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Builders of the future

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Nuovi media

Soliman


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Puo’, la luce, smaterializzare l’architettura per reinventarla ? Sembra di si, fino a farla diventare il supporto per racconti poetici e spettacolari in grado di coinvolgere decine di migliaia di spettatori. E’ quello che avviene ormai da qualche anno a Bressanone. La società francese “Spectaculaires – Allumeurs d’Images” grazie a sofisticatissime videoproiezioni animate di altissimo livello qualitativo, utilizzando le tecniche più avanzate di mapping, trasforma, la sera, il Palazzo Vescovile (Hofburg) di Bressanone, in un “incontro” tra architettura e video arte, stabilendo delle relazioni inusitate, curiose ed inaspettate. Relazioni che esaltano l’architettura, evidenziandola e disvelandola al meglio al comune spettatore, ma anche al cultore più sofisticato della disciplina. Piccoli e grandi, al di là della storia accattivante dell’elefante Soliman, vengono coinvolti dalla simbiotica espressione di luci, architettura e musica, in un racconto di circa mezz’ora, che ogni anno, attorno a Natale (in occasione dei mercatini), porta a Bressanone oltre 55.000 spettatori paganti. 

Raccontare storie, generare momenti sublimi, in luoghi, le architetture storiche, che testimoniano della trasformazione umana del paesaggio, e dell’intero pianeta, è un atto didattico estremamente importante che dà il senso del “transito terrestre” della specie umana. Nel bene e nel male.

Porre al centro l’architettura, e lo spettacolo che su di essa si proietta, per riunire un pubblico vasto attorno ad una storia comune, esaltando l’identità locale attraverso il divertimento. Fare del territorio e dell’architettura, l’epicentro dell’attenzione degli spettatori, troppo spesso “distratti” rispetto a queste tematiche. Sembrano i punti per un nuovo manifesto.

Qualcosa assolutamente da vedere e soprattutto da “percepire”, anche per riflettere su questa insolita, e stimolante liaison.

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Drawings (disegni)


 

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Scrive Richard Sennet, nel libro “L’uomo artigiano” (Feltrinelli, 2008), che la maestria artigianale, si è qualificata lentamente (sia dal punto di vista anatomico, sia come metafora), nel legame tra mano e testa, una relazione che gli artigiani hanno per tradizione, da sempre, espresso attraverso il disegno.

Sennett ricostruisce le linee di faglia che separano tecnica ed espressione, arte ed artigianato, creazione e applicazione. Fino ad arrivare, a quello che per lui è il miglior esempio di “artigianato” moderno il gruppo che ha creato Linux, gli uomini del “saper fare” della moderna cattedrale informatica.

Fin da quando si è vincolato, nella specie Homo Sapiens, il disegno alla capacità di rappresentare una realtà tangibile, e quindi dai primi disegni nelle caverne o nelle incisioni rupestri, si è iniziato a stabilire un legame tra azione di rappresentare il mondo che ci circonda e sua interpretazione mentale.

Tali capacità, si sono sedimentate, nel corso del tempo, nel nostro cervello, nei neuroni specchio. Se viene scisso il legame neurologico tra la testa e la mano, si rischia un “deficit mentale”, una condizione che, sostiene Sennet, sarebbe la norma quando il computer sostituisce completamente la mano nella progettazione architettonica.

Sennet, non si ferma quì, entrando nello specifico, dichiara che la progettazione computerizzata inibisce l’accesso diretto al libero pensiero esplorativo, l’apprendimento che si ottiene dal considerare un problema con un atteggiamento giocoso e partecipativo. I limiti del computer e soprattutto del suo schermo, rendono a suo dire più difficile essere interessati a variabili quali il clima, l’atmosfera, la fisicità, la struttura, la scala e la proporzione, e preclude anche la sfida tradizionale e spesso gratificante con un problema difficile. In ultima analisi, il computer troppo facilmente offre un risultato finito, chiudendo il processo di progettazione troppo presto, senza decantazione . Ed ancora : ” Il difficile e l’incompleto dovrebbero essere eventi positivi nella nostra attività intellettiva; dovrebbero stimolarci, come non possono fare la simulazione e la manipolazione facilitata di oggetti già completi……….Gli abusi del CAD illustrano come, quando la testa e la mano divorziano, è la testa a soffrirne”.

Ovviamente chi progetta al computer, dissente, sostenendo che l’elettronica del CAD è solamente una “moderna matita”, molto piu’ veloce, ma con pari quantità di indeterminatezza nei risultati finali. Insomma il computer è semplicemente un altro mezzo di espressione, non ancora pienamente interpretato.

Sta di fatto che il computer, interrompe la “connessione sensuale e tattile” (come sostiene Juhani Pallasmaa) tra la testa e la mano che ha guidato gli architetti per secoli, portando soltanto ad un approccio progettuale troppo concettuale e geometrico, non in grado di interpretare veramente la realtà vissuta attraverso i nostri ricettori. Inoltre le immagini al video di un computer alterano la nostra comprensione percettiva delle cose.

Gli edifici oltre a fornire riparo e piacere sensoriale, dice Pallasmaa : “sono anche estensioni mentali e proiezioni, sono esternalizzazioni della nostra immaginazione, memoria e capacità concettuale”. Il computer è diventato un appuntamento fisso nella pratica architettonica, in pochissimi anni, e probabilmente continuerà a migliorare come mezzo per la progettazione; però la cultura architettonica, tradizionalmente praticata con rotolo di carta da schizzo e matita non potrà facilmente essere totalmente messa da parte. Essa è un bene prezioso, che può essere acquisito con pazienza e pratica qualificata e, come ritenuto dai più (giovani ed anziani) favorisce un approccio meditativo di decantazione e riflessione, piuttosto che semplicemente calcolante. Un approccio in cui la variabile “tempo” non puo’ essere trattata semplicisticamente come sostiene Rem Koolhaas nel libro “Verso un’architettura estrema” (Postmedia Books, 2002), dove paragona l’attività dell’architetto contemporaneo che utilizza il computer, a quella dei piloti americani dei caccia da guerra supersonici, dove vige il motto : “Se pensi sei morto”.

Dichiara sempre Pallasmaa : “Il disegno a mano è un esercizio sia piacevole sia seducente che genera un’intensità poetica con la mano (ndr. – una sintesi tra spazio e tempo), spesso straordinariamente efficiente per arrivare al nocciolo di una questione”.

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Il seminatore


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Il seminatore, non deve essere conformista. Il seminatore deve essere creativo. Chi progetta, sa chiaramente cosa intendo dire, ma anche chi insegna lo sa. Dare senso a quello che si fa, costituisce per l’insegnante ed il progettista accorto, l’unica maniera per garantirsi “sempre” un risultato. Esattamente come il seminatore, il quale piantando il seme nella terra, spera di conseguire, quale risultato finale, un frutto, perfetto, bello e sano. Ma il seminatore sa (come il progettista ed il docente), che quel piccolo seme, sarà alla fine, quello che dovrà essere, se la seminagione avviene nel momento dell’anno più opportuno, nel terreno più adatto. E poi se quel seme riceverà acqua e calore, luce e un pò d’amore, diventerà una pianta. La quale, pianta, è soggetta all’attacco di parecchie patologie, che dovranno essere costantemente tenute sotto controllo, monitorate, e respinte nella maniera migliore e più naturale possibile. Altra acqua, calore e luce, garantiranno a quella pianta (insieme all’accudimento che è anche amore per noi esseri umani), di fiorire. Se il fiore sarà casualmente impollinato da un insetto o dall’aria, si avrà un frutto, al quale necessiterà per maturare, altra acqua, calore e luce.

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Insomma, quasi sempre, se nasce da un seme, una pianta e poi un frutto, il risultato è il conseguimento di un “piccolo miracolo”, spesso dovuto alle capacità del seminatore (progettista o docente che sia), il quale deve essere “geniale”, uscire “fuori dagli schemi”, per poter garantire, con sapienza, ed accuratezza il risultato finale. Perchè è nell’orto che il seminatore, colto ed attento alla economia di gestione, al riciclaggio, al consumo di energia, dimostra quello che vale come costruttore di futuro. E’ nell’orto, luogo dell’eccellenza, che tutto si organizza intorno a tre elementi centrali : terra, acqua, sole. Come scrive Gilles Clèment nel superlativo libro : Breve storia del giardino – edizioni Quodlibet, 2011 : “Virtualmente nell’orto  non manca nulla: l’utile e il futile, la produzione e il gioco, l’economia e l’arte. L’orto attraversa il tempo e racchiude in sè il sapere….. Nelle campagne la parola giardino non designa altro che un orto, il resto è paesaggio; quando quest’ultimo è organizzato, si parla di parco”.

E poi ancora, un vero e proprio insegnamento, un percorso chiaro e facilmente intelligibile, da seguire,  per il seminatore : “La storia (ndr – dell’orto) ci parla poco del tempo – del tempo che passa, della durata, del tempo che consente l’impianto al suolo, dell’incontro fra gli esseri viventi, dell’ibridazione e della nascita dell’imprevedibile. La storia preferisce le forme e i grandi gesti architettonici che hanno lasciato una traccia sorprendente e indiscutibile del genio umano. Eppure è quì, nello spazio del tempo (ndr – nell’orto), che a mio avviso si delineano le questioni del futuro”.

E ciò è sempre vero, per un progetto, ma anche per un percorso didattico.

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Statica !


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“Tanto la via intuitiva che quella matematica sono necessarie per inventare ed esattamente proporzionare una struttura resistente. L’efficienza e potenza realizzatrice della intuizione e’ largamente dimostrata e testimoniata dalle grandiose opere tramandateci dal piu’ lontano passato, quando le moderne teorie scientifiche erano totalmente ignorate. L’acutezza dei moderni metodi di calcolo in continuo e progressivo sviluppo e’ illustrata dai risultati raggiunti nella realizzazione di sempre piu’ grandiose ed audaci opere. Ma la invenzione strutturale, quella che permette di risolvere nel modo piu’ efficiente i nuovi problemi, che ogni giorno vengono proposti dall’inarrestabile sviluppo di ogni aspetto dell’attivita costruttiva, non puo’ essere che il frutto di una armoniosa fusione di personale intuizione inventiva, e di impersonale obiettiva, realistica, ed inviolabile scienza statica. In altre parole gli sviluppi teorici debbono trovare una rispondenza intuitiva che li verifichi, che ne diminuisca la impersonale durezza tecnica, e che li renda piu’ umani e comprensivi, mentre d’altra parte le teorie formalistiche debbono offrire i modi di esatte valutazioni alle quali resta pur sempre affidato il raggiungimento di quel – massimo risultato con i minimi mezzi – che e’ l’obbiettivo ultimo e l’indirizzo fondamentale di tutte le attivita’ umane” .

Questo brano, tratto dalla presentazione a firma di Pier Luigi Nervi, al bellissimo libro di Mario Salvadori e Roberto Heller, dal titolo ” Le strutture in architettura” (Etas libri, 1964), bene rappresenta, il concetto, che ad ogni intuizione complessa, definita da formule e regole, deve corrispondere un approccio intuitivo, naturale, ed ovviamente viceversa. infatti nel libro citato, la statica, e la scienza delle costruzioni in architettura, vengono spiegate, senza l’utilizzo di nessuna formula matematica.

Siamo partiti da questo brano, del grande ingegnere Nervi, per arrivare alla App degli “Angry birds”, un gioco della societa’ finlandese di informatica Rovio, in cui si “gioca” proprio con le strutture e la loro resistenza.
Il gioco, uno di quelli per tablet, smartphone e computer, e’ forse uno dei piu’ diffusi al mondo, ed e’ molto semplice. Si tratta di lanciare con una fionda, degli uccellini, contro a delle strutture precarie, per fare in modo che le componenti, crollando, facciano esplodere dei maialini “ridacchianti” di colore verde.
L’utente del gioco, deve, intuitivamente, studiare e trovare, nella struttura, il punto debole, per abbatterla utilizzando il minor numero di uccellini possibile.

Giocando, si danno cosi’ delle informazioni elementari di statica delle strutture edilizie e di scienza delle costruzioni.
Insomma le varie App degli “Angry birds” (season, rio, star wars, ecc.) sono anche degli strumenti didattici, che, soprattutto nei piu’ piccoli, sviluppano una passione primigenia per l’arte e la scienza del dimensionamento delle strutture, che e’ poi alla base di ogni buona architettura.

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Terreno comune ?


Nell’epoca di internet, della società 2.0, dove anche i comici genovesi diventano delle “star politiche”, forse non ha molto senso andare di persona a visitare una mostra di architettura, come la Biennale di Venezia 2012, numero 13.

http://www.labiennale.org/it/architettura/mostra/mostra.html?back=true

Oggi, smanettando in internet, si possono raccogliere così tante informazioni in merito : link, video, immagini, interviste, che (forse) per chi, come me, conosce bene la bellissima città lagunare, non ha più senso affrontare il “caos” delle chilometriche esibizioni di progetti, la nausea da troppa informazione, e la frenesia di una folla multietnica ed acefala che infesta questi luoghi.

Quindi, una sana “ravanata” in rete, ci consente di avere un quadro ampiamente esaustivo, delle principali “occasioni” dell’evento 2012 in laguna. Il tutto risparmiandoci la fatica di un viaggio costoso ed impegnativo, soprattutto per i nostri piedi. L’asetticità del computer ci consente di  analizzare al meglio, questa tredicesima Biennale Architettura, che ha in David Chipperfield, il suo direttore.

Certo, quello che manca, a starsene a casa davanti al computer, è la bellissima “città morente”, che circonda il tutto, Venezia. Manca il senso che, mentre si progetta e si propone il futuro, ammassato a forza  in quei luoghi magici che sono l’Arsenale ed i Giardini, il passato, fuori, ci ricorda costantemente la morte. Un evento veramente democratico, destinato ad ogni cosa che insiste in questo universo. Un vero “Terreno comune”.

Il titolo dell’evento Biennale 2012 è “Common ground” (terreno comune), l’ennesimo tentativo di trovare un punto di incontro tra cose estremamente diverse, così diverse (anche per approccio progettuale e risultati) che forse non era il caso di accostare. Ecco quello che manca, è l’architettura, quella con la “A” maiuscola (come ormai succede da molti anni), questi tentativi “pietosi” e “pietistici” di trovare, per forza, un “terreno comune” tra arte, design, architettura, istallazioni, urbanistica, performance, video, ecc., mi sembra, qualcosa di forzoso e contemporaneamente di inutile. Inoltre se si considera, che la Biennale, ogni anno cresce sempre di più di dimensione, neanche pernottando a Venezia per mesi, si riuscirebbe a visionare tutto quanto con la dovuta dovizia.

Passerà, anche questa Biennale, passerà ! Per fortuna, fuori, nella città, la grande architettura (tra le tante soprattutto quella di Ignazio Gardella), bella ed ammalata, quasi “crollenta”, ci ricorda che questa disciplina, è soprattutto “costruzione”,  più che progetto. E fintanto che un’architettura, rimane sulla carta (o in rete), questa è come un futuro mancato……….non esiste!

Sotto : David Chipperfield (La mia Biennale)

Sotto : Gigon & Guyer (sul metodo)

Sotto : Cristina Monteiro – David Knight (l’architetto “alchimista” e “trasformista”)

Sotto : Norman Foster (spazio pubblico)

Sotto : Olafur Eliasson (arte, luce, design, “terreno comune”)

Sotto : Toyo Ito (architettura per una catastrofe)

Sotto : Alvaro Siza (La storia di una vita)

Quì sotto alcune immagini delle casa alle “Zattere” di Ignazio Gardella (1953-58)

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http://www.herzogdemeuron.com/index.html


Oggi mentre mi accingevo a scrivere il solito articoletto quotidiano (o giù di lì), mi sono imbattuto in rete, nel sito degli architetti svizzeri Herzog & De Meuron. Le due note archistar di Basilea, si erano sempre rifiutate di realizzare un sito sulla loro attività professionale. Poi quest’anno, hanno sfornato l’ennesima “sorpresa”. Anzichè arrovellarsi in complicati effetti speciali e graficismi, valgano quali esempi  il sito di Zaha Hadid e quello di Renzo Piano,

http://www.zaha-hadid.com/

http://www.rpbw.com/

i due “maestri d’imboscata” hanno prodotto qualcosa di inusuale, di essenziale. Un inno alla semplicità “scarna”, alla purezza, in perfetta antitesi alla tendenza sino ad ora in atto, che è quella di “offrire tanto”, forse troppo (grafica, colori, immagini prestanti, ecc.), che spesso l’architettura viene “soffocata”, deliberatamente la si uccide mettendola in secondo piano. L’home page di Herzog & De Meuron, è di fatto una pagina bianca “statica”, nuda, con pochissimi e piccoli bottoni. E’ chi entra che deve “cercare”, non viceversa. Il sito è più che altro, di fatto, un database, che contiene in poche indispensabili immagini (qualche volta quasi artigianali), testi essenziali e qualche filmato, tutto il racconto della loro storia professionale e dei progetti in atto. Si parla dello studio (con 354 collaboratori), ma anche delle opportunità di lavoro, si racconta di come si elaborano i progetti e come evolvono le idee che li supportano, ecc.. Insomma una “genialata”, l’ennesima. Mentre gli altri fanno di tutto per stupire, quì si ritorna a focalizzare l’attenzione sull’architettura, sulla professionalità di un lavoro che è ancora artigianale, da “bottega”, quasi didattico. Infatti alla fine, nella sezione PRACTICE > FAQ > PROJECT VISIT, si scopre un PDF “scaricabile”, prodotto da loro, che localizza e referenzia, in una mappa, con immagini, tutti i progetti realizzati da Herzog & De Meuron a Baisilea, una “chicca” che sembra dirci : ” L’architettura è una disciplina che impari ed aggiorni continuamente, sul campo, visitando edifici, guardando paesaggi”.

http://www.herzogdemeuron.com/index.html

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