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Riso (amaro) vercellese


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Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di circa 8 metri quadrati al secondo, ogni ora spariscono 2,8 ettari. Ogni giorno, a mezzanotte, se ne sono andati per sempre quasi 70 ettari. E questo capita per 365 giorni all’anno. La media europea di terreni cementificati è del 2,3% mentre 14 regioni su 20, in Italia, superano abbondantemente la soglia del 5% e alcune quella del 10%. A ciò ha corrisposto un progressivo stato di abbandono dei centri storici, ed una loro sistematica cementificazione a scopi speculativi. Insomma un inno al volume ed al nuovo.

Anche a Vercelli, come in molti centri storici italiani, tutto ciò che riguarda la polis (la città), vale a dire noi e i nostri figli, sia pure nel nostro ambito: riguardano il progressivo annullamento della memoria collettiva, della storia, che sono poi, anche la nostra vita ed ancor più il nostro modo di viverla, ma soprattutto il lascito per le generazioni future.

Infatti, troppo spesso, delle architetture nuove, brutte ed avulse dal contesto, vengono costruite demolendo una parte importante della storia, ed affogando nelle loro fondamenta di cemento i reperti storici della Vercellae Romana.

IMMAGINE PITARDINA MODIFICATA copia

Pitardina distruzione 1 bis

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Insomma una serie raccapricciante di distruzioni di ogni tipo, si concentrano nel centro storico di Vercelli. Scientemente si è dissipato, una parte considerevole del patrimonio urbano e storico, del Paesaggio italiano, ma soprattutto della memoria di una città. Il tutto additando la necessità di realizzare del nuovo per “incassare” gli oneri di urbanizzazione e di rifiutare il restauro, ed il recupero dell’esistente. Tutto ciò palesa soprattutto delle evidenti incapacità gestionali e di progettazione dell’Amministrazione comunale, ed anche di sviluppare delle politiche culturali adeguate, sia a livello locale, come a livello nazionale.

Per fortuna, che quel poco che rimane, fuori ed entro terra, riesce ancora a raccontare una storia urbanistica, architettonica e sociale, sofisticata, complessa e sofferta, fatta di un paesaggio antropizzato  bellissimo tra acqua e terra. Storia che spesso si confonde con le capacità produttive enogastronomiche di un territorio fertile e generoso, che può trovare nel turismo un nuovo motore per una crescita più sostenibile e coerente.

E’ arrivato il momento di ritornare ad una corretta pianificazione urbana, ritornando anche ad una definizione non speculativa delle trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti. Avendo come obbiettivo il conseguimento di un nuovo modello di sviluppo per il futuro. I decenni della liberalizzazione edilizia, non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi hanno reso ancora più brutti parecchi centri storici e rese ancor più disordinate le periferie urbane ed i territori agricoli attorno  Vercelli. Occorre dunque rinnovare profondamente le città, ritornare a costruire attraverso regole semplici ma con finalità chiare e precise, leggi e regole condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha tristemente caratterizzato questi anni.

Quì una mappa di Vercelli con evidenziate alcune eccellenza architettoniche e paesaggistiche

Ora per consolarci da questa Italia, cementificatrice, intrallazona e “mafiosa” di cui Vercelli è assolutamente rappresentativa, godiamoci una ricetta per consumare un prodotto agricolo vercellese di eccellenza, il riso. Una sintesi perfetta (il riso) tra : paesaggio, architettura ed enogastronomia.

RISOTTO AI PORRI E CAPRINO

Ingredienti per 4 persone

350 gr. di riso carnaroli superfino (utilizzato prodotto della Riseria Asigliano – Vc)

2 porri

parmigiano reggiano grattugiato

1 cipolla

1 carota

1 costa di sedano

olio extravergine d’oliva

burro

sale quanto basta

un bicchiere di vino bianco

PROCEDURA

Preparare un brodo vegetale con la cipolla, la carota ed il sedano e salarlo leggermente. In un tegame alto far rosolare con dell’olio extravergine d’oliva il porro mondato e tagliato a rondelle sottilissime per un minuto, versare il riso e farlo tostare leggermente, poi sfumarlo con un bicchiere di vino bianco. Continuare la cottura del riso versando man mano un mestolo di brodo vegetale.

A cottura ultimata, mi raccomando che il riso sia bene al dente, spegnere il fuoco e mantecare bene il risotto con il formaggio caprino, il parmigiano reggiano ed il burro, salare leggermente. Impiattare e versare eventualmente su ogni piatto un cucchiaio di parmigiano grattugiato. Un piatto delicato, soave, leggero.

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Sulla Città di Milano


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Incontri sulla città di Milano

UMBERTO CONTARELLO versus MASSIMO CACCIARI

Corso Garibaldi 27, Milano, 28 aprile 2014 ore 21,00

Umberto Contarello – Questo incontro è un regalo, lui padovano, ma residente a Roma, non era mai riuscito ad incontrare in un dibattito avente come tema la città di Milano, il suo amico Massimo Cacciari. Da parecchi anni, Contarello nutre un desiderio di fare un film su Milano. Dichiara che le sue sceneggiature, sono scritte in modo che amplifichino la fascinazione, la malia (fascino, incanto, forza di seduzione). Dichiara di avere una vera e propria malia per Milano, pur non conoscendo la città, quasi per nulla. Sarà venuto a Milano, non più di sette volte nella sua vita, sempre per periodi brevissimi. Non  conoscendo Milano, ha perö un ricordo preciso e nitido, che sta all’origine di questa malia. A otto anni  in una giornata di pioggia a Padova, umida come solo la pianura padana riesce ad offrire, tornando da scuola con il padre camminando sotto i portici, si fermo’ davanti ad un’edificio. Un albergo dal nome Grand Hotel Storione, che con le sue finestre strette e lunghe e la facciata rosa, si stagliava tra gli archi dei portici. Davanti all’Hotel, si fermo’ un taxi, da cui scesero delle hostess ed un pilota. Per Contarello, quell’immagine fu “ammaliante”. Il padre gli disse che quell’edificio che lui trovava bellissimo era di architettura moderna, progettato da un’architetto milanese, Gio’ Ponti. Gli disse anche che a Milano la modernità si esprimeva attraverso l’architettura. Lui ed il padre (sostiene Contarello), dicevano moderno ma intendevano futuro. Milano è la città del futuro. Secondo Contarello il manufatto moderno ha una sua singolare bellezza nel calcestruzzo. Milano è anche la città del calcestruzzo (il grattacielo Pirelli), una bellezza quasi originaria, pietra liquida senza tempo. A lui piccolo, l’Hotel di Gio’ Ponti sembrava un’astronave bellissima. Milano ancora oggi è una città che “resiste”, anche se il suo amico Cacciari sosterrà certamente che le città non esistono più. Milano ha una bellezza che deve ancora venire, una metafora di un’astronave, una metafora del futuro.

Massimo Cacciari – Le città non esistono più, la loro definizione corretta oggi sarebbe metropoli. Resta però il fatto che Milano è la metropoli italiana più europea, anche se il suo mito, rispetto agli anni sessanta del Novecento, è ormai decaduto. Pure il concetto di moderno, secondo Cacciari, etimologicamente non è futuro, dato che, anche se si intende equipararlo al contemporaneo, questo è continuamente superato. La città infinita, teorizzata da alcuni urbanisti non può esistere, come ben dimostrato dalla mostra di Cesare De Seta al Museo Correr a Venezia dal titolo “L’immagine della città europea”. , il concetto di città è “finito” entro le mura, a ridosso delle cinture ferroviarie. Oggi che tutte le città del mondo si stanno omologando, senza un disegno complessivo e specifico (forma urbis), seguendo invece regole economiche ed immobiliari, e progettate tutte dalle stesse archistar, forse Milano riesce ancora ad essere narrazione, racconto. Di certo Milano non è poesia come invece è Roma. Milano ha un tessuto urbano connettivo che è la musica della prosa, proprio per questo Milano non deve seguire il moderno, che è futuro ormai passato. La bellezza delle metropoli non sono i monumenti, le architetture, ma le idee che ci sono dentro: i luoghi della cultura, della comunicazione, le accoglienti piattaforme di transito. Sempre più spesso la funzionalità delle metropoli (Smart City), la loro facilità di uso, è “bellezza” che si ricerca oggi. Milano ha tutte le caratteristiche per mettere insieme una realtà come questa, in quanto Milano è prosaica (ha il tono, il carattere della prosa) e non è poetica. La bellezza attuale di Milano è quella di rifiutare il legame tra futuro e modernità. A Milano si vive, si lavora, ci si mette in discussione, e così facendo si crea una comunità non organica che è lo stato delle metropoli contemporanee. Milano ha una bellezza fatta di incontri, di comunicazione, di produzione nascosta, di provvisorietà.

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Il senso del tempo


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Il film di Sorrentino “La grande bellezza”, sembra ormai lanciato verso un successo internazionale, inarrestabile e probabilmente meritato. Un film  parla del paesaggio urbano e sociale della città, Roma, che è una specie di “concentrato”, esasperato e probabilmente non veritiero dell’Italia e degli italiani. Una scenografia surreale e falsa, perche più vera del vero.

Una città, un paesaggio romano, in cui i ruderi, la macerie, fanno indissolubilmente parte dello sfondo di ogni fotogramma. Non si tratta solo delle macerie architettoniche ed artistiche, ma anche di quelle sociali. Corruzione, chiacchiericcio (da pollaio), perversione, indifferenza e quant’altro, fanno ormai parte indissolubile e predominante, dell’immagine di una società “accartocciata” su se stessa.

Il paesaggio romano del film di Sorrentino, è intimamente legato alla lettura soggettiva e culturale attuata dal regista, ma di fatto è anche l’ambiente in cui si muovono i personaggi “italianoti” elencati con lucida precisione. Soprattutto, è un meraviglioso giardino urbano, un territorio del sogno, in cui si raccoglie il meglio ed il peggio di un delirante e dissennato progetto politico attuato dalla società italiana.

La vista delle rovine sociali, ma anche delle numerose opere d’arte, attorno a cui agiscono i personaggi “surreali” descritti nel film, ci fa percepire in maniera palpabile l’esistenza del tempo. E’ un tempo non databile, sospeso, in questi continui rimandi tra passato e presente. Certamente non è futuro. In questo mondo di immagini e di simulacri, le rovine e le opere d’arte di cui è pieno il film (e l’Italia), ci fanno percepire la loro vocazione pedagogica, di costituire gli elementi che ancora oggi ci possono aiutare a darci il senso del tempo. Ed a costituire i “punti di appoggio” per una crescita possibile.  Cosa non facile in questi anni “bastardi” e trasgressivi, soprattutto in Italia, dove si è consolidata una mancanza diffusa nella popolazione dell’etica e della morale.

Siamo testimoni del “lento crollo” di un sistema economico e sociale, basato sullo sfruttamento sistematico di risorse inesauribili del passato : paesaggistiche, culturali, artistiche, enogastronomiche, ecc., su cui si sono “arricchite” ed hanno giustificato la loro esistenza numerose generazioni di italiani.

L’Italia è attualmente come il seme delle piante (non mi viene in mente un esempio più valido). Il seme addormentato, che trattiene il tempo, e trattenendolo, di fatto lo cancella. Può non succedere nulla per mesi, anni, talvolta per secoli. Questo niente cancella il tempo, ma conserva le possibilità di vita, rappresentata nel film di Sorrentino dai ruderi, dalle opere d’arte e dal paesaggio. Come un seme in quiescienza, si attendono le condizioni migliori per dare avvio ad una possibile crescita, ma intanto non succede nulla e si continua a vivere alla grande, nella trasgressione, richiusi, blindati nel nostro “sicuro semino”. Mentre le possibilità di vita (e di crescita) si riducono progressivamente e questo “nulla”, potrebbe essere una condizione per sempre.

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Architetture minori


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Sopra alcune immagini del la “Corte Verde” Progetto CZA

Dell’intervento di Garibaldi-Repubblica a Milano, certamente, vanno ricordati due “edifici minori”. Il primo, è stato la storica sede del PCI (Partito Comunista Italiano) milanese in via Volturno 33, progetto dello Studio Vudafieri Saverino Partners, che è diventato in pochi anni un grattacielo per residenze di lusso. Con una moltiplicazione esponenziale del volume esistente, che ha risvolti “comici” rispetto alla cortina edilizia esistente. Il secondo è l’edificio residenziale del “comparto Corso Como”,  il progetto, dello Studio Cino Zucchi Architetti, ha vinto un concorso lanciato dal committente Hines Italia Sgr, che ha conferito l’immobile nel fondo gestore degli investimenti immobiliari dell’Inpgi (l’Istituto previdenziale dei giornalisti). Il complesso si chiama Corte Verde e sorge in un contesto strategico nel cuore di Milano. Anche quì pochissimi alloggi collocati.

Dicevamo, due “edifici minori”: infatti non brillano certo per l’architettura, che sembra come soverchiata dalla opulenta magnificenza dei “vitrei” grattacieli Pelliani e dalla “verzura” delle torri Boeriane. Ad accomunare questi due interventi è il colore delle facciate, tendente quasi ad una condivisa nuance, giocata sulle tonalità di colore grigio, al marrone tendente al crema, e ad una certo “stile architettonico minore”. Un po desueto, triste e modaiolo.

Insomma a fatica, si cerca di completare l’intervento di Garibaldi-Repubblica, in piena crisi immobiliare, ma di certo l’architettura milanese non ci guadagna. Chissà se questi “edifici minori”, rientreranno nei tour turistici/architettonici, che ormai frequentano costantemente, Piazza Gae Aulenti e dintorni ?

Sotto alcune immagini di “Via Volturno 33” Progetto Vudafieri e Saverino

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Famelici, ci aggiriamo in queste serate estive, foriere di temporali improvvisi di inusitata violenza, e di caldi ed afosi tramonti, alla ricerca di nuove architetture degne di essere prese in considerazione. Alcune sere fa ci siamo imbattuti nell’ampliamento dello IULM (Libera Università di Lingue e Comunicazione) a Milano. A guardarlo, questo edificio in costruzione, viene immediatamente in mente il bellissimo film di Alfred Hitchcock, dal titolo “Psyco”. Il film prodotto nel 1960, racconta in estrema sintesi,  la storia di un ammalato di mente, Norman Bates, che completamente soggiogato dalla madre (uccisa e sotterrata in cantina), vive gestendo un Motel. Il film è tutto incentrato sul cambio continuo di personalità del giovane Bates (un grande Anthony Perkins), che a volte sembra normale, a volte si traveste impersonando, anche con la voce, la vecchia madre. Non a caso, sulla recinzione del cantiere, in corso di completamento del Knowledge Tansfert Center dello IULM (http://www.iulm.it/), si trova il manifesto della mostra attualmente in corso al Palazzo Reale di Milano, che ha come epicentro il grande regista inglese. Infatti come nel film “Psyco”, l’edificio progettato da 5+1AA, sembra soffrire di una “disgiunzione architettonica” di personalità. Dall’esterno, appare come un’enorme torre scenica, altamente tecnologica, di un teatro impossibile, mentre all’interno invece accoglie spazi universitari. L’inganno è notevole, e data l’altezza, attrae chi si imbatte nella sua mole colorata, che sovrasto lo squallido skyline milanese. Esattamente come nel film di Hitchcock, dove il “pislungone tenebroso” Perkins inganna con le sue “moine”  la belloccia e affascinante segretaria/ladra Marion Crane, per poi ammazzarla crudelmente (mentre si fa la doccia), una volta trasformatosi nella perfida madre.

Il cantiere è in corso di completamento, il progetto è del 2011, le finiture non sembrano male. Particolarmente “insolito” ed azzeccato quel vetro/cemento a tetraedro, posato sulla facciata nord-ovest. Il tutto tra le vie : Carlo Bo e Franco Russoli a Milano, per chi volesse fare “quattro passi nel brivido”………….

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http://www.5piu1aa.com/

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Milan Design Week (Fuorisalone 2013)


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Ed eccoci di nuovo, come ogni anno, alla settimana del design, dove Milano, improvvisando (ma non troppo), ed in maniera totalmente provvisoria, si trasforma, soprattutto nel Fuorisalone, in quello che non è durante tutto l’anno (se si esclude la esclusiva settimana della moda): essere una delle capitali mondiali di “qualcosa”. Di fatto durante la “Design Week Fuorisalone” Milano diviene, per una settimana, un enorme think tank (letteralmente serbatoio di pensiero), che elabora un workshop tematico, completamente (o quasi) gratuito, aperto a tutti.

Milano durante questi brevissimi giorni, esibisce se stessa (splendori e magagne), con tutte le contraddizioni e le duttilità del caso, elaborando così,  ciò che avviene normalmente molto più spesso, a Berlino, Zurigo o Londra. Aree dismesse, cantieri, spazi di lavoro, officine, strade, piazze, vincoli, ecc. diventano l’occasione per incontrarsi, visionare oggetti, discutere, progettare e fare business.

La “bolgia umana” che pervade il Fuorisalone, diventa di fatto un’antenna sensibile, delle trasformazioni in atto nella società italiana e mondiale. Per questo percorrere le strade del Fuorisalone, è un’occasione imperdibile per l’attento osservatore, che vuole cogliere l’attimo fuggente di uno scenario possibile, che forse sarà.

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Cosa ci dice quest’anno 2013, il Fuorisalone, cosa ci suggerisce, in un’attività multi-disciplinare di analisi comparata, che spazia dal design, all’architettura, alla sociologia, all’economia, al paesaggio?

Innanzitutto ci segnala : 1) Che la crisi ha modificato profondamente lo scenario espositivo, gli stand mirabolanti ed immaginifici, ricchi di gadgets,  di qualche anno fa, sono ormai pochissimi. 2) Che il pubblico è sempre più differenziato ed infarcito di stranieri soprattutto dei paesi emergenti (Cina, Russia, ecc.). 3) Che, nel design dei prodotti,  il tema dei materiali naturali e del riciclo è stato implementato alla grande quasi esclusivamente dai paesi stranieri (emergenti in primis), mentre in Italia stenta ad affermarsi. 4) Che le trasformazioni urbane in atto a Milano, atte ad accogliere meglio il Fuorisalone, sono lentissime e senza progettualità gestionale, basti per tutte il Museo di David Chipperfield nell’area ex Ansaldo (come esempio), quasi terminato ed abbandonato come uno “scatolone vuoto”, mentre  potrebbe diventare un Museo di arte contemporanea e design, sicuramente migliore e meglio allocato di quello esistente attualmente in Triennale. 5) Che nonostante timidi e sicuramente meritevoli tentativi, finalmente presenti, ancora molto si deve fare per legare design/enogastronomia/paesaggio/turismo.

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Infatti nel Fuorisalone 2013 di via Tortona, degli “stand enogastronomici”, per nulla oggetto di uno studio attento di design, quest’anno erano presenti, e forse rappresentavano il primo timido tentativo di legare i prodotti di design con il territorio lombardo. Infatti in questi stand, oltre alla vendita di prodotti agricoli che garantiscono la fornitura di un’assoluta eccellenza a “chilometri zero”, viene anche disvelato, alla moltitudine umana (soprattutto straniera) che in questi giorni frequenterà il Fuorisalone, la presenza di un territorio turistico assolutamente non trascurabile, e degno di essere visitato.

Più avanti, all’incrocio tra via Bergognone e via Tortona, un grande stand, promuove con il motto “Good food, in good design”, il MI-GUSTO, FARMER E GOURMET EXPERIENCE, dove delle vere e proprie star dei fornelli, si esibiscono in leccornie e prelibatezze, tra “sciure” super-eccitate e giovanotti, in giacca e cravatta, che sanno il “Cucchiaio d’argento” a memoria.

Manca ancora la connessione, decisa tra design, paesaggio e turismo, atta a trattenere i visitatori nell’area lombarda, per qualche giorno in più, rispetto alla settimana canonica, però molte delle realtà agricole e produttive, si dilettano (per campare) anche nell’agriturismo, che essendo molto economico, attrae soprattutto chi viene da lontano ed è alla ricerca di qualcosa di nuovo da sperimentare ed a buon prezzo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERASe avete qualche disponibilità di tempo, da oggi al 14 aprile 2013,  vale sicuramente la pena fare una visitina, nella bolgia di oggetti e di varia umanità che pervade in questi giorni, alcune zone di Milano. Soprattutto per trarre in merito, le proprie considerazioni. Certamente se farete ciò, vi colpiranno le “installazioni”, realizzate in uno sturbo collettivo di creatività, in prossimità dei cestini di raccolta dei rifiuti, testimonianze, che ad oggi, ancora molto si deve fare per rendere Milano ancora più accogliente e propositiva rispetto a tutta questa energia che si scaturisce annualmente nell’intorno del design.

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Masoala


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Il filmato che vedete qui sopra non è stato realizzato in Madagascar, ma a 289 chilometri da Milano, a Zurigo.

La foresta pluviale “Masoala”, dello Zoo di Zurigo, è la fedele ricostruzione di un pezzo di foresta pluviale del nord del Madagascar, oggi Parco Nazionale Masoala. Questo pezzo di “Africa”  è situato sotto una cupola trasparente (alta 30 metri) realizzata in “vesciche” di EFTE (montate su struttura metallica), un materiale che simula la luce solare, coibenta e consente di coprire, in maniera leggera, gli oltre 11.000 metri quadrati di superficie, mantenendo la temperatura interna tra i 20 ed i 30 gradi con un’umidità dell’80%. All’interno del Masoala, sono presenti oltre 17.000 piante e 430 animali liberi. Vie è persino un laghetto ed una grande cascata. Tutto il sistema è riscaldato e condizionato in maniera sostenibile con una centrale a pellets di legna, con un camino, bocchette di aspirazione ed un sistema di recupero del calore che immaganizza il calore in eccesso. Al funzionamento ed al mantenimento di questo ecosistema collaborano centinaia di esperti, ricercatori e scienziati.

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Si può essere d’accordo o meno con l’esistenza di uno zoo, però l’idea di evitare il “bombardamento del Madagascar” con centinaia di migliaia di turisti, che muovendosi peggiorano l’impronta ecologica complessiva del pianeta, è molto accattivante e sensata. Si è così deciso di realizzare un pezzo di foresta pluviale a Zurigo, per contrastare la deforestazione selvaggia nella grande isola nell’Oceano Indiano, attraverso un contributo che ogni visitatore dà, acquistando un biglietto. L’esistenza di questa grande serra a Zurigo, consente di contribuire al sostentamento dello Zoo e ad aiutare dei progetti per la salvaguardia del Parco Nazionale del Madagascar, nonché incentivare un turismo sostenibile e consapevole in loco.

A Zurigo è il Madagascar che viene a visitare la città e non viceversa.

Nel 2012, Zurigo, si è classificata seconda nell’apposita graduatoria sulla qualità di vita nelle città del mondo di dimensione medio/grandi;  prima in classifica Vienna. I parametri rilevati sono 39, tra i quali : situazione politica locale, situazione economica, cultura, sanità, vivibilità, spazi verdi e loro accessibilità, contesto sociale, mobilità e traffico, inquinamento atmosferico, clima, ecc..

A Zurigo si trovano Università eccellenti che figurano tra le classifiche internazionali, centri di ricerca e innovativi think tanks. Una moderata imposizione fiscale, un elevato livello dei salari, una forza lavoro qualificata, un’eccellente rete di collegamenti, nonché un contesto sicuro e stabilità politica rendono Zurigo un sito attraente per società provenienti da tutto il mondo. Ma non son tutte “rose e fiori”, Zurigo è anche una delle città più care al mondo.

Nell’area metropolitana di Zurigo vivono circa due milioni di persone. La popolazione straniera si attesta attorno a una quota del 30%. Il fatto che Zurigo è situata nel cuore del continente e sulla linea di congiunzione fra tre diversi spazi culturali europei (Germania, Francia, Italia), lo si percepisce anche nella vita di tutti i giorni. Il tradizionale multilinguismo di Zurigo e il suo spirito aperto fanno sì che i nuovi arrivati, provenienti dall’estero, si sentano presto a loro agio.

La Svizzera offre condizioni di quadro economico e sociale assolutamente favorevoli e affidabili. La La Democrazia Diretta e il federalismo, sono alla base della stabilità politica e la politica economica di stampo liberale è garante della libertà economica e commerciale.

A Zurigo, l’architettura, il paesaggio, come in tutta la Svizzera, sono continuamente oggetto di una riflessione collettiva, di una “Mise au point” (messa a punto di lecorbuseriana memoria), tesa al conseguimento di una qualità dello spazio collettivo in cui vivere. Anche le aree dimesse, godono di questa qualità diffusa, che ha come epicentro la condivisione con i cittadini .

Il Puls 5 della ex fabbrica di turbine, Sihlcity, l’area dell’ex birrificio Hurlimann, sono solo degli esempi di una sana politica urbanistica, che coniuga sviluppo con un ridotto consumo di suolo, soprattutto salvaguardando la memoria collettiva di una dimensione produttiva e lavorativa che non è più.

In queste aree ex industriali, dei veri e propri laboratori sociali, oggi ci trovi tutto: un supermercato biologico, un ristorante “alla moda”, spazi multifunzionali bar/negozio di biciclette/ristorante che assomigliano ad un centro sociale, uffici ultramoderni. Mentre ancora convivono attività industriali in piena città e casettine da cartolina Svizzera.  C’è anche molta filosofia comunemente accettata del vintage, del recupero, del riciclo, con un pizzico di modernariato (che non guasta), mischiato con locali alla moda, terrazze per aperitivi, negozi ipertecnologici di computer.

E’ proprio in questo estremo mix funzionale e sociale (in Italia quasi impossibile da trovare), che si generano le condizioni ideali di sviluppo di quella “fluidità di pensiero”, alla base della creatività. Creatività che è forse l’unico contenuto veramente spendibile oggi in Europa, per superare questa insistente crisi economica.

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Puls 5

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Sihlcity

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Birrificio Hurlimann

Quì sotto alcune immagini di Zurigo

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Muri dipinti


La pittura fu uno dei mezzi adottati in passato per rendere policroma l’architettura (anche all’esterno), per abbellirla ed impreziosirla, insieme a materiali da costruzione colorati, incrostazioni, mosaici, ecc.. Bastino come esempio le case di epoca romana rinvenute a Pompei con  gli apparati murali dipinti (III sec. A.C.), oppure gli edifici residenziali del centro storico di Lucerna (della metà del 1500 D.C.) con le facciate dipinte. Oggi sembra un aspetto quasi dimenticato, poco utilizzato, soprattutto quì in Europa. Quello che ancora sopravvive oggi, dell’arte pittorica muraria, è relegato al campo dell’illegalità vandalica, del Graffitismo.

Il Graffitismo è un’arte di confine, che utilizza l’architettura (muri ciechi, edifici dismessi, ecc.) quale supporto su cui collocare un’altra idea di città. Una città colorata, aggressiva, un urlo di protesta. Qualche volta, il Graffitismo contemporaneo è stato veicolato nel campo dell’arte, ma mai pensato come parte integrante del progetto di architettura.

Invece, come ci hanno insegnato Le Corbusier, ma anche Oscar Niemeyer, si può fare della decorazione, pittorica, musiva, o ceramica, degli edifici, uno degli elementi “forti” dell’ architettura. Un segno di distinzione, quasi una firma. Forse bisogna ritornare a “lavorare” (ed a rischiare) sulla superficie esterna degli edifici, non semplicemente con delle operazioni di grafica pura, delle “pelli”, ma con delle vere e proprie azioni disciplinari integrate.

tumblr_m2c6lzOrU41r70t2xo1_1280Le Corbusier (nudo) mentre dipinge un murales nella casa E-1027 di Eileen Grey a Roquebrune-Cap-Martin (Francia)

Quì il video : un Murales per Niemeyer a San Paolo (Brasile)

Un video sul “Mondo dei Murales”

Keith Haring – Murales di gruppo a Chicago

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Graffiti 3D – Esckaer

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Intervista a Dumbo, che spiega la sua filosofia da “graffitaro metropolitano”

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Diego Rivera – Pittore e Muralista Messicano

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Acciaio !


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Senza titolo-1 copia

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Sopra immagini dell’area ex Italsider di Bagnoli (Napoli)

Le acciaierie sono state il simbolo dell’industria pesante italiana e della classe operaia per almeno in secolo, come in molti altri luoghi produttivi europei. Nel 1994 chiude definitivamente l’Italsider di Bagnoli. Negli stessi anni è in corso lo smantellamento sistematico delle acciaierie Falck di Sesto San Giovanni. Nel 1985, a Sesto San Giovanni c’erano 12.750 lavoratori dipendenti Breda, Falck, e Magneti Marelli. Nel 1992, i dipendenti sono scesi a sole 700 unità. Ambedue i siti industriali soggiaciono, ad un apposita Legge per la loro riconversione, la n° 582 del 1996.

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Foto del T3 “La Pagoda” ex aree Falck a Sesto S.G. (Milano)

A Sesto, si trovano quasi improvvisamente concentrate, in pochi anni, un quantitativo enorme di aree dimesse. Quasi tutte le aree dimesse sestesi, vengono “valorizzate” dalle proprietà originarie (Falck, Magneti Marelli, Breda, ecc.) e vendute ad operatori immobiliari privati, e ad ogni passaggio di mano, aumentano di valore. Infatti le aree di si trovano in un punto nodale dell’area metropolitana milanese, altamente infrastrutturata. Alcune aree vengono parzialmente recuperate (PII ex Marelli), altre come al esempio la riqualificazione delle aree Falck, stentano ad avviarsi.

L’obiettivo a Napoli è diverso, si punta al recupero di Bagnoli, anche per bilanciare il forte inquinamento subito per decenni dalla popolazione locale, Per altro Bagnoli è stata un paradiso stretto fra Nisida e Capo Miseno, uno dei posti, in passato, più belli del mondo, affacciato su Ischia e Procida, che ancora oggi conserva un suo grande fascino. L’amministrazione pubblica qui interviene direttamente, quale proprietaria dell’area, ed attua un piano di riqualificazione

La legge per la riqualificazione delle acciaierie dimesse di Bagnoli e Sesto San Giovanni  è la stessa , ma i metri cubi da costruire, nel corso del tempo, sono cresciuti a dismisura, più a Sesto però, che a Bagnoli.

Viene quindi logico chiedersi, perché quello che si fa usualmente all’estero, ed in merito l’area della Ruhr (in Germania) docet, non si riesce a fare nella penisola italica? Nasce quindi il sospetto che questa “impasse” serva, proprio, laddove l’operatore è pubblico, a mungere denaro di finanziamenti pubblici europei, oppure laddove l’operatore è privato, a fare aumentare in maniera esponenziale il valore immobiliare delle aree.

Mentre a Sesto San Giovanni è la stessa amministrazione di centrosinistra, che in un momento di crisi dell’edilizia, “sostiene” gli operatori privati, con il tentativo (riuscito) di localizzare nelle ex Falck la così detta “Città della Salute”; a Bagnoli, dopo che per anni si sono dilapidati capitali pubblici (italiani ed europei), creando edifici male gestiti e già degradati, si partorisce un “topolino”, il concorso di idee per delle panchine da collocarsi nella “Porta del Parco”, dal titolo “Astipe ca ritrouve”.

Concorso di idee, aperto a tutti, dove a fronte della produzione di progetti ed addirittura modelli per panchine, con materiali da riciclo, si corrisponde al vincitore, un premio esiguo, direi micragnoso e svilente qualunque professione creativa, di 1.000 euro, al secondo classificato un corso per sommozzatore, ed al terzo una felpa, una borsa da palestra ed un libro. Organizzatrice, la società “Bagnoli Futura Spa”, la società di trasformazione urbana (STU) costituita nel 2002, tra il Comune di Napoli (90%), la Provincia di Napoli (2,5%) e la Regione Campania (7,5%).

Quindi due realtà molto simili, con modelli di gestione della loro riqualificazione molto diversi, e con percorsi molto dilatati nel tempo, eppure ambedue, in una situazione dove i cittadini, sono completamente succubi di scelte, spesso, troppo spesso, calate dall’alto.

Quale “Futuro” possano avere delle aree dismesse, così “maltrattate”, viene logico chiederselo. Soprattutto il “quando” inquieta parecchio, così come il tema “scottante” delle bonifiche dei terreni.

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La storia di Bagnoli Futura

Il sito web  di Bagnoli Futura

UN VIDEO SU COME DOVEVA (E POTREBBE) ESSERE BAGNOLI

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Bagnoli “Città della Scienza” – Pica Ciamarra Associati  (1996/2006)

La Città della Scienza a Bagnoli

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Bagnoli “Porta del Parco” – Silvio D’ascia (2010)

Il sito web della Porta nel Parco

Articolo del 27 luglio 2012, tratto dal “Repubblica” sull’inaugurazione della Porta del Parco a Bagnoli

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Bagnoli “Acquario Tartarughe” – AA.VV. (2011)

Articolo  sull’Acquario delle Tartarughe di Bagnoli

Articolo sulla gestione dell’acquario delle tartarughe

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