C’è qualcosa di nobile in questa grossa bestia, qualcosa che fa pensare ad un barlume di sentimento umano, sparare ad un orso è come sparare ad un fratello. (Ernest Hemingway)
SOPRA – Un’immagine complessiva del Santuario di San Romedio (Trento)
SOPRA E SOTTO – Alcune immagini di “Bruno”.
San Romedio, eremita del IV secolo d.C., nelle grotte della Val di Non, si sarebbe, secondo la leggenda, incamminato dal suo luogo di eremitaggio verso la città di Trento deciso ad incontrare il Vescovo Vigilio di Trento (Roma, 355 – Val Rendena, 405). Lungo il percorso il suo cavallo sarebbe stato aggredito da un plantigrado, e Romedio sbalzato dalla sella. Il grande orso maschio, sbranò il cavallo, ma non fece nulla a Romedio che, avvicinatosi alla bestia, sarebbe riuscito miracolosamente a renderla mansueta, a mettergli sella e finimenti del cavallo sbranato, ed a cavalcarla fino a Trento. L’orso così divenne il suo unico fedele animale di compagnia fino alla morte.
Questa leggenda, nel 1958, suggerì al senatore conte Gian Giacomo Gallarati Scotti (Oreno, 2 settembre 1886 – Venezia, 4 gennaio 1983), membro d’onore del comitato di fondazione del WWF in Italia, comprò Charlie, un orso destinato a morire perché cresciuto in una piccola gabbia alle porte di Roma, e lo donò al Santuario di San Romedio ( https://www.trentino.com/it/cultura-e-territorio/attrazioni/santuario-di-s-romedio/ ).
Da allora l’area faunistica del Santuario di San Romedio ha sempre dato asilo ad esemplari di orso trentino e non solo, diversamente destinati ad essere soppressi.
Bruno fu individuato dagli agenti della Polizia Faunistica, a Palestrina (Roma), dove un privato lo teneva abusivamente in spazi angusti insieme ad altri animali. Essendo impossibile re-introdurlo in Natura, in quanto incapace di alimentarsi e vivere con i propri simili, si decise di collocarlo provvisoriamente in un piccolo recinto nel Parco nazionale d’Abruzzo.
Gli spazi ristretti, suggerirono successivamente di collocarlo altrove. Dopo lunghe ricerche si individuò il Santuario di San Romedio, dove già esisteva un ampio recinto vuoto.
Oggi Bruno, che è un bellissimo esemplare di orso dei Carpazi in ottima salute, vive dal 2013 (allora aveva un’età stimata di circa 18/20 anni) trascorre qui la sua vecchiaia, che per gli orsi in cattività può raggiungere i 25/35 anni.
A pochi chilometri sopra Trento, immersa nel verde, ed in dominanza del paesaggio, si trova Villa Margon. Essa è una delle più interessanti residenze signorili costruite nel Rinascimento. La villa, edificata tra i boschi in località Margon alle pendici del Monte Bondone (452 m.s.l.m.), venne completata verso il 1540-50 per la delizia estiva della famiglia di origine veneta dei Basso. Estinta la famiglia dei Basso dal 1596, la villa passò di mano in mano alle antiche e nobili famiglie europee, tra le quali i Fugger (Tedeschi di Augusta), i Lodron (Trentini di Storo, valle del Chiese), i Lupis (Italiani di probabili origini franco-germaniche) e i Salvadori (originari di Mori vicino a Rovereto) che la tennero fino al 1970.
Dimora estiva nobiliare e luogo di villeggiatura, la residenza, con i suoi annessi, sorge in un paesaggio di una bellezza unica ed è immersa in un vasto parco di circa 135 ettari. Donata agli inizi degli anni ’90 alla famiglia Lunelli, i detentori del prestigioso marchio vinicolo “Ferrari”, è diventata, dopo una ristrutturazione/restauro che ne ha restituito l’antico splendore originario, sede di rappresentanza e biblioteca “Bruno Brunelli”( https://www.brunolunellilibrary.it/villa-margon/ ).
Villa Margon ha ospitato, negli anni del Concilio di Trento (1545-1563), cardinali e prelati giunti da tutta Europa per la grande assise che diede il via alla Controriforma. Tra gli ospiti la tradizione vuole anche l’imperatore Carlo V, le cui gesta, non a caso, sono raccontate in un ciclo di affreschi che impreziosiscono la villa, e il cui letto è tra gli arredi più significativi. Affrescata anche all’esterno, Villa Margon risalta in un parco che è intatto da secoli e che, per la vegetazione, soltanto in parte autoctona, è considerato un capolavoro della natura.
SOPRA –Immagini tratte da Google Earth
Si tratta di un edificio sostanzialmente residenziale a pianta rettangolare, costruito proprio di fronte ad una fortificazione merlata, si antepone ad essa con un meraviglioso portico, sormontato da eleganti loggiati di chiara ispirazione veronese, caratteristica peculiare di molte ville rinascimentali venete. Le logge sono riccamente affrescate con rappresentazioni di assedi di città.
Il sistema compositivo loggiato della facciata, palesa chiaramente, questa nuova filosofia architettonica di implementare il paesaggio circostante, che non deve più essere solamente osservato dalle minute finestre nelle murature dai residenti, ma goduto con una vera e propria “immersione” in esso.
L’interno, molto semplice nella disposizione planimetrica (sala centrale con quattro sale più piccole laterali, una per ogni lato lungo) si articola in una serie di sale riccamente affrescate da cicli pittorici che rappresentano testimonianze preziose della pittura trentina del Cinquecento. Affreschi che testimoniano della vita dell’imperatore Carlo V, che sembra sia stato ospite della villa. Altri affreschi contengono scene del Vecchio e del Nuovo Testamento ed un ciclo dei Mesi. Le decorazioni sono il frutto dell’opera di artisti attivi in loco tra il 1556 e il 1566. La villa conserva anche importanti arredi coevi al suo completamento.
La villa, ha antistante, una casa merlata con torretta munita di orologio e meridiana, ampliata e modificata nell’Ottocento, la Cappelletta della Natività di Maria Vergine, rifatta in stile neogotico dall’architetto Masera nel 1867 su quella già esistente del Cinquecento, il giardino all’inglese (con un grande parterre) e l’annesso parco, che “sfuma” in maniera sapiente nella natura “antropizzata” circostante.
L’interno si articola in una serie di ampie sale riccamente arredate e decorate: dal salone centrale si accede alle quattro sale laterali, due a sinistra e due a destra. Il salone centrale presenta, in dodici riquadri affrescati, le principali imprese militari dell’imperatore Carlo V tra le quali la battaglia di Pavia con la cattura di Francesco I nel 1515 e la vittoria, seppur parziale, sui Protestanti nel 1547 (battaglia di Mühlberg nel Brandeburgo germanico).
A sinistra si entra in una sala quadrata con soffitto a cassettoni che presenta pareti affrescate con dodici scene dell’Antico Testamento. Tra le altre, l’affresco dedicato alla Torre di Babele, quello alla creazione dell’uomo e della donna, l’alluvione con l’Arca di Noè e quello dedicato ad un episodio delle Storie della vita di San Giuseppe. La seconda sala, collegata con la precedente e il salone centrale, propone dodici riquadri affrescati con scene del Nuovo Testamento. Tra gli altri, la Moltiplicazione dei pani e l’incontro di Gesù con la Samaritana. Al centro della sala una raffinata copia marmorea della scultura di Amore e Psiche di Antonio Canova.
Alla destra del salone principale, la sala da pranzo. La sala presenta pareti decorate da un ciclo di affreschi che rappresentano i dodici mesi dell’anno. Protagonista degli affreschi dei mesi è l’ambiente naturale circostante. La seconda sala sulla destra del salone d’ingresso è la sala del biliardo che ospita una raccolta di vedute di Villa Margon, ed alle pareti una raffinata serie di formelle colorate a creare una decorazione che simula una tappezzeria dipinta.
Il primo piano ricalca esattamente lo sviluppo planimetrico sottostante: un grande salone centrale, che si apre sul loggiato, e quattro stanze laterali.
Come già descritto in precedenza, è proprio lo splendido loggiato, proporzionato e geometricamente ineccepibile, che testimonia della rivoluzione architettonica rinascimentale, nella tipologia della Villa, la creazione di una “Sala aperta” sul paesaggio. Un luogo sicuro, non solo di collegamento tra ambienti interni, ma uno spazio privato in cui sostare, e da cui dominare, e contemplare, la natura circostante ed il giardino.
Come scrive Howard Burns nel libro “La villa italiana del Rinascimento” (Angelo Colla Editore, 2019). “La villa italiana rinascimentale risponde non solo al desiderio da parte dei proprietari e dei loro architetti di ricreare le forme e i piaceri delle ville degli antichi romani, con i loro colonnati e giardini, ma anche alle esigenze della sicurezza e dello sfruttamento economico delle campagne. E ci ricorda come la villa rinascimentale è spesso erede del castello medioevale, cioè luogo forte da cui dominare il territorio circostante.”
Lì vicino, ma più in basso, sulla strada di accesso alla villa da Ravina, immersa nei vigneti, la Locanda Margon, con cucina a cura di Edoardo Fumagalli chiamato a dirigere il progetto eno-gastronomico della famiglia Lunelli ( https://locandamargon.it/ ).
SOPRA – Il bel libro di Michelangelo Lupo e fotografie di Massimo Listri, sulla Villa Margon, edito da Skira
Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate
“I vegetali – scrive Charles Bonnet (Recherches sur l’usage……., 1754) – sono piantati nell’aria, più o meno come sono piantati nella terra”: l’atmosfera più che il suolo, è il loro primo ambiente, il loro mondo. La fotosintesi è, dunque, l’espressione più radicale del loro essere nel mondo……noi ci nutriamo quotidianamente dell’escrezione gassosa dei vegetali, non possiamo vivere d’altro che della vita degli altri (esseri viventi, soprattutto vegetali). – Tratto da Teoria della foglia. All’aperto: ontologia dell’atmosfera, in La vita delle piante, metafisica della mescolanza, di Emanuele Coccia, Il Mulino, 2018.
SOPRA – Supercelle nel cielo del Nord Milano, la sera del 24 luglio 2023
A subire i maggiori danni di questi fenomeni atmosferici violenti ed improvvisi, sono state le alberature, le quali hanno subito in un’area vasta danni enormi. Grazie alle piante, c’è vita su questo bellissimo Pianeta Terra (il nostro unico vero “Paradiso”).
Scrive Emanuele Coccia, nel libro che ho già citato in precedenza : “La fotosintesi è il processo cosmico di fluidificazione dell’universo, uno dei movimenti attraverso cui il fluido del mondo si costituisce: ciò che fa respirare il mondo in continuazione e lo mantiene in uno stato di tensione dinamica”.
Le piante, ci avevano inventato, e preparato il nostro futuro, noi non lo abbiamo abbracciato, con umiltà e condivisione, ma ce ne siamo impossessati in maniera predatoria.
Noi umani, abbiamo, nel corso del tempo, consapevolmente o meno, sovvertito con bramosia questo processo: consumando a più non posso l’energia e le materie dell’ecosistema planetario, mangiando e moltiplicando gli esseri viventi senza controllo, riproducendoci in maniera dissennata e quantitativa, inquinando l’aria e l’acqua come se non ci fosse un domani; ed oggi, che il pianeta, incomincia a presentarci un conto insostenibile, incominciamo a renderci conto di quello che abbiamo commesso.
Un conto, quello del cambiamento climatico, che impone di stravolgere velocemente un sistema di consumi e di gestione delle risorse planetarie, oggi quanto mai dissennato e senza futuro.
Vedere oggi, tutti quegli annosi e meravigliosi alberi, irrimediabilmente a terra, dà la restituzione plastica della follia che stiamo perseguendo con ostinazione.
SOPRA – Giardini pubblici di P.ta Venezia, Museo di Scienze Naturali, situazione antecedente all’ondata ciclonica – Immagine tratta da Google Earth
SOPRA – Immagini della devastazione arborea nella zona del Museo di Scienze Naturali – 26.07.2023
Probabilmente piantare alberi, non serve più a molto, soprattutto nelle aree metropolitane. Certo male non fa, per migliorare il microclima locale e probabilmente, tra parecchi decenni, eventi meteorologici estremi permettendo, darà anche dei frutti, contrastando la radicalizzazione dell’atmosfera terrestre.
Però, la strada da intraprendere immediatamente, deve necessariamente essere più radicale, e richiede il sacrificio di ognuno di noi, probabilmente per alcune generazioni; se si vorrà cercare di salvare l’ecosistema in cui viviamo.
SOPRA – Alberi caduti in prossimità dell’Aeroporto di Linate(SP 15b)
SOPRA – Danni arborei al Parco Nord Milano
Il cambiamento climatico, comunque, ha un impatto significativo sugli alberi e sugli ecosistemi forestali in tutto il mondo. Alcuni degli effetti più evidenti del cambiamento climatico sugli alberi includono:
Aumento delle temperature: L’aumento delle temperature medie globali può influenzare negativamente la salute degli alberi. Alcune specie potrebbero non essere in grado di sopportare condizioni più calde e potrebbero essere spinte a migrare verso aree più fresche. Allo stesso tempo, l’aumento delle temperature può favorire l’espansione di insetti nocivi e malattie che colpiscono gli alberi.
Variabilità delle precipitazioni: Il cambiamento climatico porta a una maggiore variabilità delle precipitazioni in diverse regioni. Le piogge estreme o le siccità prolungate possono causare stress idrico per gli alberi, indebolendo il loro sistema immunitario e rendendoli più suscettibili a malattie e infestazioni.
Disseccamento del suolo: L’innalzamento delle temperature ei cambiamenti nei modelli di precipitazione possono portare a un aumento dell’evaporazione del suolo, causando disseccamento delle radici degli alberi e riducendo la disponibilità di acqua per la vegetazione.
Incremento degli incendi boschivi: Il cambiamento climatico contribuisce a creare condizioni favorevoli per gli incendi boschivi. Temperature più elevate, condizioni di siccità e venti più forti possono aumentare la frequenza e l’intensità degli incendi, danneggiando o distruggendo intere aree forestali.
Migrazione delle specie: Alcune specie di alberi potrebbero essere costrette a migrare verso altitudini più elevate o latitudini diverse per cercare condizioni climatiche più adatte. Questo potrebbe causare cambiamenti nei tipi di foreste e negli ecosistemi locali.
Impatto sugli ecosistemi: Gli alberi sono fondamentali per gli ecosistemi forestali, offrendo habitat per molte specie di piante e animali. Il cambiamento climatico può alterare gli equilibri ecologici, mettendo a rischio la biodiversità e la sopravvivenza di diverse specie.
Per affrontare gli effetti del cambiamento climatico sugli alberi, sono necessari sforzi per ridurre le emissioni di gas serra e adottare pratiche di gestione forestale sostenibili. La riforestazione e la conservazione delle foreste esistenti giocano un ruolo cruciale nel catturare il carbonio atmosferico e mantenere la biodiversità. Inoltre, sono fondamentali nelle strategie di adattamento per preservare gli alberi e gli ecosistemi forestali già esistenti, proteggendoli dalle minacce correlate al cambiamento climatico prima elencate.
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Juan Martin Piaggio era un persona deliziosa, oltre che un architetto colto e docente valente. Era anche un eccelso chef che ho potuto apprezzare tanto tempo fa, a casa sua sui Navigli milanesi.
Era un architetto itinerante, infaticabile, mai fermo, alla ricerca di sé stesso e di quel lavoro, che spesso gli è stato negato, come racconta lui stesso in questa intervista –
L’ultima volta che l’ho incontrato è stato, qualche anno fa, alla libreria Hoepli a Milano; ambedue alla ricerca di libri. Mi ha descritto la difficoltà di trovare testi validi di architettura in Colombia. Era a Milano a cercare contatti tra il Politecnico e l’Universidad de Boyaca dove lavorava.
Qualche settimana fa, in Colombia (laddove insegnava – https://www.linkedin.com/in/juan-mart%C3%ADn-piaggio-866627a/) mentre caricava sull’auto alcuni cartoni, per l’ennesimo trasloco, questa volta verso la Toscana, è stato colto da un infarto che lo ha ucciso all’istante.
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“Nel fracasso di un cantiere edile il tronco spala, impasta materia opaca, bianco di calce, grigio di cemento, rimesta a secco, aggiunge acqua, la pala va a spinta di schiena e di braccia, il polso la guida a rigirare e non si ferma, va così per le sue ore prigioniere e sembra così saggio, il corpo,che maipotrò abituarmi ad abitare dentro uno scheletro così sapiente di fatica.”
Erri De Luca, Sulla traccia di Nives, 2005
Il Direttore dei lavori, in un cantiere edile, ma probabilmente in ogni cantiere, è come un capitano, che in viaggio a rotta predeterminata, da un porto all’altro, deve condurre la propria imbarcazione, con abilità e sapienza.
Lo deve fare nei tempi prestabiliti e con i mezzi e le persone che gli sono state destinate.
Nel caso dell’edilizia odierna, il Direttore dei lavori, deve saper conseguire anche una qualità complessiva dei lavori, che non sempre corrisponde all’entità economica messa a disposizione.
Come dichiarava John Ruskin: “La qualità non è mai casuale; è sempre il risultato di uno sforzo collettivo sapiente.”
Saper instillare, nelle persone con cui si collabora, l’orgoglio di conseguire la migliore qualità possibile, per il lavoro che si fa, è un fatto molto importante, che riguarda chi dirige, ma anche l’ultimo aiuto manovale del cantiere.
L’errore più grave, che spesso si fa in un cantiere, è quello di cercare di destare in ciascuno proprio quelle qualità che non possiede, trascurando di coltivare quelle che sicuramente ognuno ha.
“La costruzione è l’arte di fare un insieme significativo di molte parti. Gli edifici sono testimoni della capacità umana di costruire cose concrete. Credo che il vero nucleo di tutti i lavori di architettura risieda nell’atto di costruire.”
Peter Zumthor, Pensare architettura, 1998
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SOPRA – Edificio Sarca OPEN 336, Park Associati 2023
Una presenza fortemente rappresentativa della “verzura” è ormai un fatto consolidato nell’edificato terziario che si realizza a Milano, e ciò al di là della sostenibilità espressa per regolamenti vigenti e/o certificazioni (Leed, Breeam, Well, ecc.).
Rendere sempre più “appetibili”, dal punto di vista della percezione ambientale, i nuovi interventi è ormai un “must” irrinunciabile, all’epoca del “Disastro Climatico Planetario”.
Rendere percepibile uno sforzo (anche economico) per contrastare il “Climate Change” è un atto dovuto che deve essere trasmesso anche visivamente ai committenti, agli utenti, ma soprattutto alla Pubblica Amministrazione.
Due recenti interventi di terziario all’Ex Area Breda di Viale Sarca a Milano, bene testimoniano di questa tendenza. In ambedue i casi si sono dedicate attenzioni alla localizzazione di aree verdi : sulle facciate, sul tetto, entro gli uffici, ecc.
Completamente diverso l’approccio dell’antistante edificio denominato SUPERLAB, progettato dai piemontesi Balance Architettura (http://www.blaarchitettura.it/).
Infatti, quì trattasi, di un risanamento di un edificio già esistente, sede degli uffici tecnici Breda (http://www.blaarchitettura.it/projects/2019_BLA_BREDA336/index_ita.html). La struttura è stata “scaricata” dalle facciate e dagli impianti, disvelando una struttura in cemento armato ed in ferro (reticolare), che è stata ripristinata, lasciandola a vista, ed adeguandola alle normative odierne (https://archello.com/project/superlab).
Anche quì, la natura entra dentro all’edificio, sarà posizionata nei prossimi mesi sulla copertura, ed è parte integrante della “sostenibilità” di tutto il complesso.
SOTTO – Edficio Superlab di viale Sarca 336, Balance Architettura, 2023
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L’ultimo complesso residenziale di CZA (Cino Zucchi Associati – https://www.zucchiarchitetti.com/) realizzato, tra i tanti, si trova a Turro, nella periferia Nord di Milano, in via Valtorta 32.
Si tratta di un intervento che ricalca la poetica dell’ormai notissimo architetto milanese, già codificato nell’intervento dell’area Junghans all’isola della Giudecca a Venezia (https://bit.ly/3AU8Mro), e nelle abitazioni al Portello di Milano (https://bit.ly/3LTDWFB).
Quì a Turro risulta particolarmente interessante l’edificio a torre, che nello smusso, strutturalmente ardito, denuncia l’aspetto sensuale della architettura sapiente e di scuola tipicamente milanese.
Nipote acquisito dell’abile finanziere belga Adolphe Stoclet, Robert Mallet-Stevens (1886 – 1945), trascorrerà molti soggiorni a Bruxelles nella casa dello zio, il Palais Stoclet, progettato dall’architetto Josef Hoffman (e decorato da Gustav Klimt), figura di spicco della Secessione viennese (https://bit.ly/3nhYEp3) . Una “opera d’arte totale” che condizionerà la formazione giovane architetto Robert.
Al Salon d’Automne del 1912, dove espose i suoi primi progetti (soprattutto arredamenti), ebbe modo di conoscere P. Chareau e altri artisti, animati dallo stesso intento di rinnovamento che porterà alla costituzione nel 1929 dell’Union des Artistes Modernes.
Dopo essersi arruolato nell’aviazione durante la prima guerra mondiale, Robert Mallet-Stevens ha progettato vetrine e negozi per l’industria e il commercio e ha creato numerosi set cinematografici. Nel 1925 progetta diversi padiglioni e allestimenti per l’Esposizione delle Arti Decorative di Parigi (https://bit.ly/3AFyyiQ), che si distinguono per la loro modernità. Le linee pulite, geometriche, vengono liberate dagli ornamenti, dai decori, la luce viene trattata come materia, allo stesso modo di quelle frutto del progresso tecnologico (ferro, vetro, cemento).
Nel 1924, Robert incontra a Parigi il banchiere Daniel Dreyfus, che desidera realizzare un’operazione immobiliare per costruire un complesso residenziale su un terreno di 3.827 metri quadrati di sua proprietà nel 16° arrondissement, a pochi metri dalla sua residenza privata, situata in rue de l’Assomption.
SOPRA –Immagine tratta da Google Earth
SOPRA – Disegno a mano libera, del lotto, tratto da una planimetria presente sul posto (Dario Sironi, 2007)
Mallet-Stevens progetta quindi un insieme totalmente omogeneo, senza negozi e lontano dal rumore, interamente dedicato all’abitazione e alla calma. Dove possano insediarsi artisti, ricchi borghesi, intellettuali (https://bit.ly/44fraIB). Tutto è pensato dall’architetto, dall’arredo urbano alla decorazione d’interni, riprendendo il concetto di arte totale del Palais Stoclet.
Un complesso residenziale “lavorato” all’interno di un lotto. Un intervento di micro-urbanistica raffinato e coerente con i dettami del nascente Movimento Moderno. (https://www.villegiardini.it/robert-mallet-stevens/)
Vicino a Rue Mallet-Stevens, le Corbusier realizzò, qualche anno prima, nel 1924, la “doppia” villetta Maison La Roche – Jeanneret (8/10 Piazza du Docteur Blanche 75016 Paris); LC costruirà la “sua macchina da abitare”, in maniera ascetica e pauperistica, infischiandosene d’intrattenere un dialogo con il passato. Diverso è il caso di Mallet – Stevens, che con raffinata pazienza instaura un dialogo sapiente con la storia dell’architettura: fatto di dettagli, materiali e forme.
Purtroppo, negli anni Sessanta del Novecento, il complesso realizzato nel 1927, viene manomesso in molte parti (interni, arredo urbano, ecc.), e sopraelevato di 3 piani. Nonostante ciò il complesso consente ancora oggi di apprezzare la maestria e l’abilità architettonica dell’architetto franco-belga.
Dal 1930 Mallet – Stevens fu nel comitato direttivo de L’architecture d’aujourd’hui, la principale rivista d’architettura pubblicata in Francia.
Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate
Al numero 82 di Avenue Blanche de Castille, a Poissy, non molto lontano da Parigi, tra il 1928 ed il 1931, gli architetti Le Corbusier e Pierre Jeanneret, hanno edificato per i signori Eugénie e Pierre Savoye, una ricca coppia parigina, una prestigiosa villa.
L’antefatto della Villa, proprio accanto all’ingresso carraio e pedonale, è l’abitazione del custode/autista/giardiniere. Un piccolo edificio, che già esprime però, con austere dimensioni e materiali, i “cinque punti dell’Architettura Moderna (https://bit.ly/41JFC9H).
Un piccolo “gioiellino” poco trattato dagli studiosi. Solo sulla “palette” dei colori scelti dal “duo” ci si potrebbe fare un trattato.
Ma lasciamo parlare solamente le immagini………
SOPRA – Immagine aerea tratta da Google Earth
In cima alla scala esterna, al piano primo (ed unico), si trova l’ingresso della casa “Existenzminimum”, che ha una porticina d’ingresso lignea, verniciata di grigio, con maniglia di ottone, e soprastante piccola pensilina in beton. Una stanza centrale, caratterizza il piano, e da essa si ha accesso, tramite una porta scorrevole, alla cucina ed alla zona letto matrimoniale. Una piccola cameretta per bambini e un bagno “lecorbuseriano”, completano il piano, di soli 30 mq. Al piano terra è collocata una lavanderia ed un piccolo box doccia.
Proseguendo per la strada carraia in ghiaietto, superato un piccolo bosco, appoggiata su un grande prato verde, bianca appare la Villa dei Savoye.
Quasi fosse, ancora oggi, una magnifica “astronave architettonica” (Aliena ???), precipitata sul Pianeta Terra.
Rilievo sommario a vista sul posto, durante visita del 28 settembre 2017(Sironi Dario)
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