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Builders of the future

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Viaggi

La Filanda


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Costruito nel 1783, lo stabile “La Filanda Torriani-Balzani” a Mendrisio testimonia, nella sua denominazione e nella struttura muraria perimetrale, un passato storico significativo per l’industria manifatturiera dei filati.

Nella Filanda, una volta c’era la Manor che aveva ristrutturato l’edificio; nel 2009 il Municipio di Mendrisio ne era tornato proprietario.

Chi, come me, ne ha frequentato per cinque lunghi anni il parcheggio interrato adiacente, ha potuto vedere nascere questa struttura costata quasi 7 milioni di franchi.

Oggi è diventata, con l’inaugurazione del 15 e 16 settembre 2018, un centro innovativo per il Ticino: sarà contemporaneamente  biblioteca, ludoteca, videoteca, luogo d’incontro, sede di conferenze, mostre……. L’edificio è stato ristrutturato su progetto dell’architetto  Anne-France Aguet

https://www.annefrance-aguet.ch/profilo

La struttura soggiace ai rigorosi “standard ristrutturazione Minergie” (TI-479) diventando così un edificio altamente ecosostenibile.

https://www.annefrance-aguet.ch/single-post/2017/02/01/Ristrutturazione-Filanda-Mendrisio

La struttura dotata già di un notevole quantitativo di libri e riviste “a scaffale”, presenta anche numerose postazioni per lo studio ed il collegamento Wi-Fi, che la faranno diventare un’occasione ghiotta per gli studenti sia dell’Accademia di Architettura USI, che della futura (nascente)sede SUPSI.

Un edificio “La Filanda” che è soprattutto un interno, accogliente e comodo, con un piano (il secondo) ancora da ultimare. Spazi colorati e molto ben illuminati, materiali gradevoli al tatto e facili da manutenere. Forse la scala poteva essere “giocata” meglio dal punto di vista dell’architettura.

https://www.cdt.ch/ticino/mendrisiotto/198826/l-attesa-%C3%A8-terminata-inaugurata-la-filanda

Un altro progetto legato alla cultura del Canton Ticino, che diventa disponibile per i cittadini. Quale miglior investimento per il futuro. Direbbe un letterato colto : “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Veloci, ma lenti


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Torso con teschio lungo (fusione di alluminio 1973/2007) Scultura / HR Giger Kunsthaus Coira

Camminare, muoversi, è sempre un viaggio di scoperta all’interno di noi stessi, mentre gli edifici, il paesaggio, le strade, i volti, il clima e l’atmosfera dei luoghi, quasi inconsapevolmente, ci formano.

Andare veloci, per i più significa consegnare le esperienze all’oblio, come scrive Milan Kundera nel romanzo “La Lentezza” : Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è diretto proporzionale all’intensità dell’oblio. , ma è vera questa duplice equazione, oggi?

Recentemente con due amici (ambedue, come me, architetti), mi sono cimentato in un viaggio di un giorno, di circa 300 chilometri, in Svizzera, nei Grigioni (il Cantone più grande). L’obbiettivo era ambizioso, visitare una serie di edifici realizzati da Peter Zumthor, che tutti tre avevamo studiato, e conoscevano a “menadito”, per vedere se “le atmosfere”, e le “esperienze sensoriali”, descritte nei suoi libri erano effettive.

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Un viaggio siffatto è “giocato” emozionalmente sulla dicotomia tra passato e presente, tra velocità e tempo, che dovrebbero essere l’espressione sintetica dei nostri tempi: ma così non è.

Viaggiando velocemente, si è colpiti da una polifonia visiva d’immagini, sempre diverse, per poi ritrovarle, e ricostruirle, quando si rallenta fino fermarsi. Si viaggia come se fossimo gli astronauti del film “Interstellar” (https://bit.ly/1Q5jaLy), dove un buco nero accellera e rallenta la loro velocità,  consegnandogli “tempi” tra loro molto diversi.

A lungo andare, per il ripetersi di sequenze, di paesaggi, di architetture, di materiali, di volti, è possibile che qualcosa indebolisca il “farsi” del viaggio; però il sapiente contrasto tra i vorticosi movimenti (che il chilometraggio, e la molteplicità dei luoghi da visitare, impone), e gli improvvisi rallentamenti, necessari a visitare i luoghi individuati, fa si gli occhi, ed il cervello, continuamente sono “titillati “da” punti “, dove guardare per catturare un frammento. E ‘quindi innegabile, che proprio l’essere “veloci” e subito dopo “lenti” giova innegabilmente alla fruizione della bellezza unitaria che questi luoghi, seppur diversi (ma sempre legati da un filo rosso), riescono ad esprimere.

Ad aiutare in tutto ciò, vi è anche l’architettura zumthoriana, ancorata ai valori della memoria dell’uomo, ma anche vigile alle veloci pulsioni della contemporaneità. Una architettura fatta nella lentezza, ma in grado di operare “sintesi” foriere di un futuro aperto, a cui guardare con ottimismo e sicurezza di nuovo il cielo. 

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

Il Torrione della vergogna (agosto 2017)


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Succede sulla meravigliosa e verde Isola di Sant’Erasmo, Laguna di Venezia (Comune di Venezia); 8 milioni di euro per il restauro di un immobile storico, stanno lì a “marcire”. Il Comune fa finta che l’immobile (La Torre Massimiliana, restaurata nel 2014) funzioni, gli eventuali avventori ed i bagnanti della vicina “Spiaggia dei Tedeschi”, scoprono che è completamente abbandonato da anni (dal 2015) e che non ha mai avuto una gestione manageriale degna di queste parole (spazio espositivo, bar/ristorante, ecc.), nonostante i soldi dei Cittadini veneziani e degli italiani spesi. Un’altra (l’ennesima) occasione persa il turismo lagunare minore. A beautiful country, la terra dei cachi !

D.S.

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Limoni e paesaggio


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Passammo davanti a Limone, i cui giardini, disposti a terrazze e coltivati a limoni, crearono un’immagine ricca e ordinata – Johann Wolfgang von Goethe,

Viaggio in Italia, 1786

Una magica alchimia tra paesaggio, clima “quasi” mediterraneo, architettura, ha fatto si che Limone del Garda sia da sempre il luogo più a nord del mondo dove crescono gli agrumi: cedri, limoni, bergamotti. Essi rappresentano i simboli naturali del clima mediterraneo che è proprio del lago, ed è quì  particolarmente evidente.

Per tutelare le preziosissime piante, ed i loro frutti, soprattutto durante l’inverno, nel corso del tempo si è sviluppata un’ architettura essenziale, semplice, che opera una sintesi tra paesaggio ed esigenze colturali. Mura alte, sapientemente orientate, cingevano le gradonate digradanti verso il lago (per proteggerle dai venti gelidi da nord); pilastri quadrati a maglia regolare consentivano di dispiegare un sistema di serramenti durante la stagione più fredda.

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Le origini delle serre di limoni, modernissimi ed efficienti “giardini ornamentali” risalgono al XVII Secolo, per garantire soprattutto un apporto di vitamine ai ceti benestanti austriaci. Poi divenne un’attività commerciale fiorente, che però, col tempo perse capacità concorrenziali. L’unificazione dell’Italia e la conseguente eliminazione dei dazi doganali, lo sviluppo delle reti di trasporto e la degenerazione delle piante per la malattia della “gommosi”, portarono al graduale abbandono di questa attività agricola.

Lentamente, le “macchine” per coltivare e proteggere i limoni, furono lasciate decadere.

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Le strutture, nel corso del tempo, vennero “occupate”; “colonizzate” per essere abitate. Divennero case, ristoranti, abitazioni, hotel, ecc.. Alcune ristrutturate con sapienza, conservandone le caratteristiche uniche per modernità e minimalismo; altre “brutalizzate” con interventi meno attenti.

Oggi solo alcune limonaie (quattro), sono ancora utilizzate per produrre i pregiatissimi agrumi, e sono visitabili : quella più interessante dal punto di vista della conservazione è la Limonaia del Castèl.

Bisogna però rilevare come, in tutto il paesino lacustre, l’architettura delle limonaie ha condizionato (e condiziona) qualunque nuova costruzione: imponendo uno stile, una misura proporzionale, data proprio da questa presenza architettonica, che potremmo definire “endemica”, ormai parte indissolubile del paesaggio.

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Qui sotto alcune immagini di “occupazioni” sapenti delle limonaie

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Dario Sironi

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Lisc e grezz


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L’ultima fatica di Mario Botta, sul Monte Generoso in Svizzera è l’omonima struttura turistica. Denominata dall’architetto mendrisiense “Fiore di pietra”, domina il crinale con vista sul Lago di Lugano. Completata all’inizio della primavera 2017, sta già ritornando ad essere (dopo anni di chiusura) uno dei luoghi più visitati del Canton Ticino. Dalle prime foto e dai disegni, l’opera architettonica sembrava fare il verso alla moltiplicazione dei “cilindroni” del maestro svizzero, ormai da anni incancrenito su geometrismi ripetitivi.

Invece, visitandolo, anch’io che ero scettico, mi sono completamente ricreduto. Molti sostengono sia la “Torre di Mordor” o un “carciofo”, un’astronave calata sul Generoso. In realtà si tratta di un bell’edificio, magnificamente realizzato, consono al paesaggio in cui si colloca. Soprattutto l’edificio polivalente è molto funzionale con degli spazi comodi ed un’architettura che anche da vicino è perfettamente inserita tra le rocce che anticipano la cima, rispetto alla cacofonia di forme dell’edificio precedente. Paesaggio, quello del Generoso, già “sputtanato” parecchi anni prima dalle forme tecnologiche (e necessarie) del ripetitore radiotelevisivo.

Spazi mostre, accoglienza ed informazione turistica, un self-service, un ristorante (stellato), una sala per conferenze, camere per alloggiare, locali tecnici ed una spettacolare terrazza in copertura con un panorama a 360 gradi: distribuiti su 5 livelli, si incastrano nella montagna, completando ed esaltando il crinale.

Ottima la scelta dei materiali : pietra (probabilmente una beola o un serizzo) per il rivestimento esterno; beton a vista, legno e pietra per gli interni. L’edificio nonostante l’assalto di una moltitudine di turisti domenicali, risulta accogliente e funzionale.

L’occasione della nuova struttura turistica (25 milioni di franchi sponsorizzati da Migros), ha consentito di sistemare anche i percorsi pedonali che da Bellavista conducono alla cima del Generoso, rendendo tutto il parco del Generoso più facilmente accessibile anche a chi non può permettersi di spendere l’alto costo del biglietto del trenino a cremagliera.

Scendendo a piedi, due signori attempati al mio fianco (marito e moglie), veraci ticinesi, commentavano l’esperienza architettonica in rigoroso dialetto ibrido : “Bravo il Mario, in fin di facc un bell’edifizi, lisc e grezz” (se ho trascritto bene), probabilmente riferendosi al rivestimento esterno in corsi di pietra levigata alternata a quella a spacco.

Sotto il link ad alcune immagini del sopralluogo sul Monte Generoso

https://it.pinterest.com/dariosironi/lisc-e-grezz-2016/

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Con il rispetto del copyright delle immagini utilizzate

Dream Team


Il complesso delle Gallerie degli Uffizi a Firenze, pur essendo stato coinvolto solo marginalmente dalle distruzioni belliche, venne interessato, nel Dopoguerra, da una serie di interventi di ripristino, con la finalità di sostituire l’allestimento museale ottocentesco, con una serie di frammenti modernisti, un po’ neutri.

A volere questi interventi : il funzionario interno alla Soprintendenza Guido Morozzi, e Roberto Salvini, allora direttore della Galleria degli Uffizi, storico dell’arte all’Università di Trieste, nonché sostenitore di criteri di innovazione museale. Ambedue affiancati da una Commissione di esperti allestita ad hoc.

Le sale, oggetto degli interventi, sono quelle numerate da 2 a 7. Esse vennero ricavate sul finire dell’Ottocento dall’antico teatro mediceo. L’allestimento voluto nel Dopoguerra, venne progettato a partire dal 1953 e completato nel 1956 dagli architetti Giovanni Michelucci, Carlo Scarpa e Ignazio Gardella, che “scoprirono” la sala, togliendogli il controsoffitto ottocentesco, disvelando il soffitto a capriate, ad imitazione delle chiese medievali. Le sale espongono opere databili tra la prima metà del XIII secolo e gli inizi del XIV secolo.

Un Dream Team di architetti, forse il “meglio” possibile in ambito disciplinare per allora in Italia.

Gli architetti, a parte alcune resistenze iniziali a certi aspetti dell’intervento, decidono di comune accordo, di non alterare in maniera evidente l’impostazione planimetrica degli spazi esistenti, riproponendone quasi la stessa suddivisione. Viene invece completamente variata la sezione. I controsoffitti piani vengono eliminati ripulendo le soffitte da una selva di legname stratificatosi in seguito a rimaneggiamenti successivi e viene deciso per la prima sala, di mettere a nudo l’orditura principale della copertura a capanna con le grandi capriate originarie in legno, lasciate in vista ed esaltate dalla luce radente di un lungo lucernario orizzontale di nuova formazione, che stacca la massa della parete dal tetto.

L’ambiente, collocato nel Primo corridoio della Galleria (al piano primo), di “sommessa eleganza”, venne subito denominato “Sale dei primitivi”, dove sono esposti capolavori come le Maestà di Giotto, Duccio e Cimabue e il grande trittico de “L’incoronazione della Vergine” di Lorenzo Monaco.

Di recente l’allestimento (2015) è stato rivisitato, ma non nella sala 2, quella così detta “Delle Maestà”, dove tutto è rimasto come progettato dal Dream Team.

Racconta Giovanni Michelucci nel 1990 (poco tempo prima di morire) al Soprintendente agli Uffizi Antonio Godoli (1) : “Molto della progettazione avveniva così: giorno per giorno sul cantiere, venivano fatte delle proposte, le discutevamo tutti e tre e una volta d’accordo si andava avanti col lavoro; ma dei disegni non restava nulla, lo si dava al fabbro per esempio, o a quell’artigiano che era incaricato di eseguire quel certo lavoro. Gli esecutivi erano spesso sui muri, cioè quei segni che per il muratore servivano volta volta. L’opera nasceva via via a contatto con quei capolavori. Si faceva eseguire, si controllava l’esecuzione; l’architetto, secondo me, doveva stare il più possibile da parte nel senso che aveva il compito di vedere poi il risultato.”

“Furono momenti molto belli e interessanti. Ricordo che ci fu in un primo tempo una certa opposizione verso noi progettisti all’apertura di quella finestra in alto. D’altronde a nostro favore c’era il fatto che rimaneva tutta quell’altezza fra le opere e la finestra per cui la luce non può disturbare.”

Ed ancora : “È certo che per me la presenza del progettista si doveva sottrarre al massimo, noi dovevamo sparire. Si trattava semplicemente di appropriare le opere alle pareti con un lavoro di muratore. Non c’è dubbio che la personalità di Scarpa era difficile; era sempre attento ad avere la trovata, giusta si, ma che mettesse l’opera dell’architetto in evidenza e di questo se ne compiaceva. Io per principio mi ero posto di sparire di fronte alle opere di quella portata meditando moltissimo: l’idea di mettere un sostegno, per esempio di ferro, lo sentivo come un fatto di grande responsabilità, il risultato era far si che l’opera quasi naturalmente si mostrasse.”

Sempre Michelucci, racconta : “Si volle dare al soffitto un certo peso, un certo valore, Scarpa pensò al disegno dei ferri delle capriate e degli altri ferri presenti nelle sale come i telai dei lucernari, le transenne, i battiscopa. Poi ci fu l’invenzione della lastra di pietra con il grande Cristo del Cimabue che risolse lo spazio della sala in modo meraviglioso; l’opera fu posta in modo che se ne potesse vedere anche il retro, guardarla dava veramente un senso di piacere.”

In piedi, di fronte ad una finestra del primo corridoio della Galleria, sulla soglia dei 100 anni Michelucci ebbe a dire al Gozzoli in merito agli Uffizi : “Io ci ho lasciato il cuore in questa costruzione, l’ho sentita criticare nella scuola come cosa non riuscita di Vasari, ma essa è una grande opera di urbanistica: è la città stessa.”

Vale un viaggio a Firenze, la sola visita di questi “mitici” luoghi, sia per l’architettura espressa da questi “geniacci”, sia per l’immaginifico contenuto.

1 – Antonio Godoli, Michelucci e gli Uffizi, in Aa.Vv., Gli Uffizi. Studi e ricerche. Interventi museografici e progetti, Centro Di, Firenze 1994.

Dario Sironi

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Soliman


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Puo’, la luce, smaterializzare l’architettura per reinventarla ? Sembra di si, fino a farla diventare il supporto per racconti poetici e spettacolari in grado di coinvolgere decine di migliaia di spettatori. E’ quello che avviene ormai da qualche anno a Bressanone. La società francese “Spectaculaires – Allumeurs d’Images” grazie a sofisticatissime videoproiezioni animate di altissimo livello qualitativo, utilizzando le tecniche più avanzate di mapping, trasforma, la sera, il Palazzo Vescovile (Hofburg) di Bressanone, in un “incontro” tra architettura e video arte, stabilendo delle relazioni inusitate, curiose ed inaspettate. Relazioni che esaltano l’architettura, evidenziandola e disvelandola al meglio al comune spettatore, ma anche al cultore più sofisticato della disciplina. Piccoli e grandi, al di là della storia accattivante dell’elefante Soliman, vengono coinvolti dalla simbiotica espressione di luci, architettura e musica, in un racconto di circa mezz’ora, che ogni anno, attorno a Natale (in occasione dei mercatini), porta a Bressanone oltre 55.000 spettatori paganti. 

Raccontare storie, generare momenti sublimi, in luoghi, le architetture storiche, che testimoniano della trasformazione umana del paesaggio, e dell’intero pianeta, è un atto didattico estremamente importante che dà il senso del “transito terrestre” della specie umana. Nel bene e nel male.

Porre al centro l’architettura, e lo spettacolo che su di essa si proietta, per riunire un pubblico vasto attorno ad una storia comune, esaltando l’identità locale attraverso il divertimento. Fare del territorio e dell’architettura, l’epicentro dell’attenzione degli spettatori, troppo spesso “distratti” rispetto a queste tematiche. Sembrano i punti per un nuovo manifesto.

Qualcosa assolutamente da vedere e soprattutto da “percepire”, anche per riflettere su questa insolita, e stimolante liaison.

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Paesaggio Christologico


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Cinque chilometri di passeggiata di colore giallo dalia (tessuto in nylon poliammidico della ditta Setex di Greven in Germania), di cui due chilometri “flottanti” sull’acqua. Dieci milioni di euro (circa) di costo previsto. Un afflusso previsto tra il 18 giugno 2016 ed il 3 luglio (ma si parla già di una proroga al 10 luglio) di circa 40 mila persone al giorno, mentre il “floating piers” ne può contenere contemporaneamente al massimo 17.500.

Il “floating piers” poggia su 220 mila  cubi a pioli galleggianti in polietilene ad alta densità, riempiti di aria. Per ancorarli sul fondo dei sub francesi hanno posato delle ancore in calcestruzzo (di fabbricazione bulgara ed italiana) e metallo appositamente studiate. Una volta assemblati tra loro i galleggianti nell’apposita area di Moltecolino (300 mila metri quadrati), le parti del “pier” vengono trascinate con imbarcazioni sul luogo dove vengono fissati al fondale mediante appositi cavi ed uniti tra loro.

Il tutto progettato ed intensamente voluto, dall’artista Bulgaro/Americano Christo Vladimirov YavachevL’opera alla fine dei sedici giorni di esposizione, verrà completamente rimossa e sarà industrialmente riciclata. I 10 milioni di euro dei costi, anticipati dall’artista e dagli sponsor, saranno recuperati dalla vendita dei gadgets e delle opere create dall’artista (quadri, serigrafie, ecc.), come già avvenuto per altri suoi lavori..

Christo ha scelto il Lago d’Iseo dopo un lungo sopralluogo sui laghi del nord Italia, insieme a Germano Celant, rimanendo colpito dall’Isola di San Paolo e da quella di Monte Isola, nonchè dal piccolo borgo di Sulzano.

Una operazione artistica, di valenza mondiale, voluta anche dalla comunità locale, per il rilancio internazionale del turismo sul Lago d’Iseo. Costo di tutta l’operazione “pagato” dall’Ente di promozione turistica del Lago d’Iseo e della Regione Lombardia, in collaborazione con sponsor/partner privati (Ubi Banca, Iseo Serrature, Franciacorta Outlet Village).

Per 15 giorni il Lago d’Iseo sarà “l’ombelico del Mondo”, un luogo di confluenza per paesaggio, turismo, arte, che saranno per una volta,  finalizzati ad una grande operazione di “immagine” a livello mondiale.

Percorrere il “Floating Piers” sarà completamente gratuito. Il comune di Sulzano e quello di Monte Isola hanno predisposto piccoli padiglioni per accogliere i turisti e fornire cibo ed accoglienza.

Quello che interessa è il tentativo di sganciarsi dai soliti canoni di marketing turistico, per intraprendere una strada innovativa, probabilmente l’unica in grado di fare diventare il turismo italiano, un vero e proprio “motore economico primario” del Paese.

Comunque un’opera “maestosa” che nella sua artificialità voluta e palese, sia nel disegno che nei materiali, ci fa immediatamente capire tutta la violenza (e la bellezza) della specie umana, che da sempre modifica all’abbisogna, il paesaggio di questo magnifico pianeta.

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Genova vista dalla "promenade paesaggistica" che conduce al Museo Chiossone

A Genova esiste una “piccola chicca architettonica”, un edificio razionalista colto ed intelligente, collocato quasi in sommità di uno dei più interessanti belvedere cittadini.

Si tratta del Museo di Arti Orientali Chiossone.  Edoardo Chiossone fu grafico ed incisore di Arenzano, stabilitosi in Giappone, divenne conoscitore dell’arte locale nonché grande collezionista.

https://it.wikipedia.org/wiki/Edoardo_Chiossone

L’area dove oggi si colloca il Museo fu individuata nel luogo dell’antica villa neoclassica del marchese Gian Carlo Di Negro (1769-1857), bombardata e quindi demolita durante la II Guerra Mondiale. Il parco era stato creato ai primi del secolo XIX dallo stesso marchese Di Negro, che riconvertì un antico bastione delle cinquecentesche mura di Santa Caterina a fini residenziali, stabilendovi la propria abitazione. Il parco è stato oltre che orto botanico, anche piccolo zoo; oggi è uno splendido bellevue pubblico su parte del centro storico di Genova.

La progettazione, dell’attuale sede museale fu affidata dal Comune di Genova che ereditò la collezione Chiossone, all’architetto Mario Labò (1884-1961).

https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Lab%C3%B2

La fase costruttiva iniziò nel 1953 e fu compiuta nel 1970, nove anni dopo la morte di Labò. La collocazione del Museo all’interno del parco della Villetta Di Negro è davvero privilegiata. Immerso nel verde giardino che domina l’ottocentesca Piazza Corvetto, il Museo Chiossone si trova nel pieno centro di Genova e, tuttavia, occupa una posizione appartata e magnificamente panoramica. Un’isola felice nel caos del centro di Genova. Dal camminamento terrazzato che fiancheggia il Museo sul lato sud-ovest, si gode una splendida “landscape promenade” la veduta della città antica, con la distesa dei tetti d’ardesia, i campanili e le torri medievali stagliati sullo sfondo azzurro del Mare Ligure.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kHmZu7bquORM&usp=sharing

L’edificio museale è un esempio colto e raffinato, d’architettura razionalista in cemento armato con rivestimento esterno in cotto maiolicato, formato da un avancorpo con tetto a terrazza, sede della biglietteria e del bookshop, e da un corpo principale costituente il museo. Si tratta di un magnifico spazio a volume unico con un salone rettangolare al piano terreno e sei gallerie a sbalzo sulle due pareti lunghe, collegate da rampe di scale formanti un percorso continuo. E’ come se il museo (nel suo percorso museale, seguisse l’andamento dell’altura su cui è collocato). Semplici ed al contempo “opulenti” i dettagli, governati da una scelta intelligente dei materiali e da forme essenziali

L’allestimento espositivo fu affidato nel 1967 all’ingegnere Luciano Grossi Bianchi, che lo progettò e lo realizzò in collaborazione con Giuliano Frabetti, Direttore del Museo Chiossone dal 1956 al 1990, e Caterina Marcenaro (Genova, 1906-1976), Direttore del Settore Belle Arti del Comune di Genova.

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-di-arti-orientali-chiossone/

Un “gioiellino” poco conosciuto assolutamente da non perdere per la sua valenza paesaggistica, culturale ed architettonica.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

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