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E’ tempo di morire


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SOPRA - Poltrona "Proust", Alessandro Mendini per Cappellini (1978)

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:

navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,

e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,

come lacrime nella pioggia.

È tempo di morire.»

Appena il tempo fa il suo inevitabile corso, come succede a tutte le cose ed agli esseri viventi in questa parte di Universo, subito in rete c’è come un’alzata di scudi, si tenta di resistere al tempo, ricordando, incensando il morituro. Mostrando immagini della sua esistenza terrena. Esibendo che lo si è conosciuto, che si è vissuto nella sua ombra, che si è “bevuto” alla sua fonte. Si perpetua così l’illusione di un tempo infinito, si cerca collettivamente di convincersi che “tutti quei momenti non vadano perduti…come lacrime nella pioggia”.

La morte moderna, ospedalizzata e tecnologica, ci è stata sottratta. L’esperienza della morte non appartiene piú, come la percepivamo una volta, agli eventi naturali della vita. Avremmo bisogno, come allora di fermarci a pensare, ed invece esorcizziamo con un’immaginetta e “quattro frasi”.

Se non ritorneremo, al più presto, a concepire la morte come una compagna quotidiana, finiremo per dimenticarci di essere vivi (distratti come siamo).

Morire sul colpo, è il nuovo sogno, la fine che ciascuno augura a se stesso. Prepararsi non serve, la morte agognata è una passata di spugna, rapida e indolore: sei qui e un minuto dopo non ci sei più. Se tutti dobbiamo morire, la speranza è di farlo senza accorgersene. Sparire.

Più che una soluzione, sembra una fuga, un “Final Cut” da una vita che scorre sempre più veloce. Siamo così impreparati di fronte alla morte che l’unica risposta che la nostra cultura ipertecnologica sa offrirci è fingere che non esista. Ma è una scommessa: in pochi avranno la fortuna di varcare la porta a occhi chiusi, con passo leggero e svelto. E gli altri, invece soffriranno da impazzire, agonizzeranno per giorni o anni.

Costruire, ognuno, nel corso del tempo della propria vita, una cultura della morte, che non sia dominio esclusivo della medicina né rimozione di un evento inevitabile. Costruire la “propria tomba” è l’unica strada possibile praticabile.

Eppure come scrive Renè Girard (Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi, Milano 1983) “È sempre con una tomba che si elabora la cultura. La tomba non è altro che il primo monumento umano eretto intorno alla vittima espiatoria, la culla primigenia delle significazioni, quella più elementare e fondamentale. Non c’è cultura senza tomba, non c’è tomba senza cultura: la tomba è al limite il primo e l’unico simbolo culturale.»

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

 

Architettura della sparizione


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Jony Ive, il celebre direttore del design di Apple ha detto: «Abbiamo combinato due elementi fondamentali della piazza italiana: l’acqua e la pietra, aggiungendo un portale di vetro che crea un’esperienza multisensoriale per i visitatori che entrano nel negozio attraverso una fontana a cascata che sembra avvolgerli».

( video dello Store Apple di Milano – https://youtu.be/y8mUUQ2A-ao )

Potrebbero essere le parole dello stesso Sir Norman Foster, il progettista dell’Apple Store di Milano, che è stato aperto il 26 luglio 2018 a Milano, che ha fatto dell’acqua, del vetro e della pietra, l’essenza stessa di questo intervento “minimale”.

La stessa Apple, forma i propri dipendenti, imponendogli un codice di comportamento rigoroso (lavorare in Apple Store – https://bit.ly/2OlkyBy ) teso ad accogliere e mettere a completo agio la clientela, affinchè sia predisposta al meglio all’acquisto. L’architettura in tal senso gioca un ruolo fondamentale : deve essere presente, accogliente, ma essenziale, valorizzando al meglio il prodotto ed il logo.

L’appeal “tecnologico” che Foster mette sempre nella propria poetica espressiva, gioca qui un ruolo fondamentale teso a creare consenso nel pubblico di massa, ma anche negli addetti ai lavori : designer, programmatori, architetti, ecc. (per altro tutti acquirenti eccellenti, da sempre, dei prodotti Apple).

il vetro è l’attore principale di una “rappresentazione urbana”, tipicamente milanese, nella quale le dimensioni tecnica ed economica (spesi soldi a go-go, “sciallando” alla grande) del costruire hanno ormai preso il sopravvento sulle implicazioni sociali e culturali dell’architettura. Infatti se ai più può sembrare uno spazio pubblico riuscito, un recupero di un vuoto urbano (che vuoto già prima non era), in realtà è il luogo del consumo più bieco, sinergico anch’esso a “persuadere” con la sua eleganza, la sua “trasparenza” (presunta ma non effettiva – https://bit.ly/2vbPL10 ) e la sua accoglienza, all’acquisto di prodotti globali che vendono un logo di alta gamma (stra-costoso), più che cercare di produrre oggetti accessibili a tutti.

Non si privilegia il vuoto e la città, si aggiunge a Milano, l’ennesimo “spazio sacrale” del commercio. Uno spazio pieno di VITREA IMMATERIALITA, ma dove ogni giorno si sacrificano al Dio Denaro, i brandelli di una società che non sa più dove sta andando. Per avere in cambio oggetti costosi e di “durata limitata programmata” (https://bit.ly/2NOfAfm )……..insomma, per essere trattati come dei “polli in batteria” da spennare.

È proprio in questi casi che si configura un duplice tradimento dell’architettura di vetro cara a Scheerbart (https://bit.ly/2K12rxd ) ed a Mies van der Rohe. Il primo tradimento è quello perpetrato dall’architettura di vetro nei confronti della città da parte di questa architettura. Nell’Apple Store Milano, è difficile riconoscere i VERI paradigmi della trasparenza, dell’onestà, del rigore, della sobrietà, dell’essenzialità, dell’apertura nei confronti del contesto socio-economico reale contemporaneo e darne un’interpretazione anche critica; che proprio dal vetro e da ciò che rappresenta attendevano una risposta.

Il secondo tradimento è quello che l’architettura di vetro ha subito da parte di una progettualità fosteriana che in questi casi sembra più tesa all’operatività che disposta a riflettere sul senso del proprio agire e del proprio essere nella società mondiale (e milanese). Una progettualità ormai lontana da quell’impegno civile che caratterizzava il pensare all’architettura dell’avanguardia del Novecento e che riconosceva nel vetro e nella sua trasparenza una grande opportunità per DISVELARE ciò che i muri di pietra e mattoni nascondevano.

Un intervento riuscito, quello dell’Apple Store di Milano, una vera e propria ARCHITETTURA  SERVA dei potentati economico/tecnologici oggi al potere. Interventi di cui Milano, capitale economica (presunta e sopravvalutata) di una nazione che sta andando a ramengo tra : xenofobi, razzisti, incapaci, quaquaraquà, ecc., si sta ormai purtroppo riempiendo (più che svuotando).

Ed intanto molti architetti hanno “occhi che non vedono”…….rispetto a quello che sta avvenendo, anche loro raggirati e persuasi da questi VUOTI……..pieni di schifezze trasparenti.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Gli interni della follia


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OLYMPUS DIGITAL CAMERALa Luce rivela che l’uomo è straniero a se stesso. E poichè non si conosce, compie atti che non doveva compiere – il primo, che tutti comprende: nasce e non avrebbe dovuto“.
 

Il bellissimo (e ostico) libro di Massimo Cacciari, “Dallo Steinhof – Prospettive viennesi del primo Novecento” pubblicato per Adelphi nel 1980, e più volte riveduto ed integrato, fino alla sontuosa edizione del 2005, può essere così riassunto in breve. Su una collina che guarda Vienna sorge la Chiesa dello Steinhof costruita dal 1904 al 1907 sul terreno dell’ex-manicomio della Bassa Austria, sede attuale dell’ospedale psichiatrico della Città di Vienna. Tale edificio è un’opera architettonica fondamentale dello stile Liberty viennese, opera di Otto Wagner.

Nello spazio raccolto della sua cupola (dorata), ci rivela Cacciari, si incontrano “forze oscure” che riescono, solo qui a ritrovare un punto di contatto tra cosa è “follia” e cosa è “normalità”. Uscendo dallo spazio della chiesa lo sguardo si perde in un paesaggio di “perfezione infinita” e di “follie interminabili”: Vienna. A questa città, e a certi memorabili “uomini mirabili” che vi abitarono nei primi anni del secolo scorso, è dedicato questo libro.

Il filosofo ci accompagna a rivisitare le opere e la vita di uomini viennesi quali : Robert Musil, Hugo von Hofmannsthal, Joseph Roth, Georg Trakl, o Ludwig Wittgenstein. Dallo Steinhof, secondo Cacciari si riesce a trovare “un centro comune, un centro però vuoto, dove non risiede una verità da trasmettere, tutt’al più un’assenza”. E di ciò fa parte integrante : la letteratura, il teatro, l’architettura e tutto quanto generano gli esseri umani, che sia in grado di “resistere” alla loro inevitabile caducità.

Ecco entrare in una casa dove risiede un folle, un ammalato di mente, inevitabilmente porta a confrontarsi con ciò che è giusto e ciò che è errato, su come, per “utilità e raziocinio” noi “normali” ci siamo dati come regole condivise. Se queste sono giuste o sbagliate.

Gli interni, più che gli esterni, rappresentano benissimo queste due “posizioni estreme”, che poi si riversano in precisi atteggiamenti e formalismi architettonici. Oggi probabilmente, proprio l’architettura minimale degli interni, diventata un riferimento stilistico disciplinare, palesa forse, una follia diffusa, che ormai pervade l’intera umanità.

Ad architetture asettiche, “chirurgiche”, con soggiorni che sembrano delle reception di hotels, cucine e bagni luoghi assimilabili a sale operatorie per anatomopatologi: sempre più frequentemente, i mezzi di informazione disvelano situazioni reali limite, dove gli interni sono utilizzati quali discariche e/o depositi per collezioni interminabili di oggetti più o meno ordinati. Oggetti che saturano gli spazi interni, fino ad escludere quasi totalmente la possibilità che possano risiedervi gli esseri umani.

Interni che, sempre più spesso, diventano i luoghi di efferati omicidi e/o suicidi, probabilmente intimamente correlati anche allo stato delle architetture interne ed esterne che oggi siamo in grado di proporre come società (e noi architetti).

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La regola del mattone


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La Chiesa dei SS. Giovanni Battista  e Paolo, alla Bovisa, completata nel 1964 su progetto degli architetti Figini e Pollini è forse una delle più belle chiese moderne di Milano. Lo è soprattutto negli interni. Infatti se gli esterni richiamano in maniera evidente e “smaccata” le architetture di Alvar Aalto, di Le Corbusier e di Louis Kahn, anche gli interni evocano dei riferimenti precisi a questi architetti, però mediati dall’alta abilità dei due professionisti milanesi, nella cura dei dettagli e nella scelta dei materiali.

Gli interni sono un vero e proprio inno alla luce ed all’acustica: grandi lucernari modulano una luce sempre “opportuna” e mai eccessiva, coadiuvati da finestre e sapienti aperture sui muri verticali; una piccola fonte d’acqua illuminata dall’alto da un lucernario con vetrate blu, diffonde uno sgocciolio, che dalla cappella laterale in cui è collocata, si irraggia in tutta la chiesa.

L’edificio, la sua bellezza palese, interna ed esterna, è il frutto  di una società dalle idee chiare, in grado di osare e di “farsi contaminare” per creare quel futuro a cui molti allora aspiravano, quasi con certezza.

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/3m080-00053/

continua……..

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Oggi viviamo nell’epoca della crisi economica, ma anche in quella delle contaminazioni creative. La tv si contamina con la rete, i giornali sposano il linguaggio dei social media e “nuove praterie” si aprono agli incroci tra cultura ed architettura, cibo e paesaggio, cinema e , turismo ed agricoltura. Bisogna però avere entusiasmo, creatività, voglia di osare e l’ottimismo della ragione e del sentimento, per poter investire ora in Italia in questi anni bui. Soprattutto oltre a continuare a descrivere una società allo sbando e del malaffare (che certamente esiste in maniera diffusa), bisogna anche incominciare a descrivere chi opera in maniera virtuosa, positiva (e certamente anche qui si trovano anche oggi in Italia numerosi esempi) generando nuove attività, posti di lavoro e focalizzando l’attenzione internazionale sul nostro Paese .

Alessandro Baricco a Torino, vicino a Porta Palazzo, ad ottobre inaugura la nuova sede della scuola Holden. Si tratta di un esempio, proprio di “quell’osare”, colto ed intelligente, che sicuramente nel tempo darà i suoi frutti. Comunque un’idea per costruire il futuro, oltre che, ovviamente, un’iniziativa economica. Anche quì, un edificio in mattoni pieni rossi, quello della “Caserma Cavalli”, segna questa intrapresa (newco), a cui concorrono anche Eataly e Feltrinelli. L’edificio risale alla ristrutturazione fatta da Giovanni Castellazzi a seguito della disastrosa esplosione del 1852, un edificio rigoroso di impianto simmetrico, con una forte vocazione alla “costruzione” della forma urbana. Una scuola internazionale, per giovani talenti letterari, molto selettiva, in grado di avere una forte proiezione internazionale, che coniughi : letteratura, cibo, paesaggio, ecc…….e lavoro.

http://www.lastampa.it/2013/05/13/societa/baricco-feltrinelli-e-eataly-il-cibo-si-contamina-con-la-parola-O5pCImhf4e1MpN8VHho63K/pagina.html

Ecco, forse oggi bisogna ritornare allo spirito degli anni che hanno visto, costruire edifici come la Chiesa della Bovisa di Figini e Pollini, ritornare ad una società dalle idee chiare, ottimista perchè conscia, in grado di osare, per creare il futuro. Ha detto Farinetti Oscar, proprietario di Eataly, alla trasmissione “Otto e mezzo” (La7) del 24 maggio 2013 : – Bisogna riconoscere che l’Italia è una nazione, soprattutto di trasformazione, in grado di dare un alto valore aggiunto alle materie prime. Un valore aggiunto che è anche culturale, artistico, creativo……Tra 10 anni l’Italia sarà la nazione più ricca e florida d’Europa, se si saprà creare quel mix “globale” che è la “fusione” tra : agroalimentare, beni culturali, paesaggio, manufatti di precisione, artigianato, turismo, ricerca, design. All’estero esiste un 99,17% della popolazione mondiale, che aspira ai prodotti italiani, al paesaggio italiano, si tratta di mettere in connessione in maniera saggia, la domanda con l’offerta”.

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Gli interni in Piano Renzo


Mi sono chiesto più volte, se l’immagine esterna di un edificio, deve anche riflettersi negli interni, oppure le due immagini devono necessariamente divergere. Ad esempio in Piano Renzo, quasi sempre l’esterno è indipendente dagli interni, che sono sempre rigorosamente semplici accoglienti, minimalisti, ma “caldi”. Un caso emblematico e il Zentrum Paul Klee di Berna, dove ad un esterno “tecnologico”, che però riesce a creare, con le sue forme, una “liaison” con il paesaggio, divenendone quasi un’appendice interpretativa indispensabile; corrispondono degli interni, che in fin dei conti sono sempre i soliti. Gli stessi del “Sole 24 Ore” di Milano, della sede del “New York Times” a New York, del “Beyeler Museum” a Basilea/Rheien. Anche qui a Berna, prestigiosi pavimenti lignei chiari, pareti semplici a tinte tenui con colori solo laddove necessari per evidenziare qualcosa, corpi illuminanti “tecnici” con coni luminosi soft, porte massicce e pesanti ma comode da movimentare. Tanta attenzione per l’acustica, sia nei controsoffitti che nelle dotazioni impiantistiche. Molta cura negli aspetti di “microclima interno”, sia nella ventilazione che nella climatizzazione. Tanta luce naturale controllata da tende e frangisole. Spesso in Piano Renzo, sono le finestre, con le loro “inquadrature paesaggistiche” a determinare una tensione, una relazione tra interno ed esterno. Anche gli arredi, sempre in legno chiaro, sono essenziali “puliti”. La parte migliore sono i servizi igienici (sempre studiare come vengono realizzati da queste archistar, infatti qui spesso si hanno delle sorprese), che sono il punto dove Piano Renzo, concentra tutta la ricchezza, l’opulenza nell’uso dei materiali e degli accessori, ma anche qui senza “imboscate”, come invece spesso avviene con Herzog & de Meuron o Jean Nouvel.

Dichiara lo stesso Piano Renzo, riferendosi alla sua maniera di fare architettura : “Più elimino il superfluo, più ottengo economie dei materiali. Più riduco i materiali, più mi avvicino alla natura ed entro in contatto con la luce e il vento. La qualità di un edificio dipende in gran parte da una buona illuminazione e dagli effetti piacevoli della ventilazione.” (Renzo Piano – Intervista a cura di Luigi Prestinenza Puglisi in Luminous 3/2009), ecco io credo che in questa operazione di “sottrazione” di “eliminazione”, stia il segreto della così detta architettura degli interni. Infatti poi, spesso, saranno gli utenti ad aggiungere il superfluo, personalizzando lo spazio a loro piacimento.

 

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