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Builders of the future

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Architettura

Degelo & Morger


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“I pasti quotidiani devono essere considerati come delle opere d’arte. La tavola è come una tela dipinta che ci insegna che oggi è una volta sola. L’immagine dipinta svanisce alla fine della giornata, ma il suo ricordo resta scolpito nella mente delle persone che erano sedute al nostro stesso tavolo. E’ qualcosa che i soldi non possono comprare, e che resta proprio in quanto svanisce. Costruire sapendo che scomparirà : come per i mandala di sabbia tibetani”   Banana Yoshimoto – Un viaggio chiamato vita – Feltrinelli 2010

Ecco l’architettura, con dei tempi molto diversi, molto più lunghi, è come un pasto, prima o poi svanisce, si sgretola, sotto il peso del tempo, spesso ci si dimentica immediatamente di chi l’ha progettata, sopravvive ad essa qualche foto, raramente dei disegni. Bisogna progettare e costruire “sapendo che prima o poi ogni cosa sparirà”.  Un giorno tutte le cose di questo nostro mondo, e di questa parte di universo, non ci saranno più, architettura compresa, ed allora forse conviene nella nostra vita accumulare il maggior numero di ricordi possibile.

Il Kunstmuseum Liechtenstein, a Vaduz, è stato costruito dagli architetti Meinrad Morger e Heinrich Degelo, insieme con Christian Kerez. L’edificio del museo è di grande complessità strutturale, ma esibisce un’architettura di grande semplicità e soprattutto discreta. Si tratta di una “scatola” di cemento colorato e pietra di basalto nero, la finitura esterna è stata lucidata in opera. Gli inerti neri mischiati ai ciottoli di fiume, offrono una colorazione studiata per formare un collegamento al paesaggio della valle del Reno. Le lunghe file di finestre aprono la base del cubo, offrendo un’inusuale rapporto tra  l’interno e esterno.

Un cubo di calcestruzzo, lucidato a mano, fino a tirarne fuori la componente ghiaiosa, l’inerte. La natura stessa del materiale, che si esalta, specchiando il paesaggio circostante, e soprattutto quando piove, mostrando tutta la sua bellezza di essere “paesaggio liquido”.

L’interno della “scatola nera” è un cubo perfetto bianco.  Come bianchi sono tutti i muri, mentre i pavimenti sono in listoni di legno. La pianta è libera e consente di realizzare diverse soluzioni espositive.

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Acciaio !


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Senza titolo-1 copia

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Sopra immagini dell’area ex Italsider di Bagnoli (Napoli)

Le acciaierie sono state il simbolo dell’industria pesante italiana e della classe operaia per almeno in secolo, come in molti altri luoghi produttivi europei. Nel 1994 chiude definitivamente l’Italsider di Bagnoli. Negli stessi anni è in corso lo smantellamento sistematico delle acciaierie Falck di Sesto San Giovanni. Nel 1985, a Sesto San Giovanni c’erano 12.750 lavoratori dipendenti Breda, Falck, e Magneti Marelli. Nel 1992, i dipendenti sono scesi a sole 700 unità. Ambedue i siti industriali soggiaciono, ad un apposita Legge per la loro riconversione, la n° 582 del 1996.

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Foto del T3 “La Pagoda” ex aree Falck a Sesto S.G. (Milano)

A Sesto, si trovano quasi improvvisamente concentrate, in pochi anni, un quantitativo enorme di aree dimesse. Quasi tutte le aree dimesse sestesi, vengono “valorizzate” dalle proprietà originarie (Falck, Magneti Marelli, Breda, ecc.) e vendute ad operatori immobiliari privati, e ad ogni passaggio di mano, aumentano di valore. Infatti le aree di si trovano in un punto nodale dell’area metropolitana milanese, altamente infrastrutturata. Alcune aree vengono parzialmente recuperate (PII ex Marelli), altre come al esempio la riqualificazione delle aree Falck, stentano ad avviarsi.

L’obiettivo a Napoli è diverso, si punta al recupero di Bagnoli, anche per bilanciare il forte inquinamento subito per decenni dalla popolazione locale, Per altro Bagnoli è stata un paradiso stretto fra Nisida e Capo Miseno, uno dei posti, in passato, più belli del mondo, affacciato su Ischia e Procida, che ancora oggi conserva un suo grande fascino. L’amministrazione pubblica qui interviene direttamente, quale proprietaria dell’area, ed attua un piano di riqualificazione

La legge per la riqualificazione delle acciaierie dimesse di Bagnoli e Sesto San Giovanni  è la stessa , ma i metri cubi da costruire, nel corso del tempo, sono cresciuti a dismisura, più a Sesto però, che a Bagnoli.

Viene quindi logico chiedersi, perché quello che si fa usualmente all’estero, ed in merito l’area della Ruhr (in Germania) docet, non si riesce a fare nella penisola italica? Nasce quindi il sospetto che questa “impasse” serva, proprio, laddove l’operatore è pubblico, a mungere denaro di finanziamenti pubblici europei, oppure laddove l’operatore è privato, a fare aumentare in maniera esponenziale il valore immobiliare delle aree.

Mentre a Sesto San Giovanni è la stessa amministrazione di centrosinistra, che in un momento di crisi dell’edilizia, “sostiene” gli operatori privati, con il tentativo (riuscito) di localizzare nelle ex Falck la così detta “Città della Salute”; a Bagnoli, dopo che per anni si sono dilapidati capitali pubblici (italiani ed europei), creando edifici male gestiti e già degradati, si partorisce un “topolino”, il concorso di idee per delle panchine da collocarsi nella “Porta del Parco”, dal titolo “Astipe ca ritrouve”.

Concorso di idee, aperto a tutti, dove a fronte della produzione di progetti ed addirittura modelli per panchine, con materiali da riciclo, si corrisponde al vincitore, un premio esiguo, direi micragnoso e svilente qualunque professione creativa, di 1.000 euro, al secondo classificato un corso per sommozzatore, ed al terzo una felpa, una borsa da palestra ed un libro. Organizzatrice, la società “Bagnoli Futura Spa”, la società di trasformazione urbana (STU) costituita nel 2002, tra il Comune di Napoli (90%), la Provincia di Napoli (2,5%) e la Regione Campania (7,5%).

Quindi due realtà molto simili, con modelli di gestione della loro riqualificazione molto diversi, e con percorsi molto dilatati nel tempo, eppure ambedue, in una situazione dove i cittadini, sono completamente succubi di scelte, spesso, troppo spesso, calate dall’alto.

Quale “Futuro” possano avere delle aree dismesse, così “maltrattate”, viene logico chiederselo. Soprattutto il “quando” inquieta parecchio, così come il tema “scottante” delle bonifiche dei terreni.

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La storia di Bagnoli Futura

Il sito web  di Bagnoli Futura

UN VIDEO SU COME DOVEVA (E POTREBBE) ESSERE BAGNOLI

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Bagnoli “Città della Scienza” – Pica Ciamarra Associati  (1996/2006)

La Città della Scienza a Bagnoli

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Bagnoli “Porta del Parco” – Silvio D’ascia (2010)

Il sito web della Porta nel Parco

Articolo del 27 luglio 2012, tratto dal “Repubblica” sull’inaugurazione della Porta del Parco a Bagnoli

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Bagnoli “Acquario Tartarughe” – AA.VV. (2011)

Articolo  sull’Acquario delle Tartarughe di Bagnoli

Articolo sulla gestione dell’acquario delle tartarughe

Con il rispetto del copyright elle immagini selezionate

Un terremoto di libri


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Alcune sere fa, ero comodamente stravaccato sulla poltrona “Ardea” di Carlo Mollino (produzione Zanotta), che con molti sacrifici, io e mia moglie (anch’essa architetto) ci siamo acquistati venti anni fa, quando ci siamo sposati. Il mio soggiorno, come tutta la casa, è caratterizzato da una moltitudine di libri, oltre cinquemila, che nel corso del tempo, hanno costituito una biblioteca, che di fatto circonda le pareti di quasi tutti i locali, coibentandoli. Un vero e proprio ricettacolo di cultura, e di polvere, che solo grazie alla genialità dello “Swiffer Dusters 360°” riesce ad essere precariamente bonificato settimanalmente. Mentre elucubravo, cose folli, tra la veglia ed il dormiveglia, i miei “stanchi” neuroni si sono focalizzati su quella  “massa cartacea”, e fantasticando mi sono posto questo inesistente problema.

Se improvvisamente, dovesse esserci, che so, un terremoto, un incendio, un gigantesco  Tsunami (?), dovendo scegliere alcuni libri, prima di fuggire, tra i volumi di questa biblioteca, a me tutti cari, e che costituiscono “pezzi” della mia memoria e della mia storia personale, quali salverei dal disastro, dalla “ruina”?

Ecco che allora, vi sottopongo, questa mia scelta essenziale, fatta per un architetto, che in preda al terrore, deve scegliere, scappando da un appartamento posto al quinto piano (senza ascensore), alcuni strumenti essenziali (non molto pesanti) per la propria sopravvivenza  “culturale”. Sono dieci volumi, che stanno comodamente in una ventiquattro ore, del peso circa di due chili.

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Un libro, quello di Calvino, che potrebbe essere utilissimo per ricostruire qualunque cosa : un edificio, una città, una società, una vita.

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Un libro per apprezzare le “rovine” ed il senso del tempo ad esse intimamente correlato. E dopo una catastrofe, qualunque essa sia sarà uno strumento indispensabile.

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Una raccolta di scritti del grande pensatore italiano, che spaziano sul significato del progetto, nell’architettura, nell’arte, nell’urbanistica, nella società.

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Dopo una catastrofe, bisognerà, pensare ad un “mondo nuovo”, partire dal libello di Friedman, significherà risparmiare molto tempo per realizzare una maggiore compatibilità tra uomo e natura.

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Una miniera, in cui “scavare” quando si è disperati, per assicurarsi pezzetti di certezza, di cui LC era portatore sano.

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Un libro che è un vero e proprio “elogio della lentezza”, per una progettazione consapevole ed a misura d’uomo.

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E’ esattamente l’opposto del libro di Zumthor, sopra descritto. Giusto, giusto, per ritornare a cullare il sogno di quella modernità che una catastrofe (e la crisi di oggi) sembra negare.

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Un libro di “politica”, su come si deve vivere con gli altri. Una lezione di sopravvivenza, da un uomo centenario, che attendeva con serenità la morte.

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Andare alla velocità del suono, alla velocità della luce, e continuare a progettare, a vivere, con la giusta filosofia.

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Come sarà il nuovo paesaggio dopo la catastrofe ? Quì le istruzioni per farne l’epicentro della società umana.

E’ questa una lista, assolutamente personale, che ho operato in soli 35 secondi (visto che il disastro qualunque esso sia non dà tempo ai ragionamenti), probabilmente non condivisibile da molti. Comunque, l’esperimento, oltre a darmi una “botta di vita”, mi ha consentito di stabilire, che in maniera assolutamente inconscia, già avevo concentrato negli anni, in una zona precisa della biblioteca, i libri a me più cari. Libri che di fatto ad oggi riempiono un solo scaffale, lungo circa 90 centimetri.

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Beton e Legno a Davos


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Kirchner Museum Davos 1992

Le prese per la corrente degli svizzeri, sono completamente diverse da quelli di ogni altra parte del mondo, e utilizzare un adattatore normale europeo, spingendo e trafficando, spesso non serve a niente, non funziona. Ci vuole l’adattatore svizzero, che è un oggetto assolutamente unico, una particolarità, che, se ce ne fosse bisogno, caratterizza ulteriormente questa esemplare Nazione.

ARRREEEEEa


La prima volta che sono stato a Davos era estate, una di quelle estati calde, che solamente l’alta montagna svizzera riesce a mitigare. Il mio obbiettivo era preciso, visionare lo Sport Zentrum Davos, che gli architetti Gigon & Guyer, avevano appena finito di completare. Quì ho anche potuto anche visitare il Museo Kirchner, sempre realizzato dai due zurighesi, non molto distante dal primo. Vi riporto, quì di seguito, alcune considerazioni, che abbiamo fatto allora con le persone che mi accompagnavano, un ingegnere e tre architetti.

Questi due edifici, costruiti nello stesso decennio, gli anni Novanta del Novecento, di fatto sono la dimostrazione della particolarità svizzera. L’utilizzo del legno e del beton, che caratterizzano la materia con cui sono finiti i due edifici, rappresentano, anche un “marcatore” necessario per caratterizzare la funzione a cui sono destinati . Ma soprattutto, servono, per inserirli al meglio nel paesaggio, a farli implementare nel corpo urbano e nella natura circostante.

Nel caso dello Sport Zentrum, il legno è asservito ad eseguire una “mitigazione”, di un impianto tecnico importante e quindi invasivo, rifacendosi alla grande architettura tradizionale del Canton Grigioni, costruita essenzialmente in legno, in moltissime sue componenti. Nel secondo caso, il Museo Kirchner, invece, la pietra “cotta e liquefatta”, il beton, riprende chiaramente la solidità monumentale delle montagne, che circondano la località sciistica. Quì il Beton  a vista, restituisce anche la necessità di essere, l’edificio, “contenitore sicuro”, “teca preziosa”, per le opere di Ernst Ludwig Kirchner (Aschaffenburg, 6 maggio 1880 – Davos, 15 giugno 1938) che è stato un grande e famoso pittore, scultore, nonchè incisore tedesco.

Ecco che, allora, i due materiali, scelti dai saggi architetti svizzeri Gigon & Guyer, diventano portatori dell’essenza stessa del paesaggio di Davos, facendo diventare i due edifici dei veri e propri Landmark, insostituibili, come lo è il paesaggio che li circonda. Ed il paesaggio svizzero, proprio perchè parte indispensabile della “diversità” di questa nazione, è oggetto di una specifica “concezione e strutturazione”, a cui si dedica un’ente apposito L’UFAM (Ufficio Federale dell’Ambiente).

Si legge nel documento CPS (Concezione Paesaggio Svizzero) : “Il paesaggio svizzero è il risultato dell’azione concomitante di processi naturali, fattori culturali ed economici e della percezione. L’influenza dell’uomo sul paesaggio è quindi duplice: da un lato è il prodotto dei nostri interventi sul territorio e dall’altro è la raffigurazione mentale di come noi lo percepiamo”. Il nostro modo di vivere, intendere e ricordare i paesaggi è strettamente influenzato non solo dai nostri stati d’animo, ma anche dai giudizi di merito dettati dalla nostra cultura. La stretta interazione che esiste tra uomo e natura, quì a Colmar appare quanto mai mediata dall’architettura e dalla materia, anche culturale (ma non solo), di cui l’architettura stessa è fatta.

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Sport Zentrum Davos 1997

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Mons Taegia


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La vita umana è estremamente breve, di solito dura un “battito di ali”, un attimo, il problema è che si ha la consapevolezza di ciò, di solito, solo quando si è nell’imminenza della morte. Appena si prende coscienza di questa condizione umana, e quindi a maturare (veramente), arriva il momento di dire addio agli amici ed ai parenti. Spesso non ci si rende conto nemmeno di ciò. L’amicizia, insieme al legame parentelare, è certamente la cosa più importante, ma ambedue richiedono sia sviluppata una condizione di buona convivenza, e di condivisione, ma anche quì difficilmente si riesce a stabilire ciò con tutti coloro che si incontrano durante la vita.

Alcuni giorni fa, un sabato, mi è capitato di recarmi nella “Brianza Felix”, per ameni motivi legati alla mia professione, con due cari amici, un uomo ed una donna. Eseguita l’ardua incombenza, ci siamo recati a Montevecchia (l’antica Mons Taegia), che si trovava lì vicino, con l’unico scopo di prelevare del burro dorato, dal “meraviglioso” laboratorio di Amabile Maggioni.

Se siete nei dintorni (ma non solo), non potete mancare di fare una visita a Montevecchia (metri 479 s.l.m.), un crinale, in dominanza del paesaggio, tra la pianura padana ed il Parco della Valle del Curone. Un tempo l’amena località era il luogo di incontro, durante i fine settimana, delle famiglie, a caccia di formaggini e deliziosi vini bianchi. Un luogo ideale per praticare le amicizie in deliziosi incontri conviviali, ed in lunghe passeggiate dedicate al cazzeggio e alle dotte considerazioni .

La giornata era stata piovosa e nebbiosa, poi all’improvviso un vento violento aveva spazzato la pianura padana. A Montevecchia si godeva un tramonto che esaltava il paesaggio di questa parte di Lombardia, con il costone arenaceo-calcareo, che emergeva, come un’isola, nel mare di nebbia in cui versava la pianura. Discutendo con i due amici, rimirando il paesaggio, mi è venuto naturale fare alcune considerazioni che ora vi racconto e che sono il frutto di quello che ci siamo detti, sentendo il suono delle campane dei vespri emergere dalla nebbia sottostante.

Da qualche tempo, in Italia, la cultura urbanistica ed ambientalista, si sta orientando verso il tema del consumo di suolo, prima completamente ignorato. Il territorio italiano, per conformazione (è molto montuoso) ha subito, nel corso del tempo, un consumo di questo “bene pubblico” molto alto. E la Lombardia è all’apice del consumo di suolo (la città infinita). Non ha senso oggi consumare altro suolo extraurbano, visto che le stesse città, espandendosi a dismisura hanno generato al proprio interno zone di degrado, aree dimesse o zone sotto-utilizzate. Bisogna dare priorità alla riqualificazione, al riuso, rispetto all’espansione indefessa, una rigenerazione che non sia una nuova cementificazione, ma l’occasione per “ossigenare” il tessuto urbano, per renderlo vivibile a dimensione umana, con un saggio equilibrio tra utilizzo del suolo, volume da insediare ed aree verdi. Le città di fatto sono come un grande ecosistema, mantenuto in vita da un flusso costante di materie ed energia. Tale flusso è presente sia in entrata che in uscita, però alla fine il flusso è squilibrato, mentre in un ecosistema naturale è sempre in equilibrio. Le attuali entità urbane sono dei sistemi che disperdono le risorse, consumandole. Le disperdono nelle acque, nel terreno, nell’aria. Eppure basta elevarsi, come qui a Montevecchia, che il territorio, il paesaggio, di Lombardia (ripeto, uno dei più “consumati” del mondo) appare come un entità ancora sanabile, ancora “riparabile”. Bisogna decrescere, bisogna consumare meno suolo, direbbero i più, invece io ritengo che bisogna trattare il suolo in maniera più saggia, consumandolo (poco) laddove necessario, e demolendo tessuto urbano laddove indispensabile (bonificando i terreni), per restituire terreno (tanto) al paesaggio dei centri urbani. Soprattutto bisogna costruire più in alto, con grande qualità architettonica, modernità e tecnologia, nei centri urbani, per poi demolire tessuto urbano di pessima qualità e liberare suolo nelle aree di degrado urbano (ossigenandolo) e renderlo disponibile all’agricoltura, agli ortisti, allo svago.

A sera siamo tornati verso casa, ampiamente riforniti di burro, formaggini e ricotta. Certamente empi di immagini in grado di scolpire i nostri cuori, oltre che le nostre menti.

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Exporre


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OLYMPUS DIGITAL CAMERA               Quì sopra, immagini dei lavori nel sito Expo 2015 a Milano (29/01/2012)

822 giorni all’alba (o forse, meglio, al tramonto) – Oggi 29 gennaio 2013, abbiamo eseguito l’ennesimo sopralluogo sul sito dove si stanno realizzando i “lentissimi” lavori per la realizzazione di Expo 2015. Il cantiere appare molto indietro, i lavori procedono come al rallentatore, mediante l’impiego di sparute maestranze, ed anche i mezzi meccanici utilizzati sembrano pochi. Le reti aeree sono ancora tutte da rimuovere, ed anche la viabilità interna all’area è ancora operativa, come lo sono le intense attività di prostituzione femminile, da sempre cifra stilistica dell’area.

Il 31 gennaio 2013, scaduti i termini per l’iscrizione al concorso internazionale di progettazione per il “Padiglione Italia di Expo 2015” (consegna 20 febbraio 2013). Nei “deliri” del bando si legge :

Il Padiglione Italia dovrà quindi esprimere a tutti i livelli questa relazione concettuale fra cultura e coltura, divenendo un laboratorio d’idee e creatività, proposte e soluzioni, uno spazio protetto e che, allo stesso tempo, offre visibilità per le energie fresche e giovani che operano nel nostro Paese. 
Un’architettura che offra un’immagine creativa e allo stesso tempo riconoscibile dell’italianità, né rappresenti l’identità oltre gli stereotipi e gli schemi consolidati, un’immagine inedita per un Paese in continua evoluzione“. 

t4_prpi__pad_regionaliUn’immagine recente di come sarà Expo 2015

Può l’architettura : “esprimere a tutti i livelli ….. una relazione concettuale tra coltura e cultura”? Può l’architettura di un singolo edificio essere: “l’immagine inedita di un Paese”? Può il testo di un bando, per un concorso di idee internazionale, essere così “farlocco”? Forse da architetti, ma soprattutto da Cittadini, dovremmo porci il perchè di un testo siffatto, per la realizzazione di un edificio così importante dell’importo presunto di circa 40 milioni di euro, collocato in un’operazione “usa e getta” di oltre 2 miliardi e mezzo di euro (viabilità e trasporti pubblici compresi). Edificio che è poi “imbrigliato”, sempre nel bando di concorso, da esigenze di rapidità realizzativa e di distribuzione funzionale.

Insomma dallo “splendido orto planetario”, poco costruito e con tanto verde, per favorire un’Expo diffusa nella città di Milano, pensato da Stefano Boeri e soci; si è passati al grande supermercato “stile outlet”, denso e molto costruito, con poco verde (soprattutto alberi), e con tutte le attività concentrate nel sito Expo, che è poi l’attuale masterplan in costruzione.

Ecco allora, nascere la necessità impellente di concentrare in un’unico edificio (il Padiglione Italia), le relazioni tra “cultura” e “coltura”, visto che tutto il resto è la solita banale rassegna “fieristica” di edifici frutto di una “folle ridda” di architetture strane, fatte per vendere i “prodotti” di ogni Nazione partecipante, e soprattutto degli sponsor.

Del tema originario “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e del suo progetto che ci ha fatto vincere la manifestazione, rimane poco (molto poco). Rimane solamente il classico modello di Expo, quello che abbiamo sempre visto, certamente meno splendido e dai numeri di visitatori, che saranno certamente più contenuti (di quello cinese), vista la crisi economica che attraversa tutto il mondo occidentale.

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Ossigeno


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OLYMPUS DIGITAL CAMERASopra immagini della Biblioteca di Adriano ad Atene

Giovedì 17 gennaio 2013, verso le 20,40, mi ero ormai rassegnato a guardare la televisione, flagellata come e’ dalla continua esibizione dei politici nostrani, lanciati verso la maggiore visibilita’ possibile, in vista delle Elezioni politiche di fine febbraio. Svogliatamente twittavo, in rete sul mio i-Pad, quando improvvisamente mi soffermai su un twitt, che rimandava al link di un evento che si teneva in quel momento a Roma. Giorni fa avevo letto su un giornale, che Alessandro Baricco, teneva nella capitale, quattro “letture”, ed essendo un suo estimatore, avevo fantasticato sulla possibilita’ di partecipare a qualcuna di queste serate, dai titoli ghiottissimi. Ecco improvvisamente quel link, da me prontamente visitato, mi consentiva, nella societa’ fluida 2.0 di godere in streaming della prima conferenza romana del  colto scrittore e saggista, nonché regista e musicista.
Sedata con il telecomando la sequela di immagini e voci televisive, vestite due comode cuffie, ho potuto seguire, sulla “tavoletta magica” un’ora e mezza di  una conferenza sapiente e raffinata. Il tema di fondo era il concetto di bellezza, di cultura, di sapere. Le sere successive, ho praticato come un’abitudine, questa attività dello “spettatore remoto”. Mi sembra interessante ora, trarre da ciò, alcune considerazioni.

Palladium, Roma 17 gennaio 2013 – Il Sapere

Palladium, Roma 18 gennaio 2013 – La Giustizia

Palladium, Roma 19 gennaio 2013 – Il Tempo

Palladium, Roma 20 gennaio 2013 – La Scrittura

Baricco, ha di fatto orchestrato, un ciclo di “letture/lezioni” che ci parlano, con degli esempi tratti dal sapere umano (libri, video, dischi, quadri, ecc.), della contemporaneità. Quasi un messaggio politico. Mentre, quotidianamente, una “folle ridda di voci”, dai media, calpesta e violenta i Cittadini/Elettori, lui, come i grandi letterati di un volta, da Hermann Hesse a Italo Calvino, ci fa un regalo (da consumato frequentatore delle scene), evidenziandoci i probabili punti di appoggio di un futuro possibile. Soprattutto, ci gratifica, oggi che siamo tutti un pò tristi  pensierosi, “schiacciati” da questo “progresso scorsoio”, e ci lascia un’immagine “bella ed affascinante” della nostra cultura umana. Ci lascia un’idea di sapere, di giustizia, di tempo e dello stesso scrivere, partendo dalle domande che tutti ci facciamo.

Ecco, Baricco, ci fa un regalo (da consumato frequentatore delle scene), ci lascia un’immagine sublime, che parte da Dick Fosbury, e passa da Kate Moss, Luigi XVI e Marcel Proust. Ci lascia un’idea di sapere, che trova nel termine “paesaggio”, la giustificazione della sua esistenza. Un sapere accogliente, sensuale ed al contempo bello come puo’ esserlo un paesaggio italiano dell’Appennino toscano, una montagna incantata ed innevata delle Alpi, oppure una spiaggia bianca con un mare cristallino come la costa della Sardegna. Perche’ il paesaggio e’ cultura, sapere, accoglienza, permanenza, ma e’ soprattutto estetica pura, in lenta, lentissima, costante modificazione. Lo stesso Baricco, con la sua presenza fisica, attoriale, la sua verve, il suo carisma sensuale (che e’ soprattutto vocale), domina lo spazio teatrale (il Palladium) in cui ha tenuto queste “letture romane”, e cosi’ ci dimostra egli stesso con le sue performance, che : “il sapere e’ permanenza all’interno delle domande”. Potremmo dire noi che questo “permanere”, questo “abitare”, presuppone la definizione di uno spazio, di un’ architettura del paesaggio in cui risiedere.

Nella povertà di idee e di trattazione dei veri problemi dei Cittadini, che il Paese Italia offre in queste “inquietanti” settimane pre-elettorali, il progetto di Baricco, oltre ad essere di un valore politico e culturale “alto”, ha una sua accattivante bellezza, perché democratico, ricco di contenuti, e  “costruttore di futuro”.

Niente a che vedere, per fortuna, con la “banale piattezza” dei comici, dei nani, delle ballerine, dei cittadini acefali, degli chansonnier di plastica e degli economisti sadici, che improvvisamente si inventano di essere degli autorevoli politici. Baricco riesce a farci comprendere che forse una speranza progettuale, anche politica, ancora oggi, forse c’è, pescando nella memoria culturale della specie umana, e creando connessioni sapienti, innovative, rivoluzionarie.

Ossigeno puro, da respirare a pieni polmoni.

Quì sotto immagini del museo Hermann Hesse e della casa dove visse a Montagnola (Svizzera)

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Prima e dopo (on typology)


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Quì sopra alcune immagini della Casa dei Sindacati Fascisti e dell’Industria, ora Camera del Lavoro di Milano – architetti : Angelo Bordoni, Luigi Maria Caneva, Antonio Carminati (1930-32) – Corso di Porta Vittoria 43

“La tipologia di un edificio è un’insieme di dati geometrici, tecnici e storici che stanno alla base di ogni progetto. Molte volte ho verificato questo; nel mio ultimo viaggio in Giappone mi era difficile distinguere la differenza tra alcuni edifici civili, religiosi, comunitari del passato. egualmente per alcune elaborate soluzioni contemporanee. La prima acquisizione della loro realtà è stata quella tipologica e cioè proprio il principio che univa tra loro architetture spesso molto diverse. Da questo ho potuto risalire a tradizioni, usi, ecc. che mi erano assolutamente estranei. Tutto quì, ma è molto. Nella pratica professionale, e tanto più quando i calcolatori e nuove tecniche diventeranno sempre più importanti (anche se già sono un realtà), la tipologia è un riferimento preciso. Lo sviluppo tecnico ha bisogno di chiarezza e sarebbe grave confondere la complessità e la sofisticazione degli strumenti  che possiamo o potremo usare, come una vacanza dalla ragione”.

Così dichiara Aldo Rossi in “Dieci opinioni sul tipo”, articolo di Casabella n° 509/510 del 1985, pagina 100 (numero monografico dal titolo : “I terreni della tipologia”). Un numero assolutamente da praticare per chi si occupa di progettazione. Volutamente, quindi, proprio per approfondire, con degli edifici reali, eccoci a “pescare” nell’infinita offerta architettonica, che una città come Milano, mette a disposizione. Un’offerta che è forse, troppo spesso, un pò vecchiotta e datata (come d’altronde ormai anche tutta la Casabella diretta da Vittorio Gregotti), ma offre sempre spunti interessanti e ghiotti per chi si occupa di progettazione, e si pone delle domande.

Ed in effetti, per poter approfondire la domanda, su cosa sia la tipologia, eccoci a “dimorare” presso due edifici milanesi, molto diversi, come la Camera del Lavoro (di Bordoni e soci) e la Casa Albergo (di Moretti) per caratteristiche costruttive, epoca di costruzione, materiali di finitura, destinazione funzionale, ecc., eppure contigui. Questi due edifici consentono una riflessione sulla tipologia, che non è semplicemente dare una risposta ad un quesito.

Infatti l’edificio di Bordoni, propone una tipologia ad “U” (o a “C” che dir si voglia),  aperta sulla pubblica via (a creare una piazzetta sopraelevata), abbastanza insolita per l’epoca, dove l’edificio istituzionale ad uffici, di solito si presentava con una tipologia compatta, chiusa a blocco. Lo stesso vale per l’edificio di Moretti, dove la tipologia ad “H”, si articola, a partire dagli spazi comuni del basamento (bar, soggiorno, reception, ecc.) su due edifici in linea di diverse altezze, con all’interno le camere ed i servizi,  insoliti per la modernità e la pulizia compositiva. Molto più avvicinabili all’architettura nordica per questo tipo di funzione (casa – albergo) che a quella italiana. Moretti, con questa tipologia si avvicinava così a Bottoni, Figini e Pollini, Marescotti, ecc., lasciandosi dietro quelli che poi diventeranno i “Brutalisti” : BBPR, Viganò, De Carlo, ecc..

I due edifici “dialogano con l’intorno”, ed emergono perentori, nello skyline di questa parte di città. La loro particolarità stà proprio nella diversa declinazione “anomala” di due tipologie. Ecco quindi, emergere che la tipologia è un’anomalia e non un vincolo. Ecco perchè la tipologia deve essere un riferimento preciso, come sosteneva l’Aldo Rossi, soprattutto all’inizio della progettazione, ma anche, poi, “praticarne” la trasgressione, è la norma della grande architettura.

Quì sotto alcune immagini della Casa Albergo di Luigi Moretti (1947-1950), in via Corridoni 22

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La Storia breve


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Se la storia di questo pianeta meraviglioso è breve, rispetto ai tempi dell’Universo, la storia dell’uomo, sulla Terra, è una frazione di alcuni secondi. Un lasso di tempo quasi insignificante. A questi pochissimi secondi che riguardano la storia di tutti noi, il costruire, l’architettura, e la trasformazione del paesaggio, sono ad essi intimamente legati. E’ come se la specie umana stesse attuando un “disegno”, forse per lasciare una traccia “geografica” della propria presenza, fatto di contrasti, tra natura ed artificio. Eppure dall’alto, il disegno, fin quì attuato dall’uomo (in questa “frazione di secondi”), sembra coerente, appare ben inserito, per nulla artificiale. E’ avvicinandosi, nei dettagli, che si disvela caotico ed infelice, anche se quà e là, nella storia umana, non mancano rapporti, tra natura ed artificio, che ancora oggi ci sorprendono.

Quì sotto alcune immagini della reggia Reale di Caserta (Napoli)

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