Carl Deichman, a cui è intitolata la principale biblioteca pubblica di Oslo, visse nel XVIII secolo (https://deichman.no/historien). Fu un uomo d’affari, cancelliere e collezionista di libri, residente a Porsgrunn (città della contea di Telemark in Norvegia, a sud-ovest di Oslo).
Nel corso della sua vita, Deichman ha collezionato oltre 6.000 libri (6.069 libri e 261 manoscritti).
Nel 1780, lasciò in eredità la sua collezione di libri alla città di Christiania (antico nome della città di Oslo). Desiderava che gli abitanti della città potessero finalmente avere la loro prima biblioteca pubblica.
La nuova biblioteca centrale Deichman Bjørvika a Oslo è stata progettata dagli studi norvegesi Atelier Oslo (https://atelieroslo.no/project/deichman#129) e Lund Hagem (https://www.lundhagem.no/work/deichman-library?view=all). Hanno vinto il concorso internazionale nel 2009. L’edificio, completato nel 2020, si distingue per un’architettura aperta e dinamica con un’ampia facciata a sbalzo, lucernari sul tetto e interni inondati di luce.
Deichman Bjørvika è pensata come luogo di incontro per la città: uno spazio sviluppato in verticale, attorno alla grande corte coperta centrale, dove la luce diventa protagonista. Comode scale mobili ed elevatori relazionano i vari piani.
Bjørvika è un quartiere nel distretto Sentrum di Oslo, in Norvegia. L’area è un’insenatura nell’Oslofjord interno, situata tra Gamlebyen e la Fortezza di Akershus. Serve come sbocco per il fiume Akerselva. Dagli anni 2000 è in fase di riqualificazione urbanistica, trasformandosi da porto container, in centro culturale: Opera/Ballett, Biblioteca centrale Deichmann, Museo Munch, ecc..
La biblioteca centrale di Oslo (Deichman Bjørvika) può ospitare e mettere a disposizione per la consultazione circa 450.000 libri, più video, dischi, ecc.. Questo patrimonio è distribuito su tre grandi torri interne, all’interno di una struttura all’avanguardia che ospita anche cinema e laboratori.
Attualmente la Biblioteca impiega oltre 300 persone e ha oltre 20 filiali in tutta la città. Uno dei libri più preziosi contenuti nella collezione della biblioteca è la bibbia Vulgata di Aslak Bolt, rarissimo ed unico manoscritto liturgico conservato della Norvegia di epoca medievale. Si valuta che il libro sia stato scritto intorno al 1250.
Deichman Bjørvika è un edificio ecocompatibile e sostenibile con soluzioni innovative per la facciata, la ventilazione e l’utilizzo dei materiali. È costruito secondo gli standard delle case passive più rigorosi.
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Meravigliosa installazione del maestro Mimmo Paladino (Paduli – Benevento, 1948), a Palazzo Citterio a Milano, nella Sala ipogea James Stirling.
I “Dormienti” , uno dei suoi più celebri capolavori qui riallestiti in stretto dialogo con l’architettura del “geniaccio inglese” che lo ospita, con un’appendice di opere su carta del 1973 (Dal sogno di Icaro).
I corpi scultorei rannicchiati in maniera fetale, nel buio della sala, in cui il pubblico può muoversi liberamente, sono palesati da “raggi di luce”; spesso sembra di trovarsi davanti ai corpi degli abitanti di Pompei, colti nel sonno dall’eruzione mortale del Vesuvio.
Una installazione d’atmosfera, che fa riflettere. Aiuta anche il corredo sonoro che si diffonde nella sala.
L’esposizione, curata da Lorenzo Madaro e realizzata da “La Grande Brera” in stretta collaborazione con l’Archivio Paladino.
E poi fuori, nel cortile/giardino di Palazzo Citterio, c’è pure il “Muro Longobardo” sempre di Paladino del 2017/2018.Il Muro Longobardo è un’installazione artistica permanente. Creata dal maestro della Transavanguardia, per l’apertura di Palazzo Citterio, l’opera funge da scenografico fondale per la Collina di Ermes ed è costruita assemblando pietre di recupero e frammenti archeologici.
Sempre nel cortile/giardino del palazzo, fino al 31 luglio 2026 è fruibile anche : Padiglione ispirato alle iurta dell’Asia Centrale, come spazio di aggregazione contemporaneo, su progetto di WHY Architecture.
Un fresco gazebo in cui è possibile consumare anche qualche “raffrescante prodotto” indispensabile in questa infernale estate europea.
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Il paesaggio di Camogli non è soltanto una realtà fisica, ma una costruzione culturale, un intreccio di natura e storia che si offre allo sguardo come forma compiuta. In esso si manifesta con particolare evidenza ciò che il pensiero moderno, da Alexander von Humboldt a Georg Simmel, ha riconosciuto: il paesaggio non coincide con il territorio, ma nasce nel momento in cui l’uomo lo percepisce, lo seleziona e lo interpreta.
A Camogli, questo processo è immediato. Il borgo si dispone come una quinta teatrale lungo il mare: le case alte, strette, dipinte in tonalità calde, non sono soltanto una soluzione urbanistica alla scarsità di spazio, ma diventano un dispositivo visivo. Esse guidano l’occhio lungo una linea verticale che contrasta e insieme dialoga con l’orizzonte marino. Il risultato è un equilibrio dinamico tra stabilità e apertura, tra radicamento e fuga.
Alle spalle del paese si erge il Parco Naturale Regionale di Portofino, che introduce una dimensione ulteriore: la verticalità naturale del promontorio, coperto di macchia mediterranea, si oppone e si integra alla verticalità artificiale delle architetture. Qui il paesaggio rivela la sua natura dialettica: non è mai puro dato naturale né semplice prodotto umano, ma relazione viva tra i due.
Il mare, elemento dominante, non è solo sfondo ma principio generativo. Storicamente, esso ha determinato l’identità di Camogli come borgo marinaro, orientando economia, cultura e immaginario. In termini fenomenologici, potremmo dire che il mare costituisce l’orizzonte originario dell’esperienza: ciò verso cui lo sguardo tende e da cui ogni misura dello spazio prende senso. In questa prospettiva, il paesaggio di Camogli si configura come un sistema di relazioni percettive in cui il limite — la linea di costa — diventa anche apertura verso l’infinito.
Non è un caso che un luogo simile susciti quella particolare emozione estetica che la tradizione romantica ha definito “pittoresco”: una bellezza irregolare, fatta di contrasti, di scorci, di variazioni luminose. Ma accanto al pittoresco si avverte anche una forma di “sublime mitigato”: la presenza del mare e della scogliera introduce una misura di vastità e di potenza naturale che tuttavia non travolge, perché mediata dalla scala umana del borgo.
In questo senso, Camogli può essere letto come un esempio paradigmatico di paesaggio mediterraneo, dove la lunga durata della storia ha sedimentato forme armoniche tra uomo e ambiente. Non si tratta di un equilibrio statico, ma di una tensione continuamente rinnovata, oggi esposta alle pressioni del turismo e della trasformazione economica. Proprio per questo, il paesaggio di Camogli ci appare non solo come oggetto di contemplazione, ma come realtà fragile, che richiede cura e consapevolezza.
Guardare Camogli, dunque, significa esercitare uno sguardo colto: riconoscere che ciò che appare naturale è in realtà il risultato di una lunga interazione tra forze geografiche e azione umana, e che il paesaggio, lungi dall’essere dato una volta per tutte, è una forma in divenire, affidata anche alla responsabilità di chi lo abita e lo osserva.
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Questo articolo, e le relative immagini, sono il frutto del bellissimo sopralluogo notturno dell’edificio per appartamenti Novocomum progettato dall’architetto Giuseppe Terragni a Como, avvenuto il 22 novembre 2025 (nell’ ambito della manifestazione “Slow Lake Como”) tra le ore 18,30 e le 20,00 sotto la colta regia del Presidente dell’Archivio Terragni (Arch. Attilio Terragni).
Ciò ha consentito di poter visionare anche i locali dell’Archivio Terragni e la interessante mostra allestita per l’occasione inerente l’edificio.
Il nome Novocomum della società edificatrice, deriva dall’unione di “Novo” (nuovo) e “comum” (in riferimento a Como); l’edificio è considerato un manifesto del razionalismo architettonico italiano.
Le forme innovative del Novocomum edificato tra il 1927 ed il 1928, e le sue pareti senza decorazioni, scandalizzarono gli ignari discendenti dei comacini, che appellavano la nuova costruzione come un “obbrobrio”.
Anche perché il Novocomum, si andava a collocare (completando un lotto) proprio in adiacenza ad un edificio esistente in stile storicista, ricco di decorazioni.
Il Commissario prefettizio di Como, com’è noto, salutò la prima casa moderna costruita in Italia con un singolare decreto. Vi si leggeva: – In seguito all’avvenuta costruzione in contrasto coi criteri espressi dalla commissione di ornato di un palazzo in stile razionalista….ha nominato una commissione….col compito di stabilire se esso costituisca elemento di deturpazione della zona, ed eventualmente se e di quali modificazioni sia suscettibile – (Stralcio di pagina 13 del bel testo di Mario Labo’ intitolato a Giuseppe Terragni, nella collana edita dalla casa editrice “Il balcone” di Milano, nel 1947).
Rimasta intatta, la casa, anche alle vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale fu sarcasticamente battezzata dai comacini “Transatlantico”.
SOPRA – Vista dalla copertura praticabile, a terrazza comune, del Novocomum
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Nell’anno 1956 Carlo Scarpa è insignito del prestigioso premio Olivetti per l’Architettura. In quel periodo l’architetto veneziano era impegnato, oltre agli interventi a Ca’ Foscari, ad alcuni allestimenti espositivi. Carlo Scarpa aveva appena concluso la realizzazione di palazzo Abatellis a Palermo ed il padiglione del Venezuela ai Giardini della Biennale. Soprattutto era impegnato nella conclusione di quel capolavoro di luce che è la Gipsoteca canoviana a Possagno. Nel 1957 Carlo Scarpa viene incaricato, direttamente da Adriano Olivetti, della progettazione del nuovo negozio in piazza San Marco. Olivetti intende realizzare una vetrina per esibire il lavoro della impresa di famiglia in Italia.
Piccolo invaso d’acquacon scultura “Nudo al sole” di Alberto Viani
Lo spazio individuato si trova in un punto privilegiato sotto i portici delle Procuratie Vecchie all’angolo con il sotto-portego e la corte del Cavalletto, in piazza San Marco. Il nuovo ambiente di vendita viene inaugurato il 26 novembre 1958. Il negozio si presenta, come uno spazio museale, esaltato da una scelta sapiente dei materiali, completamente aperto verso l’esterno, con le quattro campate angolari, che si proiettano nella Piazza.
Al piano superiore trovano posto l’esposizione delle macchine da scrivere e di calcolo prodotte dalla Olivetti insieme ad alcuni ambienti d’ufficio, che mostrano la sapiente capacità dell’architetto veneto nell’orchestrare i volumi e gli spazi.
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LUNGO IL CONFINE CON MILANO – il tramonto a Sesto San Giovanni
Un confine osmotico ma unidirezionale. L’area metropolitana (o città metropolitana) di Milano ha circa 3.247.623 abitanti al 1° gennaio 2023.
Se togliamo la popolazione del comune di Milano, che è di circa 1.458.170 abitanti (previsti nel 2025) nello stesso periodo, rimangono circa1.789.453 abitanti nei comuni metropolitani escluso Milano. Eppure gli abitanti dell’ Area Metropolitana che studiano, lavorano, consumano sanità, eventi e soprattutto acquisti, ecc. a Milano, e di fatto passano lì la maggior parte del loro tempo, non è riconosciuto il diritto di decidere dal punto di vista politico chi li deve amministrare.
Una evidente incongruenza, che si ripeterà l’anno prossimo con le Amministrative milanesi.
Ma la cosa peggiore, sono i residenti entro i confini comunali di Milano. Avendo acquisito la residenza per nascita o per trasferimento, la conservano a caro prezzo. Essi quindi, non “leggono” gli altri 132 comuni, se non per riempirsi la bocca con il termine “metropolitano” solo all’abbisogna.
Questa incongruenza, insiste da decenni ed è di difficile elaborazione, tanto che anche nelle persone più acculturate, permane indefessa.
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Nel 1215, con l’insediamento dei Frati Crociferi e la costruzione della chiesa intestata a San Leonardo, viene istituito il monastero che darà la denominazione alla località, posta nel comune di Avio nel Trentino.
I Frati Crociferi, noti anche come Crocigeri o Cruciferi, erano un antico ordine religioso ospedaliero fondato in Italia nel Medioevo, il cui nome derivava dall’usanza di portare una croce. Approvati da Papa Alessandro III, gestivano ospedali e vennero soppressi nel 1656 da Papa Alessandro VII.
E’ del 1646 il primo documento che attesta la presenza della famiglia Gresta poi De Gresti nella Tenuta.
Per la presenza della famiglia Guerrieri Gonzaga (di origine mantovana) in Trentino si deve attendere il 1894 quando il Marchese Tullo, nonno di Carlo Guerrieri Gonzaga, sposò Gemma de Gresti, alla cui famiglia apparteneva da quasi due secoli la Tenuta San Leonardo.
Fu il figlio di Gemma De Gresti e del Marchese Tullo Guerrieri Gonzaga di Montello, sposatisi nel 1890 : Anselmo, ad utilizzare la proprietà con nuovo spirito imprenditoriale e a introdurre grandi cambiamenti ed innovazioni spinto dalla sua innata passione per l’enologia.
Nel 1724, la tenuta inizia a produrre e commercializzare vino come attività economica. Nel 1770 i De Gresti acquistano tutta la Tenuta dalla Chiesa.
Nel 1874 si ha la costruzione della Villa Gresti, destinata ad accogliere tutta la famiglia. Edificata alla fine dell’Ottocento in un evidente Stile Liberty; durante la Prima Guerra Mondiale è stata sede del Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano che gestì i rapporti con gli invasori austriaci incaricati di discutere l’Armistizio (L’armistizio di Villa Giusti venne firmato il 3 novembre 1918 nella villa del conte Vettor Giusti del Giardino, a Padova, fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia. Entrò in vigore a partire dal giorno dopo, il 4 novembre 1918).
Oggi la Villa è residenza della famiglia Guerrieri Gonzaga.
SOPRA – Screenshot tratto dal sito “sanleonardo.it”
Oggi tutta la Tenuta di San Leonardo ad Avio, è di fatto, oltre che una realtà produttiva eccellente dal punto di vista vitivinicolo, è una vera e propria opera di paesaggio, un magnifico giardino, in cui si fondono necessità di antropizzazione umana ed un sapiente addomesticamento della natura primigenia, di cui la pianta della vite da vino (Vitis vinifera) non è solo una pianta agricola, ma una compagna della Specie Umana, un simbolo che ha accompagnato riti religiosi, scambi commerciali, e identità culturali per millenni.
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Sai, essere libero Costa soltanto Qualche rimpianto Sì, tutto è possibile Perfino credere Che possa esistere Un mondo migliore Un mondo migliore Un mondo migliore Un mondo migliore
(Vasco Rossi, un Mondo migliore, 2016)
Ennesima lettera, e probabilmente ultima, di dimissioni da organi comunali farlocchi, la cui terminologia nasconde in realtà la volontà opposta DISTRUGGERE IL PAESAGGIO.
Una DISTRUZIONE, che cerca la legittimazione legislativa (e politica), attraverso organi costituiti da liberi professionisti, non pagati, selezionati in base alla loro esperienza curriculare,
Quel “paesaggio lombardo” dove ogni giorno, sotto la pressione antropica di quasi undici milioni di residenti, si può assistere ormai da parecchio tempo, ad ogni nefandezza possibile. A scapito dei cittadini, presenti e futuri, puntualmente INGANNATI sulla eventuale salvaguardia paesaggistica.
Porvi argine sembra una cosa ormai IMPOSSIBILE, come credere che possa esistere UN MONDO MIGLIORE.
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Sono passati più di trent’anni, da quando Giorgio Grassi, il “Guru” milanese della “costruzione logica dell’architettura” (libretto del 1967, ma diventato nel tempo quasi un manuale) completava in Spagna con Manuel Portaceli la ristrutturazione/ricostruzione/consolidamento del teatro romano della cittadina di Sagunto, operazione destinata a diventare oggetto di infinite querelle e dibattiti tanto ampi da abbracciare anche la stessa definizione di restauro.
Per chi, come lo scrivente, era stato in quegli anni Ottanta del Novecento, studente del Politecnico di Milano, “Giorgino” era una specie di VATE, con un suo seguito di discepoli adoranti e fedelissimi. Una figura autorevole, severa, quanto colta, a cui tutti mendicavano una tesi o un esame di Composizione Architettonica. Con il tempo gli adepti divennero “quasi una setta”.
Tutto ciò ha fatto nascere un dibattito su cosa sia un “restauro”, anche perchè i resti del Teatro erano vincolati. Nel 1985 la rivista “Arquitectura” di Madrid pubblicava il progetto per il teatro di Sagunto, ideato dagli architetti Giorgio Grassi e Manuel Portaceli: animato da una profonda critica ai tradizionali metodi di restauro, tale progetto fu considerato di grande interesse culturale. “Attualmente il teatro di Sagunto si presenta, in larga misura, come una rovina artificiale”: con queste parole Giorgio Grassi e Manuel Portaceli commentavano lo stato in cui giaceva l’antico teatro romano di Sagunto, risalente al I secolo d.C. e avviavano il loro ragionamento sul progetto. La scomparsa quasi totale del muro del post-scaenium rompeva l’unità architettonica tipica della scatola scenica romana e provocava l’impressione di trovarsi di fronte alle rovine di un teatro alla greca, appoggiato sul pendio del monte e rivolto verso il paesaggio circostante. L’intervento di Grassi e Portaceli si poneva l’obiettivo di restituire l’unità architettonica originaria dell’edificio, che il tempo e i restauri precedenti avevano compromesso.
La base antica del Teatro, viene, nel progetto, come scrive lo stesso Giorgio Grassi su Domus n° 756 del gennaio 1994 “contemporaneamente rispettata e violata, rimettendo in servizio il teatro attraverso un suo completamento funzionale e l’assunzione della matrice razionale delle sue strutture originarie”.
Fino dal giorno in cui il cantiere fu compiuto, l’intervento sul Teatro di Sagunto non ha smesso mai di essere oggetto di polemiche e lo spettro della demolizione fu invocato più volte, benchè l’opera avesse avuto l’approvazione dalle autorità competenti. Venne impugnato ad ostaggio di una vertenza strumentale, tutta legata ad interessi di potere politico. Dopo 17 anni di contesa giudiziaria, viene fatto circolare, nel 2008 un Manifesto contro la demolizione. La Sovraintendenza di competenza fece fare degli studi sulla possibilità di ripristinare la situazione dei reperti ante intervento di Grassi/Portaceli. Studi che giunsero alla conclusione che era ormai impossibile ripristinare i luoghi ed i reperti.
Nel corso del tempo, sono tornato parecchie volte in “pellegrinaggio” al Teatro di Sagunto, quasi per penitenza, o meglio per vaccinarmi; e sempre questo metodo di restauro (se così lo si può chiamare) non mi ha mai convinto. Più che una “violenza” lo trovo un vero e proprio stupro architettonico.
Il “cassone ricostruttivo”che domina la cittadina di Sagunto (1985/1993) – Immagine tratta da Google Earth
I reperti archeologici, della cavea, celati dall’inconsueto intervento ricostruttivo di Giorgio Grassi (1985). Comprese le “oscene” poltroncine in materiale plastico, da stadio.
SOPRA –Immagine tratta da Google Earth
Il cemento armato, appoggiato sui reperti archeologici del basamento del Teatro romano, banalmente rivestito in mattonidi laterizio. Una operazione banale di nascondimentoscenografico,probabilmente concordata con i detentori del vincolo sui reperti.
La ricostruzione di Grassi/Portaceli è visibile da ogni punto della cittadina di Sagunto (da Google Earth)
La questione del restauro di un Teatro romano, è quanto mai viva oggi, che David Chipperfield si appresta a ricostruire quello di Brescia collocato nell’area archeologica di Brixia. Il progetto mira a restituire al monumento la sua natura di spazio vivo, culturale e urbano, al servizio della città.
Diversi sono i presupposti progettuali, finalizzati ad una progettazione partecipata. Il progetto sarà il frutto di un ampio lavoro preparatorio: rilievi laser scanner, studio storico, e soprattutto dialogo con istituzioni e cittadinanza. La Regione Lombardia ha sostenuto un percorso di sensibilizzazione pubblica, culminato in un ciclo di conferenze sul Teatro Romano. Importante anche la sinergia con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio che, con Fondazione e Comune, garantirà un dialogo ed un controllo costante durante le fasi di scavo e progettazione esecutiva.
I lavori si svolgeranno a cantiere aperto, permettendo al pubblico di assistere alla trasformazione del sito. Diversamente dal Teatro romano di Sagunto, non sarà ricostruita la scena del Teatro, nè si poserranno, delle sedute in materiale plastico nella cavea.
Immagine aerea tratta da Google Earth del Teatro Romano di Brescia