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Builders of the future

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Ernen


L’aspetto di Ernen (nel Vallese svizzero), 219 chilometri da Milano attraverso il Passo della Novena, è determinato molto dalla sua posizione: ampiamente affacciata, sul pendio, nella conca della valle di Fiesch. Per secoli Ernen (https://www.borghisvizzera.ch/scheda/ernen/) si è trovata posizionata magnificamente lungo la strada a valle del distretto di Goms e quindi all’ingresso dei passi della Furka e del Grimsel. Oggi un moderno ponte strallato, ciclo-pedonale, tra i più lunghi al mondo, collega Ernen alla strada cantonale (https://www.myswitzerland.com/it-it/scoprire-la-svizzera/route/ponte-sospeso-nei-pressi-di-ernen/) ed alla stazione ferroviaria Furka-Oberalp. Giardini e frutteti intatti circondano l’insediamento a semicerchio verso la valle. Nel centro del paesino si addensano edifici residenziali costruiti nello stile tipico della regione, solitamente orientati verso sud-ovest e intervallati da piazzette e giardinetti che danno respiro al centro abitato. L’unicità della piazza centrale la rende una delle più belle della Svizzera. Attorniata da prominenti edifici, tra i quali la Tellenhaus (1576) che custodisce una delle più antiche raffigurazioni dell’eroe nazionale svizzero Guglielmo Tell (https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Tell), portata a termine nel 1578.

Lasius G. , Tellenhaus, Ernen. (Aus: Das Bauernhaus in der Schweiz, hrsg.v. Schweiz. Ingenieur- und Architektenverein, 1903): Grundriss Keller, EG, 1. OG, Querschnitt, Längsschnitt. Druck auf Papier, 47,6 x 33,7 cm (inkl. Scanrand). Architekturmuseum der Technischen Universität Berlin Inv. Nr. B 1923,56.

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DORONA


Altinum (in prossimità dell’attuale Quarto d’Altino), divenne “Municipium” quando raggiunse il suo massimo sviluppo in epoca romana a partire dal II secolo a.C. Il processo di romanizzazione ebbe inizio intorno al 131 a.C., data della costruzione della via Annia. Altinum in epoca romana era una grande e florida città, tra le più importanti dell’impero, con oltre 30.000 abitanti. Si trovava ai margini della laguna veneta, protetta dai fiumi di risorgiva Sile, Zero e Dese, ed era un’importante nodo stradale dell’Impero Romano, poiché costituita sulla Via Annia (131 a.C.), che collegava Adria ad Aquileia passando per Padova, e dalla Via Claudia Augusta (47 d.C.), che arrivava fino al Danubio, passando dall’attuale Augsburg in Germania. Altinum fu anche uno dei più importanti scali dell’Alto Adriatico e la sua fortuna è in gran parte legata alla sua posizione ed alle vie di comunicazione citate, grazie alle quali la città si ingrandì con ville, templi ed edifici pubblici, e divenne “Urbs” già dal I° secolo d.C. Dopo l’editto di Costantino (313 d.C.) che concedeva libertà di culto ai Cristiani, Altino divenne sede vescovile con Eliodoro I, vescovo di Altino fino al 407 d.C. La decadenza della città altinate cominciò con l’invasione barbarica degli Unni di Attila nel 452 d.C., e nel VII secolo i suoi abitanti si trasferirono definitivamente sull’isola di Torcello (anticamente Turricellum, nome dato dagli altinati in ricordo della Turris di Altinum), dove fu trasferita anche la sede vescovile, creando così i presupposti per la nascita di Venezia.

Trasferendosi si portarono dietro anche delle “barbine” di uva ed impiantarono sulle isole alcuni vigneti. Si trattava di vigne di antico Trebbiano e garganega, chiamate “Dorona”. La viticoltura in Laguna esiste dall’alba dei tempi e Piazza San Marco fino al 1100 era un grande giardino con orti, vigneti e frutteti, quello che è noto come brolo. I campi a Venezia si chiamano così perché di fatto erano coltivati, dato che anche le piazze in una città in cui il novanta per cento dello spazio è occupato dall’acqua andavano sfruttate per sfamare il popolo.

L’isola di Mazzorbo, per le sue caratteristiche divenne il luogo ideale per produrre vino bianco fermo. Il vino dei Dogi veneziani, prodotto con un’uva che si era adattata al terreno salino ed al clima insulare della laguna. Il vigneto, da sempre fu gestito in maniera collettiva dalla popolazione.

Un muro ricostruito nel 1727, dai francesi, fu eretto per recingere i “preziosi” 10 mila metri quadrati di terra con 4000 piante d’uva Dorona, una esclusiva ed unica uva autoctona veneziana.

Oggi qui si trova la Tenuta Venissa: una vigna murata aperta al pubblico, dove passeggiare e rilassarsi nella magica atmosfera di questo luogo. La vigna murata del Venissa ospita il vigneto di Dorona di Venezia, un’uva autoctona veneziana, che era quasi scomparsa dopo la grande acqua alta del 1966. Oltre alla vigna si possono visitare gli orti, gestiti da nove pensionati dell’isola, che nei mesi primaverili producono le famose castraure (carciofi) di Mazzorbo. Parte della verdura prodotta negli orti viene utilizzata nel Ristorante Venissa, premiato con la stella Michelin, e nell’Osteria Contemporanea, che propone una cucina più informale. All’Osteria del Venissa è possibile fermarsi anche solo per bere un bicchiere di vino, godendosi la pace di quest’oasi verde nella laguna di Venezia. Sempre all’interno della tenuta, è presente il Venissa Wine Resort, che offre ai propri ospiti cinque eleganti camere, dov’è possibile soggiornare per vivere l’isola nei momenti più tranquilli e romantici: quando i turisti devono ancora arrivare, oppure rientrano in città, nelle isole di Mazzorbo e Burano si vive ancora quell’atmosfera paesana, che contraddistingue la vita dei suoi abitanti.

Al di là del muro, insistono le splendide forme architettoniche, del quartiere di Edilizia Economica Popolare, il cui progetto è degli anni 1980-87, ed è stato elaborato dal gruppo progettazione guidato Giancarlo de Carlo con Alberto Cecchetto, Paolo Marotto, Etra Connie Occhialini, Daniele Pini, Renato Trotta.

De Carlo interviene a Mazzorbo, con un doppio incarico, per il Comune di Venezia, attua la realizzazione del progetto planivolumetrico dell’area, per lo Iacp l’edificazione di 36 alloggi. La particolare delicatezza e singolarità dell’ambiente lagunare richiedono all’architetto specifici studi preliminari sull’inserimento paesistico e sulla cultura dell’abitare tipica degli isolani, che culminano nei due aspetti più rilevanti della progettazione: ricerca dell’integrazione dei percorsi di terra e acqua e sviluppo delle tipologie di alloggi, distinte in nuclei “mazzorbini” e “buranelli” a seconda della provenienza e delle esigenze degli abitanti. Al primo lotto residenziale di 36 alloggi, già costruiti e commissionati dallo Iacp veneziano, avrebbe dovuto seguire un intervento 4 volte più esteso, poi invece molto ridimensionato e ridotto a soli altri 15 alloggi Iacp, con riqualificazione del campo sportivo e una nuova palestra dotata di tribune. La complessa articolazione volumetrica ricercata per ogni unità abitativa, sottolineata da un efficace cromatismo mutuato dall’isola di Burano, rende l’insediamento residenziale nuovo per il linguaggio moderno con cui è realizzato, magnificamente inserito nel delicato equilibrio naturale di terra, acqua e cielo, spazi tradizionali e caratteristici dell’ambiente laguna.

Ai giorni nostri, il lusso esclusivo e perfetto della “Tenuta di Venissa”, che produce un vino da oltre 300 euro al litro, venduto in tutto il mondo nelle bottiglie in foglia d’oro del muranese Giovanni Moretti, e la dotta sapienza architettonica del quartiere popolare di De Carlo, lasciato “deperire” per mancanza di manutenzione, come tutte le “cose” pubbliche in Italia, si confrontano, dal punto di vista paesaggistico, proprio nel Vigneto “murato” (ma aperto al pubblico).

Ci vorrebbe un ennesimo “piccolo miracolo italiano”, facendo in modo che le due realtà collaborassero (cosa che oggi non avviene) in un sostentamento che non è solo economico, ma anche di idee e di cultura, dove architettura, paesaggio, enogastronomia, potrebbero restituire l’idea di una patria, intesa come tutto ciò che costituisce lo spirito, le radici, l’identità di un popolo : l’ Heimat direbbero i popoli germanici.

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Mausplatten


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Münster sorge a 1390 metri s.l.m. nel Vallese superiore, attraversato dalla Furkastrasse (la strada del Passo del Furka) sulla sponda destra del Rodano, che qui viene chiamato Rotten. Il centro di questo villaggio, con la tipica struttura compatta, è caratterizzato dalle tradizionali case in legno a ridosso l’una dell’altra e rivolte verso sud. Le cosiddette «Gommer Häuser» (case del Goms) sono state costruite vari secoli fa come costruzioni omni-comprensive, che riunivano sotto un unico tetto la parte abitativa e la parte destinata alle attività lavorative. Per proteggerle dai roditori, furono costruite su palafitte e protette con grandi lastre di pietra “Mausplatten” (funghi in pietra). Nel corso del tempo, il legno di larice con cui sono state costruite ha assunto una colorazione estremamente scura per effetto dell’irraggiamento solare. Molte datano tra il 1400 ed il 1500.

Si tratta di un’architettura dove la tecnologia del legno, si fonde con un’estetica che valorizza i dettagli tecnici, facendoli diventare elementi decorativi della facciata.

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Nel XVII e XVIII secolo, la regione del Goms (e, con essa, anche Münster) ha registrato un periodo di fioritura economica e culturale. Il transito dei mulattieri e il commercio di bestiame con la Lombardia attraverso il passo Grimselpass, il Passo della Novena o il Griesspass, nonché il mercenariato, portarono ricchezza in questa valle alpina. Testimonianza di questo periodo d’oro sono le settanta chiese e cappelle costruite nel territorio di Goms. Solo nella zona di Münster-Geschinen sono pervenute fino a noi sei costruzioni sacre, fra cui la famosa Marienkirche con il sontuoso e dorato altare maggiore tardo gotico del 1509.

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La messa in funzione delle strade di valico attraverso il Sempione e il Gottardo, come pure la ferrovia del Gottardo nel XIX secolo, hanno posto fine al transito di merci nel Goms. Al contrario, la costruzione dei collegamenti viari (collegamento alla ferrovia del Cervino-Gottardo nel 1914) ha dato impulso al turismo, oggi la fonte principale di reddito dei 400 abitanti della località.

Non lontano da Munster, il “Goms Bridge”, un ponte ciclopedonale strallato, inaugurato nell’estate del 2015, ha una lunghezza di 280 m e una larghezza di 1,40 m. Il ponte sospeso attraversa il fiume Rotten a un’altezza di 92 m. In questo premiato villaggio si possono ammirare nella piazza centrale i più antichi affreschi di Guglielmo Tell, risalenti al 1578.

Il nuovo ponte sospeso che sovrasta il Rotten (Rodano) permette di passare direttamente da Fürgangen al paesino di Mühlebach. A Fürgangen ci sono alcuni posteggi e una fermata della ferrovia della Furka.

Conclusa la visita del nucleo centrale del villaggio, con la chiesa e le case con dipinti che narrano la storia di Guglielmo Tell, il sentiero svolta sulla destra della carreggiata, prosegue lungo il pendio fino al grazioso Mühlebach con il più antico nucleo urbano con costruzioni in legno della Svizzera. Attraversando il ponte sospeso si rientra velocemente a Fürgangen.

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LA FINE DI UN’ERA


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E’ PREOCCUPATO – Giuseppe Sala (detto Beppe) potrebbe non esserci futuro, per l’ex galoppatoio a San Siro, e per lo Stadio……e poi, per il “Tiro a Segno”, per l’Ex Piazza d’Armi, per gli scali ferroviari, ecc, ecc…….. Come si farà a Milano senza TUTTO QUEL BEL CEMENTO, che : “Io e Pierfrancesco avevamo organizzato così bene per il 2030” ! – https://bit.ly/2z4xMzc

I primi segnali della Milano che più non sarà come prima del Covid-19, GIÀ CI SONO . E sono inequivocabili. Urge cambiare strategia urbana e di pianificazione a medio e lungo termine. Ci vogliono valori diversi da quelli alla “Bosco verticale”. La natura non potrà mai più essere UNA PELLE sotto cui nascondere il cemento. Sala non è più l”uomo giusto per Milano. Troppo abituato a lavorare avendo a disposizione ingenti capitali e consenso. Nel dopo Covid19, bisognerà avere idee in grado di essere realizzate con pochi denari. Le suggestioni alla Boeri o alla Cucinella, sono GIÀ MORTE, se le sono portate via le bordate pestilenziali – https://www.milanotoday.it/economia/westfield-segrate-sospeso.html

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IL VUOTO ED IL MARGINE


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Credits – https://bit.ly/2UHtVzs

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Credits – https://bit.ly/33TBabR

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Credits – https://bit.ly/2Uoe6P6

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Credits – https://bit.ly/2UsXTIF

Scrive Nicola Verlato (pittore, scultore e architetto italiano residente a Los Angeles, in California; nato nel 1965 a Verona), in merito alla preghiera del Pontefice per la fine della pandemia da coronavirus, in una Piazza San Pietro vuota, del 27 marzo 2020 : “C’è chi dice che la piazza fosse vuota…solo gli occhi callosi e incapaci di vedere affetti dalle cataratte degli odierni iconoclasti possono avvertire il vuoto in una tale pienezza di senso ritrovato. Le basi attiche delle immense semicolonne corinzie della facciata di San Pietro sono l’affermazione più potente possibile della radice Greca dell’occidente che si mostra nuovamente in tutta la sua perentorietà di fronte alla minuscola figura del Papa. L’immensa figura Bronzea del Bernini sullo sfondo annulla tempo e spazio e testimonia il potere dell’arte classica di piegare il tempo teleologico nel quale siamo gettati riportandolo alla sua origine ciclica dove tempi apparentemente lontani sono tutti compresenti, è solo durante tragiche evenienze come queste che possiamo carpire la possibilità di tornare ad essere nuovamente noi stessi.”

Il periodo classico dell’arte greca va dal sec. V a.C. fino alla morte di Alessandro Magno (323 a.C.), raggiungendo il maggior splendore nell’età di Pericle (495 ca-429 a.C.). Quest’arte rappresentò la conquista di valori nuovi e sconosciuti rimasti poi essenziali nella storia dell’umanità: esaltò “l’uomo come misura di tutte le cose” ed espresse equilibrio, armonia, ordine e proporzione fissandoli in canoni che delinearono un ideale di bellezza e di “perfezione formale”.

Da allora l’antropocentrismo, divenne il cuore filosofico dell’arte, oltre che dell’economia e della società occidentale; nonostante l’altissima mortalità infantile ed i gravissimi problemi ecologici nell’antichità. Come ben descritto nel libro “Smog sull’Attica” (1991) di Karl W. Weeber. La storia della Grecia ed anche di Roma in epoca classica, è flagellata da orrori ecologici, che ricordano molto quelli del giorno d’oggi: dal disboscamento forzato dell’Attica sino all’indiscriminato sfruttamento del sottosuolo (cave di travertino) da parte dei Romani, che comportò, oltre al deturpamento del paesaggio, anche condizioni di vita assolutamente inumane per le grandi masse di lavoratori impiegate. La situazione abitativa nell’Urbe era, al di fuori delle grandi ville e delle domus o dei palazzi pubblici, un affastellamento di abitazioni lignee malsane e pericolanti, spesso in preda ad incendi o crolli. L’uso su vasta scala del piombo (pentolame, condutture, ecc.), comportò un generale peggioramento della salute in Roma a causa del porfirismo; i bracieri per riscaldarsi e produrre cibo, creavano una cappa da micropolveri, che conduceva nel tempo, i più alla morte per tumori alle vie aeree. In Grecia durante l’età classica dal 510 avanti Cristo al 323 avanti Cristo: ad Atene, l’aspettativa di vita di 37-41 anni, se si sopravviveva ai primi anni dopo la nascita (un bambino aveva una mortalità, entro i 10 anni, del 60%). A Roma nel periodo dal I secolo a.C. con Augusto, al III secolo d.C., con la fine della dinastia dei Severi: prima dei 10 anni, 20-30 anni; superati i 10 anni, circa 50-60 anni.

Non bisogna neanche dimenticare le immani stragi di animali selvatici, negli spettacoli circensi: fino a 11.000 esemplari uccisi in pochi giorni; e l’inquinamento costante delle acque, sia per bere che per lavarsi.

Agli uomini dell’Umanesimo (movimento culturale nato nel XV, ispirato da Francesco Petrarca e in parte da Giovanni Boccaccio, volto alla riscoperta dei classici latini e greci), spettava il dovere di far comprendere, nella crisi del presente post-medioevale, che riaccostarsi alla Grecia è il solo mezzo di cui si dispone per conservare la nostra civiltà.

Questo «danno» del pensiero, che ci ha dato il Rinascimento e tutta la cultura europea ed occidentale in genere, metteva esclusivamente l’uomo al centro, dando di fatto il via al depauperamento del Pianeta e delle sue risorse, senza veri e propri limiti.

Platone in filosofia, Paolo in religione, Leon Battista Alberti in architettura, Goethe in letteratura, attraverso i loro testi, tempereranno lo spirito degli uomini, rendendoli immuni alle malattie del presente.

Ecco quando Nicola Verlato descrive il luogo dove Francesco Papa, che officia a Roma, nel vuoto di una Piazza San Pietro deserta : “il vuoto in una tale pienezza di senso ritrovato. Le basi attiche delle immense semicolonne corinzie della facciata di San Pietro sono l’affermazione più potente possibile della radice Greca…………… L’immensa figura Bronzea del Bernini sullo sfondo annulla tempo e spazio e testimonia il potere dell’arte classica di piegare il tempo teleologico nel quale siamo gettati riportandolo alla sua origine ciclica dove tempi apparentemente lontani sono tutti compresenti, è solo durante tragiche evenienze come queste che possiamo carpire la possibilità di tornare ad essere nuovamente noi stessi.

Proprio questa ultima frase, che chiosa il pensiero di Verlato “carpire la possibilità di tornare ad essere nuovamente noi stessi”, disvela tutta l’erronea interpretazione, che continua in maniera virale, a distoglierci dalla nostra vera missione, essere umili complici asserviti al benessere planetario, e non dominatori assoluti del Pianeta, con il solo scopo di “mangiarcelo tutto fino all’osso”.

Non bisogna quindi, una volta finito tutto questo: “tornare ad essere nuovamente noi stessi”, ma semmai avere MEMORIA degli errori commessi, per migliaia di anni, dalla: “radice Greca” portata avanti fino alle estreme conseguenze, in ogni attività umana, architettura compresa.

Ricordare, avere MEMORIA, per cambiare. Quell’uomo vitruviano (matita e sanguigna su carta del 1490 all’Accademia di Venezia, a firma Leonardo da Vinci), al centro dell’universo mondo occidentale, vero e proprio LOGO della “radice Greca” è stato UN ERRORE PAZZESCO, non in grado di proteggerci adeguatamente da tutto questo, asservito a produrre soprattutto QUANTITÀ, per pochi, e non dare QUALITÀ per tutti, anche per gli ultimi. Bisogna fare altro ripartendo proprio da quel VIZIO iniziale, quel VIRUS PERVERSO, che la “classicità” ci ha trasmesso per millenni, e noi per comodità abbiamo sempre portato avanti. Un mondo di proporzioni geometriche/meccaniche, avulse dalla Natura. Bisogna tornare indietro, e pensare ad una visione sociale, economica, artistica, filosofica con la Natura planetaria al centro. Natura di cui l’uomo, con i suoi 7,7 miliardi di esemplari (https://bit.ly/2WS1v8o), è parte marginale, infatti gli esseri umani, costituiscono solo lo 0,01% della vita sulla Terra, ma abbiamo sterminato l’83% dei mammiferi selvatici. A dispetto del titolo di specie planetaria dominante, che l’uomo si è assegnato da solo, il nostro peso “fisico” è davvero scarso. In termini di biomassa i virus, ad esempio, hanno un peso combinato tre volte superiore a quello degli esseri umani, così come i vermi. I pesci pesano dodici volte di più mentre la biomassa dei funghi è duecento volte più grande (https://bit.ly/3bwdBs7) . L’antropocene, dopo il Covid19, deve definitivamente finire…..mutare…..evolvere…….. Magari prendendo esempio proprio dall’Enciclica “Laudato si” di Papa Francesco (https://bit.ly/3bFkK9H), ma non certamente da tutta quell’esibizione di simboli scultorei ed architettonici, intimamente legati alla RADICE GRECA, che “circondavano il luogo della preghiera”, costruendo l’immagine suadente, ingannevole e perversa del MARGINE di quel “vuoto”. Se cambiamento non ci sarà, tutte le decine di migliaia di morti che il Covid19 farà alla Specie umana, non avranno avuto senso, ma saranno semplicemente l’ennesimo sacrificio ad una maniera distorta di affrontare la vita degli uomini sulla Terra.

A quel punto potremo solo aspettare, che “l’ennesimo imprevisto” ci cancelli definitivamente dalla superficie terrestre.

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Credits – https://bit.ly/2WPt4zl

Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano, misura del Mondo, 1490 ca.

Matita ed inchiostro su carta. Gallerie dell’Accademia di Venezia

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Atlante per la fine del mondo


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http://atlas-for-the-end-of-the-world.com/index_0.html

 

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Meglio non fare nulla, che fare qualcosa.


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Sopra il Corsera di oggi 9 gennaio 2019 con l'articolo di Gian Antonio Stella a pagina 42.

Nel febbraio 2017, veniva bandito un concorso di progettazione, in due gradi, per l’ampliamento della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Diamanti a Ferrara (https://bit.ly/2shhSuT). Importo previsto dei lavori euro 2.615.500 per 660 metri quadrati. Risultava vincitore il progetto proposto dalla triade 3TI + Labics + Vitruvio (https://bit.ly/2RlEd9t); con un progetto minimalista e poco invasivo, che si fa alla tradizione del Moderno (Mies van der Rohe), per rispondere alle esigenze di dare compattezza e futuro alla Galleria d’Arte Moderna. Settanta i progetti ricevuti, dieci quelli selezionati per partecipare alla seconda fase, valutati dalla commissione presieduta da Maria Luisa Pacelli, dirigente del servizio Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e di cui erano membri, in qualità di “dotti” esperti, Giorgio Cozzolino, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini e Alfonso Femia, ex socio dello studio 5+1AA e fondatore di Atelier(s) Alfonso Femia. Da allora si è sviluppato un “ginepraio” dove la così detta società civile, capitanata dai fratelli Sgarbi (Vittorio ed Elisabetta), chiede con una raccolta di firme la non esecuzione del progetto, secondo loro “distruttivo” e vero e proprio scempio ! (https://bit.ly/2SOVWTG). Tra i firmatari dei veri e propri maestri in “scempi architettonici” in luoghi sensibili : Mario Bellini (https://bit.ly/2Aywhaw), Mario Botta (https://bit.ly/2Rju6BY), ecc.; ed anche dei veri e propri “esperti” dell’architettura in luoghi ad alta sensibilità paesaggistico : Massimo D’Alema (politico in pensione), Klaus Davi (massmediologo), Furio Colombo (giornalista tuttologo), Oscar Farinetti (imprenditore), ecc. (qui l’elenco dei firmatari – https://bit.ly/2QxA1yi). Sotto, sotto (ma neanche tanto) vi sono le imminenti elezioni amministrative a Ferrara (Tagliani sindaco del centrosinistra, versus Sgarbi Family che fa l’occhiolino al centrodestra Salviniani/Leghista). A PERDERCI COME SEMPRE E’ L’ARCHITETTURA (soprattutto quella moderna) e GLI ARCHITETTI, messa/messi in mezzo per un MASSACRO. Tutto sembra tendere verso quello che è ormai il tragico motto di una nazione immota e ferma : “Meglio non fare nulla, che fare qualcosa”, il che esclude anche la possibilità di aumentare gli spazi culturali di una città importante, ad uso anche di una migliore attrattività turistica, oltre a perdere forse dei finanziamenti già acquisiti.

http://artemoderna.comune.fe.it/

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Mille e non più mille.


1 IL PRINCIPIO Consumo di suolo: i dati%%%

Sto seguendo con le operazioni di revisione del PGT di Milano (governata dal centrosinistra), visto che contemporaneamente anche a Sesto San Giovanni sta attuando la stessa procedura.

Milano (Sala e soci) sta attuando, la solita messa in scena, della presunta partecipazione, attraverso una serie di appuntamenti / convegni (alla Triennale il 19 di maggio vi è stato il primo – http://www.triennale.org/evento / milano-2030 / ) per riflettere sulla città e raccogliere eventuali istanze. Sesto San Giovanni invece ha optato per raccogliere con un format i suggerimenti dei Cittadini e dalle associazioni (c’è tempo fino al 19 agosto – http://www.sestosg.net/sportelli/sestoprogetta/pgt/ ).

Milano è più avanti, Sesto San Giovanni sta iniziando ora, ma le procedure “partecipative” sono completamente diverse. Milano come Sesto immagina (probabilmente) di incrementare, nei prossimi decenni, la propria popolazione, sia giovanile, che anziana. Aumentare la dotazione di verde pubblico pro capite, ridurre l’inquinamento dell’aria, ed il consumo di suolo.

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L’aspetto che colpisce è l’assenza di confronto con la dimensione metropolitana di ambedue le revisioni in atto dei PGT, inteso come strumento di controllo e indirizzo dello sviluppo del territorio che dovrebbe intendersi “allargato”, e che invece è rigorosamente contenuto nei limiti comunali : sia nel PGT di Milano (città guida dell’Area metropolitana) che di Sesto.

Ormai è acclarato il fallimento dell’istituzione della “Città Metropolitana” seguito alla Legge Del Rio. Ambedue i PGT “finiranno” l’analisi e le previsioni ai loro confini, come ad esempio per quanto concerne il traffico viabilistico.

Il dialogo fra le amministrazioni dell’hinterland e il capoluogo, tanto faticosamente tenuto in vita del PIM (piano intercomunale milanese), si è completamente dissolto, per essere sostituito da un clima di contrapposizione, che si riflette in maniera pesante sulle scelte di contenuto dei PGT.

La situazione è paradossale, quasi surreale, se si considera che, simultaneamente, sono in corso di revisione, sia il PGT di Milano, che il PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale) dell’ex Provincia, ora “Città Metropolitana”. Un “buttar via soldi”, in cui noi italiani non ci supera nessuno.

Ambedue i PGT sembrano, nelle prime istanze, puntare sul verde, sul contenimento del consumo di suolo. Milano ambisce ad un’opera di riforestazione urbana (sponsor Boeri Stefano) piantumando decine di migliaia di nuovi alberi; Sesto San Giovanni presumibilmente punterà tutto sull’ex parco delle Ex Aree Falck, che nel corso degli anni sta diventando sempre più “ristretto”.

Milano si gioca anche la carta degli ex scali ferroviari, dove il verde (è sia reale che “colorato” – http://www.abitare.it/it/habitat/urban-design/2017/05/21/milano-scali- ferroviari-architetti / ) serve a camuffare un costruito a volte eccessivo e strumentale. Stessa sorte per la riapertura dei Navigli, anche qui si cerca il consenso popolare, condividendo un più non posso ( http://www.milanotoday.it/attualita/navigli-dibattito-pubblico.html ).

Ne vedremo delle belle! Rimanete sintonizzati.

LA VISIONE.  Una città vivibile mq / ab, 5.  mq / ab mq / ab parchi.  parchi.  parchi.

 

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Il Bidello dell’architettura


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Parecchi anni fa, negli anni Ottanta del Novecento, all’Istituto Universitario di Venezia (IUAV) esisteva una figura nota a tutti, un bidello, una specie di factotum, che aveva acquisito fama e notorietà, anche perchè portava degli occhiali identici a quelli di Le Corbusier.

Si trattava del capo bidello, il cui tavolino era collocato nell’atrio del corridoio. Costui era considerato una sorta di “segretario generale”, di “super-bidello” della facoltà; anche perchè sapeva sempre tutto e di tutti. Nonostante le numerose mansioni che svolgeva, spesso al di fuori del proprio ruolo, quasi confondendosi con la docenza e la gestione universitaria; nonostante i numerosi “svarioni” a cui era avvezzo; nonostante le fandonie che spesso raccontava travisando la realtà, ai più risultava “simpatico”. Un male necessario ed indispensabile. Nel corso del tempo era divenuto quasi una potenza, o perlomeno così gli piaceva far credere.

Questo suo fare, intrallazone ed ai limiti della liceità, lo portò ad essere parte attiva in una vicenda di esami di stato truccati, che nel 1985 lo condusse agli arresti.

Una losca tresca tra docenti, personale della segreteria, bidelli di cui ci resoconta con dotta sapienza, Roberto Bianchin, in un’articolo della Repubblica del 27 novembre 1985.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/11/27/architettura-arrestato-un-docente.html

 

 

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