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Builders of the future

Categoria

Democrazia

Atlante per la fine del mondo


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http://atlas-for-the-end-of-the-world.com/index_0.html

 

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Call for Ideas


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Nel lontano 1978, appena diplomato al Liceo, e da poco iscritto alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, l’assistente di disegno (che faceva l’architetto) mi propose, chiamandomi a casa, visto che ero il più dotato del suo corso, di fare un lavoretto di disegno, per un annetto part-time, in un comune dell’Hinterland milanese.

Si trattava di disegnare e correggere gli elaborati del nuovo Piano Regolatore Generale, che si andava a redigere. A tal fine il comune dove allora imperavano i socialisti, aveva costituito nella recente sede comunale, un apposito ufficio di Piano.

I tre architetti incaricati di redigere il P.R.G. erano tutti di “sinistra”, il capintesta (che poi sarebbe diventato dopo questa esperienza il mio datore di lavoro) ovviamente iscritto al Partito Socialista e con ufficio in prossimità della sede provinciale del PSI in Corso Magenta a Milano.

Gli altri due molto più giovani, gravitavano ; uno nell’area del PCI, l’altra (la mia assistente) probabilmente nel PDUP, il partito di unità proletaria, o giù d lì.

La Stesura delle tavole di piano avveniva cercando di interpretare i dati raccolti sul territorio, i possibili sviluppi futuri, le desiderata dei cittadini e dei politici che veniva interpellati in estenuanti riunioni. Sembrava un’operazione “scientifica” ed immutabile, o almeno a me così appariva all’inizio.

L’incarico era di disegnare a mano i profili del centro storico e stendere su degli enormi radex (copie eliografiche su supporto lucido), i retini autoadesivi delle varie destinazioni funzionali, i trasferelli con i percorsi pedonali, le sigle, le legende, ecc..

Un lavoro demenziale se immaginato oggi; un lavoro manuale, che l’Ufficio Tecnico comunale non era in grado di svolgere perché sottodimensionato, e che a me consentiva di fare la mia prima esperienza lavorativa.

Io c’ero…..ma non c’ero, per motivi politici; e per questo il Comune mi pagava IN NERO circa 1.500 lire all’ora (meno di un euro). Come faceva l’amministrazione comunale a pagarmi in nero, lo sa solo Dio. Ma allora era quasi una consuetudine.

La mia disponibilità di tempo doveva esserci anche la sera fino alle ore piccole. Infatti dopo ogni presentazione pubblica degli elaborati dello strumento urbanistico ai cittadini, avvenivano delle riunioni ristrette, al piano sottostante (sindaco, giunta assessori, rappresentanti dei partiti che amministravano), dove spesso si aggiungevano “altri personaggi” (rappresentanti dell’opposizione, immobiliaristi, proprietari di grossi appezzamenti di terreno, singoli con molto potere decisionale, imprenditori, ecc.).

Io dovevo essere abile e preciso, a spostare immediatamente i retini per trasformare zone inedificabili in terreni costruibili; spostare improvvisamente strade e quant’altro. Spesso attendevo per ore, mentre sentivo che litigavano a voce alta animatamente. Poi velocemente spesso anche aiutato per velocizzare la cosa dovevo trasformare il lavoro dignitoso fatto in una “porcata”. Il tutto avveniva anche più volte nella stessa serata.

Era il SACCO del territorio. La compravendita “bendata” al mercato delle vacche. Era una accesa “partita a tresette”, come veniva dai più chiamata.

Poi i tre tecnici dovevano fare “digerire” quanto prodotto, al consiglio comunale ed ai cittadini. All’opinione pubblica.

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Oggi un certo Pierfrancesco Maran, e l’amministrazione Giuseppe Sala tutta, lanciano per l’aggiornamento al 2030 del PGT (Piano di Governo del Territorio, cioè quello che una volta era il Piano Regolatore Generale), anche una “Call for Ideas”. Insomma il Comune raccoglie idee e scenari che si ispirino agli obiettivi e regole del PGT (ovviamente gratis) rivolta a esperti, investitori, operatori che vogliano immaginare possibili scenari urbanistici per alcune aree della città in base alle regole e agli obiettivi del Piano di Governo del Territorio. Le proposte dovranno essere inviate tra il 30 novembre e il 20 dicembre 2018.

http://www.comune.milano.it/wps/portal/ist/it/servizi/territorio/revisionePGT/PGT_Milano2030_CALL?fbclid=IwAR16vCKN6LeTwm_XmwQVZh4a8-Ey9qkEcT4CT4sxbJ1gFWfPJwJuZbccwXs

Una chiara, e triste, OPERAZIONE DI MARKETING POLITICO, di FALSA DEMOCRAZIA ED INCLUSIONE, infatti tutto avverrà esattamente come ho descritto nel testo soprastante, alla stessa maniera in uso nel 1978 (40 anni fa) : la “partita a tresette”. Ma ovviamente Maran e Sala questo non possono dirlo, e tutta l’operazione di NASCONDIMENTO E PARTECIPAZIONE avviene con l’avvallo dell’Ordine degli Architetti di Milano e provincia. Soprattutto Maran e Sala, non possono dire che molte delle opzioni possibili politiche e territoriali, a questo punto sono già state decise.

http://www.arcipelagomilano.org/archives/51222

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THE GAME


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Duemila partecipanti, tre giorni di lavoro ( 15, 16, 17 dicembre 2016 ), storie di contributi: si è chiusa così i tre giorni di workshop (“Dagli scali, la nuova città”) sul futuro degli scali ferroviari voluta da Sistemi Urbani, Società delle Ferrovie dello stato, e dal Comune di Milano. Officina molto CRITICA perchè svolto velocemente, sotto Natale, senza che i più, i meno dell’architettura milanese, possono dire la loro. “Una operazione poco democratica e falsamente condivisa e partecipata, anche nel metodo adottato, teso ad un accurato” pilotaggio “.

Il compito di disegnare gli scenari dei singoli scali e della Milano del futuro è poi spettato ai cinque architetti incaricati – Stefano Boeri, Francine Houben, Benedetta Tagliabue, Ma Yansong, Cino Zucchi – che hanno avuto tre mesi di tempo per proporre le loro idee per la città.

http://www.ioarch.it/milano_i_risultati_del_workshop_sugli_ex_scali-1750-0.html

Molto critico il mondo professionale milanese, che lamenta poca chiarezza “strategica per il futuro” in merito, da parte del Comune di Milano, e la totale sudditanza agli operatori privati

http://www.arcipelagomilano.org/archives/47303

Cino Zucchi (CZA) ha pensato alla proposta “verdeggiante” sottostante per lo scalo Farini (407.000 mq), presentata ad aprile 2017 , in occasione del Salone del Mobile.

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Di seguito trovi il link con tutti i progetti dei cinque “scenari” per la dismissione degli scali ferroviari milanesi, oltre 1 milione e 200 mila metri quadrati – http://www.abitare.it/it/habitat/urban-design/2017 / 05/21 / Milano-scali-ferroviari-architetti /

22 giugno 2017 , si ha l’approvazione dell’Accordo di Programma tra Comune di Milano e Ferrovie dello Stato sulla riqualificazione degli scali ferroviari.

https://www.ilsole24ore.com/art/casa/2018-07-24/coima-acquista-l-area-valtellina-dell-ex-scalo-farini-milano-131207.shtml?uuid=AEDdCZRF

Gennaio 2018, molti dei cittadini che risiedono nelle aree limitrofe agli scali ferroviari in oggetto, ricorrono al TAR per avere una riapertura delle osservazioni all’Accordo di Programma (AdP).

http://www.arcipelagomilano.org/archives/49069

A luglio 2018 Coima Sgr ha provato dal Fondo Olimpia Investimenti, gestito da Savills Im Sgr, l’area Farini Scalo / Valtellina, porzione strategica dello Scalo Farini adiacente a Porta Nuova, che rientra nel programma di riqualificazione urbana dei sette scali ferroviari promosso dal Comune di Milano e dalle Ferrovie dello Stato Italiane. L’area è stata acquisita attraverso il nuovo Fondo dedicato Coima Mistral. Sviluppato con progetti di coliving e housing student.

Coeguito la collaborazione con il Comune di Milano e le Ferrovie dello Stato Italiane si è trattato di un piano internazionale per selezionare lo studio di architettura che si occupa del piano di sviluppo delle linee guida dello Scalo Farini (407.000 mq) ».

Nell’operazione, Coima Sgr (Manfredi Catella) è stata assistita dagli studi per gli aspetti legali, per gli aspetti fiscali e giuridici.

https://www.ilsole24ore.com/art/casa/2018-07-24/coima-acquista-l-area-valtellina-dell-ex-scalo-farini-milano-131207.shtml?uuid=AEDdCZRF

Il 22 ottobre 2018 , FS Sistemi Urbani (Gruppo FS Italiane) e COIMA sgr (società leader in Italia nell’investimento, sviluppo e gestione di patrimoni immobiliari per conto di investitori istituzionali e domestici) hanno bandito il “Concorso Farini”, il concorso internazionale avente ad oggetto la redazione del Masterplan di rigenerazione degli scali ferroviari dismessi di Farini e San Cristoforo.

La prima fase, in forma palese, ha il fine di selezionare tra i candidati un numero di Gruppi di progettazione fino a cinque. Nomino in grado di “ricadere” nelle rigide griglie di selezione (economica, curriculare, ecc.) Già si sussurrano. Tutti gli altri professionisti STARANNO per l’ennesima volta A GUARDARE. A vedere mutare la loro città senza poter dire o proporre le loro idee.

La seconda fase, in forma anonima, ha il fine di selezionare, tra i Masterplan dei Gruppi di Progettazione partecipanti a questa fase, il progetto vincitore. Ai partecipanti selezionati che consegneranno il Masterplan sarà rilasciato un rimborso spese di 25.000 euro comprensivo di oneri e tasse.

Al vincitore verrà riconosciuto un importo pari a 50.000 euro, comprensivo di oneri e tasse , che includerà l’adeguamento / modifica del Masterplan presentato anche alla luce degli esiti del dibattito pubblico. Il “dibattito pubblico”, è ormai una strategia di falsa inclusione partecipativa dei cittadini, oltremodo soffocato dall’Amministrazione di Giuseppe Sala (vedasi operazione Navigli). MOLTO SERRATA (pubblicato da Bando pubblicato il 22 ottobre 2018, presentazione MOLTO SERRATA, Bando pubblicato il 22 ottobre 2018 delle candidature è il 23 novembre 2018. Non si dice nulla sulla seconda fase e la sua tempistica. 

http://www.arcipelagomilano.org/archives/51062

http://www.scalimilano.vision/concorso-scalo-farini/

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In questi giorni “settembrini”, a Milano e dintorni si fa un gran parlare degli sgomberi attuati dalle Forze dell’Ordine, nei confronti di occupanti di immobili privati ​​e non.

E’ assurto agli onori della cronaca locale e nazionale, lo sgombero avvenuto a Sesto San Giovanni. Infatti, l’edificio ex Alitalia alcuni anni fa era già stato oggetto di una lunga occupazione a fini residenziali (allora a Sesto imperversava il centrosinistra); gli stessi “estremisti di sinistra” di ALDO DICE 26X1, sono tornati a ri-occupare lo stesso immobile. Allora vennero sgomberati con la promessa che l’ex sede Alitalia doveva essere riqualificata immediatamente. Sono tornati ai primi di settembre di quest’anno, ed hoannotrovato l’immobile nelle stesse identiche condizioni in cui l’avevo lasciato. Dopo 48 ore, nel rispetto del “Decreto Salvini” sono stati fatti smammare.

https://www.ilgiorno.it/sesto/cronaca/occupazione-ex-alitalia-1.4138546

E ‘evidente che questo fenomeno, l’occupazione di edifici non occupati, è ormai molto diffuso nel milanese ed in tutta Italia. Solo nel Comune di Milano, sono circa 4.500 gli alloggi occupati abusivamente (pubblici e privati).

A fronte di una richiesta di alloggi popolari, che vede in lista oltre 25.700 richiedenti (in continuo aumento), esiste una produzione di alloggi popolari nuovi (a Milano) di circa 500 unità annue. Molti dei richiedenti in lista hanno fornito autocertificazioni “scorrette”.

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_giugno_28/milano-case-popolari-sono-irregolari-due-richieste-tre-ca6350cc-7a91-11e8-80d9-0ec4c8d0e802.shtml

numeri CodiceFonte immagine – https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_settembre_01/i-numeri-dell-emergenza-f3968b36-7006-11e6-acff-0ba0a2f56bad.shtml

Poi vi sono i numerosissimi alloggi non occupati che sono diventati oggetto di un vero e proprio “racket mafioso”, con affitti pagati alla malavita, nella totale illegalità.

http://baggio.milanotoday.it/san-siro/occupazione-sventata-via-civitali.html

Da non dimenticare che vi sono anche quelli che non hanno i requisiti per accedere all’assegnazione di alloggi popolari, anche qui i numeri parlano di circa 10.000 / 12.000 persone.

In altre città italiane la situazione è simile e / o peggiore.

E’ questa una storia, complicata e complessa, però in un Paese serio si fanno delle politiche di produzione di alloggi popolari pubblici, anche per calmierare un mercato ad arte “gonfiato” soprattutto a Milano. Fatto che spinge sempre più persone a risiedere nei comuni dell’Hinterland o addirittura nelle province contermini (e poi lavorare, studiare, consumare cultura a Milano); si svuota il centro di Milano come residenti, per farli aumentare nella provincia ed oltre. Ciò induce traffici automobilistici in continuo aumento, non essendo queste “delocalizzazioni forzate”, supportate da efficienti mezzi di trasporto pubblico.

E’ anche presente una situazione tipicamente milanese, dove chi è risiede a Milano, e che ha conquistato questa “posizione centrale” con costi e fatica, la città finisce ai confini comunali; l’esistenza della stessa Città Metropolitana (di cui Giuseppe Sala è sindaco ) non viene nemmeno presa in considerazione. Rammento, ad esempio, numerosi progetti elaborati a Milano, di piste ciclabili, tragicamente limitate al solo territorio comunale milanese, mentre a Copenaghen superano i 20 km. raggiungendo anche tutta l’area provinciale.

http://www.radiomontecarlo.net/news/extra/233225/a-copenaghen-troppe-bici-sulle-piste-in-arrivo-le-autostrade-ciclabili.html

Cosa fare? Bisognerebbe ragionare almeno ad una scala provinciale, istituendo attività, che non siano di semplice “rammendo” ma di vera e propria rigenerazione urbana: riqualificando i quartieri popolari di  Milano, ma “guardando” anche a quello che ci sta dietro, ai comuni limitrofi , alle aree dismesse. Riqualificando vecchi immobili soprattutto industriali (spesso ai confini tra i comuni) per trasformarli, in opportunità abitative. Costruire nuovi alloggi e servizi, parchi, piste ciclabili, ecc.. Dare spazio a tecnologie “leggere” come il legno e l’alta efficienza energetica, per prezzo e costi contenuti. Fare partnership con i privati, senza essere “proni a novanta gradi”, ma sta in grado di fissare precisi in merito alle politiche abitative presenti e future.

Ci immaginiamo un “Pensatoio Internazionale sull’Architettura e l’Urbanistica”, che, avendo al “centro” l’edilizia residenziale pubblica, non si occupi solo di problemi architettonici e urbanistici, della “qualità” urbana, ma si ponga anche obiettivi sociali.

Una “cosa” simile (ma diversa) all ‘IBA di Berlino – https://it.wikipedia.org/wiki/IBA_84 – coinvolgendo personalità e progettisti di alto profilo, in grado di produrre, nel corso di un tempo limitato e preciso (abbastanza lungo ma non troppo) idee, progetti ma anche di restituire un’idea di città, che al di là delle leggi e dei finanziamenti, non venire venire, meglio venire progettualità politica.

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Architettura della sparizione


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Jony Ive, il celebre direttore del design di Apple ha detto: «Abbiamo combinato due elementi fondamentali della piazza italiana: l’acqua e la pietra, aggiungendo un portale di vetro che crea un’esperienza multisensoriale per i visitatori che entrano nel negozio attraverso una fontana a cascata che sembra avvolgerli».

( video dello Store Apple di Milano – https://youtu.be/y8mUUQ2A-ao )

Potrebbero essere le parole dello stesso Sir Norman Foster, il progettista dell’Apple Store di Milano, che è stato aperto il 26 luglio 2018 a Milano, che ha fatto dell’acqua, del vetro e della pietra, l’essenza stessa di questo intervento “minimale”.

La stessa Apple, forma i propri dipendenti, imponendogli un codice di comportamento rigoroso (lavorare in Apple Store – https://bit.ly/2OlkyBy ) teso ad accogliere e mettere a completo agio la clientela, affinchè sia predisposta al meglio all’acquisto. L’architettura in tal senso gioca un ruolo fondamentale : deve essere presente, accogliente, ma essenziale, valorizzando al meglio il prodotto ed il logo.

L’appeal “tecnologico” che Foster mette sempre nella propria poetica espressiva, gioca qui un ruolo fondamentale teso a creare consenso nel pubblico di massa, ma anche negli addetti ai lavori : designer, programmatori, architetti, ecc. (per altro tutti acquirenti eccellenti, da sempre, dei prodotti Apple).

il vetro è l’attore principale di una “rappresentazione urbana”, tipicamente milanese, nella quale le dimensioni tecnica ed economica (spesi soldi a go-go, “sciallando” alla grande) del costruire hanno ormai preso il sopravvento sulle implicazioni sociali e culturali dell’architettura. Infatti se ai più può sembrare uno spazio pubblico riuscito, un recupero di un vuoto urbano (che vuoto già prima non era), in realtà è il luogo del consumo più bieco, sinergico anch’esso a “persuadere” con la sua eleganza, la sua “trasparenza” (presunta ma non effettiva – https://bit.ly/2vbPL10 ) e la sua accoglienza, all’acquisto di prodotti globali che vendono un logo di alta gamma (stra-costoso), più che cercare di produrre oggetti accessibili a tutti.

Non si privilegia il vuoto e la città, si aggiunge a Milano, l’ennesimo “spazio sacrale” del commercio. Uno spazio pieno di VITREA IMMATERIALITA, ma dove ogni giorno si sacrificano al Dio Denaro, i brandelli di una società che non sa più dove sta andando. Per avere in cambio oggetti costosi e di “durata limitata programmata” (https://bit.ly/2NOfAfm )……..insomma, per essere trattati come dei “polli in batteria” da spennare.

È proprio in questi casi che si configura un duplice tradimento dell’architettura di vetro cara a Scheerbart (https://bit.ly/2K12rxd ) ed a Mies van der Rohe. Il primo tradimento è quello perpetrato dall’architettura di vetro nei confronti della città da parte di questa architettura. Nell’Apple Store Milano, è difficile riconoscere i VERI paradigmi della trasparenza, dell’onestà, del rigore, della sobrietà, dell’essenzialità, dell’apertura nei confronti del contesto socio-economico reale contemporaneo e darne un’interpretazione anche critica; che proprio dal vetro e da ciò che rappresenta attendevano una risposta.

Il secondo tradimento è quello che l’architettura di vetro ha subito da parte di una progettualità fosteriana che in questi casi sembra più tesa all’operatività che disposta a riflettere sul senso del proprio agire e del proprio essere nella società mondiale (e milanese). Una progettualità ormai lontana da quell’impegno civile che caratterizzava il pensare all’architettura dell’avanguardia del Novecento e che riconosceva nel vetro e nella sua trasparenza una grande opportunità per DISVELARE ciò che i muri di pietra e mattoni nascondevano.

Un intervento riuscito, quello dell’Apple Store di Milano, una vera e propria ARCHITETTURA  SERVA dei potentati economico/tecnologici oggi al potere. Interventi di cui Milano, capitale economica (presunta e sopravvalutata) di una nazione che sta andando a ramengo tra : xenofobi, razzisti, incapaci, quaquaraquà, ecc., si sta ormai purtroppo riempiendo (più che svuotando).

Ed intanto molti architetti hanno “occhi che non vedono”…….rispetto a quello che sta avvenendo, anche loro raggirati e persuasi da questi VUOTI……..pieni di schifezze trasparenti.

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Milano City (Testa o Croce).


 

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La "Nube Purpurea che uccide" su Milano fotografata dalla Torre Garibaldi

Se con il lancio di una monetina, Milano ha perso l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), a favore della più rutilante, ecologica e culturalmente più dotata Amsterdam, questo fatto non deve essere vissuto negativamente, in quanto può essere una grande occasione.

Infatti, l’arrivo dell’Agenzia Europea del Farmaco (che ora ha sede a Londra), con i suoi oltre 800 impiegati, i congressi ed il relativo turismo conseguente, avrebbero ulteriormente indotto la metropoli milanese ad una crescita urbanistica “gonfiata” che già consta di decine di migliaia di vani sfitti e/o inutilizzati; soprattutto di terziario e di residenziale.

Non dimentichiamoci che Milano, una delle zone al mondo con il più alto consumo di suolo, insiste in una delle regioni della Pianura Padana in cui gli abitanti dell’area metropolitana sono esposti quotidianamente (tra ottobre e marzo) a livelli di inquinamento atmosferico da biossido di azoto e da micropolveri sottili (PM 10 e PM 2,5) di gran lunga superiore ai limiti di legge. Da Paderno Dugnano a Lacchiarella, da Corbetta a Truccazzano.

È evidente la necessità di un urgente e decisivo piano d’intervento che vada finalmente ad incidere sulle politiche relative alle fonti di inquinamento. E’ ormai un problema di salute pubblica, che ricorre praticamente ad ogni inverno, per più settimane.

A ciò non esula l’urbanistica. Anziché di continuare a progettare dei Piani di Governo del Territorio (PGT)  di espansione della superficie lorda di pavimento (con conseguente inevitabile consumo di suolo), bisognerebbe decostruire, riducendo il numero degli abitanti insediati. Concentrando tutte le disponibilità economiche sulla realizzazione di spazi verdi (filtranti) e di mezzi di trasporti pubblico efficienti, capillari ed economici.

Una occasione è stata di recente offerta dall’Accordo di Programma (A.d.P) tra Ferrovie dello Stato e Comune di Milano, inerente la riqualificazione degli scali ferroviari dismessi (oltre 1,2 milioni di metri quadrati oggi abbandonati e degradati sparsi nel territorio comunale) delle aree : Farini, Porta Genova, Porta Romana, Lambrate, Greco, Rogoredo e San Cristoforo, ecc.. Una occasione colta solo parzialmente d’invertire un futuro di “cemento”.

Infatti i progetti, presentati la scorsa primavera in occasione del Salone del Mobile, sono maestosi, ricchi di verde, di piante e di grandi prati, ma anche di tanto edificato “dipinto di verde” : troppo edificato e tanti palazzoni inutili, probabilmente invendibili a medio e lungo termine.

Non si tratta di realizzare, degli scenari per le “fauci feroci” degli immobiliaristi, o per le “matite verdeggianti” degli architetti, troppo spesso “servi” di costoro, ma invece bisogna consentire ai cittadini di tornare a respirare, invertendo una tendenza che non consente più deroghe, già da molti anni. Alle auto ecologiche ed elettriche, al costruito sostenibile con contenimento spinto dei consumi energetici, deve anche seguire un’architettura che sappia contenersi nella quantità (volume) per dare più spazio alla qualità, ai contenuti.

Non è più accettabile pensare alla Città di Milano ed alla sua area metropolitana in termini di edificato, ogni brandello di terreno da riqualificare deve diventare esclusivamente un’area verde. Un verde da intendersi «come infrastruttura ecologica ed economica», che sia fruita insediandovi attività diverse che possono essere orti urbani, istallazioni temporanee, spazi per i concerti e attività sportive. Per il costruito ci sarà solo l’impronta degli edifici già edificati, il sopralzo (contenuto) di quelli esistenti. Un lascito per le generazioni future.

Dario Sironi

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Giungla


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La prima volta che ho sentito parlare della “giungla di via Noale” a Milano, studiavo da poco architettura. Era la fine degli anni Settanta del Novecento. Venivamo inviati, per “toccare con mano”, in maniera sparuta, quasi di nascosto, visto che imperava ancora per poco la Politica del Collettivo Studentesco (Tante parole e poca architettura) a contemplare (per imparare) gli edifici, dell’Architettura Moderna e Contemporanea, che i nostri professori di progettazione (Emilio Battisti, Sergio Crotti, Daniele Vitale, Ernesto D’Alfonso, Cesare Pellegrini, Massimo Fortis, Enrico Mantero, ecc.) ci descrivevano come magnifici ed esemplari : il Gallaratese di Aymonino e Rossi, la “Rustici” di Terragni, la Casa a Torre di Bottoni in Corso Sempione, gli edifici di Giò Ponti, la Torre Velasca dei BBPR, ecc.. Il “viatico” per chi iniziava a praticare questa antichissima e splendida disciplina.

Tra questi faceva specie, la lunghissima digressione in via Noale (Zona Baggio, verso la Tangenziale Ovest), dove uno dei nostri professori, Vittoriano Viganò, aveva costruito parecchi anni prima (nel 1952) un edificio per l’istruzione , il Marchiondi Spagliardi, completamente abbandonato nel 1970. Da tutti definito “Brutalista”.

Già allora, noi giovani studenti, ci aggiravamo in una piccola giungla urbana, frutto dell’incuria a cui la struttura era stata completamente abbandonata. Ancora bellissime, le ardite strutture in cemento armato a vista, di chiara impronta lecorbuseriana, scandivano lo spazio dell’intorno: mentre all’interno, già via abitavano strane creature urbane con le loro suppellettili.

Già allora, si incominciò a “parlare” in merito alla necessità di tutela e di restauro del complesso didattico. Ne vaticinava anche lo stesso Viganò, quando nel 1985, inaugurò il nuovo ingresso della Sede Facoltà di Architettura in via Ampere, da lui progettata.

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Così rappresentativo di un’epoca, che l’edificio fu, dopo pochi anni, vincolato dalla  Soprintendenza ai Beni architettonici, ma il degrado continuò a progredire nonostante i numerosi tentativi di farne un’uso finalizzato al suo restauro.

Nel corso del tempo ho più volte assistito a dibattiti tra architetti e non sulle sorti di una tale “bellezza architettonica moderna” (per non dire ancora contemporanea), il cui modello architettonico è esposto al Mo.Ma di New York.

Ma nulla, assolutamente nulla, è avvenuto, se non il recupero a centro disabili diurno, di una piccolissima parte del complesso. Intanto la natura, la “Giungla” lentamente fa il suo inesorabile corso, e si sta “mangiando nell’indifferenza più totale” le immaginifiche e sontuose strutture. Il tutto avviene mentre un recinto alto e minaccioso, protegge e santifica l’evento distruttivo “naturale”.

L’ultimo “dibattito in merito” a cui ho personalmente assistito è avvenuto nel 2015, presso il belvedere “Enzo Jannacci” del Grattacielo Pirelli di Giò Ponti e soci, ma non ha prodotto nulla, assolutamente NULLA, nonostante l’Expo e le aspettative della figlia di Vittoriano Viganò (deceduto nel 1996), Paola, che pregava gli astanti (docenti, soprintendenti, architetti, esperti) almeno di ripristinare l’impermeabilizzazione del tetto, per salvare il salvabile.

Eppure ancora oggi, il pellegrinaggio di architetti, in via Noale, da tutte le parti del Mondo, è pressochè costante. Cosa ci vorrebbe a fare una “Call/Chiamata” internazionale, per trovare un operatore, un magnate, che intenda restaurare perfettamente (sotto l’occhio vigile della Soprintendenza) una tale “bellezza”. Gli si potrebbe lasciare l’usufrutto per i prossimi 99 anni, ad un euro (come per Palazzo Farnese a Roma)!

Tanto, se non ci si è riusciti in oltre 45 anni a trovare una soluzione politica/economica ed un uso congruo per tale edificio, per scongiurarne la completa “rovina”, probabilmente non la si troverà mai, passassero mille anni.

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Dario Sironi

Barli Biber


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Prodotti nell’Appenzell (o Appenzello interno) fin dal XVI secolo, i Barli – Biber, devono la loro fama alla miscela speciale di spezie, miele, mandorle (gelosamente custodita e segretissima) ed al sofisticato processo produttivo dell’ impasto.

Di cosa sanno, difficile a dirsi, però vagamente hanno il gusto degli amaretti morbidi,  di certo il loro uso costante genera dipendenza. Si tratta di un prodotto dolciario che sviluppa molte calorie. La morbidezza estrema del Barli – Biber, ne fa una volta ingerito, masticato e trasformato in bolo, una miscela soffice che, raggiunto lo stomaco (soprattutto se successivamente si beve acqua o altro liquido commestibile), è in grado di triplicare il suo volume. Quindi  facilmente toglie la fame e dona un notevole senso di sazietà.

Viene ora da chiedersi perchè, in un blog che si occupa di architettura, stiamo parlando di un dolce tipico svizzero.  Perchè si tratta di un prodotto di “paesaggio”, intimamente legato ad un luogo, l’Appenzello, tra le regioni più amene, bucoliche e fiabesche (soprattutto d’inverno) della Svizzera. In nessun altro luogo della Svizzera il paesaggio collinare del Mittelland si alterna in maniera così stupefacente con l’ambiente montano dominato dalle falesie dell’Alpstein.

Qui nell’ Alpstein le formazioni rocciose spuntano come dal nulla, sviluppandosi fino ad oltre 2500 metri di altezzaMa l’Appenzello significa anche Democrazia Diretta, mediante le così dette assemblee rurali all’aperto. 

Ogni anno, l’ultima domenica di aprile, nell’Appenzell, gli elettori, aventi diritto, si riuniscono all’aperto, nella piazza principale della capitale del cantone rurale,  per decidere la politica cantonale. Questa originale, ed antica forma di democrazia diretta è denominata Landsgemeinde, ha un unico esempio similare nel  Canton Glarona.

La Landsgemeinde è un’assemblea solenne, in cui i cittadini (in passato solo maschi) con diritto di voto eleggono le autorità e deliberano su questioni particolari. Sviluppatesi dal tardo Medio Evo, le Landsgemeinden si tenevano anche in altri cantoni: Uri (dal 1231), Svitto (dal 1294), Untervaldo (dal 1309), Zugo (dal 1376), Appenzello (dal 1378), Glarona (dal 1387) e anche in diversi altri territori e valli dipendenti dai cantoni, incluse Bellinzona e Einsiedeln.

La Landsgemeinde adotta e può rivedere la Costituzione dello Stato e le leggi , può anche rivedere le principali decisioni e soprattutto le iniziative finanziarie. Inoltre i cittadini possono fare proposte, che devono essere consegnate per iscritto entro il 1 ° ottobre dell’anno precedente alla comunità rurale. Le proposte per le elezioni devono essere per acclamazione .

Nasce così un’insolita analogia, tra il dolce tipico dell’ Appenzello (Barli – Biber), il paesaggio bellissimo (Il paesaggio collinare prealpino e il maestoso Alpstein sono semplicemente meravigliosi quando sono ammantati di neve o in primavera con le fioriture), e la Democrazia Diretta (forma di democrazia nella quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, sono direttamente legislatori e amministratori del bene pubblico). Mangiare un Barli – Biber è un po come implementare il paesaggio, la storia e la cultura svizzera, compresa l’essenza stessa della sua struttura politica fondata sulla Democrazia Diretta.

Barli – Biber, di cui gli architetti, di solito ne vanno ghiottissimi, perchè fonte di ispirazione e di idee. Conosco un collega di origini trentine, residente a Varese, che esercita la sua attività principale a Chiasso, costui vivrebbe esclusivamente assimilando dei Barli – Biber .

Qui la ricetta tradizionale 

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

PNR65 – MAD13


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Quì sopra alcune immagini della mostra PNR 65 all’Agricola Ticinese di Giubiasco

“Andate fiduciosi nella direzione dei vostri sogni, vivete la vita che avete sempre immaginato.”

Henry David Thoreau

Atene assedia la città di Mitilene (sull’Isola di Lesbo), che era passata dalla parte degli Spartani nel 428 a.C.. Mitilene cade e gli Ateniesi si riprendono la città. Dopodichè si riuniscono in pubblica assemblea per decidere cosa fare degli sconfitti. Votavano tutti quelli degni di andare in assemblea (circa il 15% della popolazione ateniese) con un metodo che chiamavano democrazia.  Si trattava di circa 15/20 mila persone, e lo spettacolo di tale consesso, doveva essere meraviglioso. Un quantitativo enorme di individui che discute, in merito alla pena da infliggere ad una città “traditrice”, sotto l’influsso emotivo di una guerra appena vinta.

La decisione fu di uccidere tutti i maschi adulti e vendere come schiavi donne e bambini. Una decisione, violenta e crudele, che di fatto negava la possibilità di un futuro per Mitilene. Democrazia ed impero sono incompatibili, chiara contrapposizione alle idee di Pericle, per il quale democrazia ed impero ateniesi sono due facce della stessa medaglia. In realtà, secondo Cleone le democrazie hanno difficoltà a reggere un impero, perché all’interno di una democrazia i rapporti tra cittadini sono tali per cui, stupidamente, si crede che anche tra alleati ci possano essere simili rapporti di fiducia

Discussero e votarono per tutto il giorno ed a sera, andarono a dormire. La mattina successiva, molto presto, una nave ateniese salpò per andare a comunicare il verdetto ai cittadini di Mitilene. Più tardi quando i partecipanti all’assemblea si svegliarono, ognuno a casa propria, ripensandoci si rimisero a discutere in merito alla decisione presa. Riconvocarono l’assemblea  e ripresero a discutere le sorti di Mitilene.

Nel dibattito assebleare riassumibile nella diatriba tra Cleone e Diodoto si assiste al contrasto tra una politica radicale e una politica moderata. Tuttavia, neanche quest’ultima ha avuto grandi risultati: infatti, finora Atene ha messo in pratica un atteggiamento moderato nei confronti degli alleati e il risultato è stata la defezione di Mitilene.

Prevalse comunque un atteggiamento di moderazione, che portò ad esprimere un nuovo verdetto che condannava a morte solo i diretti responsabili del tradimento (alcune centinaia di persone), risparmiando la vita a molte migliaia di maschi adulti.

Quindi fecero immediatamente salpare una seconda nave, molto più veloce, che portasse il nuovo verdetto, annullando il primo. Ai rematori diedero viveri in abbondanza e l’assicurazione di un ricco premio se fossero riusciti a raggiungere la prima nave.

Così fu e Mitilene salvò la maggior parte della sua popolazione.

Ecco l’idea di “democrazia” viene da questa vicenda, come racconta Alessandro Baricco nel libro “Una certa idea di mondo”, recensendo il bellissimo libro di Kagan Donald “La Guerra del Peloponneso”.

Cosa centra tutto ciò con l’architettura ?

Se l’architettura, nasce dalle relazioni che si vogliono stabilire tra il contesto e la nuova opera che, realizzandosi, lo trasforma; allora vuol dire che una relazione “intima e democratica” tra questi due elementi : architettura e contesto deve essere data quale presupposto.

Una relazione intima e democratica, che deve essere oggetto di analisi, e tesi, ma che può anche essere oggetto di ripensamenti frutto di una visione moderata e non radicale di questo rapporto.

Perchè è il ripensamento, costruttivo e fecondo, l’arte sottile dell’architettura, come lo è per la democrazia.

Quì sotto alcune immagini di MAD 13 all’Accademia di Mendrisio

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