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Europa

Milano City (Testa o Croce).


 

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La "Nube Purpurea che uccide" su Milano fotografata dalla Torre Garibaldi

Se con il lancio di una monetina, Milano ha perso l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), a favore della più rutilante, ecologica e culturalmente più dotata Amsterdam, questo fatto non deve essere vissuto negativamente, in quanto può essere una grande occasione.

Infatti, l’arrivo dell’Agenzia Europea del Farmaco (che ora ha sede a Londra), con i suoi oltre 800 impiegati, i congressi ed il relativo turismo conseguente, avrebbero ulteriormente indotto la metropoli milanese ad una crescita urbanistica “gonfiata” che già consta di decine di migliaia di vani sfitti e/o inutilizzati; soprattutto di terziario e di residenziale.

Non dimentichiamoci che Milano, una delle zone al mondo con il più alto consumo di suolo, insiste in una delle regioni della Pianura Padana in cui gli abitanti dell’area metropolitana sono esposti quotidianamente (tra ottobre e marzo) a livelli di inquinamento atmosferico da biossido di azoto e da micropolveri sottili (PM 10 e PM 2,5) di gran lunga superiore ai limiti di legge. Da Paderno Dugnano a Lacchiarella, da Corbetta a Truccazzano.

È evidente la necessità di un urgente e decisivo piano d’intervento che vada finalmente ad incidere sulle politiche relative alle fonti di inquinamento. E’ ormai un problema di salute pubblica, che ricorre praticamente ad ogni inverno, per più settimane.

A ciò non esula l’urbanistica. Anziché di continuare a progettare dei Piani di Governo del Territorio (PGT)  di espansione della superficie lorda di pavimento (con conseguente inevitabile consumo di suolo), bisognerebbe decostruire, riducendo il numero degli abitanti insediati. Concentrando tutte le disponibilità economiche sulla realizzazione di spazi verdi (filtranti) e di mezzi di trasporti pubblico efficienti, capillari ed economici.

Una occasione è stata di recente offerta dall’Accordo di Programma (A.d.P) tra Ferrovie dello Stato e Comune di Milano, inerente la riqualificazione degli scali ferroviari dismessi (oltre 1,2 milioni di metri quadrati oggi abbandonati e degradati sparsi nel territorio comunale) delle aree : Farini, Porta Genova, Porta Romana, Lambrate, Greco, Rogoredo e San Cristoforo, ecc.. Una occasione colta solo parzialmente d’invertire un futuro di “cemento”.

Infatti i progetti, presentati la scorsa primavera in occasione del Salone del Mobile, sono maestosi, ricchi di verde, di piante e di grandi prati, ma anche di tanto edificato “dipinto di verde” : troppo edificato e tanti palazzoni inutili, probabilmente invendibili a medio e lungo termine.

Non si tratta di realizzare, degli scenari per le “fauci feroci” degli immobiliaristi, o per le “matite verdeggianti” degli architetti, troppo spesso “servi” di costoro, ma invece bisogna consentire ai cittadini di tornare a respirare, invertendo una tendenza che non consente più deroghe, già da molti anni. Alle auto ecologiche ed elettriche, al costruito sostenibile con contenimento spinto dei consumi energetici, deve anche seguire un’architettura che sappia contenersi nella quantità (volume) per dare più spazio alla qualità, ai contenuti.

Non è più accettabile pensare alla Città di Milano ed alla sua area metropolitana in termini di edificato, ogni brandello di terreno da riqualificare deve diventare esclusivamente un’area verde. Un verde da intendersi «come infrastruttura ecologica ed economica», che sia fruita insediandovi attività diverse che possono essere orti urbani, istallazioni temporanee, spazi per i concerti e attività sportive. Per il costruito ci sarà solo l’impronta degli edifici già edificati, il sopralzo (contenuto) di quelli esistenti. Un lascito per le generazioni future.

Dario Sironi

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Giungla


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La prima volta che ho sentito parlare della “giungla di via Noale” a Milano, studiavo da poco architettura. Era la fine degli anni Settanta del Novecento. Venivamo inviati, per “toccare con mano”, in maniera sparuta, quasi di nascosto, visto che imperava ancora per poco la Politica del Collettivo Studentesco (Tante parole e poca architettura) a contemplare (per imparare) gli edifici, dell’Architettura Moderna e Contemporanea, che i nostri professori di progettazione (Emilio Battisti, Sergio Crotti, Daniele Vitale, Ernesto D’Alfonso, Cesare Pellegrini, Massimo Fortis, Enrico Mantero, ecc.) ci descrivevano come magnifici ed esemplari : il Gallaratese di Aymonino e Rossi, la “Rustici” di Terragni, la Casa a Torre di Bottoni in Corso Sempione, gli edifici di Giò Ponti, la Torre Velasca dei BBPR, ecc.. Il “viatico” per chi iniziava a praticare questa antichissima e splendida disciplina.

Tra questi faceva specie, la lunghissima digressione in via Noale (Zona Baggio, verso la Tangenziale Ovest), dove uno dei nostri professori, Vittoriano Viganò, aveva costruito parecchi anni prima (nel 1952) un edificio per l’istruzione , il Marchiondi Spagliardi, completamente abbandonato nel 1970. Da tutti definito “Brutalista”.

Già allora, noi giovani studenti, ci aggiravamo in una piccola giungla urbana, frutto dell’incuria a cui la struttura era stata completamente abbandonata. Ancora bellissime, le ardite strutture in cemento armato a vista, di chiara impronta lecorbuseriana, scandivano lo spazio dell’intorno: mentre all’interno, già via abitavano strane creature urbane con le loro suppellettili.

Già allora, si incominciò a “parlare” in merito alla necessità di tutela e di restauro del complesso didattico. Ne vaticinava anche lo stesso Viganò, quando nel 1985, inaugurò il nuovo ingresso della Sede Facoltà di Architettura in via Ampere, da lui progettata.

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Così rappresentativo di un’epoca, che l’edificio fu, dopo pochi anni, vincolato dalla  Soprintendenza ai Beni architettonici, ma il degrado continuò a progredire nonostante i numerosi tentativi di farne un’uso finalizzato al suo restauro.

Nel corso del tempo ho più volte assistito a dibattiti tra architetti e non sulle sorti di una tale “bellezza architettonica moderna” (per non dire ancora contemporanea), il cui modello architettonico è esposto al Mo.Ma di New York.

Ma nulla, assolutamente nulla, è avvenuto, se non il recupero a centro disabili diurno, di una piccolissima parte del complesso. Intanto la natura, la “Giungla” lentamente fa il suo inesorabile corso, e si sta “mangiando nell’indifferenza più totale” le immaginifiche e sontuose strutture. Il tutto avviene mentre un recinto alto e minaccioso, protegge e santifica l’evento distruttivo “naturale”.

L’ultimo “dibattito in merito” a cui ho personalmente assistito è avvenuto nel 2015, presso il belvedere “Enzo Jannacci” del Grattacielo Pirelli di Giò Ponti e soci, ma non ha prodotto nulla, assolutamente NULLA, nonostante l’Expo e le aspettative della figlia di Vittoriano Viganò (deceduto nel 1996), Paola, che pregava gli astanti (docenti, soprintendenti, architetti, esperti) almeno di ripristinare l’impermeabilizzazione del tetto, per salvare il salvabile.

Eppure ancora oggi, il pellegrinaggio di architetti, in via Noale, da tutte le parti del Mondo, è pressochè costante. Cosa ci vorrebbe a fare una “Call/Chiamata” internazionale, per trovare un operatore, un magnate, che intenda restaurare perfettamente (sotto l’occhio vigile della Soprintendenza) una tale “bellezza”. Gli si potrebbe lasciare l’usufrutto per i prossimi 99 anni, ad un euro (come per Palazzo Farnese a Roma)!

Tanto, se non ci si è riusciti in oltre 45 anni a trovare una soluzione politica/economica ed un uso congruo per tale edificio, per scongiurarne la completa “rovina”, probabilmente non la si troverà mai, passassero mille anni.

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Dario Sironi

Il Torrione della vergogna (agosto 2017)


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Succede sulla meravigliosa e verde Isola di Sant’Erasmo, Laguna di Venezia (Comune di Venezia); 8 milioni di euro per il restauro di un immobile storico, stanno lì a “marcire”. Il Comune fa finta che l’immobile (La Torre Massimiliana, restaurata nel 2014) funzioni, gli eventuali avventori ed i bagnanti della vicina “Spiaggia dei Tedeschi”, scoprono che è completamente abbandonato da anni (dal 2015) e che non ha mai avuto una gestione manageriale degna di queste parole (spazio espositivo, bar/ristorante, ecc.), nonostante i soldi dei Cittadini veneziani e degli italiani spesi. Un’altra (l’ennesima) occasione persa il turismo lagunare minore. A beautiful country, la terra dei cachi !

D.S.

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Comunità Italia


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Il 29 dicembre 2015, durante la sospensione del traffico automobilistico (10,00/16,00), causa il superamento per parecchi giorni della soglia di 50 microgrammi per metro cubo di micropolveri sottili, un viaggio in bicicletta da Sesto San Giovanni alla Triennale di Milano, per vedere la mostra “Comunità Italia”. Uno striscio urbanistico ed architettonico, pedalando nella “Città che sale”, assurta agli onori della cronaca per il successo di Expo 2015, ed oggi “caduta” nelle micropolveri sottili; fatto che evidenzia tutte le contraddizioni e la mancanza di programmazione amministrativa e politica dell’inesistente Città Metropolitana di Milano di cui l’urbanistica e l’architettura ne sono state degne “compagne di merende”.

L’andare in bicicletta, senza l’assillo di stare attenti agli autoveicoli, consente di dedicarsi completamente alla contemplazione della città ed alle sue architetture. Dalla periferia Sestese, disegnata solo qua e là, ma ricca di cacofonie architettoniche ed urbanistiche, alla città di Milano Ottocentesca caratterizzata dal meraviglioso disegno urbano dell’Asse del Sempione (vero e proprio tracciato paesaggistico).  In mezzo un tessuto misto, spesso compresso dalle infrastrutture : ferrovie, autostrade, fiumi regimentati, ecc..

Una MAPPA del cicloviaggiohttp://bit.ly/1MFaw4q

La mostra Comunità Italia intende raccontare la vicenda dell’architettura italiana della seconda parte Novecento, dal Secondo Dopoguerra agli anni Duemila. In particolare viene messa in evidenza la grande varietà linguistica (non rintracciabile in altri paesi) del “caso architettonico” italiano. La mostra tratta anche dei profondi legami che l’architettura italiana ha intrattenuto con questioni, ed aspetti legati al territorio, al paesaggio, ed a discipline come l’urbanistica, che solo nella testa degli “urbanisti” è inscindibile dall’architettura. Il tutto a testimonianza di una vicenda complessa, articolata ed unica che in alcuni periodi storici ha fortemente influenzato la cultura architettonica europea e di altre parti del mondo.

Se il disegno, quale massima espressione dell’architettura accompagna l’intera esposizione, la parte centrale è prettamente caratterizzata da una sorta di immaginifico (ed ideale) paesaggio urbano, composto da modelli di edifici e di quartieri, realizzati dai migliori architetti dal 1945 al Duemila. Una grande testimonianza della fertile vena creativa della disciplina, e di come spesso l’architettura  italiana di qualità è stata (ed è ancora), una sommatoria di edifici non realizzati, rimasti sulla carta e nei modelli.

Commovente la “grande sala” che accoglie decine di carnet de voyage, che testimoniano l’instancabile ricerca nell’ambito dell’architettura degli architetti italiani e la lunga tradizione in merito. Spesso, però si tratta  sicuramente di improbabili quaderni realizzati ex post, graficamente inguardabili (Semerani e Rota), altre volte dei “gioiellini” da ammirare e studiare (Rossi e Aymonino).

I curatori, Ferlenga Alberto in testa, sono riusciti a restituire molto bene il mestiere del “fare architettura” in Italia in quegli anni, dove il disegno predominava su tutto, ed il modello (o plastico che dir si voglia) era solo un atto di verifica finale di quanto progettato sulla carta.

Tornando a casa (sempre in bicicletta) ed attraversando volutamente il nuovo centro direzionale e residenziale Garibaldi / Porta Nuova / Repubblica, balza immediatamente agli occhi un panorama architettonico ed urbanistico che non ha nulla a che vedere con gli “anni gloriosi” descritti nella mostra bellissima della Triennale. Di italiano c’è poco; molto poco. L’urbanistica e l’architettura dell’International Style, firmata soprattutto da “griffe internazionali”, predominano su tutto ed inebriano le masse turistiche con il nasino all’insù. Unica eccezione il tristissimo teorema Boeriano : “la verzura fa bella qualsiasi architettura”, che minaccia una “folle ridda” di boschi verticali, venduta come se fosse la panacea di tutti i mali, sia per l’architettura che per l’inquinamento.

Che sia forse, la “verzurizzazione” la morte definitiva dell’architettura e dell’urbanistica italiana ?

Quì sotto un link con le foto del cicloviaggio

https://it.pinterest.com/dariosironi/sesto-triennale-andata-e-ritorno/

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Florence


Quando il Principato dei Medici si formò, Firenze aveva già un’egemonia politica ed economica, su un vasto territorio. Cosimo De Medici ed i suoi figli, non modificarono l’assetto consolidato, ma cercarono di renderlo più equilibrato. Il regime dei Medici operò, nel corso del tempo, con grande cautela sul “corpo urbano” di Firenze, innovando, ma rispettando l’eredità del passato. C’erano vasti spazi privi di edifici all’interno della cerchia delle mura cittadine, ma il regime mediceo non ne approfittò, per creare nuovi quartieri rispetto alla città del Medioevo ed a quella del Rinascimento. Di regola ci si limitò ad inserire edifici nuovi entro il tracciato urbano preesistente, oppure trasformando edifici antichi con aggiunte all’esterno e rinnovamenti all’interno (caso emblematico quello di Palazzo Vecchio e di Palazzo Pitti). Questa “cautela urbanistica”, divenne un esempio, che fu attuato in tutto il Principato toscano. La cautela urbanistica non impedì l’inserimento dentro la città antica di edifici nuovi, ed i particolare di un nuovo complesso “direzionale” del potere (un quartiere a pianta quasi triangolare), costituito dal sistema urbano : Palazzo Pitti, Ponte Vecchio, Corridoio Vasariano, Uffizi, Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio.

La bilancia equilibrata dei Medici, fra tradizione ed innovazione, non impedì la formazione di una nuova maniera di intendere il paesaggio del Principato, in particolare fu l’occasione per cingere la città di Firenze con un serie di fortezze di “prossimità” tese anche a spegnere ogni velleità repubblicana. Un intervento molto  importante nel Principato furono le opere per migliorare la regimentazione delle acque, migliorare le strade, costruire ponti ed altre opere pubbliche. Ciò per consentire un transito più efficiente delle merci e delle materie prime, ma anche per garantire migliori collegamenti tra la città ed il suo territorio.

Ecco questi appunti, attinti dalla “Storia dell’arte italiana” volume 12 – Einaudi (1983), ben spiegano come l’organizzazione del paesaggio (urbano e non), la sua salvaguardia, siano stati in passato una delle attenzioni primigenie del potere. Ecco forse noi non dovremmo fare altro che “dare continuità” a questi semplici principi, per recuperare un rapporto più corretto di salvaguardia del paesaggio.

 

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Potsdamer Platz


Potsdamer Platz a Berlino era negli anni tra il 1920 ed il 1930, il luogo più trafficato D’Europa, nonchè il centro della vita notturna di Berlino. Era “l’ombelico” di Berlino, la piazza in cui si incrociavano le cinque principali vie della città.  Nell’immediato intorno proliferavano centinaia di negozi, alberghi, ristoranti, cinema, teatri, sale da ballo, caffè, bar, wine-case e locali alla moda di fama internazionale. La Potsdamer Banhof movimentava oltre 80.000 passeggeri al giorno, mentre transitavano per la piazza berlinese oltre 600 tram transitavano negli orari di punta, in oltre 40 itinerari diversi. nel 1882, i viali e la piazza furono tra i primi illuminati con poli della luce a corrente elettrica, e nel 1924 per regimentare i traffici fu quì installato il primo semaforo d’Europa.

Potsdamer Platz nel 1919 (german-architecture.info)

Durante la guerra, l’enorme piazza a raggiera, fu bersaglio dell’aviazione degli Alleati, e venne quasi completamente rasa al suolo. Il 13 agosto 1961, con l’elevazione del Muro di Berlino, che separava definitivamente l’Ovest della città dall’Est, la Postdamer Platz fu irrimediabilmente  tagliata in due. Poi come succede spesso, nel novembre del 1989, fu quì che si aprì  uno dei primi varchi, che significò in pochi giorni, la caduta della così detta “Cortina di Ferro”. Fu sempre quì, nella grande spianata generata dall’abbattimento del muro, che il 21 di luglio del 1990 che Roger Waters leader dei Pink Floyd celebrò il memorabile concerto “The Wall” per celebrare l’unificazione della Germania Ovest con la Germania Est.

Potsdamer Platz nel 1965 (german-architecture.info)
 

Oggi, con le immagini patinate della nuova architettura, che ha tentato la ricostruzione del luogo della memoria “Potsdamer Platz”, operata dalla furia di risanamento urbanistico imposta alla Città/Capitale, dall’unificazione, viene logico chiedersi se è legittimo, se è opportuno, tentare di ricreare la “tensione paesaggistica” di un luogo che non esiste più. Eppure, nel “grande supermercato” dell’architettura, che è la nuova Berlino dell’unificazione, a volte, in alcune sere, quando le persone lì impiegate, defluiscono verso le loro abitazioni, ed i grattacieli si illuminano, si percepisce chiaramente  ancora la “tensione”, la “frenesia dei traffici” di un luogo che fu “l’ombelico del Mondo”. Si coglie chiaramente che il luogo ed il paesaggio “Potsdamer Platz” non è più lo stesso, che in mezzo c’è stato il vuoto dei bombardamenti, della Guerra, della morte, della follia. Però, quì,  anche si coglie chiaramente che a fare quel luogo è innanzitutto la moltitudine umana, la “massa” di una specie che, inarrestabile, continua, nel bene e nel male, lungo una propria strada, che è  sicuramente di “costruzione” e di contemporanea “distruzione”, ma anche ricorso, alla memoria non solo architettonica e paesaggistica, ma direi soprattutto “genetica” di un genius loci biologico, che fa di Berlino e di Postdamer Platz, ancora oggi,  uno dei luoghi più affascinanti al Mondo. Dietro a Potsdamer Platz, si legge l’energia per il futuro della gente di Germania, dei Cittadini di Berlino. Ecco a volte, salvare il paesaggio, vuol dire anche questo, creare la giusta tensione, affinchè un luogo, divenuto nel corso del tempo una “tabula rasa” possa essere “portato avanti”, rinascere, in forme non necessariamente solamente architettoniche.

21 luglio 1990 Potsdamer Platz – The Wall (estratti) – Roger Waters

Una mappa dell’architettura attorno a Potsdamer Platz

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Europa !


Splendidamente incuneata tra la Francia e la Germania, a ridosso di un’ansa del fiume Reno, Basilea con i suoi 200.000 abitanti è di fatto nel cuore dell’Europa, a ridosso dell’inizio della grande pianura continentale, tra la Foresta Nera ed i Vosgi.  Il suo sviluppo è sempre stato condizionato da questo essere “terra di confine”. Nel 2002 è stato trovato un accordo tra cinquantatre comuni, con una popolazione complessiva di 600.000 abitanti, per creare la grande Agglomerazione Trinazionale di Basilea (A.T.B). In questi anni questa nuova entità urbanistica, economica, sociale e culturale, ha assunto dei connotati sempre più precisi ed interessanti, facendo diventare questa città, un esempio di coordinamento efficiente degli sviluppi oltre frontiera pur conservando un’attenzione nei confronti delle specificità locali. Insomma un progetto di messa a sistema di realtà in grado di integrarsi e di proporsi in maniera nuova e più efficiente. Viene ovviamente in mente l’estrema difficoltà con cui realtà territoriali, quale Milano, non riescano ad essere interpretate in una scala più grande, ed a fare in modo di essere, parte attiva di una un rete territoriale in grado di “esaltare”, nella rete,  l’eterogeneità delle varie strutture. In particolare risulta inconcepibile come a Milano, la classe politica, vecchia e nuova (es. MoVimento 5 Stelle) sia completamente refrattaria a tale eventualità, tanto che nei loro recenti programmi politici non sono nemmeno in grado di interpretare tale opzione in maniera credibile e reale.

Lo scorso weekend, sono stato turista di una città perfetta, o che perlomeno tende a tale condizione: tram ecologici, energia alternativa, aria ed acque pulite e tutelate, architettura di qualità, tanto verde, moltissime piste ciclabili, compongono un mix allettante, che viene esaltato e migliorato, dall’intensa attività culturale ed universitaria che contraddistingue questa città.

Il segreto, una stretta partnership tra pubblico e privato, Il pubblico coordina, controlla ed indirizza, il privato realizza e gestisce. Tutti e due concordano nel perseguire la qualità (della vita e dei contenuti), sapendo che le quantità (ricavi e consensi) arrivano quasi con matematica precisione. Questa liaison, consente, ormai di anni di realizzare, delle vere e proprie “pompe di denaro”, musei, centri di ricerca, università, industrie avanzate, eventi, manifestazioni, ecc. che attirano : investitori, turisti, manager, artisti, studenti, ecc.. E tutto ciò avviene, con strategie pianificatorie sinergiche, un pò in Svizzera, un pò in Germania, un pò in Francia. Eppure Basilea (A.T.B.) è una città multilingue, francese, tedesco; con due monete, l’Euro ed il Franco, quindi difficile da integrare, anche culturalmente, ma quì tutto avviene con semplicità e pragmatismo, tanto che la stessa pista ciclabile, prosegue indifferente, sia che ci si trovi in una Nazione, piuttosto che in un’altra.

Vi racconto una di queste “pompe intelligenti”. Appena fuori la Basilea Svizzera, quella storica, c’è, in Germania, una piccola cittadina Weil am Rhein, che conta circa 30.000 abitanti. Le prime testimonianze della città risalgono all’anno 786 a.c., quand’era nota come Willa, nome di probabile origine romana. L’agricoltura ha sempre avuto un peso preponderante nell’economia della città, perlomeno fino al diciannovesimo secolo, quando ha cominciato a svilupparsi dal punto di vista industriale, soprattutto grazie ai favorevoli collegamenti di trasporto con Francia e Svizzera. Molte fabbriche svizzere del settore tessile si sono impiantate nel quartiere di Friedlingen nel corso degli anni, favorite dalla costruzione di un importante porto sul Reno. Dopo la seconda guerra mondiale, la popolazione locale è cresciuta sensibilmente, a causa dell’afflusso di numerosi rifugiati e apolidi. Fra il 1971 e il 1975 le comunità territoriali di Ötlingen, Haltingen e Märkt sono state integrate a Weil am Rhein, così da diventare una vera e propria città. Ora questa cittadina fa parte della grande Agglomerazione Trinazionale di Basilea (A.T.B), costituita nel 2002.

Quì ha sede una notissima fabbrica di sedie e complementi d’arredo, la VITRA.

http://www.vitra.com/

Vitra fu fondata a Weil am Rhein in Germania nel 1950 da Willi Fehlbaum, proprietario di un negozio di mobili nella vicina Basilea in Svizzera. Negli anni successivi, Fehlbaum acquistò i diritti sui lavori di Charles e Ray Eames e George Nelson. Dopo che nel 1981 un incendio distrusse gli stabilimenti Vitra, venne chiamato l’architetto inglese Nicholas Grimshaw per progettare una nuova fabbrica. Accanto alla hall in alluminio, pronta per la produzione soltanto sei mesi dopo l’incendio, venne costruito nel 1986 un altro stabilimento di produzione dall’architetto portoghese Alvaro Siza. Nel 1989 è il turno di Frank O. Gehry che progettò un altro edificio accanto ai primi due. Lo stesso Gehry costruì anche il “Vitra Design Museum”, originariamente destinato ad ospitare la collezione privata di mobili di Rolf Fehlbaum, proprietario della Vitra. Nel 1993 l’architetto iracheno Zaha Hadid aggiunse una caserma dei pompieri (Fire Station) che oggi ospita una collezione di sedie del Design Museum. Nello stesso anno venne costruito un padiglione per conferenze progettato dall’architetto giapponese Tadao Ando, il primo lavoro di Ando fuori dal Giappone. Nel 1994 lo staff amministrativo della Vitra si spostò nei nuovi quartier generali, progettati da Gehry, nella vicina Birsfelden (Svizzera), mentre Alvaro Siza aggiunse lo shop building alla sede di Weil am Rhein. È nella stessa sede che nel 2000 l’architetto statunitense Buckmaister Fuller fece costruire una cupola geodetica anni sessanta, adibita a hall per congressi, mentre nel 2003 giunse anche una stazione di servizio da un progetto di Jean Prouvè, designer francese.

Un plesso industriale, verde, collegato a Basilea, con mezzi di trasporto ecologici, con piste ciclabili. Una industria dove viene valorizzato i lavoro creativo innovativo, la qualità artigianale dei prodotti, la collaborazione tra pubblico e privato. Ci si guadagna tutti (denaro e consensi)  si guarda con più sicurezza il futuro che si è progettato assieme.

L’anno scorso (2010) l’ennesima aggiunta, un museum/shop di Herzog e de Meuron, archistar svizzere. Quando ci sono stato, all’entrata ho dovuto fare la coda (pulmann di turisti/acquirenti/semplici spettatori arrivano da tutta Europa, studenti da tutto il Mondo), per ricevere la chiave di accesso, che ti consente, applicandola a dei touch-screen, collocati ad ogni piano dell’edificio, di avere nella tua lingua di nascita (sono oltre 100), la illustrazione della struttura, dei prodotti, del loro costo ed eventualmente acquistarli o prenotarli via internet. Turisti/acquirenti di tutto il mondo, sgomitano per visitare questo luogo e la fabbrica “griffata” che gli stà dietro. Uno spettacolo, è come se il capitalismo e tutto ciò che non ci piace, la fabbrica, i prodotti, gli shop, diventassero un museo “squisito”, dove la gente sosta, legge un libro, osserva il paesaggio, apprezza l’architettura, il design, il paesaggio. Il tutto in un binomio tra pubblico e privato (i confini tra tre nazioni) che “cinguettano” felici assieme!

Pensate a Milano, al suo micragnoso museo del design alla Triennale, pensate ed il suo Hinterland (come molti iscritti del M5S di Milano continuano ostinatamente ad indentificare l’Area Metropolitana), dove spesso una strada in un comune limitrofo viene asfaltata e l’altra no, dove una pista ciclabile inizia per poi terminare ai confini comunali, pensate alla tariffazione dei mezzi pubblici di trasporto, che penalizza chi abita appena fuori dai confini comunali (e paga per poche centinaia di metri oltre il 70% in più). Ci sarebbero idee e lavoro per Un MoVimento politico di cittadini, forte ed unito che ha voglia effettivamente di “lavorare sul territorio” e non attaccarsi in maniera acefala alle idee, ed ai diktat, del proprio Padre/Padrone.  Bisogna agire bene, bisogna agire come Basilea (A.T.B.).

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