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Builders of the future

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Laburnum Anagyroides


Nella Valle d’Intelvi, ad Orimento, c’è un sentiero che conduce verso il Monte Generoso. Basta inoltrarsi per il facile sentiero costeggiato da faggi, che subito, il bosco è arricchito da una quantità sempre più crescente di alberi di maggiociondolo (Laburnum Anagyroides). Sono centinaia, forse migliaia, un vero e proprio bosco, fatto inusuale per un albero prettamente isolato. Vorrei potervi descrivere il profumo mieloso intenso ed inebriante, di questo bosco di alberi “velenosi” (in ogni sua parte e soprattutto nei semi – https://it.wikipedia.org/wiki/Laburnum_anagyroides ).

Nel sottobosco, costituito soprattutto da erbe montane (che proteggono le radici dei maggiociondoli durante i rigidi inverni), ma anche rovi di lamponi, mirtilli, ecc., un ronzio sinfonico di: api, bombi, vespe, ecc.., che si approvvigionano di polline, tra cui lo stesso maggiociondolo. Polline che non rende velenoso il miele prodotto.

Per arrivarci, siamo quasi ai confini con la Svizzera, sul Monte Generoso; da Como si percorre la sponda occidentale del Lario seguendo la Strada Statale SS 340 “Regina” fino ad Argegno. Poco dopo il paese di Argegno si sale a sinistra verso la Valle Intelvi fino al paese di San Fedele (https://www.lavalleintelvi.info/schede/paesi/san-fedele-intelvi/).
Superare la piazza centrale di San Fedele, arrivare fino al deposito bus ASF, quindi seguire a sinistra la via Monte Generoso/per Orimento, una strada piccola, asfaltata ma con molte buche. Dal piazzale di Orimento, un pratone recintato, si segue l’ indicazione sentiero alto del Monte Generoso. Luoghi bellissimi, con viste paesaggistiche meravigliose (https://lagodicomo.com/it/bosco-del-maggiociondolo/).

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Imprinting


SOPRA – Immagini delle Langhe nei dintorni di Dogliani

SOPRA – Città di Castello e dintorni (immagine dal canale Youtube di Città di Castello)

Attraversare le Langhe, durante i mesi invernali, per andare a vedere una mostra su Alberto Burri, alla Fondazione Ferrero ad Alba ( https://bit.ly/3gcKluK ), fa ben capire l’intimo legame che fa sì, che l’esperienza umana sia intimamente legata alle “forme antropizzate” del Pianeta su cui viviamo.

Trasformando la Natura planetaria, a nostro uso e consumo, inoculiamo in noi stessi, nella nostra specie, un senso paesaggistico, che è parte integrante ed indispensabile della nostra caratteristica di uomini in quanto specie.

Il laureato in medicina, Alberto Burri, nato a Città di Castello, divenuto pittore durante la prigionia negli Stati Uniti ( https://bit.ly/35vnLvc ), condivide con le Langhe le forme ed i colori del paesaggio.

Nei suoi quadri i colori e le forme, sono indubitabilmente condizionate, da questo “imprinting” iniziale, che lega l’Umbria al Basso Piemonte.

Nel 1963, su incarico di Giulio Einaudi (https://bit.ly/3KWlae3), lo Studio A/Z Architetti e Ingegneri di Roma progetta, con la consulenza critica di Bruno Zevi, la biblioteca di Dogliani, dedicata alla memoria di Luigi Einaudi (Presidente della Repubblica tra il 1948 ed il 1955 – https://bit.ly/3uaBIsK). Un prototipo, nelle intenzioni, da moltiplicarsi in centinaia di esemplari, per diffondere capillarmente la cultura nei comuni e nei quartieri urbani. Una delle poche architetture organiche co-firmate da Bruno Zevi (https://bit.ly/3ud0EAa).

Anche la piccola biblioteca di Dogliani, sembra rifarsi ad un rigoroso “senso del paesaggio” : nei piani orizzontali certamente mediati da Wright; ma anche nel suo disporsi a sedime lungo l’alzaia del Torrente Rea; al contempo però è anche evocazione dell’opera di Burri, nei colori, e negli accostamenti materici.

La qualità dei paesaggi, forma gli uomini, li condiziona e li caratterizza per tutta la vita: così come la materia e la poesia di cui sono fatti i luoghi.

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DORONA


Altinum (in prossimità dell’attuale Quarto d’Altino), divenne “Municipium” quando raggiunse il suo massimo sviluppo in epoca romana a partire dal II secolo a.C. Il processo di romanizzazione ebbe inizio intorno al 131 a.C., data della costruzione della via Annia. Altinum in epoca romana era una grande e florida città, tra le più importanti dell’impero, con oltre 30.000 abitanti. Si trovava ai margini della laguna veneta, protetta dai fiumi di risorgiva Sile, Zero e Dese, ed era un’importante nodo stradale dell’Impero Romano, poiché costituita sulla Via Annia (131 a.C.), che collegava Adria ad Aquileia passando per Padova, e dalla Via Claudia Augusta (47 d.C.), che arrivava fino al Danubio, passando dall’attuale Augsburg in Germania. Altinum fu anche uno dei più importanti scali dell’Alto Adriatico e la sua fortuna è in gran parte legata alla sua posizione ed alle vie di comunicazione citate, grazie alle quali la città si ingrandì con ville, templi ed edifici pubblici, e divenne “Urbs” già dal I° secolo d.C. Dopo l’editto di Costantino (313 d.C.) che concedeva libertà di culto ai Cristiani, Altino divenne sede vescovile con Eliodoro I, vescovo di Altino fino al 407 d.C. La decadenza della città altinate cominciò con l’invasione barbarica degli Unni di Attila nel 452 d.C., e nel VII secolo i suoi abitanti si trasferirono definitivamente sull’isola di Torcello (anticamente Turricellum, nome dato dagli altinati in ricordo della Turris di Altinum), dove fu trasferita anche la sede vescovile, creando così i presupposti per la nascita di Venezia.

Trasferendosi si portarono dietro anche delle “barbine” di uva ed impiantarono sulle isole alcuni vigneti. Si trattava di vigne di antico Trebbiano e garganega, chiamate “Dorona”. La viticoltura in Laguna esiste dall’alba dei tempi e Piazza San Marco fino al 1100 era un grande giardino con orti, vigneti e frutteti, quello che è noto come brolo. I campi a Venezia si chiamano così perché di fatto erano coltivati, dato che anche le piazze in una città in cui il novanta per cento dello spazio è occupato dall’acqua andavano sfruttate per sfamare il popolo.

L’isola di Mazzorbo, per le sue caratteristiche divenne il luogo ideale per produrre vino bianco fermo. Il vino dei Dogi veneziani, prodotto con un’uva che si era adattata al terreno salino ed al clima insulare della laguna. Il vigneto, da sempre fu gestito in maniera collettiva dalla popolazione.

Un muro ricostruito nel 1727, dai francesi, fu eretto per recingere i “preziosi” 10 mila metri quadrati di terra con 4000 piante d’uva Dorona, una esclusiva ed unica uva autoctona veneziana.

Oggi qui si trova la Tenuta Venissa: una vigna murata aperta al pubblico, dove passeggiare e rilassarsi nella magica atmosfera di questo luogo. La vigna murata del Venissa ospita il vigneto di Dorona di Venezia, un’uva autoctona veneziana, che era quasi scomparsa dopo la grande acqua alta del 1966. Oltre alla vigna si possono visitare gli orti, gestiti da nove pensionati dell’isola, che nei mesi primaverili producono le famose castraure (carciofi) di Mazzorbo. Parte della verdura prodotta negli orti viene utilizzata nel Ristorante Venissa, premiato con la stella Michelin, e nell’Osteria Contemporanea, che propone una cucina più informale. All’Osteria del Venissa è possibile fermarsi anche solo per bere un bicchiere di vino, godendosi la pace di quest’oasi verde nella laguna di Venezia. Sempre all’interno della tenuta, è presente il Venissa Wine Resort, che offre ai propri ospiti cinque eleganti camere, dov’è possibile soggiornare per vivere l’isola nei momenti più tranquilli e romantici: quando i turisti devono ancora arrivare, oppure rientrano in città, nelle isole di Mazzorbo e Burano si vive ancora quell’atmosfera paesana, che contraddistingue la vita dei suoi abitanti.

Al di là del muro, insistono le splendide forme architettoniche, del quartiere di Edilizia Economica Popolare, il cui progetto è degli anni 1980-87, ed è stato elaborato dal gruppo progettazione guidato Giancarlo de Carlo con Alberto Cecchetto, Paolo Marotto, Etra Connie Occhialini, Daniele Pini, Renato Trotta.

De Carlo interviene a Mazzorbo, con un doppio incarico, per il Comune di Venezia, attua la realizzazione del progetto planivolumetrico dell’area, per lo Iacp l’edificazione di 36 alloggi. La particolare delicatezza e singolarità dell’ambiente lagunare richiedono all’architetto specifici studi preliminari sull’inserimento paesistico e sulla cultura dell’abitare tipica degli isolani, che culminano nei due aspetti più rilevanti della progettazione: ricerca dell’integrazione dei percorsi di terra e acqua e sviluppo delle tipologie di alloggi, distinte in nuclei “mazzorbini” e “buranelli” a seconda della provenienza e delle esigenze degli abitanti. Al primo lotto residenziale di 36 alloggi, già costruiti e commissionati dallo Iacp veneziano, avrebbe dovuto seguire un intervento 4 volte più esteso, poi invece molto ridimensionato e ridotto a soli altri 15 alloggi Iacp, con riqualificazione del campo sportivo e una nuova palestra dotata di tribune. La complessa articolazione volumetrica ricercata per ogni unità abitativa, sottolineata da un efficace cromatismo mutuato dall’isola di Burano, rende l’insediamento residenziale nuovo per il linguaggio moderno con cui è realizzato, magnificamente inserito nel delicato equilibrio naturale di terra, acqua e cielo, spazi tradizionali e caratteristici dell’ambiente laguna.

Ai giorni nostri, il lusso esclusivo e perfetto della “Tenuta di Venissa”, che produce un vino da oltre 300 euro al litro, venduto in tutto il mondo nelle bottiglie in foglia d’oro del muranese Giovanni Moretti, e la dotta sapienza architettonica del quartiere popolare di De Carlo, lasciato “deperire” per mancanza di manutenzione, come tutte le “cose” pubbliche in Italia, si confrontano, dal punto di vista paesaggistico, proprio nel Vigneto “murato” (ma aperto al pubblico).

Ci vorrebbe un ennesimo “piccolo miracolo italiano”, facendo in modo che le due realtà collaborassero (cosa che oggi non avviene) in un sostentamento che non è solo economico, ma anche di idee e di cultura, dove architettura, paesaggio, enogastronomia, potrebbero restituire l’idea di una patria, intesa come tutto ciò che costituisce lo spirito, le radici, l’identità di un popolo : l’ Heimat direbbero i popoli germanici.

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Mausplatten


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Münster sorge a 1390 metri s.l.m. nel Vallese superiore, attraversato dalla Furkastrasse (la strada del Passo del Furka) sulla sponda destra del Rodano, che qui viene chiamato Rotten. Il centro di questo villaggio, con la tipica struttura compatta, è caratterizzato dalle tradizionali case in legno a ridosso l’una dell’altra e rivolte verso sud. Le cosiddette «Gommer Häuser» (case del Goms) sono state costruite vari secoli fa come costruzioni omni-comprensive, che riunivano sotto un unico tetto la parte abitativa e la parte destinata alle attività lavorative. Per proteggerle dai roditori, furono costruite su palafitte e protette con grandi lastre di pietra “Mausplatten” (funghi in pietra). Nel corso del tempo, il legno di larice con cui sono state costruite ha assunto una colorazione estremamente scura per effetto dell’irraggiamento solare. Molte datano tra il 1400 ed il 1500.

Si tratta di un’architettura dove la tecnologia del legno, si fonde con un’estetica che valorizza i dettagli tecnici, facendoli diventare elementi decorativi della facciata.

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Nel XVII e XVIII secolo, la regione del Goms (e, con essa, anche Münster) ha registrato un periodo di fioritura economica e culturale. Il transito dei mulattieri e il commercio di bestiame con la Lombardia attraverso il passo Grimselpass, il Passo della Novena o il Griesspass, nonché il mercenariato, portarono ricchezza in questa valle alpina. Testimonianza di questo periodo d’oro sono le settanta chiese e cappelle costruite nel territorio di Goms. Solo nella zona di Münster-Geschinen sono pervenute fino a noi sei costruzioni sacre, fra cui la famosa Marienkirche con il sontuoso e dorato altare maggiore tardo gotico del 1509.

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La messa in funzione delle strade di valico attraverso il Sempione e il Gottardo, come pure la ferrovia del Gottardo nel XIX secolo, hanno posto fine al transito di merci nel Goms. Al contrario, la costruzione dei collegamenti viari (collegamento alla ferrovia del Cervino-Gottardo nel 1914) ha dato impulso al turismo, oggi la fonte principale di reddito dei 400 abitanti della località.

Non lontano da Munster, il “Goms Bridge”, un ponte ciclopedonale strallato, inaugurato nell’estate del 2015, ha una lunghezza di 280 m e una larghezza di 1,40 m. Il ponte sospeso attraversa il fiume Rotten a un’altezza di 92 m. In questo premiato villaggio si possono ammirare nella piazza centrale i più antichi affreschi di Guglielmo Tell, risalenti al 1578.

Il nuovo ponte sospeso che sovrasta il Rotten (Rodano) permette di passare direttamente da Fürgangen al paesino di Mühlebach. A Fürgangen ci sono alcuni posteggi e una fermata della ferrovia della Furka.

Conclusa la visita del nucleo centrale del villaggio, con la chiesa e le case con dipinti che narrano la storia di Guglielmo Tell, il sentiero svolta sulla destra della carreggiata, prosegue lungo il pendio fino al grazioso Mühlebach con il più antico nucleo urbano con costruzioni in legno della Svizzera. Attraversando il ponte sospeso si rientra velocemente a Fürgangen.

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“24 FERMATE” – LA VIA REHBERGER TRA RIEHEN E WEIL AM RHEIN


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Sabato, 4 luglio 2020

Per una lunghezza di circa cinque chilometri, la Rehberger-Weg collega due nazioni, due comuni, due istituzioni culturali, ed innumerevoli storie. Si percorre tra Riehen e Weil am Rhein, tra la Fondation Beyeler e il Vitra Campus, tra la Svizzera e la Germania, e volendo si può arrivare fino in Francia, superata l’Autostrada E35 (la via delle Genti, come la chiamava Rino Tami) ed il Fiume Reno, al paesino di Village – Neuf e di Huningue (dove si trova il ponte ciclo pedonale autoportante più lungo del mondo – https://de.wikipedia.org/wiki/Dreil%C3%A4nderbr%C3%BCcke.  Il tutto scandito da 24 “accattivanti” piccole installazioni dell’artista Tobias Rehberger (nato nel 1966 a Esslingen am Neckar, vive e lavora a Francoforte sul Meno) – https://www.24stops.info/en/intro/

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E’ così possibile esplorare un paesaggio naturale e culturale molto diversificato, dove gli europei per centinaia di anni si sono fatti la guerra, si sono “scannati” con milioni di morti. Ci si può fermare per ammirare il paesaggio, sdraiarsi sull’erba, fare un picnic in luoghi appositamente attrezzati. Ambedue le realtà museali : Vitra e Beyeler, forniscono per pochi franchi/euro dei gustosi cestini da picnic. C’è pure un piccolo autobus elettrico, che relaziona i due luoghi, per le persone con difficoltà di deambulazione: alcuni giorni, prenotando, si può fare il percorso (aperto a tutti) con guide appositamente istruite. La Rehberger-Weg dà l’opportunità di conoscere e mettere in relazione la “ricca” storia della zona e della sua gente e contemporaneamente invita a fare un viaggio nella natura bellissima. Una natura antropizzata, più o meno saggiamente, ma che fa dei contrasti, la sua stessa bellezza. Ci si muove tra filari di vite, campi di cereali, maestosi alberi di ciliegio. E’ l’Europa, quella che tutti vorremmo, fatta di qualità, di cultura, di enogastronomia, di storia, di paesaggi sapienti, che qui ha la sua evocazione “plastica”. E’ soprattutto un percorso dove l’architettura (quella “buona” e di qualità) si inserisce, e dialoga magistralmente con l’ameno paesaggio circostante; in 5 chilometri si passa dal “Senatur” Renzo Piano della Fondation Beyeler (https://www.fondationbeyeler.ch/en/museum/architecture-and-nature), dove a fianco il “Vate” Peter Zumthor sta realizzando l’ampliamento (https://it.furniturehomewares.com/2017-05-05-peter-zumthor-extension-designs-renzo-piano-fondation-beyeler-riehen-basel-architecture-news), al Vitra Campus, dove è “collezionata” da decenni il meglio dell’architettura mondiale a firma di : Sanaa, Alvaro Siza, Frank O’ Gehry, Zaha Hadid, Tadao Ando, Herzog& De Meuron, Nicholas Grimshaw, ecc. (https://www.vitra.com/en-cn/campus/campus-architecture). Il tutto costellato da edifici e contenitori, che palesano la loro storia architettonica, magari minore, ma che costruisce un paesaggio morfologico, tipologico, particolarmente ricco e diversificato. In cinque chilometri, si passa dalle mostre d’arte del Beyeler (oggi – EDWARD HOPPER – https://www.fondationbeyeler.ch/en/exhibitions/edward-hopper), alle mostre di architettura e design della Vitra (oggi – GAETANA AULENTI, in Italia quasi dimenticata – https://www.design-museum.de/en/exhibitions/detailpages/gae-aulenti-a-creative-universe.html). E’ un percorso iniziatico, altamente istruttivo, che “spiega” la liaison tra architettura, paesaggio e natura, un atto didattico fondamentale, che qualunque essere umano dovrebbe affrontare prima o poi nella sua vita.

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La Filanda


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Costruito nel 1783, lo stabile “La Filanda Torriani-Balzani” a Mendrisio testimonia, nella sua denominazione e nella struttura muraria perimetrale, un passato storico significativo per l’industria manifatturiera dei filati.

Nella Filanda, una volta c’era la Manor che aveva ristrutturato l’edificio; nel 2009 il Municipio di Mendrisio ne era tornato proprietario.

Chi, come me, ne ha frequentato per cinque lunghi anni il parcheggio interrato adiacente, ha potuto vedere nascere questa struttura costata quasi 7 milioni di franchi.

Oggi è diventata, con l’inaugurazione del 15 e 16 settembre 2018, un centro innovativo per il Ticino: sarà contemporaneamente  biblioteca, ludoteca, videoteca, luogo d’incontro, sede di conferenze, mostre……. L’edificio è stato ristrutturato su progetto dell’architetto  Anne-France Aguet

https://www.annefrance-aguet.ch/profilo

La struttura soggiace ai rigorosi “standard ristrutturazione Minergie” (TI-479) diventando così un edificio altamente ecosostenibile.

https://www.annefrance-aguet.ch/single-post/2017/02/01/Ristrutturazione-Filanda-Mendrisio

La struttura dotata già di un notevole quantitativo di libri e riviste “a scaffale”, presenta anche numerose postazioni per lo studio ed il collegamento Wi-Fi, che la faranno diventare un’occasione ghiotta per gli studenti sia dell’Accademia di Architettura USI, che della futura (nascente)sede SUPSI.

Un edificio “La Filanda” che è soprattutto un interno, accogliente e comodo, con un piano (il secondo) ancora da ultimare. Spazi colorati e molto ben illuminati, materiali gradevoli al tatto e facili da manutenere. Forse la scala poteva essere “giocata” meglio dal punto di vista dell’architettura.

https://www.cdt.ch/ticino/mendrisiotto/198826/l-attesa-%C3%A8-terminata-inaugurata-la-filanda

Un altro progetto legato alla cultura del Canton Ticino, che diventa disponibile per i cittadini. Quale miglior investimento per il futuro. Direbbe un letterato colto : “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

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Veloci, ma lenti


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Torso con teschio lungo (fusione di alluminio 1973/2007) Scultura / HR Giger Kunsthaus Coira

Camminare, muoversi, è sempre un viaggio di scoperta all’interno di noi stessi, mentre gli edifici, il paesaggio, le strade, i volti, il clima e l’atmosfera dei luoghi, quasi inconsapevolmente, ci formano.

Andare veloci, per i più significa consegnare le esperienze all’oblio, come scrive Milan Kundera nel romanzo “La Lentezza” : Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è diretto proporzionale all’intensità dell’oblio. , ma è vera questa duplice equazione, oggi?

Recentemente con due amici (ambedue, come me, architetti), mi sono cimentato in un viaggio di un giorno, di circa 300 chilometri, in Svizzera, nei Grigioni (il Cantone più grande). L’obbiettivo era ambizioso, visitare una serie di edifici realizzati da Peter Zumthor, che tutti tre avevamo studiato, e conoscevano a “menadito”, per vedere se “le atmosfere”, e le “esperienze sensoriali”, descritte nei suoi libri erano effettive.

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Un viaggio siffatto è “giocato” emozionalmente sulla dicotomia tra passato e presente, tra velocità e tempo, che dovrebbero essere l’espressione sintetica dei nostri tempi: ma così non è.

Viaggiando velocemente, si è colpiti da una polifonia visiva d’immagini, sempre diverse, per poi ritrovarle, e ricostruirle, quando si rallenta fino fermarsi. Si viaggia come se fossimo gli astronauti del film “Interstellar” (https://bit.ly/1Q5jaLy), dove un buco nero accellera e rallenta la loro velocità,  consegnandogli “tempi” tra loro molto diversi.

A lungo andare, per il ripetersi di sequenze, di paesaggi, di architetture, di materiali, di volti, è possibile che qualcosa indebolisca il “farsi” del viaggio; però il sapiente contrasto tra i vorticosi movimenti (che il chilometraggio, e la molteplicità dei luoghi da visitare, impone), e gli improvvisi rallentamenti, necessari a visitare i luoghi individuati, fa si gli occhi, ed il cervello, continuamente sono “titillati “da” punti “, dove guardare per catturare un frammento. E ‘quindi innegabile, che proprio l’essere “veloci” e subito dopo “lenti” giova innegabilmente alla fruizione della bellezza unitaria che questi luoghi, seppur diversi (ma sempre legati da un filo rosso), riescono ad esprimere.

Ad aiutare in tutto ciò, vi è anche l’architettura zumthoriana, ancorata ai valori della memoria dell’uomo, ma anche vigile alle veloci pulsioni della contemporaneità. Una architettura fatta nella lentezza, ma in grado di operare “sintesi” foriere di un futuro aperto, a cui guardare con ottimismo e sicurezza di nuovo il cielo. 

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Il Torrione della vergogna (agosto 2017)


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Succede sulla meravigliosa e verde Isola di Sant’Erasmo, Laguna di Venezia (Comune di Venezia); 8 milioni di euro per il restauro di un immobile storico, stanno lì a “marcire”. Il Comune fa finta che l’immobile (La Torre Massimiliana, restaurata nel 2014) funzioni, gli eventuali avventori ed i bagnanti della vicina “Spiaggia dei Tedeschi”, scoprono che è completamente abbandonato da anni (dal 2015) e che non ha mai avuto una gestione manageriale degna di queste parole (spazio espositivo, bar/ristorante, ecc.), nonostante i soldi dei Cittadini veneziani e degli italiani spesi. Un’altra (l’ennesima) occasione persa il turismo lagunare minore. A beautiful country, la terra dei cachi !

D.S.

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Limoni e paesaggio


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Passammo davanti a Limone, i cui giardini, disposti a terrazze e coltivati a limoni, crearono un’immagine ricca e ordinata – Johann Wolfgang von Goethe,

Viaggio in Italia, 1786

Una magica alchimia tra paesaggio, clima “quasi” mediterraneo, architettura, ha fatto si che Limone del Garda sia da sempre il luogo più a nord del mondo dove crescono gli agrumi: cedri, limoni, bergamotti. Essi rappresentano i simboli naturali del clima mediterraneo che è proprio del lago, ed è quì  particolarmente evidente.

Per tutelare le preziosissime piante, ed i loro frutti, soprattutto durante l’inverno, nel corso del tempo si è sviluppata un’ architettura essenziale, semplice, che opera una sintesi tra paesaggio ed esigenze colturali. Mura alte, sapientemente orientate, cingevano le gradonate digradanti verso il lago (per proteggerle dai venti gelidi da nord); pilastri quadrati a maglia regolare consentivano di dispiegare un sistema di serramenti durante la stagione più fredda.

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Le origini delle serre di limoni, modernissimi ed efficienti “giardini ornamentali” risalgono al XVII Secolo, per garantire soprattutto un apporto di vitamine ai ceti benestanti austriaci. Poi divenne un’attività commerciale fiorente, che però, col tempo perse capacità concorrenziali. L’unificazione dell’Italia e la conseguente eliminazione dei dazi doganali, lo sviluppo delle reti di trasporto e la degenerazione delle piante per la malattia della “gommosi”, portarono al graduale abbandono di questa attività agricola.

Lentamente, le “macchine” per coltivare e proteggere i limoni, furono lasciate decadere.

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Le strutture, nel corso del tempo, vennero “occupate”; “colonizzate” per essere abitate. Divennero case, ristoranti, abitazioni, hotel, ecc.. Alcune ristrutturate con sapienza, conservandone le caratteristiche uniche per modernità e minimalismo; altre “brutalizzate” con interventi meno attenti.

Oggi solo alcune limonaie (quattro), sono ancora utilizzate per produrre i pregiatissimi agrumi, e sono visitabili : quella più interessante dal punto di vista della conservazione è la Limonaia del Castèl.

Bisogna però rilevare come, in tutto il paesino lacustre, l’architettura delle limonaie ha condizionato (e condiziona) qualunque nuova costruzione: imponendo uno stile, una misura proporzionale, data proprio da questa presenza architettonica, che potremmo definire “endemica”, ormai parte indissolubile del paesaggio.

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Qui sotto alcune immagini di “occupazioni” sapenti delle limonaie

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Dario Sironi

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