, la diatriba compositiva tra orizzontale e verticale.

L’edificio sarà ad alta sostenibilità, adottando i seguenti accorgimenti :

1) Utilizzo di impianto di climatizzazione (sia per produrre il freddo che il caldo) che sfrutta l’acqua di falda (recuperata mediante 4 pozzi a 50 m di profondità e restituita da 5 pozzi, senza alcuna dispersione, a oltre 40 m di profondità).

2) Progettazione di particolari sistemi di oscuramento che, aderendo ai vetri anche nelle facciate inclinate, consentono di ridurre i carichi di raffrescamento estivi del 50%.

3) L’edificio non prevede l’utilizzo di impianti a gas e/o petrolio, azzerando le emissioni di CO2 in loco per la climatizzazione.

Così facendo si ottengono i seguenti risparmi per anno: – 116 TEP (tonnellate di petrolio equivalente) – 256 tonnellate di CO2 emesse in atmosfera

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Un progetto semplice e così trasparente, almeno nei render, da sembrare una grande serra, che fa il verso al muro che non c’è più. Ovviamente, quando fu presentato, divenne bersaglio degli strali del “vecchio” Vittorio Gregotti, che addirittura, sulle pagine del Corriere della Sera, si augurò che non fosse mai costruito.

Un progetto che quindi divide, visto che per molti, non è anche esteticamente piacevole, per l’ossessiva ripetitività degli elementi compositivi, e per una scelta dei materiali molto austera.

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