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Con i piedi in acqua


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“Resuscitare l’enorme edificio del ricordo”

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Ieri 22 luglio 2015, recatomi in studio, dopo una notte passata a cercare di dormire con una temperatura di oltre 33 gradi, ho visto nello sguardo dei miei collaboratori lo stesso tormento notturno.

La temperatura interna dei locali, nonostante fosse mattina, rasentava i 31 gradi. Le previsioni meteorologiche davano per il pomeriggio 39/40 gradi di temperatura esterna. Abbiamo quindi deciso, di comune accordo, di sospendere le “minime” attività lavorative, assolutamente tutte quante rimandabili facilmente ad altra data, e di trasferire tutti in altro luogo.

I “ricordi”, mi hanno condotto a circa 140 chilometri da Milano, dove da bambino mio padre (che lavorava in una ditta svizzera di collanti industriali) conduceva in estate la famiglia per piccole ascensioni giornaliere.

I Laghi Ritom e la Val Piora (di cui abbiamo già trattato in questo blog, in passato), costituiscono forse uno dei più bei luoghi montani delle Api Svizzere versante sud. L’altopiano di Piora, che sovrasta la Valle Leventina, è disseminato di una gran quantità di incantevoli laghi di montagna, resti dell’ultima era glaciale. Ricco di una flora alpina bellissima, l’altopiano situato a una mezz’ora scarsa a piedi dalla stazione a monte della funicolare (che ha la stazione di partenza da Piotta) di una ripidezza incredibile. Una delle funicolari più ripide al mondo.

https://it.pinterest.com/dariosironi/ritom/

Dall’Altopiano della Val Piora è inoltre possibile fare delle ascensioni in alta montagna, magari pernottando nei numerosi rifugi ed ostelli presenti in valle.

http://www.ritom.ch/home/

La digressione nell’incantevole paesaggio alpino svizzero, ha consentito al gruppo di passare una giornata al fresco (mai superati i 25 gradi), al sole, e di discettare in merito ai “massimi sistemi dell’architettura”. Disciplina che al di là delle “timide” presunte riprese del mercato immobiliare verserà ancora per molti anni in una condizione di estrema precarietà, sia economica che culturale.

http://www.repubblica.it/economia/2015/04/27/news/produzione_edilizia_confartigianato-112955671/

In tre punti la sintesi dei “discorsi con i piedi in acqua”, elaborati a lato del Lago Tom.

1 –  Spendiamo troppo tempo ad elaborare le giuste domande sull’Architettura che dobbiamo realizzare. A “flagellarci” in merito alla crisi del settore che perdura dal 2009. Bisogna dedicare più tempo alle risposte, che spesso ci vengono dall’osservazione di “cose” esterne all’ambito disciplinare dell’architettura : un quadro, un organismo biologico, una scultura, una bella persona, delle pietre, ecc..

2 – In architettura, sempre entrano in gioco delle “forze primitive”, quali : la gravità, la natura, la luce, il tempo, ecc., bisogna sempre fare implementare queste “forze” in quello che si progetta. Spesso un edificio realizzato esclusivamente di vetro oppure finito con una “pelle indifferente” non aiuta a fare ciò.

3 – Quello che ci affascina di più dell’Architettura è la continua ricerca di purezza, di finezza, di compattezza che si ottiene esclusivamente dall’osservazione del paesaggio mutevole, prodotto dalla modificazione continua introdotta dalla vita quotidiana della specie umana.

https://youtu.be/eQu_XONdMM4

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Il senso del tempo


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Raccontare le ore trascorse nel grande Parco, che sta vicino a casa mia, di fatto è raccontare di un dinamismo in cui “tempo” e “movimento” sono un tutt’uno, a definire quello che noi umani chiamiamo  “paesaggio”. Parola ostica, che in alcune lingue nemmeno esiste.

Il lento, ma preciso, peregrinare nel grande corpo vegetale del Parco, per tutelarlo e proteggerlo (avvenga in bicicletta o a piedi), presuppone un movimento nel tempo, che di fatto mi conduce a frequentare spesso gli stessi luoghi, in periodi diversi dell’anno. Periodi in cui sole, vento, pioggia, temperatura, vita e morte, agiscono sui luoghi stessi, trasformandoli in maniera sempre diversa. Anche poche ore in tal senso, a volte, presuppongono una modificazione notevole, una “scena” diversa.

Nulla di grandioso e tantomeno di definitivo. L’esilità della posta in gioco, il tempo, fa del Parco un progetto tranquillo in cui animali e uomini, il più delle volte, trovano ristoro. Un progetto in continua evoluzione, come è inevitabilmente la vita, sempre uguale ma sempre diversa.

Come se la fragilità dell’obbiettivo, l’unione tra tempo e vita, presupponga la sua ineluttabile immaterialità. E’ come se nel Parco e nei suoi luoghi “in movimento”, si riflettesse tutta l’economia migliore di un sapere, un’applicazione esatta del principio di collaborazione paritetica con la natura.

La storia ci parla poco del tempo, del tempo che passa, della durata, del tempo che consente incontrando il suolo (il terreno fecondo), di fare nascere gli esseri viventi vegetali e con loro tutta la biosfera planetaria. Del tempo, che è anche morte ineludibile e democratica di ogni cosa, vivente e non, di questa parte di universo. La storia preferisce raccontarci le forme ed i gesti sociali eroici e grandiosi dell’uomo, e delle sue imponenti costruzioni, dei grandi architetti.

Eppure è qui, nel Parco, nello spazio del tempo, che secondo me si delineano chiaramente le questioni del futuro. La vita, come dovrebbe essere per la morte, esclude la nostalgia, in quanto è cosa certa che nessun passato ha futuro, se non il ricordo.

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Sulle tracce


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Essere sulle tracce di un “paesaggio” fisico, che è anche interiore, significa trovare nei luoghi una serie di appigli fisici e mentali, che siano in grado di restituirci questa dimensione paesaggistica familiare. E’ una ricerca paziente, lenta, che porta via tantissimo tempo, probabilmente tutta una vita.

Vivere da architetto, da pittore o da scultore è come vivere da infermiere, da operatore ecologico. Per la totalità degli esseri viventi, la vita è un enorme spreco di tempo. Dalla stragrande maggioranza delle proprie ore (spostarsi, pulirsi, attendere, dormire, ecc.) non si ricava assolutamente nulla. Il tempo trascorre e basta, verso la nostra ineluttabile morte, che è la norma per tutte le cose e le creature viventi contenute in questa parte di universo.

Viviamo quasi tutti in un grande agglomerato metropolitano planetario, collegato anche solo virtualmente in rete, che cambia il nome dei luoghi da noi frequentati, esclusivamente per darci la sensazione di essere identificati e localizzati. In Italia, c’è l’abitudine di spostarsi senza interruzione tra tre o quattro città, per lavorare, per risiedere, per divertirsi, per fare acquisti. Ci si muove freneticamente tra questi luoghi, come si fa tra le stanze di una casa. Velocemente ognuno di noi impara a non abitare spiritualmente in nessun luogo, per poter credere che si abita dappertutto.

In questa estate 2014, piovosa ed insolitamente fresca, trascorsa tra Lavin, Zernez e Zuoz, in Engadina, inseguendo le “tracce” dell’esistenza di Alberto Giacometti e di Giovanni Segantini, ho avuto la netta sensazione di aver trovato il mio paesaggio fisico ed interiore.

Il segreto, probabilmente la luce, la montagna, la buona architettura, l’ottimo cibo e soprattutto le persone, che hanno fatto di questa parte della valle, un luogo dove l’arte e la cultura hanno ancora un posto molto importante all’interno della società. Lo vedi trascritto nella natura saggiamente antropizzata, riverberarsi fino all’architettura, al paesaggio, ed alle cose più insignificanti prodotte dall’uomo in questi luoghi.

Quì una mappa dei luoghi

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Lubenice


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Di solito, quando si fa riferimento al paesaggio, si intende comunemente parlare di tutto ciò che sta collocato sulla superficie terrestre (ed anche del suolo stesso). Di solito, con il termine paesaggio, si intendono gli spazi dove l’uomo vive, antropizzati all’abbisogna. Però, solo raramente il mare, l’oceano (che coprono il 75% della superficie terrestre), vengono intesi quale paesaggio; di solito vi partecipano quale sfondo, o ci si limita alle coste. Lo stesso succede per il cielo, l’aria trasparente che tutto avvolge. In realtà il paesaggio è la biosfera, la massa biologica e chimico-fisica del pianeta Terra nel suo insieme, in cui noi umani siamo irrimediabilmente immersi.

Siamo animali primitivi, rozzi, e se mai si potrà costruire un mondo migliore più coerente con la biosfera, questo lo si avrà a partire da una considerazione globale del paesaggio planetario. Ed un suo controllo potrà avvenire solamente con una diversa concezione di uso del tempo, nel silenzio controllato della musica, e non nella frenesia e nel rumore.

Perchè il paesaggio è innanzitutto silenzio : conquista ed ascolto della musica “silenziosa” di fondo che anima tutte le cose viventi e non. Un cuore che ritmicamente batte, una pianta che lentamente cresce, un battito di ali, il sibilo del vento, l’acqua che si infrange sulla costa. ecc..

Ecco che un’isola, stretta e lunga, di acqua, pietra, con una consistente massa biologica, può diventare l’oggetto di una riflessione sul paesaggio, a partire da un piccolo paese arroccato sulla sua cima più alta.

Un paese, Lubenice, in cima ad un costone roccioso, in dominanza del mare e dell’isola di Cherso. Un paese, dove il vento ed il clima rigido invernale, e l’arsura estiva, hanno ri-modellato la tipica architettura mediterranea, di chiara impostazione veneziana, in un’architettura sintetica (quasi un proto-razionalismo), fatta di finestre piccole, quadrate o rettangolari, volumi essenziali con sporti di gronda ridotti al minimo, intonaci grigi omogenei (che ricoprono i muri di sasso). Quì Perret o Loos avrebbero trovato le matrici delle loro poetiche.

Quì il tempo, le necessità microclimatiche e le disponibilità di materiali, hanno generato e modellato un paesaggio architettonico unico, che è la sintesi estrema del Paesaggio più ampio, della biosfera, che si stende all’orizzonte. Quì l’uomo si è ritagliato uno spazio paesaggistico bellissimo per vivere.

Quì il silenzio si è fatto Paesaggio.

Qui una mappa delle isole di Cherso e Lussino con individuati i luoghi visitati

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Fosco


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Nel Paese dove lavoro, lungo Corsobello, c’è una anziana signora, che vende libri usati, oppure li colleziona per gli avventori, questo bene non si sa. Durante la mia ultima visita, in compagnia di un mio collega di lavoro, letteralmente “scavando” tra i libri usati, mi è capitato tra le mani un volumetto delizioso. Il titolo era accattivante “Segreto Tibet” e l’autore ancora più stimolante. Infatti Fosco Maraini (1912 – 2004), lo conoscevo bene: etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta italiano, nonchè padre di quella Dacia Maraini che tanto ha dato (e sta dando) alla letteratura italiana. Ha avuto una lunga ed avventurosa vita, costellata di viaggi.

Per pochi franchi, tre, me ne sono impossessato di questa stupenda terza edizione (Edizione “Leonardo da Vinci Editrice” – Bari, 1959). Si tratta di un libro di etnologia, ma soprattutto è un racconto di viaggio, fatto dei percorsi, anche culturali, per arrivare nel Tibet (viaggi fatti nel 1937 e 1948) e soggiornarvi a scopo di studio. Magicamente il racconto del viaggio e degli incontri, si intrecciano con il “lunare” paesaggio tibetano. Il libro è corredato da bellissime foto in bianco e nero, eseguite dall’autore: fatte di volti, paesaggi, architetture. L’ho letto tutto d’un fiato, in un week-end, come precipitato in un meraviglioso oceano d’acqua, in una macchina del tempo che mi ha fatto rivivere quegli anni e soprattutto quei viaggi.

Scrive Fosco Maraini : “Per dare una idea generica del Tibet, dirò che è costituito da valli simili alle valli delle Alpi; gli stessi fianchi altissimi delle montagne salgono verso il cielo, gli stessi boschi di abeti, di larici, di pini ricoprono i pendii, ci sono gli stessi pascoli fioriti, le stesse creste rocciose nel sole, gli stessi torrenti. Eppure c’è anche qualcosa di diverso che si scopre piano piano conoscendo meglio i luoghi. Forse sarà la latitudine (siamo a livello col Fezzan – ndr. Regione della Libia), quando c’è sereno v’è molta più luce che nelle Alpi, più fuoco nell’aria. Del resto tutto è più grandioso e primitivo; i boschi sono piuttosto foreste primordiali come l’Europa doveva conoscerne nel Magdaleniano, i torrenti precipitano portando acque selvagge in corse fragorose e roteanti; non solo, ma i silenzi, le distanze, le altezze, tutto appare d’una scala eroica.”.

E ancora : ” Due cose colpiscono con vivezza quasi paurosa (e non le dimenticherò mai): la voce profonda, da caverna, intratellurica, con cui il lama legge le invocazioni agli dèi terrifici, e la danza delle mani nelle posture mistiche a seconda delle divinità chiamate. Mani che divengono serpenti; mani come corpo di ballo. Il resto dell’uomo giace dimenticato, assente , nel buio. Mani vive di vita loro al centro di un Tibet immenso e deserto: infinito come lo spazio e profondo come la giungla.”

Qui una mappa con le località attraversate da Fosco Maraini in Tibet

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Tognella / Gardella


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Ignazio Gardella, che nell’ultima parte della sua vita (novantaquatrenne) sembrava una dentiera che cammina: magro e consunto, aveva raggiunto quella “secchezza dell’anima” che solo i grandi esseri umani conquistano in senilità, come ben ci descrive James Hillmann nel suo libro “La forza del carattere”.

Gardella oggi, che si stanno completando i lavori di ristrutturazione della sua bellissima casa Tognella al Parco Sempione di Milano, probabilmente, nella sua arca funebre, si morderà in silenzio le ossa, per evitare di urlare.

La casa infatti risulta essere uno di quei restauri del moderno, molto, ma molto  discutibili, ad iniziare dal sopralzo/villula (Pastrufaziana che evoca il Gadda dela “Cognizione del dolore”), posto in copertura. Avvallato dagli enti competenti (Soprintendenza, Commissione per il Paesaggio) come una necessità impiantistico tecnologica, in realtà è una vera e propria addizione erculea architettonicamente avulsa dal progetto originario.

Fosse solo questo, ma all’occhio dell’osservatore attento le incongruenze sono parecchie: le tapparelle sono state realizzate con elementi dimensionalmente molto più grandi di quelle originali; lo stesso vale per le sezioni dei profili dei serramenti; le lattonerie  sono smaccatamente con angoli di apertura diversi; Il vetro cemento del blocco scale sembra non adeguato; le lampade dei balconi in rame avulse dall’architettura storica; le prolunghe in inox per mettere a norma i parapetti; la recinzione, un muro di nascondimento rispetto alla trasparenza voluta dal Gardella; gli intonaci rosati hanno l’effetto “nuvolato” pizzeria che non avevano nel progetto originale; ecc..

Insomma una vera e propria “porcata”, dove neanche il dibattito (sterile per capacità di incidere nella società milanese) promosso sul portale dell’Ordine degli Architetti di Milano, è servito a mitigare lo scempio. Scempio che non è solamente nell’entità volumetrico compositiva (con il sopralzo), ma soprattutto in quei “meravigliosi dettagli” minimali, dove certamente risiedeva Dio (e Mies Van der Rohe), di cui Ignazio Gardella era “Magister Artium” assoluto ed inarrivabile.

Un altro esempio di quello “Stile Milanese”, asciutto  lasciatoci dai Padri, che va alle ortiche in questi tristissimi anni bui (particolarmente bui a Milano) che conducono inevitabilmente, così facendo, ad un medioevo architettonico (senza la “M” maiuscola) milanese, prossimo venturo. Quello del dopo “fiasco” di Expo 2015.

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Il cielo e l’acqua


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Se in una giornata calda, vi rimangono nel serbatoio alcuni litri di carburante (oppure siete vicini alle Ferrovie Nord), non potete mancare di fare una visita al Lago del Segrino, tra Eupilio e Canzo, proprio sopra Erba. Sono circa 55 km. dal centro di Milano, che si percorrono agevolmente in circa 58 minuti. Se ci andate in ferrovia il tempo necessario, tra treno ed autobus è di circa 98 minuti.

Quì la natura è ancora prorompente e l’ottima sistemazione paesaggistica dell’uomo, ne fa una riserva di “delizie paesaggistiche” e di frescura. Assolutamente da evitare la domenica, per colpa di un afflusso pazzesco di turisti ed avventori, ma in qualunque altro giorno, non vi deluderà.

Quì una mappa del Lago del Segrino

Eseguire il percorso naturalistico, ciclo-pedonale, che circonda il Lago è veramente un’esperienza di paesaggio totalizzante. Ma la cosa più raccapricciante di quest’esperienza, è il paesaggio, il territorio della Brianza, che ci scorre sotto gli occhi per raggiungere il Segrino. Un Paesaggio una volta bellissimo, sistematicamente distrutto, nel corso del tempo da una congerie di cacofonie architettoniche che oggi si sono irrimediabilmente saldate tra loro. Di fatto realizzando una “città infinita” tra Milano ed Erba.  Tutto ciò, in contrasto con il luogo ancora bellissimo del Segrino, ci fa capire che siamo giunti ad un un punto di non ritorno: uomo, natura, cementificazione ormai non riescono più a coesistere in maniera sinergica ed equamente simbiotica.

Mentre scrivo, sto seguendo, attraverso una piattaforma informatica Webinar,  uno di quei corsi obbligatori per legge a cui sono vincolati alla partecipazione gli architetti per acquisire crediti formativi. Si tratta di un corso sul paesaggio dal titolo : “Conoscenza, tutela e valorizzazione del paesaggio”, organizzato dall’ Ordine degli Architetti di Milano (OAM) e dall’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) – http://bit.ly/1hHTWYV – . Vi partecipano soloni ed esperti quali : Umberto Vascelli Vallara, Silvano Tintori, Sergio Cavalli, Anna Rossi, Marina Cattaneo, ecc.

Ho ormai oltre 28 anni di professione dietro le spalle, spesso esercitata in ambiti paesaggistici e/o su edifici con vincoli monumentali. Per oltre 10 anni sono stato dapprima assistente al Politecnico di Milano e poi docente a contratto. Da quattro anni sono Presidente della “Commissione per il Paesaggio” di un comune della provincia di Milano. Da qualche tempo insegno in Svizzera, dove il Paesaggio (Territorio) è implementato nello stesso percorso di preparazione degli architetti fin dal primo anno. Posso quindi tranquillamente affermare di essere un “esperto” in temi paesaggistici e nella relativa legislazione di tutela.

Quello che sento pomposamente affermare, in questo triviale corso obbligatorio, è la glorificazione sistematica di una legislazione paesaggistica italiana, monumentale e becera, che discettando per decenni sulla terminologia (è meglio Paesaggio, Territorio, Ambiente, ecc.) e pochissimo sui contenuti effettivi, ha legittimato lo scempio che ci troviamo di fronte se da Milano, ci rechiamo al Lago del Segrino.

Ma costoro si rendono conto di quello che è avvenuto e che ogni giorno sta avvenendo in tutta Italia: ogni secondo che immancabilmente passa 8 metri quadrati di suolo agricolo e/o naturale vengono irreversibilmente fagocitati, con l’avvallo di chi si occupa della tutela del Paesaggio stesso, che non possiede (per legge) autorevolezza, ne strumenti legislativi che siano in grado di interrompere questo meccanismo perverso e folle.

Quando come Commissione per il Paesaggio, respingiamo un progetto, perchè realizzato non in coerenza con il vincolo paesaggistico a cui soggiace, il dirigente del settore, può con una sua determina ad hoc, farsene un baffo del parere di esperti (cinque), non retribuiti e scelti in maniera meritocratica in seguito ad invio di curricula.

Ma ci rendiamo conto tutti quanti che lasceremo alle generazioni future, andando avanti a distruggere sistematicamente il Paesaggio più che a tutelarlo veramente, un vincolo tale per cui il loro presente non gli consentirà delle scelte. Ma ci rendiamo conto dello squallore del quadro legislativo italiano in merito al Paesaggio, rispetto ad altre realtà europee. Ma ci rendiamo conto, noi architetti, che questa non è formazione ma merda allo stato puro !

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Riso (amaro) vercellese


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Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di circa 8 metri quadrati al secondo, ogni ora spariscono 2,8 ettari. Ogni giorno, a mezzanotte, se ne sono andati per sempre quasi 70 ettari. E questo capita per 365 giorni all’anno. La media europea di terreni cementificati è del 2,3% mentre 14 regioni su 20, in Italia, superano abbondantemente la soglia del 5% e alcune quella del 10%. A ciò ha corrisposto un progressivo stato di abbandono dei centri storici, ed una loro sistematica cementificazione a scopi speculativi. Insomma un inno al volume ed al nuovo.

Anche a Vercelli, come in molti centri storici italiani, tutto ciò che riguarda la polis (la città), vale a dire noi e i nostri figli, sia pure nel nostro ambito: riguardano il progressivo annullamento della memoria collettiva, della storia, che sono poi, anche la nostra vita ed ancor più il nostro modo di viverla, ma soprattutto il lascito per le generazioni future.

Infatti, troppo spesso, delle architetture nuove, brutte ed avulse dal contesto, vengono costruite demolendo una parte importante della storia, ed affogando nelle loro fondamenta di cemento i reperti storici della Vercellae Romana.

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Insomma una serie raccapricciante di distruzioni di ogni tipo, si concentrano nel centro storico di Vercelli. Scientemente si è dissipato, una parte considerevole del patrimonio urbano e storico, del Paesaggio italiano, ma soprattutto della memoria di una città. Il tutto additando la necessità di realizzare del nuovo per “incassare” gli oneri di urbanizzazione e di rifiutare il restauro, ed il recupero dell’esistente. Tutto ciò palesa soprattutto delle evidenti incapacità gestionali e di progettazione dell’Amministrazione comunale, ed anche di sviluppare delle politiche culturali adeguate, sia a livello locale, come a livello nazionale.

Per fortuna, che quel poco che rimane, fuori ed entro terra, riesce ancora a raccontare una storia urbanistica, architettonica e sociale, sofisticata, complessa e sofferta, fatta di un paesaggio antropizzato  bellissimo tra acqua e terra. Storia che spesso si confonde con le capacità produttive enogastronomiche di un territorio fertile e generoso, che può trovare nel turismo un nuovo motore per una crescita più sostenibile e coerente.

E’ arrivato il momento di ritornare ad una corretta pianificazione urbana, ritornando anche ad una definizione non speculativa delle trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti. Avendo come obbiettivo il conseguimento di un nuovo modello di sviluppo per il futuro. I decenni della liberalizzazione edilizia, non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi hanno reso ancora più brutti parecchi centri storici e rese ancor più disordinate le periferie urbane ed i territori agricoli attorno  Vercelli. Occorre dunque rinnovare profondamente le città, ritornare a costruire attraverso regole semplici ma con finalità chiare e precise, leggi e regole condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha tristemente caratterizzato questi anni.

Quì una mappa di Vercelli con evidenziate alcune eccellenza architettoniche e paesaggistiche

Ora per consolarci da questa Italia, cementificatrice, intrallazona e “mafiosa” di cui Vercelli è assolutamente rappresentativa, godiamoci una ricetta per consumare un prodotto agricolo vercellese di eccellenza, il riso. Una sintesi perfetta (il riso) tra : paesaggio, architettura ed enogastronomia.

RISOTTO AI PORRI E CAPRINO

Ingredienti per 4 persone

350 gr. di riso carnaroli superfino (utilizzato prodotto della Riseria Asigliano – Vc)

2 porri

parmigiano reggiano grattugiato

1 cipolla

1 carota

1 costa di sedano

olio extravergine d’oliva

burro

sale quanto basta

un bicchiere di vino bianco

PROCEDURA

Preparare un brodo vegetale con la cipolla, la carota ed il sedano e salarlo leggermente. In un tegame alto far rosolare con dell’olio extravergine d’oliva il porro mondato e tagliato a rondelle sottilissime per un minuto, versare il riso e farlo tostare leggermente, poi sfumarlo con un bicchiere di vino bianco. Continuare la cottura del riso versando man mano un mestolo di brodo vegetale.

A cottura ultimata, mi raccomando che il riso sia bene al dente, spegnere il fuoco e mantecare bene il risotto con il formaggio caprino, il parmigiano reggiano ed il burro, salare leggermente. Impiattare e versare eventualmente su ogni piatto un cucchiaio di parmigiano grattugiato. Un piatto delicato, soave, leggero.

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Barli Biber


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Prodotti nell’Appenzell (o Appenzello interno) fin dal XVI secolo, i Barli – Biber, devono la loro fama alla miscela speciale di spezie, miele, mandorle (gelosamente custodita e segretissima) ed al sofisticato processo produttivo dell’ impasto.

Di cosa sanno, difficile a dirsi, però vagamente hanno il gusto degli amaretti morbidi,  di certo il loro uso costante genera dipendenza. Si tratta di un prodotto dolciario che sviluppa molte calorie. La morbidezza estrema del Barli – Biber, ne fa una volta ingerito, masticato e trasformato in bolo, una miscela soffice che, raggiunto lo stomaco (soprattutto se successivamente si beve acqua o altro liquido commestibile), è in grado di triplicare il suo volume. Quindi  facilmente toglie la fame e dona un notevole senso di sazietà.

Viene ora da chiedersi perchè, in un blog che si occupa di architettura, stiamo parlando di un dolce tipico svizzero.  Perchè si tratta di un prodotto di “paesaggio”, intimamente legato ad un luogo, l’Appenzello, tra le regioni più amene, bucoliche e fiabesche (soprattutto d’inverno) della Svizzera. In nessun altro luogo della Svizzera il paesaggio collinare del Mittelland si alterna in maniera così stupefacente con l’ambiente montano dominato dalle falesie dell’Alpstein.

Qui nell’ Alpstein le formazioni rocciose spuntano come dal nulla, sviluppandosi fino ad oltre 2500 metri di altezzaMa l’Appenzello significa anche Democrazia Diretta, mediante le così dette assemblee rurali all’aperto. 

Ogni anno, l’ultima domenica di aprile, nell’Appenzell, gli elettori, aventi diritto, si riuniscono all’aperto, nella piazza principale della capitale del cantone rurale,  per decidere la politica cantonale. Questa originale, ed antica forma di democrazia diretta è denominata Landsgemeinde, ha un unico esempio similare nel  Canton Glarona.

La Landsgemeinde è un’assemblea solenne, in cui i cittadini (in passato solo maschi) con diritto di voto eleggono le autorità e deliberano su questioni particolari. Sviluppatesi dal tardo Medio Evo, le Landsgemeinden si tenevano anche in altri cantoni: Uri (dal 1231), Svitto (dal 1294), Untervaldo (dal 1309), Zugo (dal 1376), Appenzello (dal 1378), Glarona (dal 1387) e anche in diversi altri territori e valli dipendenti dai cantoni, incluse Bellinzona e Einsiedeln.

La Landsgemeinde adotta e può rivedere la Costituzione dello Stato e le leggi , può anche rivedere le principali decisioni e soprattutto le iniziative finanziarie. Inoltre i cittadini possono fare proposte, che devono essere consegnate per iscritto entro il 1 ° ottobre dell’anno precedente alla comunità rurale. Le proposte per le elezioni devono essere per acclamazione .

Nasce così un’insolita analogia, tra il dolce tipico dell’ Appenzello (Barli – Biber), il paesaggio bellissimo (Il paesaggio collinare prealpino e il maestoso Alpstein sono semplicemente meravigliosi quando sono ammantati di neve o in primavera con le fioriture), e la Democrazia Diretta (forma di democrazia nella quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, sono direttamente legislatori e amministratori del bene pubblico). Mangiare un Barli – Biber è un po come implementare il paesaggio, la storia e la cultura svizzera, compresa l’essenza stessa della sua struttura politica fondata sulla Democrazia Diretta.

Barli – Biber, di cui gli architetti, di solito ne vanno ghiottissimi, perchè fonte di ispirazione e di idee. Conosco un collega di origini trentine, residente a Varese, che esercita la sua attività principale a Chiasso, costui vivrebbe esclusivamente assimilando dei Barli – Biber .

Qui la ricetta tradizionale 

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