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Democrazia

Barli Biber


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Prodotti nell’Appenzell (o Appenzello interno) fin dal XVI secolo, i Barli – Biber, devono la loro fama alla miscela speciale di spezie, miele, mandorle (gelosamente custodita e segretissima) ed al sofisticato processo produttivo dell’ impasto.

Di cosa sanno, difficile a dirsi, però vagamente hanno il gusto degli amaretti morbidi,  di certo il loro uso costante genera dipendenza. Si tratta di un prodotto dolciario che sviluppa molte calorie. La morbidezza estrema del Barli – Biber, ne fa una volta ingerito, masticato e trasformato in bolo, una miscela soffice che, raggiunto lo stomaco (soprattutto se successivamente si beve acqua o altro liquido commestibile), è in grado di triplicare il suo volume. Quindi  facilmente toglie la fame e dona un notevole senso di sazietà.

Viene ora da chiedersi perchè, in un blog che si occupa di architettura, stiamo parlando di un dolce tipico svizzero.  Perchè si tratta di un prodotto di “paesaggio”, intimamente legato ad un luogo, l’Appenzello, tra le regioni più amene, bucoliche e fiabesche (soprattutto d’inverno) della Svizzera. In nessun altro luogo della Svizzera il paesaggio collinare del Mittelland si alterna in maniera così stupefacente con l’ambiente montano dominato dalle falesie dell’Alpstein.

Qui nell’ Alpstein le formazioni rocciose spuntano come dal nulla, sviluppandosi fino ad oltre 2500 metri di altezzaMa l’Appenzello significa anche Democrazia Diretta, mediante le così dette assemblee rurali all’aperto. 

Ogni anno, l’ultima domenica di aprile, nell’Appenzell, gli elettori, aventi diritto, si riuniscono all’aperto, nella piazza principale della capitale del cantone rurale,  per decidere la politica cantonale. Questa originale, ed antica forma di democrazia diretta è denominata Landsgemeinde, ha un unico esempio similare nel  Canton Glarona.

La Landsgemeinde è un’assemblea solenne, in cui i cittadini (in passato solo maschi) con diritto di voto eleggono le autorità e deliberano su questioni particolari. Sviluppatesi dal tardo Medio Evo, le Landsgemeinden si tenevano anche in altri cantoni: Uri (dal 1231), Svitto (dal 1294), Untervaldo (dal 1309), Zugo (dal 1376), Appenzello (dal 1378), Glarona (dal 1387) e anche in diversi altri territori e valli dipendenti dai cantoni, incluse Bellinzona e Einsiedeln.

La Landsgemeinde adotta e può rivedere la Costituzione dello Stato e le leggi , può anche rivedere le principali decisioni e soprattutto le iniziative finanziarie. Inoltre i cittadini possono fare proposte, che devono essere consegnate per iscritto entro il 1 ° ottobre dell’anno precedente alla comunità rurale. Le proposte per le elezioni devono essere per acclamazione .

Nasce così un’insolita analogia, tra il dolce tipico dell’ Appenzello (Barli – Biber), il paesaggio bellissimo (Il paesaggio collinare prealpino e il maestoso Alpstein sono semplicemente meravigliosi quando sono ammantati di neve o in primavera con le fioriture), e la Democrazia Diretta (forma di democrazia nella quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, sono direttamente legislatori e amministratori del bene pubblico). Mangiare un Barli – Biber è un po come implementare il paesaggio, la storia e la cultura svizzera, compresa l’essenza stessa della sua struttura politica fondata sulla Democrazia Diretta.

Barli – Biber, di cui gli architetti, di solito ne vanno ghiottissimi, perchè fonte di ispirazione e di idee. Conosco un collega di origini trentine, residente a Varese, che esercita la sua attività principale a Chiasso, costui vivrebbe esclusivamente assimilando dei Barli – Biber .

Qui la ricetta tradizionale 

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

PNR65 – MAD13


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Quì sopra alcune immagini della mostra PNR 65 all’Agricola Ticinese di Giubiasco

“Andate fiduciosi nella direzione dei vostri sogni, vivete la vita che avete sempre immaginato.”

Henry David Thoreau

Atene assedia la città di Mitilene (sull’Isola di Lesbo), che era passata dalla parte degli Spartani nel 428 a.C.. Mitilene cade e gli Ateniesi si riprendono la città. Dopodichè si riuniscono in pubblica assemblea per decidere cosa fare degli sconfitti. Votavano tutti quelli degni di andare in assemblea (circa il 15% della popolazione ateniese) con un metodo che chiamavano democrazia.  Si trattava di circa 15/20 mila persone, e lo spettacolo di tale consesso, doveva essere meraviglioso. Un quantitativo enorme di individui che discute, in merito alla pena da infliggere ad una città “traditrice”, sotto l’influsso emotivo di una guerra appena vinta.

La decisione fu di uccidere tutti i maschi adulti e vendere come schiavi donne e bambini. Una decisione, violenta e crudele, che di fatto negava la possibilità di un futuro per Mitilene. Democrazia ed impero sono incompatibili, chiara contrapposizione alle idee di Pericle, per il quale democrazia ed impero ateniesi sono due facce della stessa medaglia. In realtà, secondo Cleone le democrazie hanno difficoltà a reggere un impero, perché all’interno di una democrazia i rapporti tra cittadini sono tali per cui, stupidamente, si crede che anche tra alleati ci possano essere simili rapporti di fiducia

Discussero e votarono per tutto il giorno ed a sera, andarono a dormire. La mattina successiva, molto presto, una nave ateniese salpò per andare a comunicare il verdetto ai cittadini di Mitilene. Più tardi quando i partecipanti all’assemblea si svegliarono, ognuno a casa propria, ripensandoci si rimisero a discutere in merito alla decisione presa. Riconvocarono l’assemblea  e ripresero a discutere le sorti di Mitilene.

Nel dibattito assebleare riassumibile nella diatriba tra Cleone e Diodoto si assiste al contrasto tra una politica radicale e una politica moderata. Tuttavia, neanche quest’ultima ha avuto grandi risultati: infatti, finora Atene ha messo in pratica un atteggiamento moderato nei confronti degli alleati e il risultato è stata la defezione di Mitilene.

Prevalse comunque un atteggiamento di moderazione, che portò ad esprimere un nuovo verdetto che condannava a morte solo i diretti responsabili del tradimento (alcune centinaia di persone), risparmiando la vita a molte migliaia di maschi adulti.

Quindi fecero immediatamente salpare una seconda nave, molto più veloce, che portasse il nuovo verdetto, annullando il primo. Ai rematori diedero viveri in abbondanza e l’assicurazione di un ricco premio se fossero riusciti a raggiungere la prima nave.

Così fu e Mitilene salvò la maggior parte della sua popolazione.

Ecco l’idea di “democrazia” viene da questa vicenda, come racconta Alessandro Baricco nel libro “Una certa idea di mondo”, recensendo il bellissimo libro di Kagan Donald “La Guerra del Peloponneso”.

Cosa centra tutto ciò con l’architettura ?

Se l’architettura, nasce dalle relazioni che si vogliono stabilire tra il contesto e la nuova opera che, realizzandosi, lo trasforma; allora vuol dire che una relazione “intima e democratica” tra questi due elementi : architettura e contesto deve essere data quale presupposto.

Una relazione intima e democratica, che deve essere oggetto di analisi, e tesi, ma che può anche essere oggetto di ripensamenti frutto di una visione moderata e non radicale di questo rapporto.

Perchè è il ripensamento, costruttivo e fecondo, l’arte sottile dell’architettura, come lo è per la democrazia.

Quì sotto alcune immagini di MAD 13 all’Accademia di Mendrisio

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Masoala


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Il filmato che vedete qui sopra non è stato realizzato in Madagascar, ma a 289 chilometri da Milano, a Zurigo.

La foresta pluviale “Masoala”, dello Zoo di Zurigo, è la fedele ricostruzione di un pezzo di foresta pluviale del nord del Madagascar, oggi Parco Nazionale Masoala. Questo pezzo di “Africa”  è situato sotto una cupola trasparente (alta 30 metri) realizzata in “vesciche” di EFTE (montate su struttura metallica), un materiale che simula la luce solare, coibenta e consente di coprire, in maniera leggera, gli oltre 11.000 metri quadrati di superficie, mantenendo la temperatura interna tra i 20 ed i 30 gradi con un’umidità dell’80%. All’interno del Masoala, sono presenti oltre 17.000 piante e 430 animali liberi. Vie è persino un laghetto ed una grande cascata. Tutto il sistema è riscaldato e condizionato in maniera sostenibile con una centrale a pellets di legna, con un camino, bocchette di aspirazione ed un sistema di recupero del calore che immaganizza il calore in eccesso. Al funzionamento ed al mantenimento di questo ecosistema collaborano centinaia di esperti, ricercatori e scienziati.

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Si può essere d’accordo o meno con l’esistenza di uno zoo, però l’idea di evitare il “bombardamento del Madagascar” con centinaia di migliaia di turisti, che muovendosi peggiorano l’impronta ecologica complessiva del pianeta, è molto accattivante e sensata. Si è così deciso di realizzare un pezzo di foresta pluviale a Zurigo, per contrastare la deforestazione selvaggia nella grande isola nell’Oceano Indiano, attraverso un contributo che ogni visitatore dà, acquistando un biglietto. L’esistenza di questa grande serra a Zurigo, consente di contribuire al sostentamento dello Zoo e ad aiutare dei progetti per la salvaguardia del Parco Nazionale del Madagascar, nonché incentivare un turismo sostenibile e consapevole in loco.

A Zurigo è il Madagascar che viene a visitare la città e non viceversa.

Nel 2012, Zurigo, si è classificata seconda nell’apposita graduatoria sulla qualità di vita nelle città del mondo di dimensione medio/grandi;  prima in classifica Vienna. I parametri rilevati sono 39, tra i quali : situazione politica locale, situazione economica, cultura, sanità, vivibilità, spazi verdi e loro accessibilità, contesto sociale, mobilità e traffico, inquinamento atmosferico, clima, ecc..

A Zurigo si trovano Università eccellenti che figurano tra le classifiche internazionali, centri di ricerca e innovativi think tanks. Una moderata imposizione fiscale, un elevato livello dei salari, una forza lavoro qualificata, un’eccellente rete di collegamenti, nonché un contesto sicuro e stabilità politica rendono Zurigo un sito attraente per società provenienti da tutto il mondo. Ma non son tutte “rose e fiori”, Zurigo è anche una delle città più care al mondo.

Nell’area metropolitana di Zurigo vivono circa due milioni di persone. La popolazione straniera si attesta attorno a una quota del 30%. Il fatto che Zurigo è situata nel cuore del continente e sulla linea di congiunzione fra tre diversi spazi culturali europei (Germania, Francia, Italia), lo si percepisce anche nella vita di tutti i giorni. Il tradizionale multilinguismo di Zurigo e il suo spirito aperto fanno sì che i nuovi arrivati, provenienti dall’estero, si sentano presto a loro agio.

La Svizzera offre condizioni di quadro economico e sociale assolutamente favorevoli e affidabili. La La Democrazia Diretta e il federalismo, sono alla base della stabilità politica e la politica economica di stampo liberale è garante della libertà economica e commerciale.

A Zurigo, l’architettura, il paesaggio, come in tutta la Svizzera, sono continuamente oggetto di una riflessione collettiva, di una “Mise au point” (messa a punto di lecorbuseriana memoria), tesa al conseguimento di una qualità dello spazio collettivo in cui vivere. Anche le aree dimesse, godono di questa qualità diffusa, che ha come epicentro la condivisione con i cittadini .

Il Puls 5 della ex fabbrica di turbine, Sihlcity, l’area dell’ex birrificio Hurlimann, sono solo degli esempi di una sana politica urbanistica, che coniuga sviluppo con un ridotto consumo di suolo, soprattutto salvaguardando la memoria collettiva di una dimensione produttiva e lavorativa che non è più.

In queste aree ex industriali, dei veri e propri laboratori sociali, oggi ci trovi tutto: un supermercato biologico, un ristorante “alla moda”, spazi multifunzionali bar/negozio di biciclette/ristorante che assomigliano ad un centro sociale, uffici ultramoderni. Mentre ancora convivono attività industriali in piena città e casettine da cartolina Svizzera.  C’è anche molta filosofia comunemente accettata del vintage, del recupero, del riciclo, con un pizzico di modernariato (che non guasta), mischiato con locali alla moda, terrazze per aperitivi, negozi ipertecnologici di computer.

E’ proprio in questo estremo mix funzionale e sociale (in Italia quasi impossibile da trovare), che si generano le condizioni ideali di sviluppo di quella “fluidità di pensiero”, alla base della creatività. Creatività che è forse l’unico contenuto veramente spendibile oggi in Europa, per superare questa insistente crisi economica.

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Puls 5

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Sihlcity

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Birrificio Hurlimann

Quì sotto alcune immagini di Zurigo

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Coltivatori di querce (a John Dekker experience)


F. L. Wright – Hyde Park (Chicago) – Robie House – 1910 (Sopra)

Frank Lloyd Wright – Casa e Studio ad Oak Park (Chicago) – 1909 

Frank Lloyd Wright – Museo Salomon R. Guggenheim (New York) – 1959 

Scrive il grande architetto america  Frank Lloyd Wright nell’introduzione del suo libro “La Città Vivente” (Einaudi 1966): “Quando una grande quercia sta per morire, alcune foglie di un verde giallastro appaiono sui rami piú alti. La stagione seguente la maggior parte della corona superiore dell’albero è gialla; l’anno dopo i rami in alto rimangono senza foglie. Dopo diverse stagioni successive diciamo che l’albero è secco. Ma per molti anni ancora lo scheletro dell’albero inaridito rimane eretto e segna il cielo col suo profilo scuro come se nulla fosse avvenuto. Infine, marcito alla radice, inutile, la struttura greve alla sommità, precipita. Ma anche cosí lo scheletro pesante giace a lungo spezzato sul suolo. Occorrono molti anni prima che si tramuti in humus e nasca l’erba e che forse da una o due ghiande abbiano origine altre querce. Quel che per la grande quercia furono la linfa e le foglie è per un popolo una sana estetica.”

Il grande Frank Lloyd Wright, magico artefice di quell’architettura “organica”, che è un pò un’occasione persa, “dimenticata” per tutta la disciplina, ci da in questo scritto, un’ennesima traccia da seguire affinchè si possa tornare ad un equilibrato rapporto tra uomo, costruito :  l’estetica.  La sua idea di architettura rifuta la mera ricerca estetica fine a sè stessa, o il semplice  atteggiamento progettuale superficiale, come ben si evince dalla metafora dell’albero. L’architettura dovrebbe essere indipendente da ogni imposizione esterna contrastante con la natura dell’uomo. La progettazione architettonica deve creare un’armonia tra l’uomo e la natura. Così non sarà, morto Wright, sarà infatti, proprio l’estetica (non quella organica pregna di contenuti ed in perfetto allineamento con la storia della natura dell’uomo), a caratterizzare per i decenni successivi a questo scritto, e fino ad oggi, l’architettura americana.

Cosa è quindi, allo stato attuale, l’architettura di un luogo, gli Stati Uniti, che è una nazione ed una società in continua trasformazione? L’architettura è l’anima stessa di questo paese, come lo è la natura. Qui’ si costruisce, anche per competere con la natura, che spesso è ancora molto forte e soverchiante le attività umane (ma dove non lo è con il surriscaldamento dell’atmosfera terreste). L’architettura presuppone, un’evoluzione continua e benchè talvolta si possono verificare delle rivoluzioni, la matrice estetica (che è anche quella comunicativa principale), su cui si lavora è quasi sempre la stessa, il “limite esterno”, che attua la delimitazione di uno spazio “termico” atto a garantire la sopravvivenza dell’uomo su questo pianeta, indipendentemente dai “capricci” della natura. Quello che una volta era il “luogo della composizione architettonica”, oggi è sempre più una “pelle scultorea” che funge inevitabilmente da vero e proprio “marchio d’immagine”.

Se prima l’estetica, nell’architettura americana era anche “contenuti” oggi è sempre più solamente un’immagine, destinata a un rapido invecchiamento. La tecnologia, i materiali, per definire questo limite, sono finalizzati a creare uno “stupore estetico”, che fanno parte dell’imboscata mediatica, con cui nascono e si definiscono le poetiche delle archistar. Un “bliz estetico” però destinato a durare poco, ed a rinnovarsi di continuo. Insomma l’architettura americana attuale, non è fatta per durare, ma per essere continuamente manutenuta, pulita, spazzolata, riverniciata, ecc.. Il tutto con dei costi, anche per l’ambiente, “folli”, anche quando si parla di edifici sostenibili. L’architettura americana attuale è ancora perfettamente nel solco suicida che portò alla “crisi dei subprime”, così come lo è l’economia americana. Considerazioni in parte estendibili a tutto il mondo occidentale. Non a caso, proprio nel terzo trimestre del 2012, l’economia americana ha ripreso a crescere, e trainata soprattutto dal settore edile, a consumare suolo. Presto sarà così per tutto l’Occidente, sarà l’ennesima fatua “fiammata”. Forse l’ultima.

Ecco quindi, che le parole di accettazione del secondo mandato, del Presidente Barak Obama : “Il meglio deve ancora venire”, appaiono anche profetiche per la disciplina  dell’architettura americana. Speriamo sia soprattutto un “meglio” che contempli una profonda rivisitazione dei contenuti e degli obbiettivi, magari dando un giusto peso alla parola “decrescita”, con cui prima o poi tutto il mondo occidentale, ed anche l’architettura,  dovrà confrontarsi, volente o nolente. L’architettura deve ripensare il proprio modello di sviluppo, e quindi la propria estetica,  in America, come in Italia, ed in tutto il mondo. Vanno ripensati i criteri stessi della crescita urbana fin quì utilizzati. Non si tratta di porre un limite alla crescita urbana, all’edilizia, ma di ottimizzare le strategie atte a contrastare il consumo di suolo e l’inquinamento, attuando un nuovo modello di gestione del territorio.

Forse bisogna anche ritornare a coltivare ed a piantare querce, le cui ghiande, per millenni sono state cibo per lo stomaco degli esseri umani, ed anche per la loro mente.

Sopra il filmato “5 minuti di recupero” Un’occasione per ripensare la crescita urbana

F.O. Gehry – Jay Prizker Pavillion – Millenium Park (Chicago)

Asymptote – 166, Perry Street (New York) 

Morphosis – Cooper Square, 41 (New York) 

The Crown Fontain – Jaume Plensa – Millenium Park (Chicago) 

Sanaa – Art Museum , Bovery 235 (New York)

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Trasformazione urbanistica partecipata (Euromediteranee)


Al Mondo, o perlomeno nei paesi civilizzati, solo in Italia, succede che prima si fanno le case e poi si pensa alle urbanizzazioni (strade, scuole, fognature, commercio, ecc.), dovunque prima si bonificano in maniera adeguata i terreni e si urbanizza, di solito fa ciò il l’operatore pubblico e/o con il privato, poi si costruisce. Ciò vale come regola imprenditoriale, è ovvio che ho interesse, sia come privato che come pubblico, a fare in modo che le cose avvengano nei tempi e nei modi prestabili in modo che il denaro investito rientri i maniera rapida e veloce.
Di solito ovunque il pubblico è partner delle operazioni immobiliari dei privati, avendo interesse a fare vedere agli elettori che tutto funziona bene, nei costi e nei tempi prestabiliti. A tal fine l’operatore pubblico e attore attivo sia della pianificazione che della costruzione del paesaggio urbano. Prima si studia la città, si discute, poi si progetta e si realizza.

Sono stato l’estate del 2010, a Marsiglia dove, in preparazione all’evento “Marsiglia Capitale della Cultura Europea 2013” (http://www.euromedite… ) si sta attuando la trasformazione del porto, risanando interi quartieri esistenti e costruendo anche del nuovo. Il tutto con un’attività di ragionamento progettuale, che è partita, più di 10 anni fa, dall’identificazione della realtà metropolitana di Marsiglia e del suo paesaggio, per arrivare fino alla definizione dei dettagli dell’arredo urbano. In ciò il pubblico è sempre stato “pilota attivo” della trasformazione, rendendo costantemente i cittadini partecipi e consapevoli di quello che si stava facendo! In modo che potessero controllare e dare le loro idee, in un dibattito anche molto aspro, essendo Marsiglia una città multietnica di 350.000 abitanti. Sono quindi stati approvati prima i piani urbanistici, poi approvati i progetti delle urbanizzazioni, ed ora si stanno realizzando gli edifici e ristrutturando quelli esistenti. Se vai oggi a Marsiglia vedi già moltissime strade, tunnel, scuole, biblioteche, tram, metropolitane, ecc.,già finiti, mentre si stanno costruendo gli edifici privati.
A Milano invece si fa esattamente l’opposto, si sta costruendo l’ira di Dio ed il PGT non è ancora operativo (è stato approvato in Consiglio Comunale a fine luglio). Si costruisce con i criteri della variante al PRG (1979), che è uno strumento urbanistico obsoleto, basato su un’idea di città frutto di criteri centralistici quantitativi e non su criteri qualitativi.
Insomma un vero e proprio delirio, tenendo presente che il PGT è stato svilito dei suoi contenuti di pregio, divenendo un’ulteriore mezzo per accelerare l’edificazione delegata ai privati e ritagliando al pubblico solamente un’attività limitata di controllo.
Insomma a Milano il pubblico è supino ai voleri del privato.
Il pubblico, quì, non pilota nulla e soprattutto non condivide nulla con i cittadini.
Chissà cosa avrà mai in cambio il pubblico da cotanta supineria?
Di certo a noi cittadini non vien nulla, tali volumetrie porteranno a Milano solamente altro inquinamento, strade congestionate, code nei mezzi pubblici e poi dopo l’EXPO 2015, il “deserto” immobiliare, con un crollo dei prezzi di compravendita e tanti “scatoloni” che rimaranno vuoti ed inutilizzati per anni!

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Rigenerare la speranza


“La democrazia è nata in modo marginale nella storia, al fianco di imperi dispotici, teocrazie, tirannie, aristocrazie, sistemi di caste. Resta marginale, nonostante l’universalizzazione dell’aspirazione democratica. Ma è il sistema politico più civilizzato. La democrazia moderna non è una formula storica sbocciata e compiuta; è il prodotto di una storia incerta contrassegnata da passi in avanti e all’indietro, in cui si sono affermati e sviluppati i suoi principi. Il primo principio, quello della sovranità del popolo, ha subito implicato, per assicurare appunto tale sovranità, la propria auto-eliminazione attraverso l’obbedienza a leggi e regole attraverso il trasferimento periodico della sovranità agli eletti. La democrazia presuppone e alimenta la diversità degli interessi e dei gruppi sociali così come la diversità delle idee, il che significa che essa deve non già imporre la dittatura della maggioranza, bensì riconoscere il diritto all’esistenza e all’espressione delle minoranze e dei protestatari, e permettere l’espressione delle idee eretiche e devianti. Essa ha bisogno di consenso per quanto attiene al rispetto delle istituzioni e delle regole democratiche e al tempo stesso ha bisogno di conflitti di idee e opinioni che le danno la sua vitalità e la sua produttività. Ma la vitalità e la produttività dei conflitti non può realizzarsi se non nell’obbedienza al regime democratico, che regola gli antagonismi sostituendo alle battaglie fisiche le battaglie di idee e determina, attraverso dibattiti ed elezioni, il vincitore provvisorio delle idee in conflitto. Così la democrazia, che esige al tempo stesso consenso e conflittualità, non è soltanto l’esercizio della sovranità del popolo, ma molto più di questo. E’ un sistema complesso di organizzazione e di civiltà politiche che nutre e si nutre dell’autonomia spirituale degli individui, della loro libertà di opinione e di espressione. Questo sistema, per crearsi e radicarsi, necessita di condizioni che sono a loro volta complesse. La democrazia dipende dalle condizioni che dipendono dal suo esercizio (spirito civico e accettazione della regola del gioco democratico). Da qui la sua fragilità.”

Non ho, ovviamente, scritto io queste profonde considerazioni, le ha scritte Edgar Morin (Ma Gauche – François Bourin Editeur, 2010, Paris), grande pensatore francese del Novecento, esse mi sembrano particolarmente “calzanti” per cercare di inquadrare questo “tristissimo” periodo della democrazia italiana. Ma anche, sono in grado di dare una “visione di una possibile prospettiva”.

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L’Orto


Oggi, 12 giugno 2011, alle 15,00, come mi capita spesso la domenica, mi sono recato a Cusano Milanino, a casa di mio fratello, dove assieme gestiamo, da un qualche anno, un orticello minimo a chilometri zero. Qualche pomodoro, due zucchine, due melanzane, tre peperoni, un po’ d’insalata . La tecnica d’impianto, visto il pochissimo terreno a disposizione, è quella degli “orti urbani” tanto diffusa negli U.S.A.. Mentre mi accingevo alla solita manutenzione dell’orticello, togliendo qualche erbaccia e soprattutto legando le pianticelle ai loro tutori, un piccolo gruppo di giovani ragazzi (18, massimo 20 anni, tre femmine e due maschi), si è seduto sul muretto della cancellata, che divide il terreno di mio fratello dalla strada, proprio sotto un grande abete di oltre mezzo secolo. Inizialmente incuriositi da quello che stavo facendo, si sono messi a discutere con me, sull’utilità del mio lavoro, cosa che ha creato due schieramenti, uno a favore l’altro contrario al mio “perdere il tempo così”. Poi, dopo circa mezz’ora, è arrivato un loro amico in auto e si sono messi a discutere animatamente tra loro, ignorandomi. Ho ripreso a fare il mio lavoro a circa due metri da loro. Il discutere del gruppo, si è velocemente orientato verso le votazioni sui quesiti referendari, visto che l’amico appena arrivato era andato da poco a votare. Costui, forse il più politicizzato, ha interrogato ognuno dei presenti, chiedendo se avevano votato. Tutti hanno risposto di sì, solo uno ha detto che ci sarebbe andato in serata, con i genitori. Poi costui, ha rimbrottato ognuno, chiedendo se conoscevano i referendum: tutti, uno dopo l’altro, hanno risposto che si votava per il nucleare e per l’acqua. Tutti hanno votato, perché fra i giovani, soprattutto in rete e nei social network, era passato il messaggio che si trattava di quesiti inerenti il loro futuro e la tutela dell’ambiente e che votare era fondamentale. Tutti avevano votato sì al terzo quesito (scheda grigia), quello sul nucleare. Animatamente, a volte a voce alta, si sono sfottuti l’uno con l’altro, su quello che avevano votato, visto che dal colore della scheda, sembrava che non sapevano a cosa avevano votato sì o no e soprattutto nessuno conosceva nel dettaglio i quesiti ed il criterio abrogativo dei referendum. Solo uno ha affermato che lui ha votato tutti sì su indicazione dei genitori. Ho come la sensazione che a questi referendum si raggiungerà il quorum del 50% più uno, visto che i giovani, per una volta, hanno votato in massa, cosa che forse farà nascere una nuova coscienza politica democratica tra loro.

Il buon ortista è un individuo dotato di capacità di ascolto (delle piante e del terreno) e molta, molta pazienza, nonché fiducia nel futuro e coltiva soprattutto l’arte dell’aspettare!

Voglio essere speranzoso ed ottimista, per una volta, l’appetito in democrazia, viene partecipando……….chissà cosa ne verrà fuori.

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Ritorno al Futuro


 

“Nulla unisce la gente più che la conoscenza dei valori fondamentali dei loro diritti democratici diretti. Insieme possono salvaguardare la libertà  e favoriscono la coesistenza pacifica in uno stato multiculturale”

“L’ideale di democrazia moderna – in base al quale tutti gli uomini devono essere considerati liberi e uguali – è inconciliabile con qualsiasi situazione di assoggettamento o sottomissione”

“ In una democrazia diretta, la distribuzione dei diritti politici è diversa se confrontata con quella di una democrazia prettamente parlamentare. L’esercizio dei diritti in una democrazia diretta modifica il rapporto tra politici e cittadini e si riflette sul loro carattere politico. L’esperienza maturata con la democrazia diretta dimostra la capacità dei cittadini di decidere anche su temi politici complessi. L’incompetenza politica non è una causa, ma una conseguenza del fatto che in una democrazia prettamente parlamentare ai cittadini viene preclusa la partecipazione diretta alle decisioni politiche”

“ Democrazia diretta significa duro lavoro politico e partecipazione attiva dei cittadini a qualsiasi livello”

IRI – Istituto Europeo per l’Iniziativa e il Referendum – Guida alla Democrazia Diretta , in Svizzera e oltre frontiera – ed. 2009.

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La pelle, le vene e le ossa


Posto quì di seguito un interessante articolo sul federalismo svizzero e sulla sua storia. Il motivo è semplice, spesso quì in Italia, soprattutto i movimenti, ma anche molti partiti, non hanno le idee chiare su cosa vuol dire : federalismo, democrazia diretta, politica dal basso, ecc.. Mi sembra doveroso, raccogliere in merito, alcuni scritti significativi, ed alcuni esempi, affinchè questa lacuna possa essere colmata.

Reportage sulla Svizzera – Il Federalismo

JANKOWSKI EVA

INTRODUZIONE. In questo articolo desidero presentare l’organizzazione politica della confederazione svizzera, in un’ottica sia storica che geopolitica.
CENNI STORICI
Patto del 1291
Prima del 1291, esistevano delle collettività territoriali mal definite chiamate Cantoni; tali territori erano indipendenti e formavano degli Stati a sè, sebbene molto fragili a confronto delle altre nazioni confinanti come la Francia o i suoi vicini a nord. Un Cantone non avrebbe mai potuto tener testa ad un’invasione di uno Stato confinante, e vi era dunque un costante pericolo da parte dei “giganti” esterni. Inoltre, dopo la morte di Rodolfo I d’Asburgo, avvenuta il 15 luglio 1291, i Cantoni elvetici temevano sia un’invasione degli Asburgo, sia il vuoto di potere creatosi. Tre Cantoni, Uri, Svitto e Untervaldo decisero dunque di stringere un’alleanza militare per potersi difendere da un’eventuale aggressione da parte sia degli Asburgo, che da qualsiasi altra nazione. Tale patto fu siglato il 1 agosto 1291 e tale giorno rimane tuttora la data della festa nazionale svizzera.
L’accordo prevedeva che se un Cantone dei tre fosse stato attaccato, gli altri due sarebbero dovuti accorrere in suo soccorso: l’attacco a un Cantone era considerato come un attacco a tutta la Confederazione.
Secondariamente, il patto prevedeva che se due dei tre Cantoni avessero avuto un diverbio tra loro, il terzo sarebbe dovuto intervenire e avrebbe dovuto decidere imponendo agli altri due la sua scelta: si nota quindi che parte della sovranità di un Cantone viene messa da parte per accettare una decisione che prima non sarebbe mai potuta essergli imposta, assistendo quindi a un passo importante verso una collaborazione sempre più incisiva e verso una Confederazione di Cantoni. In seguito, tale alleanza fu estesa ad altri Cantoni e città come Lucerna, Zurigo, Zugo, Berna e Glarona seguiti da Friborgo, Soletta, Basilea, Sciaffusa e Appenzello in un secondo momento.
Per cinque secoli (1291-1798), i cantoni svizzeri vissero sotto una “ragnatela” di patti di soccorso reciproco formando sempre più una Confederazione; alla base dell’alleanza c’erano dei trattati, non una Costituzione tipica di un’organizzazione federale. La Confederazione di allora aveva poche attribuzioni e i Cantoni restavano indipendenti per la gran parte della gestione del loro territorio. L’unico organo comune era la “dieta federale” composta da due deputati di ogni Cantone.
La Confederazione fu più volte sul punto di dissolversi a causa delle guerre di religione: i tre Cantoni che diedero origine alle alleanze, unitamente ad altre città, erano cattolici, mentre Berna e Zurigo erano protestanti: ci furono dunque diverse guerre conclusesi con la pace di Arau del 1712 . Nello stesso periodo, in Europa imperversavano altre guerre di religione ed altre nazioni chiedevano il sostegno di alcuni cantoni della stessa religione; tuttavia, inviare dei rinforzi ad un’altra nazione affinché vincesse una guerra religiosa sul proprio territorio era comparabile ad attaccare la religione di un altro Cantone. Fu a quel punto che la Confederazione decise che sarebbe rimasta neutrale riguardo alle guerre in altri paesi.
Il patto del 7 agosto 1815
Prima del patto del 7 agosto 1815, i Cantoni si garantivano reciproca assistenza, ma non tutte le regioni erano legate tra loro: un Cantone A poteva essere alleato al Cantone B che a sua volta era alleato del Cantone C, ma tra A e C poteva non esserci alcuna alleanza. Dopo il 7 agosto 1815, la Confederazione aveva adottato un unico trattato valido per tutte le entità confederate e aveva dunque abbandonato quella “ragnatela” di alleanze molto complessa che legava alcuni cantoni ma non altri.
La Costituzione federale del 12 settembre 1848
La Costituzione del 12 settembre 1848 instaurò un vero e proprio Stato federale retto da una sola Costituzione. Il nuovo testo riconosceva l’iniziativa popolare, il referendum e un certo numero di libertà fondamentali quali l’uguaglianza di trattamento, la libertà di culto, la libertà di stampa, la libertà di associazione ecc. Si passò quindi da una moltitudine di staterelli riuniti in una Confederazione ad una vera e propria federazione di Stati uniti da un unico testo fondamentale. Il termine “Confederazione” è stato mantenuto in francese e in italiano, ma esso non è esatto dal punto di vista giuridico.
In seguito, tale Costituzione fu modificata innumerevoli volte, perlopiù per attribuire alla Federazione nuove competenze, rendendola dunque sempre più forte, unita e compatta. L’ultima revisione totale della Costituzione la si ebbe nel 1999, sebbene tale testo venga costantemente modificato a causa delle iniziative popolari e dei vari referendum.
DIFFERENTI TIPI DI STATO E UNIONE DI STATI
LO STATO UNITARIO
Nello Stato unitario, il potere statale è centralizzato: tutta la nazione è sottomessa a un’unica legislazione uniforme e tutto il territorio deve sottostare quindi agli stessi ordini provenienti dagli uffici del potere centrale. In pratica, tale concentrazione del potere è difficile da mantenere e quindi si assiste ad un alleggerimento della centralizzazione attribuendo diverse funzioni a delle autorità locali sparse sul territorio.
LO STATO REGIONALE
Esso si situa a metà strada tra uno Stato unitario e una federazione di Stati: formalmente, esso rimane uno Stato unitario, ma le regioni godono di un’autonomia ben più estesa di quella concessa alle regioni di uno Stato unitario semplice.
A differenza di uno Stato unitario decentralizzato, in uno Stato regionale, le regioni hanno una competenza legislativa propria: le regioni possono quindi legiferare nei settori di loro competenza e , di conseguenza, vi è una dualità del potere legislativo.
In uno Stato regionale, l’autonomia delle regioni è garantita dalla Costituzione dello Stato e le regioni godono di un’indipendenza politica ben più pronunciata di quella di una regione di uno Stato unitario.
Tuttavia, le regioni di uno Stato regionale restano meno indipendenti dal potere centrale, poiché esse non beneficiano di una competenza generale, ma solamente di competenze d’attribuzione, ovvero di competenze che le sono date dallo Stato. Accade l’inverso in una federazione.
Inoltre, la partecipazione delle regioni all’esercizio del potere legislativo nazionale in uno Stato regionale è molto ridotta, mentre in una federazione, le collettività federate godono di un largo potere legislativo, dato che la Camera alta le rappresenta. Il Senato italiano o spagnolo non hanno come fine ultimo la rappresentazione delle regioni, mentre ciò accade per una federazione.
Infine, il controllo dello Stato regionale sulle regioni è molto più forte e capillare che il controllo che esercita uno Stato federale sulle proprie entità, ridotto ad un controllo sulla legalità dei suoi atti. Sono dei tipici Stati regionali l’Italia, la Spagna e l’Inghilterra.
LO STATO FEDERALE
In una federazione di Stati, esiste uno Stato centrale, rappresentativo di tutte le entità a lui sottomesse. La struttura è a due livelli: uno Stato federale e le collettività che ne fanno parte. Queste entità che formano lo Stato federale possono avere diversi nomi a differenza della nazione che formano: in Svizzera sono i Cantoni, in Germania sono i Länder, in Canada sono le Provincie e negli Stati Uniti sono gli Stati.
In uno Stato federale, solo lo Stato soddisfa le condizioni per essere chiamato nazione: esso ha un territorio, una popolazione e un’unica Costituzione. Queste caratteristiche sono presenti anche nelle entità federate, ma a esse manca la sovranità che hanno ceduto allo Stato federale.
Lo Stato federale ha una sola Costituzione che vale per tutte le entità a lui sottomesse.
L’idea alla base del federalismo è quella di ripartire il potere statale tra due collettività: una centrale, e delle collettività federate che sono sottomesse la prima. Questa suddivisione implica la coesistenza di due livelli di potere.
Sia lo Stato federale che le collettività federali hanno un’organizzazione statale completa, ovvero hanno un Parlamento, un Governo e dei Tribunali; ogni livello legifera nel settore di sua competenza e ne risulta quindi una doppia struttura. In Svizzera, ci sono tre livelli di potere: quello federale, quello cantonale e infine quello comunale.
In una federazione vige il principio della maggioranza: la maggioranza delle unità federali può dunque imporre una decisione alla minoranza di Stati, al contrario di una Confederazione dove vige l’unanimità.
Il vantaggio di una federazione è la gestione più efficiente, una migliore rappresentazione delle regioni e delle minoranze in Parlamento.
La federazione è l’organizzazione tipica delle nazioni aventi un grande territorio o una popolazione molto numerosa, poiché la gestione risulta più facile ed efficiente; gli esempi più noti sono la Russia, gli Stati Uniti, il Canada, la Germania, il Messico, il Brasile, l’Argentina, la Nigeria, l’India, l’Indonesia o l’Australia.
Tale organizzazione è tuttavia anche presente in nazioni più piccole dove sussistono diverse minoranze o etnie, come in Svizzera o in Belgio.
Infine, altri Stati hanno una forma federale sebbene non sia giustificata né dall’estensione del proprio territorio, né dalla presenza di minoranze: è il caso dell’Austria, del Venezuela o degli Emirati Arabi.
LA CONFEDERAZIONE DI STATI
La Confederazione di Stati è un’unione poco incisiva tra molte nazioni: esse sono legate da un trattato internazionale e non da una Costituzione vera e propria. Le entità confederate mantengono la propria sovranità e la propria indipendenza; per tali collettività, la scelta di uscire dalla Confederazione è sempre aperta e la scelta di secessione deve dunque essere rispettata dagli altri membri. La Confederazione non è sovrana, non ha la qualità di Stato e non è un soggetto di diritto internazionale. In tale unione, vige il principio d’ unanimità contrariamente alla federazione di Stati, dove le decisioni possono essere imposte da una maggioranza di altri Stati.
IL FEDERALISMO ELVETICO
Il federalismo comporta la ripartizione del potere statale tra una collettività centrale (la Confederazione) e altre collettività più piccole, ossia i Cantoni. Questa suddivisione implica l’esistenza di due livelli dotati ognuno di competenze e istituzioni proprie: la Confederazione legifera a livello nazionale e si occupa delle relazioni internazionali mentre i Cantoni hanno il diritto di legiferare nei settori che non sono di competenza della Confederazione o nel caso in cui la Confederazione delega loro la competenza di farlo.
Competenze della Confederazione
Come detto prima, ogni stato federativo ha una sola costituzione che vale per tutte le collettività a lui “sottomesse” ed è la Costituzione stessa che attribuisce la competenza di legiferare e agire alla Confederazione. In altre parole, la Confederazione può agire solamente nei settori che le sono espressamente attribuiti dalla Costituzione e se in tali compiti non figura l’attività che lo Stato vorrebbe intraprendere, la competenza sarà dei cantoni e la Confederazione non potrà agire (Art 42 al.1 Cst fed). Questo principio conosce tuttavia delle eccezioni dato che la Confederazione possiede delle competenze tacite, ossia il diritto di agire nei settori strettamente legati all’esercizio di un’altra sua competenza o che sono attribuibili allo Stato di per sé. La Confederazione dispone di tutte le competenze che si possono fondare su un’interpretazione non letterale, ma ragionevole della Costituzione federale. Tuttavia, la Confederazione può legiferare in un settore non di sua competenza in caso d’urgenza, ma tale urgenza deve essere accettata dalla maggioranza di entrambe le Camere (159 al 3 let a Cst fed) e tale legge adottata in situazione d’urgenza cessa di essere vincolante se inseguito non é adottata da popolo e Cantoni (165 al 3 e 140 al 1 Cst fed).
La competenza residua dei Cantoni
Tutte le competenze che non sono attribuite alla Confederazione tramite la Costituzione sono in mano ai Cantoni (Art 3 Cst). Il silenzio della Costituzione suggerisce che l’autorità per legiferare è dei Cantoni. Sebbene la Confederazione sia l’unica che può agire, ad esempio in un determinato settore, essa non utilizza sempre tale diritto o non lo fa in maniera esaustiva. In questi casi, i Cantoni possono agire al posto suo o possono colmare le lacune causate da un uso non esaustivo della competenza statale. La regola secondo la quale la competenza dei cantoni non può essere violata conosce tuttavia un’eccezione importante: se il legislatore federale ha legiferato senza sapere che tale compito era cantonale, i tribunali devono riconoscere la legge federale come legittima e applicarla (190 Cst) In teoria, un organo federale indipendente verifica che gli altri organi dello Stato restino entro le loro competenze e quest’ultimo può constatare che le norme federali adottate fuori dalla cerchia di competenze dello Stato federale non sono valide e non beneficiano dunque della priorità sulle leggi cantonali.
La priorità del diritto federale
Il diritto federale ha la priorità sul diritto cantonale (Art 49 al 1 Cst). I Cantoni devono istituire delle procedure e designare delle autorità incaricate di constatare e eliminare le violazioni del diritto federale. Sono i Cantoni stessi che le scelgono e gestiscono (Art 46 al 2 Cst)
L’ORGANIZZAZIONE DELLA CONFEDERAZIONE SVIZZERA
La Costituzione svizzera può essere modificata in qualsiasi momento, a condizione che la maggioranza degli aventi diritto al voto e dei Cantoni approvino la nuova decisione (142 al 2 Cst). Il risultato del voto popolare in un Cantone determina il voto per il Cantone in questione (142 al 3 Cst). Il popolo e i Cantoni hanno la competenza di revisionare la Costituzione, di approvare l’adesione a delle organizzazioni di sicurezza collettiva o a delle comunità sovranazionali oltre che a confermare le leggi federali urgenti passato un anno dalla loro adozione.
L’assemblea federale
Il Parlamento elvetico si divide in due camere: il Consiglio Nazionale e il Consiglio degli Stati. I due consigli hanno le stesse attribuzioni e le stesse competenze, ma deliberano e votano in momenti differenti, salvo qualche rara eccezione. L’accordo di entrambe le camere è necessario per adottare una legge: se tale accordo manca, il testo passa di nuovo al primo Consiglio che apporta delle modifiche e rivolta il testo. Se alla terza volta non c’è accordo, viene istituita una conferenza di conciliazione che tenta di mettere d’accordo le due camere e se non ci riesce, il testo viene abbandonato.
Questo tipo di bicameralismo permette la rappresentazione del popolo grazie al Consiglio Nazionale e dei Cantoni grazie al Consiglio degli Stati.
Il Consiglio Nazionale
Si compone di 200 deputati eletti dal popolo a suffragio diretto per una legislatura di quattro anni (Art 149 al 1 e 2 Cst). I 200 seggi sono ripartiti tra i Cantoni proporzionalmente alla loro popolazione. Il mandato degli eletti è rinnovabile.
Il Consiglio degli Stati
Si compone di 46 deputati che rappresentano i Cantoni (Art 150 al 1 Cst). Tutti i Cantoni hanno diritto a due rappresentanti salvo i semi-cantoni che ne hanno uno soltanto (Art 150 al 2 Cst). I Senatori sono eletti a suffragio diretto.
L’Assemblea federale (i due Consigli riuniti) elegge i membri del Consiglio federale (168 al1 e 175 al 2 Cst) oltre al presidente della Confederazione, al vicepresidente del Consiglio federale e i giudici del Tribunale federale.
Il Consiglio federale
E l’organo esecutivo della Confederazione. Esso prende le sue decisioni in collegialità e i suoi membri difendono le decisioni prese collegialmente. In totale, l’esecutivo conta sette membri eletti dall’Assemblea federale e ogni consigliere federale è a capo di un dipartimento per quattro anni. I dipartimenti sono:
  1. dipartimento federale degli affari esteri
  2. dipartimento federale dell’interno
  3. dipartimento federale di giustizia e polizia
  4. dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport
  5. dipartimento federale delle finanze
  6. dipartimento federale dell’economia
  7. dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e della comunicazione
La collegialità ha come effetto l’eliminazione della personalizzazione del potere: l’accento è messo sul collegio e non sui membri che compongono il Consiglio federale e sul loro partito, sebbene capitino casi dove un consigliere federale dice che ha votato contro il parere della maggioranza del governo. Tali dichiarazioni dovrebbero essere limitate il più possibile dato che nuocciono alla coesione del Governo e alla sua credibilità sia a livello nazionale che a livello internazionale.
La composizione del Governo riflette le forze presenti all’Assemblea federale….
Uno dei sette consiglieri federali viene eletto presidente della Confederazione per un anno e tale carica non è rinnovabile per l’anno seguente. La presidenza della Confederazione è una funzione essenzialmente onorifica e di rappresentanza della Svizzera all’estero. A livello nazionale, il presidente della Confederazione non ha una carica molto più importante degli altri sei consiglieri federali: egli prepara le deliberazioni del Consiglio Federale e cerca di conciliare gli altri membri del governo in caso di disaccordo. Il suo voto conta il doppio in caso d’uguaglianza di voti tra consiglieri federali.
Il Tribunale federale
E l’ultima istanza di ricorso: contro la sua decisione, bisogna ricorrere a Strasburgo alla Corte Europea dei Diritti del Uomo. I giudici del Tribunale federale sono eletti dall’Assemblea federale (157 al 1 e 168 Cst) e la loro carica dura 6 anni.. Di regola, i giudici siedono in tre, ma in via eccezionale in cinque.
Fonti:
corso di diritto pubblico dato dal professore Vincent Martenet
corso di storia del diritto dato dal professore Victor Monnier

http://www.ch.ch/private/index.html?lang=it

http://www.lankelot.eu/scienze/jankowski-eva-liniziativa-popolare-elvetica.html………………

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