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Cultura

CTONIO


In Corso Venezia 52 a Milano, ha aperto al pubblico il 7 settembre 2022, un nuovo museo etrusco con nuovi spazi espositivi ricavati nella vecchia sede, appositamente restaurata e ampliata, della Fondazione Luigi Rovati. Il progetto, molto complesso per i rigorosi criteri di sostenibilità (ha il suo appeal architettonico massimo, nella parte ipogea, ispirata alle tombe di Cerveteri), è dello studio MCA Mario Cucinella Architects.

La scala che dall’Atrio, conduce agli spazi espositivi sotterranei
I ricorsi in pietra serena che caratterizzano soprattutto i sotterranei

Agli spazi sotterranei si accede direttamente dall’ingresso principale: attraverso una scala rivestita completamente di pietra serena (pietra delle cave tosco-emiliane), si arriva così allo spazio espositivo composto da tre sale circolari e una grande ellittica. In pianta la forma che ne risulta è “organica”, quasi “biologica”. Questo spazio ctonio è modellato da ricorsi di pietra che, generano uno spazio dinamico, mosso. Come puntualizza lo studio Associato di Mario Cucinella (MCA): «La scelta di una unica pietra, quella serena, racconta di una materia estratta da profonde cave di Firenzuola, che dà un senso di uno spazio scavato sottratto proprio come nelle cave; opere di architettura di inconsapevole bellezza. Le rigature orizzontali delle pietre, dovute alla dimensione del concio di cinque centimetri di spessore e un metro di lunghezza e distanziate di cinque millimetri tra loro, creano un effetto di sospensione di questa imponente massa che contrasta con i puntini lucenti dovuti alla presenza di scagliette di Mica nella miscela della pietra».

Per ricavare questi livelli ipogei, l’edificio è stato letteralmente “puntellato e sostenuto”, negli spazi superiori, per poter scavare (demolendo le fondazioni storiche) ed acquisire questi nuovi spazi museali.

Il nuovo museo conta una superficie di 3.500 mq per sette piani, due interrati che ospitano il museo vero e proprio.

Oltre al Bookshop, e ad un giardino nell’interno della corte, è stato dotato anche di un ristorante e di un caffè bistrot affidati allo chef Andrea Aprea, due stelle Michelin.

Il Museo doveva aprire nel 2018, ma le numerose difficoltà tecniche, ne hanno rallentato l’apertura fino ad oggi. I costi dichiarati da Ediltecno, l’impresa costruttrice, sono di circa 21 milioni di euro – https://bit.ly/3RKgBqn

Spazi eleganti, che bene si integrano con la funzione museale, dettagli benfatti, uno dei pochi progetti completamente convincenti di Mario Cucinella. Ottimo l’allestimento museale.

Gratuita la visita del museo, sino alla fine di settembre 2022; dopo 16,00 euro.

Sopra – Immagini dello spazio museale interrato
Gli uffici della Fondazione Luigi Rovani, posti al Piano Primo
Spazi museali posti al Piano Secondo
Spazi museali posti al Piano Secondo
Il meraviglioso giardino nel cortile retrostante
Il meraviglioso giardino nel cortile retrostante
Uno schizzo di Mario Cucinella
Un altro schizzo/sezione di Cucinella

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

La casetta vicino alla Fucina.


Le Dolomiti viste da Nova Ponente
Il Fiume Ega

La casetta di Walter Pirchler (al centro) e la Fucina (che si intravvede sulla destra)

La casetta.

1 settembre 2022, Nova Ponente

Intellettuale, scultore, architetto, Walter Pichler nasce nel 1936 a Nova Ponente (Deutschnofen) in Val d’Ega, Alto Adige. La sua famiglia, proprio quell’anno 1936, decide di trasferirsi in Austria a causa della Seconda Guerra Mondiale, della penuria di cibo e delle leggi razziali. Nell’anno 1955, Walter Pichler si diploma alla Hochschule für Angewandte Kunst (Università di arti applicate) di Vienna.

Nel 1963 insieme ad Hans Hollein (1934/2014, importante architetto austriaco. Premio Pritzker nel 1985) realizza la mostra innovativa e rivoluzionaria “Architektur” alla Galerie nächst St. Stefan di Vienna: progetto con cui vogliono liberare l’architettura dalle costrizioni del costruire e la scultura dalle costrizioni di un astrattismo diventato arido. Nel 1967 con “Visionary Architecture” espone al MoMA (Museum of Moder Art) di New York con Hans Hollein e Raimund Abraham. Nel 1968 partecipa a Documenta 4 e 6, di Kassel ( https://bit.ly/3TEmNBH )

Nel 1972 Pichler compra un terreno a Sankt Martin sul Raab (Burgenland meridionale – Austria), che elegge a sua residenza, in cui allestisce le sue sculture all’interno di costruzioni architettoniche realizzate ad hoc ( https://bit.ly/3ekJ5YS ). Pur avendo anche un prestigioso studio a Vienne, trascorre qui la maggior parte della sua vita creativa.

Un’altra peculiarità di questo artista era la progettazione molto lenta, quasi maniacale nella definizione dei dettagli, che a volte ha richiesto decenni per il completamento di una scultura, realizzato molti schizzi, disegni e modelli. Ed anche una passione sfrenata per la tecnologia applicata al costruire tradizionale.

Nel 1975 è nuovamente al MoMA con “Projects” ( https://www.moma.org/artists/4612 ), e nel 1982 partecipa alla Biennale di Venezia. Nel 1998 espone allo Stedelijk Museum di Amsterdam.

Nel 2002 inizia la realizzazione della Casa accanto alla Fucina in Val d‘Ega, su un terreno del nonno, concessogli dai parenti, a ridosso del Fiume Ega (Kardaunbach). Una casetta di appena 59 metri quadrati, che l’artista utilizza durante l’estate quando viene a trovare i parenti.

Al piano terreno un bagno, una cucina, un piccolo deposito, ed un vasto locale con un divano/letto per dormire ed un tavolo per ricevere le persone.

Immagini del piano terreno

Al piano interrato, a cui si accede attraverso un ingegnoso escamotage (a mo’ di ponte levatoio), un grande locale, con un enorme tavolo per le riunioni con i parenti. Tutti gli impianti in questo locale (compreso il rosso scaldabagno elettrico) sono a vista, mentre al piano superiore, sono tutti incassati e celati, con sportelli di acciaio. Il solaio sembra realizzato con un sistema prefabbricato simile alle predalle.

Una casetta senza finestre, ma con solide pareti in muratura di pietra (quella del Fiume Ega lì vicino) e cemento armato a vista, con un tetto di vetro per osservare il cielo. Tutto, all’interno ed all’esterno nella casetta, viene minuziosamente disegnato da Walter Pirchler, e perfezionato, seguendo di persona gli artigiani locali. Dettagli spesso strepitosi, come il grande forno/caldaia in piastrelle di ceramica, o come i ripiani lapidei della cucina in pietra di Andriano (rosata) levigata, ma anche il tetto, il tavolo, le sedie, ed il sistema a “tenda orizzontale” (a carrucole) di schermatura del tetto vitreo. Strepitose le travi in acciaio di sostegno dei pannelli di vetro del tetto, tagliate e saldate al laser (grazie alla perizia dei cugini che ancora continuano la lavorazione dei metalli a Bolzano).

Un’intercapedine ventilata, in cemento armato, isola la casetta, rendendola salubre dalle possibili infiltrazioni d’acqua.

Alle pareti, del piano terreno, i parenti conservano i numerosi schizzi e disegni, dell’architetto/scultore, che aiutano i visitatori a contestualizzare il processo creativo che ha portato alla realizzazione della casetta.

Walter Pirchler muore nel 2012 a settantacinque anni, a causa di un cancro. Nel 2015 tuttavia viene realizzata, dai parenti, postuma, la Plattform über dem Bach (Piattaforma sopra il Fiume Ega, di colore rosso) che completa, con questo osservatorio paesaggistico, pensato e disegnato da Walter in ogni dettaglio, il progetto della casetta in Val d’Ega.

Un progetto che nelle sue parti reinterpreta tutta la Storia dell’Architettura, con le pareti in sasso, il frontone classicheggiante del tetto (evidenziato in rosso), il rigore planimetrico simile ad un tempio greco, la scelta di materiali naturali, ecc.

Dal 17 giugno al 4 settembre il MUSEION di Bolzano, a cura di Andreas Hapkemeyer (raffinato e colto storico dell’arte che ci ha accompagnati nella visita della casetta a Nova Ponente), ha accolto l’interessante mostra di alcuni disegni di Pichler, con visita guidata della casetta in Val d’Ega, in presenza dei parenti :

Walter Pichler (1936 – 2012), Architettura – Scultura, Haus neben der Schmiede, Val d‘Ega

https://bit.ly/3L2TZ1T

Vista della grande Caldaia/Forno, con gli elementi ceramici disegnati da Pirchler (come ad esempio il modulo d’angolo in pezzo unico)
Sopra – Gli sportelli in acciaio studiati da Pirchler per nascondere gli impianti
Le sedie lignee, in faggio per il piano terreno
L’accesso al piano interrato (solo dall’esterno) condiviso con quello al piano terra
Immagini del piano interrato con il grande tavolo, le panche, ed il lampadario mobile a contrappeso
Le grandi pietre di fiume, che nascondono ed arieggiano l’intercapedine in c.a. (sotto)
E per finire alcune immagini della Fucina, con il tavolo esterno (in pietra rosa di Andriano) su cui era solito sostare in estate Walter Pirchler durante le belle giornate

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Abtei Marienberg


Abtei Marienberg sopra Burgusio in Val Venosta (Alto Adige – Val Venosta)

Nel 1999, i Benedettini che abitavano l’Abbazia, si rivolsero all’architetto altoatesino, più noto in Alto Adige, per sistemare un museo nelle cantine dell’edificio, nessuno allora poteva immaginare quanto lunga e profonda sarebbe stata la loro collaborazione.

Si può tranquillamente affermare che l’intera Abbazia è stata trasformata, nel corso del tempo, grazie all’abilità progettuale di Werner Tscholl e alla lungimiranza dei suoi datori di lavoro, in un grande museo di sé stessa.
Le sistemazioni architettoniche operate da Tscholl sono interventi puntuali, mirati, che, però, seguono tutti una stessa strategia architettonica, un misto tra la sobrietà razionale, richiesta dagli ambienti dell’abbazia, ed il conseguimento di una modernità dedotta dalle forme e dai materiali contemporanei abilmente utilizzati tra loro, quali il calcestruzzo pigmentato, l’acciaio dipinto di nero e trattato a cera, il vetro e il legno.

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PUNI


PUNI produce annualmente circa 176.000 litri di pregiato whisky, ed è la prima e unica distilleria italiana di questo liquore (https://bit.ly/3C9Kds3). La produzione avviene in un edificio, progettato dall’architetto altoatesino Werner Tcholl, immobile che incarna il carattere innovativo, per l’Italia, dell’azienda. La sede si trova nell’area industriale di Glorenza, in Val Venosta (Via Mühlbach, 2). Il progetto si esplicita attraverso un’organizzazione meticolosa della planimetria, ed una facciata che si rifà agli essiccatoi per il fieno, come dichiarato dal progettista. All’interno la doppia altezza della zona di produzione, delle pareti vitree, permettono di vedere le cisterne di affinamento interrate e gli alambicchi, direttamente dal punto di vendita e degustazione, posto al livello dell’ingresso. Tutte le attività dei tre piani dell’edificio sono avvolti da un involucro di metallo e vetro, celato da una seconda pelle, costituita da un reticolo di blocchi di cemento sfalsati, colorati rosso terra, a formare uno schema modulare come quello utilizzato nei fabbricati agricoli della zona. Il complesso all’esterno appare come un semplice ed essenziale cubo, da cui si intravedono le pareti della “pelle” interna.

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Macchia Mediterranea


Immagini soprastanti tratte da : Le Corbusier. L’interno del Cabanon. Le Corbusier 1952-Cassina 2006. Catalogo della mostra Milano

Le Corbusier costrui’ il suo “castello” (come regalo per la moglie Yvonne Gallis), nel 1951 su uno sperone di roccia cedutogli dal suo amico Rebutato a Cap Martin (Roccabruna), a pochi chilometri da Nizza e da Mentone. Un capanno austero, ma elegante e raffinato, di tronchi di legno, uno spazio minimo di pochi metri quadrati (15 circa) “ritagliato” nella vigorosa e splendida natura mediterranea, a pochi metri dal mare. Il “Cabanon” fu costruito sotto un grande carrubo pre-esistente, che gli faceva ombra nelle calde giornate estive (Ceratonia siliqua – https://bit.ly/3dxYwwr)

Tutto attorno, gli arbusti e le piante tipiche che fanno parte della macchia mediterranea, diverse specie accomunate da alcune caratteristiche (crescita bassa e contenuta, fusti resistenti, foglie rigide e coriacee, resistenza alla siccità, ecc.) che le rendono capaci di tollerare i venti salmastri che provengono dal mare. Cisto, lentisco, cappero, leccio, erica, quercia, ecc.. Un vero e proprio orto botanico che caratterizza tutte le coste del Mare Mediterraneo. Una casa di tronchi tondi (come le prime abitazioni umane, niente quattro fili), un tetto, e poche cose, per sentirsi veramente immersi nel verde della natura. Completano il “Mondo estivo lecorbuseriano”, alcuni amici, un paesaggio meraviglioso, ed un azzurro ed incantevole Mare Mediterraneo in cui, nel corso del tempo, finire i propri giorni.

Forse dovremmo tutti incominciare, al più presto, ad abituarci ad una vita più pauperistica, più essenziale, per salvare NOI ed il PIANETA.

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Autunno anticipato


Tutti a parlare dell’arretramento “spettacolare e drammatico” dei ghiacciai delle Alpi (https://www.wwf.ch/it/stories/la-morte-dei-ghiacciai), per l’ormai evidente cambiamento climatico, sancito da questo anomalo luglio 2022; però a passeggiare lungo l’anello ciclo-pedonale che circonda il Lago del Segrino (appena sopra ad Erba), sembra di assistere, per colpa del “climate-change” ad un drammatico “foliage” autunnale anticipato (https://bit.ly/3PYrtzw). Quasi una violenta “bruciatura solare”.

La grande e perdurante calura estiva, con temperature sempre attorno ai 35 gradi, la quasi assente escursione notturna, la carenza d’umidità e di precipitazioni (non piove continuativamente sulla Lombardia dall’autunno 2021), hanno fatto si che le caducifoglie (Carpini, Pseudoacacie, Faggi, Castagni, ecc.), per non disperdere ulteriormente la vitale acqua, abscindono in massa le foglie, per ridurre la fotosintesi clorofilliana e la conseguente evaporazione.

Una soluzione estrema, che le caducifoglie adottano solamente quando la situazione siccitosa è particolarmente grave. Non avere il fogliame, alle piante per l’ultima fase estiva, fa si che esse immaganizzeranno meno zuccheri (energia) per la stagione invernale, e di fatto produrranno meno ossigeno, stoccando nel loro legno anche meno anidride carbonica (CO2).

E’ molto probabile, che nei boschi attorno al Lago del Segrino, ma come un pò sta capitando in tutta la Lombardia, soprattutto nelle Prealpi, vi sarà un’alta moria invernale di piante d’alto fusto (anche se non tutte moriranno), aggravando la situazione geologica dei terreni.

Una magra consolazione: le caducifoglie durante i periodi lungamente siccitosi, di solito tendono a produrre molti più semi, confidando che una volta precipitati nella terra, questi semi, prima o poi (al di là della loro morte) potranno dare luogo, una volta che si realizzeranno le condizioni climatiche ideali, ad una nuova generazione di piante. Una speranza per il futuro.

Il lago del Segrino è pieno d’acqua, come al solito in questa stagione, ma attorno i colori gialli, marroni e rossi (che dovrebbero essere esclusivamente sulla tonalità del verde intenso), evidenziano il grave stato di sofferenza arborea dei declivi che si affacciano sul lago. Soprattutto dei declivi con assenza di acque nel sottosuolo.

I forti temporali di questi giorni, sono troppo brevi per “bagnare il bosco”, servirebbero piogge continuative per più giorni e non violenti acquazzoni.

Senza le piante, non ci sarebbe stata vita su questo bellissimo e meraviglioso Pianeta (il nostro Paradiso); esse hanno creato l’atmosfera che tutti gli esseri viventi respirano. Senza le piante, non ci sarà più vita sulla Terra.

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Jacques Herzog + Vladimir


Roma – Via Della Conciliazione (tratto da Google Earth)

“San Pietroburgo, Venezia, Roma o la Parigi del XIX secolo sono emerse da relazioni di potere che le hanno determinate dall’alto. Spesso con conseguenze spietate, se si pensa ai viali di Haussmann a Parigi, costruiti durante la dittatura imperiale di Napoleone III (https://en.wikipedia.org/wiki/Boulevard_de_S%C3%A9bastopol), o a via Della Conciliazione a Roma realizzata su progetto di Marcello Piacentini durante il Ventennio Fascista (https://it.wikipedia.org/wiki/Via_della_Conciliazione).

Tuttavia, il risultato è stata una bellezza prima sconosciuta e incomparabile che ancora oggi attrae e ispira le persone più delle città create oggi, che emergono dalla cultura dal basso delle nostre democrazie.

I turisti di tutto il mondo guardano sempre alle stesse belle città del passato. Forse c’è più bellezza in un contesto non democratico perché il contesto è più estremo, più radicale”.

Tratto da : Interview mit Jacques Herzog Armin Schärer / Architektur Basel – 11 gennaio 2020

Parigi – al centro Boulevard Sebastopol (tratto da Google Earth)

ADDENDUM – NDR – Oggi, però c’è Vladimir Putin, il principe dei dittatori, con la sua “estetica della disurbanizzazione” (per bombardamento). Se una città :“è un insediamento umano, esteso e stabile, che si differenzia da un paese o un villaggio per dimensione, densità di popolazione, importanza o status legale, frutto di un processo più o meno lungo di urbanizzazione” (così si legge su Wikipedia), questa folle guerra tra Russia ed Ucraina, evidenzia che, la eccessiva concentrazione, anche della produzione di energia, è un atto contrario alla logica umana ed alla natura planetaria, ma sinergico al “meccanismo economico” a cui tutti siamo legati. La distruzione di città come Mariupol o Kiev, attuata sistematicamente dal dittatore russo, dovrebbe insegnarci che la concentrazione, non è più cosa umana, come lo erano le democratiche città greche, o quelle ottocentesche.

Come per il cambiamento climatico, l’inquinamento dell’aria, la Pandemia, speriamo che questi tragici eventi, servano all’umanità a cambiare strada rapidamente, ed a cercare nuovi modi di aggregarsi e produrre.

Se si continuerà ad insistere su modelli ormai desueti, dimostratisi ampiamente non più adatti alla nuova situazione planetaria, si andrà certamente verso la scomparsa della specie umana dalla superficie terrestre.

Il futuro delle città, è in nuclei urbani medio piccoli, diffusi nel territorio, costruiti soprattutto in legno, inseriti nel verde, dove nelle vicinanze si producono, sia i generi alimentari che l’energia (solare ed eolica) per farli funzionare; nuclei collegati tra loro da sistemi di trasporto pubblico ecologici e rapidi.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

La smaterializzazione dell’angolo.


Immagini soprastanti tratte da Google Maps

“E che cos’è in fin dei conti la bellezza? Certamente nulla che possa

essere calcolato o misurato. E’ invece sempre qualcosa di impoderabile,

qualcosa che si trova fra le cose”.

(Mies van der Rohe)

Il problema “classico” dell’angolo, nella costruzione dei “contenitori per esseri umani”, più volte ricorrente nella Storia dell’Architettura, viene risolto nell’edificio di via Dogana 3 a Milano, attraverso la smaterializzazione del punto d’incontro tra le due superfici delle facciate.

I prospetti, nella curvatura del paramento in laterizio, proprio sull’angolo, si fondono, confermando la continuità dei volumi, ma allo stesso tempo, attraverso la rinuncia allo scontro delle pareti, lasciano intatta l’energia prodotta dalle fughe prospettiche.

Fughe accentuate dal “design” dello stesso paramento di laterizio, che vuole come duplicare ed accentuare le connessure di montaggio tra gli elementi di rivestimento, divenendo un vero e proprio motivo decorativo.

Così la negazione dell’angolo può quindi essere letta, all’opposto, come un’esaltazione dell’angolo stesso, la cui tensione, non risolta dal girare della facciata, rimane sospesa, enfatizzandolo. L’effetto morbido e organico che consegue alla negazione della luce, quale elemento separatore tra le zone chiare da quella oscure, delinea la disposizione di un provvedimento per “governare la luce”, che oltre alla scala volumetrica dell’edificio, opera anche a livello della textura delle facciate.

Si tratta quindi di un’operazione, intelligente e colta, sofisticata e molto complessa, in cui si arrovelleranno sia Libera, che Mies, ed addirittura lo stesso Scarpa.

E’ un “qualcosa d’imponderabile” che rende l’edificio di un bellezza discreta, e non comune, che titilla l’occhio esperto.

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Pagano


L’ Architetto Giuseppe Pagano, quando era direttore di Casabella (dal 1933 al 1943), si occupò spesso di descrivere la situazione disciplinare e professionale vigente in Italia in quegli anni.  L’iniziale entusiasmo verso un’architettura d’impronta moderna capace di dialogare con i temi mondiali si dissipa osservando la deriva monumentale enfatizzata da Marcello Piacentini e intrapresa dai gerarchi di quel periodo.

Pagano è anche consapevole del ruolo svolto da Mussolini nelle sorti dell’architettura italica. I concorsi per la Stazione di Firenze, per Sabaudia, per il Palazzo del Littorio a Roma, sono “pilotati” dall’establishment fascista vicino ad Duce.
Con l’editoriale “Potremo salvarci dalle false tradizioni e delle ossessioni monumentali” del gennaio 1941 (n. 157 di Casabella), Pagano determina una rottura chiara rottura con il monumentalismo imperante, schierandosi a favore dell’architettura moderna. Pagano, fu più volte richiamato ufficialmente, ma non volle allinearsi, e scrivendo un successivo articolo “Occasioni perdute” determinò il sequestro del seguente numero 158 del febbraio 1941.

Già nel numero 82 di Casabella del 1934, Pagano con un numero monografico sul concorso del Palazzo del Littorio a Roma, posto in parallelismo con i concorsi: Società delle Nazioni a Ginevra, ed il Centrosoyuz a Mosca, evidenzia il livello di controllo esercitato dalla così detta “Scuola di Roma”, che egemonizzava gli anche incarichi professionali.

Gustavo Giovannoni, lo stesso Marcello Piacentini, collusi ed appoggiati dal potere fascista, fecero “manbassa” di decine di piani regolatori e di incarichi, in tutta Italia, da nord a Sud. Molte parti dei centri storici delle città italiane, furono “sfasciati” per fare spazio ad interventi monumentali in sintonia con l’estetica imperante.

Costoro tennero sotto controllo gli ordini professionali, ed imposero nelle appena sostituite facoltà di architettura italiche, i loro pupilli, ai quali procurarono cattedre e prestigiose occasioni professionali.

Progetto Carminati, di concorso per il “Palazzo del Littorio” a Roma

Si costituì così, attorno alla figura dell’Architetto Piacentini, una “lobby”, una “mafia dell’architettura”, che di fatto ebbe in mano tutta la disciplina per parecchi anni.

I concorsi di architettura ed urbanistica, che dal regime vengono propagandati come afflati di democrazia, sono di fatto dominati dalla “Lobby Piacentiniana”. Inutilmente Pagano sferra proprio nel numero 82 di Casabella del 1934, un palese attacco all’istituto dei concorsi per la maniera con cui sono di fatto tutti manipolati; così facendo si mette di traverso alla compagine vicina al regime, che oltre alla consorteria professionale, di fatto è una macchina affaristica, con cui il potere politico, gli immobiliaristi, la classe dominante, possono “ingrassare” i loro conti in banca.

Sintesi di Pagano, del “Concorso per la Società delle Nazioni a Ginevra”, Casabella n. 82 del 1934
Progetto di Libera, presentato al concorso per il “Palazzo del Littorio” a Roma

Sono passati quasi cento anni, dalle esternazioni di Giuseppe Pagano, in merito alle “Lobby professionali”, alle “Cricche concorsuali”, alle “mafie” che regolano le sorti dell’architettura in Italia; alcune cose sembrano cambiate (poche), altre assolutamente no, e si replicano uguali e imperiture, nonostante le piattaforme concorsuali democratiche, le leggi anti-mafia, le procedure elettroniche, ecc., ecc..

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