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Builders of the future

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Suggestioni di futuro

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Ed eccoci di nuovo nell’imminenza del solstizio d’inverno, in cui le ore di luce del giorno, sono infinitamente minori di quelle della notte. Eccoci di nuovo a fare i conti con le Feste di Natale e con l’avvento dell’Anno Nuovo. Il tutto però quest’anno avviene, quasi in maniera sommessa e triste. Noi italiani, infatti siamo ormai da anni colpiti da una crisi economica e di valori strisciante e sordida, che sicuramente si protrarrà ancora per molto tempo. L’edilizia langue, così come moltissime altre attività, mentre i disoccupati e chi oltrepassa la soglia della povertà, continuano ad aumentare.

Chi ci governa attualmente, disegna in maniera ottimistica, la possibilità di un miglioramento imminente della situazione generale, mentre altri, probabilmente con più buon senso, vedono ancora un futuro a tinte fosche. Il tutto avviene in maniera quasi surreale, perseguendo il solito “ondivaghismo italianota”, che tanto danno ha creato nel passato, ed a cui, tutti siamo incapaci a porvi rimedio.

L’architettura italiana langue anch’essa, tra le esigenze di una “truppa di giovani architetti” sempre in costante crescita, ed un mercato del lavoro sempre più compresso e “stitico”.

Anche dal punto di vista del linguaggio, l’architettura italiana, sembra come imbrigliata su delle posizione marginali ancora troppo legate alle poetiche di chi ha oggi più di settanta anni, o comunque sulla ripetizione di linguaggi già ampiamente consolidati altrove.

http://www.festadellarchitetto.awn.it/vincitori.php

Sembrano temi irrisolvibili, ed infatti molto probabilmente lo sono, in una nazione che è incapace di tracciare in maniera chiara e netta la traiettoria del proprio futuro.

Non ci resta quindi che rifugiarci nella capacità messianica di quel Babbo Natale di Haldenstein, che più passano gli anni e più sembra un vero e proprio “santone” di una comunità religiosa, in grado di vedere nel “fluidum temporale”, lento e denso, quale sarà il vero futuro dell’architettura. Chissà, magari lui, che non ha mai costruito nulla in Italia, saprà leggere nella “palla magica” il destino dell’architettura di questo balzano Paese.ZHT copia copia

http://zumthor.tumblr.com/

Però ho come il sospetto che, silente, ci punterà il dito contro evidenziandoci  innanzitutto, l’ovvia realtà che non vogliamo vedere: i primi colpevoli di questa situazione siamo noi Architetti/Cittadini, incapaci di “scegliere” o di ribellarci in maniera costruttiva a questo stato delle cose.

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Il “Viadukt” della democrazia


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Zurigo, ormai da parecchi anni tra le prime città al mondo per la “vivibilità” (http://www.giornalettismo.com/archives/755693/la-top-10-delle-citta-piu-vivibili-del-mondo/), si è costruita le sua posizione in seguito alle proteste dei cittadini negli anni Ottanta del Novecento.

A partire dagli anni Novanta, la classe politica di Zurigo, politicamente “messa all’angolo” da continue proteste e scontri, anche fisici, con movimenti giovanili e politici avvenuti lungo tutto il corso degli anni Ottanta, si attrezzò  per indire un referendum democratico affinchè i cittadini potessero votare una progettualità futura di loro gradimento, tesa a costruire (e ricostruire), nei decenni successivi, lo spazio urbano e sociale. Si sottoposero alle valutazioni referendarie dei cittadini, diversi scenari, redatti da esperti e consulenti, di diverse discipline (urbanistica, architettura, sociologia, antropologia, mobilità, ecc.), ascoltando gli stessi cittadini.

La città di Zurigo di oggi, che fruiamo, è la costruzione concreta dello scenario condiviso e votato democraticamente allora, senza stemmi partitici, senza bandiere di una parte o dell’altra. Il perdurare sapiente di una politica comune (perché condivisa e priva di marchi politici) che si è tramandata di amministrazione in amministrazione, ha fatto si che le parole, i progetti, diventassero realtà. Essenzialmente il progetto urbanistico e sociale che vinse il referendum, verteva nell’esigenza di fare rientrare in città i giovani, le forze creative, i ricercatori, rendendo la città vivibile, istituendo spazi pubblici che potessero offrire svago e divertimento a tutti. Cittadini e politici, tutti assieme, capirono che questa era l’unica possibilità per assicurare prosperità a una economia postindustriale, che vedeva allora Zurigo, con molte aree dismesse e tanti quartieri con servizi pubblici e verde carenti.

La Zurigo di oggi, sta raggiungendo quell’obbiettivo, quell’idea di città che i suoi abitanti hanno votato ormai parecchi decenni fa. Una città che si sta espandendo consumando il minor suolo possibile. Una città con un mercato immobiliare dinamico in cui operatori privati ed amministrazione pubblica collaborano assieme, con un bilancio comunale in attivo e con i mezzi pubblici diffusi e puntuali. Soprattutto con tante aree verdi, musei e spazi sociali.

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La Kunsthalle ( – http://www.kunsthallezurich.ch/ – progetto Studio Gigon & Guyer), che siamo andati a visitare in questi giorni di dicembre, s’inserisce in un programma di rigenerazione e di espansione urbana. Un’ ex area industriale dismessa (un birrificio) che si trova compresa tra la stazione centrale, la stazione della S-Bahn di Hardbrücke e il fiume Limmat. Un paesaggio metropolitano in trasformazione (una volta produttivo), di grande fascino e “bellezza”, caratterizzato da un alto viadotto ferroviario dell’Ottocento in pietra, le cui arcate sono state abitate e rese percorribili, dando vita ad un complesso che prende il nome di Viadukt (- http://www.im-viadukt.ch/content/plan – progetto dello Studio EM2N). Una città Zurigo, ancora in profonda trasformazione, che si ritrova negli edifici industriali, nelle infrastrutture, che fanno parte della sua memoria, l’energia per rinnovarsi. Un’energia “pulita” esente da consumo di suolo, con una grande attenzione per la sostenibilità ambientale e per la mobilità su due ruote.

La “genesi progettuale” della Kunsthalle è una storia che comincia nel lontano 1996: un edificio industriale e dismesso, un birrificio (come già detto), posto a ridosso del centro urbano viene recuperato con l’obiettivo di tenere assieme istituzioni private, pubbliche e gallerie d’arte contemporanea di tipo commerciale all’interno di un unico complesso.

L’operazione è resa possibile grazie al coinvolgimento di Migros, uno dei due colossi della distribuzione alimentare in svizzera che per statuto devolve il 2% del proprio fatturato per lo sviluppo della cultura. Migros acquista direttamente il lotto e costituisce all’interno del complesso il Migros Museum d’arte contemporanea, affittando ad importanti gallerie internazionali i restanti spazi e lasciando uno spazio espositivo alla Kunsthalle, galleria pubblica che da il nome a tutto il complesso. Il valore immobiliare di tutta l’area sale in maniera esponenziale e la Migros decide di vendere, pur continuando la propria attività di museo. Dal 1996 al 2002 si susseguono diversi proprietari. Nel frattempo nel quartiere si trasferiscono diverse importanti gallerie che aprono i propri spazi commerciali ed espositivi in diversi appartamenti nei dintorni. Si costituisce di fatto un distretto dell’arte contemporanea zurighese, che viene ratificato oggi dal progetto unitario degli zurighesi Gigon & Guyer. Un progetto in cui creativi, giovani, spazi raffinati e zone meno eleganti, convivono assieme, una a fianco dell’altra in un meltin-pot, che è sia urbanistico che architettonico, ma soprattutto sociale. Di fatto la creazione di una “piattaforma di attracco” in cui qualunque cittadino del mondo può sentirsi a casa.

Il progetto della Kunsthalle e di tutto il quartiere di Zuri-West (http://www.zuerich.com/en/zuerich/sehenswuerdigkeiten/Zuerich-West.html), appare molto interessante, soprattutto se paragonato alla “tristezza infinita” della situazione italiana, dove aree dismesse, quali “Le Albere” a Trento, oppure le “Ex aree Falck” a Sesto San Giovanni, vengono trasformate, di fatto radendole al suolo (senza nessun apporto da parte dei cittadini), da politici ed immobiliaristi disposti a tessere legami tra loro sempre più perversi e non in grado di “costruire il futuro”.

A Zurigo lo strumento referendario è stata l’occasione per fare partecipare i cittadini alle trasformazioni urbane, ma dietro a questo strumento ci stavano dei cittadini, culturalmente attrezzati per essere parte di un processo democratico dove non c’è distinzione tra maggioranza ed opposizione, oppure tra chi partecipa o no, ma tutti si collabora per un unico obbiettivo condiviso.

Manca da noi, come invece è avvenuto a Zurigo, la capacità di esporsi delle persone comuni, di fare rete, senza simboli nè partiti politici (più o meno nascosti) di appassionarsi all’impegno civico, perché si ha insieme, come obbiettivo, un ideale più alto. Manca insomma una vera capacità democratica di individuare cosa è giusto fare e cosa non lo è. Questi anni che stiamo vivendo, sono il frutto di questa assenza collettiva di progettualità.

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Lieu amer


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Sono anni che non insegno più “architettura”,  dopo un lungo periodo passato in una nota struttura universitaria milanese (1995/2005), prima come assistente e poi come docente a contratto, mi sono volutamente ritirato a fare esclusivamente la libera professione. Erano gli anni (che perdurano) di uno stupido “buonismo” dell’insegnamento, all’insegna del produrre architetti, in quantità sempre maggiore, come se fossero “polli in batteria”. Qualità mediocre e tanta quantità!

Poi, alcuni mesi fa, proprio all’inizio dell’estate, si fa concreta la possibilità di andare ad insegnare in un’altra Nazione, in un’altra vicina realtà didattica.

Sono mesi, quindi, che mi arrovello, sul significato di insegnare, oggi architettura, in un periodo di forte crisi dell’edilizia e dell’economia, a delle giovani persone. Davvero una domanda complessa e difficile, quando i disoccupati del settore edile in Italia, a fine 2013 sfioreranno quasi i 3 milioni. Credo però di essere giunto ad una conclusione in merito.

Quindi ai miei studenti gli spiego, innanzitutto,  l’arte sottile della sopravvivenza, del coltivare ciò che “piace fare”, rinunciando se non si è vocati per ciò. Li stimolo, continuamente ad “aprire nuove porte”, a praticare umilmente, strade inusitate, perchè solo così si sbarca il lunario nei tempi duri.

Li sto lentamente istruendo, su un vero e proprio rispetto per l’architettura, che è arte e scienza difficile e complessa. D’altro lato, racconto ai miei studenti come siano appassionanti gli edifici di Le Corbusier, di Frank Loyd Wright e di Mies Van der Rohe, così come il loro umano “transito terreste”, di cui comprenderanno in seguito la superiore grandezza. Gli spiego soprattutto che è proprio partendo da costoro (dai moderni), che si riesce, successivamente, ad assimilare meglio la magnificenza di Michelangelo e di Leon Battista Alberti, degli ordini classici, e non viceversa.

Gli parlo anche di molte altre questioni che animano questa bellissima e difficile disciplina, soprattutto quelle più semplici e vere dell’architettura, la cui comprensione richiede un minimo di competenza ed applicazione: la tecnologia, la statica, i dettagli, il cantiere, ecc.. Insisto continuamente sul fatto che nobiltà, genialità, purezza, comprensione intellettuale, ricerca della bellezza plastica e l’uso sistematico delle proporzioni, rappresentano le gioie che l’architettura può offrire e che ciascuno può comprendere. Ma gli spiego, anche, che la “rottura sistematica”, senziente,  di queste regole, genera spesso quel “qualcosa in più” che caratterizza i grandi architetti, le archistar.

Pretendo però che si basino, per costruire “lentamente” una loro “poetica”, su una serie di fatti oggettivi, concreti, reali, tenendo però sempre ben presente che oggi,  i fatti architettonici sono fluidi e mutevoli; pertanto insegno loro a diffidare delle formule preconfezionate, delle “ricette sicure” e vorrei convincerli che tutto è relativo, soprattutto in architettura.

Gli insegno soprattutto a convivere con l’insuccesso, a fronte di tanto buon lavoro svolto, ed a coltivare con saggezza i pochi successi, senza farsi prendere da deliri di onnipotenza. A convivere con committenti sempre più aggressivi, che spesso vedono nell’architetto uno strumento per dare spazio alle loro frustrazioni creative.

Mi sforzo di inculcare nei miei allievi un acuto bisogno di viaggiare, per conoscere (non solo dai libri) direttamente sul posto le “grandi architetture”. Gli insegno a toccarle, a fiutarle, a verificarne l’acustica, a permanere in esse, o di fronte ad esse,  per “catturarne” la magia. Li incoraggio a coltivare con sapienza, questi atteggiamenti, sistematicamente, con disciplina, sino al loro ultimo giorno di vita. Perchè l’architettura è per sempre, una volta inoculata, come la pittura, la musica e la scultura. Come tutto ciò che piace ed appassiona fare.

Alcuni mi ascoltano, altri percorrono strade che li allontaneranno da questa disciplina. D’altronde, molti inconsciamente già lo sanno, che solamente pochissimi faranno veramente gli architetti. I più si occuperanno d’altro.

Come direbbe un saggio e colto professore veneto, quale monito per gli studenti, utilizzando un termine dialettale mediato dal francese “lieu amer”, luogo amaro : “Non stà girare intorno al luamaro se non te vò cascarghe rento” (ndr – non girare intorno al letamaio se non vuoi caderci dentro).

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Morituri te salutant


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Parlare di un morto o delle riviste di architettura, è la stessa cosa, lo avevamo già fatto qualche tempo fa in un articolo “Dell’amore, della morte”, in cui evidenziavamo lo stato dell’arte di questo strumento di lavoro dell’architetto, ormai venuto meno.

Eppure dopo oltre un anno, ecco con “Domus”, l’ennesimo tentativo di fare risorgere dalle proprie ceneri, ciò che ormai da tempo è venuto meno. Questo volta ci prova il bravo e diligente Nicola Di Battista, dopo una serie di “Direttori” della rivista fondata da Giò Ponti, che dire raccapriccianti è dire poco. La carta stampata è morta, o sta morendo, sprecare ossigeno e sangue per un cadavere è veramente cosa assai curiosa.

Eppure la rivista è bella, ben impaginata, con articoli interessanti. Inoltre il “prezzaccio” di 5 euro, a scopo promozionale, in epoca di crisi nera dell’economia, sicuramente attirerà l’interesse di molti. Soprattutto di quelli più anziani, che come me, si metteranno sulla libreria dello studio, l’ennesimo “mattone di carta”, che una volta sfogliato, rimarrà lì a prendere la polvere. Polvere che entrerà nelle pagine, nel dorso, negli articoli, fino a sostituirsi ad essi.

Lavoro da anni con le università, con i giovani; nessuno di loro, destinati per forza ad avere un futuro all’estero (per studio o per lavoro) si sognerebbe mai di dotarsi di simili “mattoni”. Nella società “fluida” tutto avviene ed avverrà sempre di più in rete, ancor di più l’architettura, spinta sempre più spesso dalle immagini che restituisce, più che dai contenuti progettuali.

Forse Domus, che fu innovativa, quando uscì, avrebbe dovuto fare da apripista, divenendo un portale interattivo gratuito a disposizione degli architetti, degli studenti, degli internauti. Non la robetta pubblicitaria in rete che è oggi. Dovrebbe invece essere qualcosa di diverso da tutte le numerose riviste già esistenti in rete : Archdialy, Desigboom, ecc.. Diverso per l’autorevolezza di chi ci scrive, per la qualità dei contenuti, per il “taglio” del pensiero in esso contenuto. Stampando solamente ogni tanto qualche “numero speciale cartaceo”, magari costoso e prezioso.

Chissà, probabilmente, la salma di Giò Ponti, gira, nel suo luogo di sepoltura, già da anni come una turbina, a testimoniare che, se lui fosse vivo, certamente qualcosa di diverso sarebbe in grado di produrla, giocando con la rete ed asservendola ad un taglio grafico ed editoriale sicuramente innovativo : filmati, streaming, webinar, ecc. ecc..

E quindi gira, gira, buon Giò, che i tuoi eredi stanno dando il peggio di se, pur di rimanere indietro, pur di non “svecchiare” questo Paese che lentamente si sta suicidando, lentamente mummificandosi, quando è ancora vivo…….forse.

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Fino alla fine dell’uomo


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Nel mio ultimo viaggio in Cina ho avuto occasione di esplorare una parte di mondo che attraversa oltre 1,5 milioni di km quadrati, di territorio cinese da est a ovest, da Beijing a Zhangye, passando per il cuore geografico dello stato.

In passato avevo già avuto occasione di visitare alcuni tratti di questo vasto territorio, ma rimanendo sempre in zone circoscritte.

Questa volta, a distanza di anni, ho avuto occasione di avere una visione aggiornata e di insieme di questo enorme fetta di mondo.

Quando fu fondata la Repubblica Popolare Cinese sei decenni or sono, la popolazione era locata per il 90 % nelle campagne e la rimanenza in centri urbani di piccole dimensioni, dove le città più grandi contavano pochi milioni di abitanti. Oggi il rapporto ha superato la soglia del 50% in favore dei centri abitati,  Pechino ha oltre 20 milioni di abitanti, Shanghai quasi 24.

Nel resto del mondo questo tipo di cambiamento ha richiesto secoli, consentendo una più coerente crescita del sistema culturale e sociale, insieme allo sviluppo tecnologico.

La politica di sviluppo della Cina, prevede di spostare nelle città 310 milioni di persone entro il 2030. Da come costruiscono sembra che i programmi mirino a numeri ben più alti. In venti anni prevedono quindi di avere il 70% della popolazione residente nelle città.

Si è innescata quindi una frenetica corsa edificatoria, che genera una situazione già vista (almeno ai nostri occhi, ma credo che il governo Cinese stesse facendo altro in quel periodo) negli Usa nel 2008 e in Spagna, con tutte le conseguenze disastrose a livello globale, che conosciamo.

Nei numerosi centri abitati che ho attraversato, dove la matrice rurale è ancora presente nella struttura urbana, si vedono elevare, quasi a fortificazione del perimetro, una cortina di scheletri di cemento alti oltre 100 metri, a mazzette di dieci, quindici, venti torri affiancate, ripetute in lotti non molto distanti l’uno dall’altro. Torri tutte uguali. Tutte desolatamente vuote, anche quelle finite. Questo scenario si ripete in tutte le aggregazioni urbane da est a ovest, considerate strategiche dal punto di vista geografico. Da lontano l’impressione è questa, ma da vicino è anche peggio.

Le nuove strade urbane si aprono su prospettive inquietanti con enormi viali oggi desolati ma che domani potranno ambire solo ad uno scenario peggiore, immaginandosi lo stato del traffico che oggi degenera nelle grandi metropoli cinesi. Le cortine di edifici si dispongono lungo questi enormi assi infrastrutturali come fantasmi di se stessi, mentre a terra enormi cartelloni pubblicitari, mostrano una futura realtà che nulla ha a che fare con le premesse edificate. La qualità delle opere eseguite risulta essere pessima, rendendo ancora più deprimente lo scenario urbano che si sta delineando nelle, sempre più tutte uguali, nuove città cinesi. La popolazione che viene spostata dalle campagne nelle città viene oggi prevalentemente impiegata nel settore edilizio. La manovalanza impiegata nella costruzione degli edifici risulta essere senza competenze specifiche, pertanto la cura nell’esecuzione delle opere, specialmente in quelle di finitura, è assolutamente assente. Si generano quindi migliaia di edifici di oltre 35 piani, che alla fine della loro costruzione risultano già bisognosi di manutenzione, altro concetto assolutamente assente in questa nuova politica di (in)evoluzione.

Non rimane che chiedersi, verso quale futuro si sta proiettando lo sviluppo cinese. Se la bolla edilizia resisterà, se questa follia urbanistica eluderà lo spettro dell’implosione economico/finanziaria legata al mercato immobiliare, avuta con l’esperienza USA e quella spagnola, allora si dovrà fare i conti con una nuova problematica mai affrontata prima. Lo sviluppo socio culturale di una popolazione di  1 miliardo e 400.000 anime che cresceranno in città che già oggi sembrano paradossalmente essere sopravvissute alla fine improvvisa dell’Uomo.

Marco Splendore

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Cirillo e la Democrazia


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SCENA INIZIALE

“Si può essere felici senza avere 1000 amici su Facebook! La solitudine è anche una fonte di felicità.”

“Penso che un viaggio offra l’occasione ideale per incontrarsi e riflettere su se stessi.”

“Io sono stato in politica, e se ho capito bene, con il rischio che si prende personalmente a fare tale attività a perderci è sempre la Democrazia.”

Sono alcune celebri frasi di Cyril Aouizerate (http://www.cyrilaouizerate.com/), francese, filosofo barbuto ed urbanista occhialuto, spesso dotato di  bombetta e maglietta. Un uomo che non passa certamente inosservato, sembra un rabbino contemporaneo. E’ invece un astuto investitore, un abile operatore nel campo della ristorazione e degli alberghi (M.O.B., Mama Shelter, ecc.). Dal 2012 è direttore della Città della Moda e Design di Parigi (http://www.citemodedesign.fr/), fondata quattro anni fa sulle rive della Senna al Ponte di  Austerlitz e rimasta per parecchio tempo uno spazio vuoto in cui nessuno ci voleva andare. Con lui è “rifiorita” fino a diventare (in piena crisi economica europea) uno dei nuovi “epicentri” parigini.

CAMBIO DI SCENA

Dipartimento dell’Hérault nella regione della Linguadoca-Rossiglione – Agosto 2013 –  La spiaggia di Sète, si trova, vicinissima all’omonima cittadina francese, su una fascia sabbiosa larga da 500 metri a 1 km e mezzo, che separa il Mare Mediterraneo dal bacino di Thau. Una spiaggia di sabbia di conchiglie che qui si disgregano da milioni di anni. Il mare è sempre limpido e cristallino. La spiaggia è molto lunga, le persone sono rade, anche ad agosto. Alcune donne prendono il sole a seno nudo, altre preferiscono il nudo integrale. Poco più in là, sopraggiunge una famiglia di cinque persone, tre uomini e due donne, tutte di nero vestite. Assemblano una tenda, le donne vi entrano, e successivamente vi fuoriescono con una specie di tuta integrale, rigorosamente nera, che copre anche i capelli. Poco dopo a veloci falcate percorrono la bollente sabbia di conchiglie e raggiungono il mare. Nuoteranno vestite (anche con occhiali da sole) per circa un’ora, raggiunte anche dagli uomini con normali short da bagno. Il tutto avviene nell’indifferenza e nel rispetto reciproco.

RITORNO ALLA SCENA INIZIALE

Aouizerate, si ostina a sostenere, che la società contemporanea, le stesse città, e quindi anche le strutture alberghiere, la ristorazione, ecc.. devono essere progettate per essere, come dei “Kibbutz contemporanei”, dove persone di diversa etnia, religione, cultura, possono incontrarsi, cibarsi, rigenerarsi, fare affari, ecc.., in ambienti che siano in grado di generare quell’accoglienza e quel rispetto per ognuno, che è alla base della democrazia. Un bell’esempio in tal senso è l’Hotel “Mama Shelter” di Marsiglia (http://www.mamashelter.com/marseille/), “business” progettato dallo stesso Cyril Aouizerate, da Phlippe Starck e dalla famiglia Trigano, che così si ripartiscono le quote di azionariato di questa catena francese di alberghi :

Mama Shelter – assetto societario

Famiglia Trigano 54% (gestione hotel)

Michel Reybier 27% (investitore)

Cyril Aouizerate 11% (filosofo ed urbanista)

Philippe Starck 8% (architetto e designer)

Localizzazione della struttura, rigorosamente in un quartiere degradato in un’area semi-centrale, prezzi modici, grande qualità degli spazi comuni, cibi sani e di ottima qualità, wi-fi gratuito, camere semplici spartane con parecchio cemento armato a vista, personale giovane e molto affabile, ecc.. Il tutto confezionato con leggerezza, dai “deliri” e dalle genialate, ben conosciute, di Starck (http://www.starck.com/).

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L’architecture est un sport de combat


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La principale citta’ del sud della Francia, Marsiglia, e’ per tutto il 2013 capitale della cultura Europea. Fulcro di tutta la manifestazione e ‘ il MuCEM (Museo della civilizzazione dell’Europa e del Mediterraneo – www.mucem.org), progetto dell’astro emergente (e amante della filibusta) dell’architettura francese, Rudy Riccioti (www.rudyrocciotti.com). Un progetto architettonico e soprattutto museale, grandioso ed ambizioso, che cerca di sancire un nuovo “centro culturale”, il Mediterraneo. Una prospettiva futura per l’Europa, che è anche stata la base della sua origine : la contaminazione. A Marsiglia si gettano le basi per un “tavolo culturale” (ma non solo) del Mediterraneo. Una cosa che fa la Francia ma che avrebbe dovuto fare l’Italia, paese “sterile ed impotente” in merito, ma che essendo una penisola è di fatto una ponte sdraiato nel centro del Mare Mediterraneo.

http://www.dailymotion.com/video/x10knuu_mucem-marsiglia-cuore-del-mediterraneo_news

A fianco  del MuCEM, si trova l’edificio Villa Mediterranee (www.villa-mediterranee.org), un centro congressi ed esposizioni, multifunzionale, progettato in seguito a vincita di concorso internazionale, dall’italico Stefano Boeri (www.stefanoboeriarchitetti.net). Tutta l’operazione fa parte di un progetto complessivo di ammodernamento della citta’ denominato Euromediterranee (www.euromediterranee.fr) che prevede un investimento complessivo di oltre 3,5 miliardi di euro in infrastrutture, riqualificazioni urbane, edifici culturali, alberghi, residenze, ecc..
Dalla visita dei due interessanti edifici contigui, risulta evidente, direi quasi imbarazzante, una maggiore dimestichezza e genialita’ nei “lavori in pelle ” e nella coerenza tra struttura ed involucro, da parte del francese.  Dovendo dare un voto : Riccioti 9, Boeri 7,5.

Raccontare quello che sta avvenendo a Marsiglia, per la cultura e per il turismo e che funge da motore per un rilancio di tutta l’economia locale francese, vuol dire necessariamente, come nel caso dei due edifici  MuCEM e Villa Mediterranee, mettere a confronto realtà molto diverse, l’Italia e la Francia.

Oltralpe, si è sempre investito in cultura, istruzione e nella ricerca, perseguendo una società multietnica/multiculturale e democratica (ed oggi, in periodo di crisi, si rilancia guardando al Mediterraneo), in Italia si dilapidano, senza un progetto complessivo, le “briciole” che si investono in questi settori.

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E’ notizia di questi giorni di fine agosto 2013, che Lucrezia De Domizio Durini (Trento 1936), figura di primo piano della scena artistica e culturale contemporanea, lascia Milano. La lascia per sempre, in direzione Parigi, dichiarando, come si legge a pagina 6 de “il Giornale-Milano” del 26 agosto : ” I grattacieli, le fondazioni dei modaioli, le mostre itineranti, i riciclaggi, le gallerie-boutique, i luoghi remember di musei caserecci, hanno prodotto in questi confusione e ambiguità. In ambito artistico Milano è provinciale, non ha nulla a che fare con le proposte che osano i galleristi europei, né è possibile un benché minimo paragone tra i suoi musei e quelli stranieri”.

Ed ancora : “Lo Stato prima e cinque musei (italiani) in seguito hanno rifiutato sia la mostra Joseph Beuys. Difesa della Natura, sia la Donazione di 300 lavori che invece, nel 2011, è stata accolta ed esposta dalla Kunsthaus di Zurigo, alla quale avevo già donato la regale opera Olivestone”.

Ecco che allora, anche l’architettura deve conformarsi a questo “stato delle cose”, diventare uno sport (più che un arte) da combattimento, per potersi affermare in una realtà culturale “caotica e provinciale”. Dove, anche Milano (e tutto il nord), non siamo più in grado, da anni a competere con le grandi realtà culturali urbane europee non solo dal punto di vista economico, ma anche, e soprattutto, della circolazione e della creazione delle idee.

Senza però evitare la dietrologia, come succede quale metafora, nell’edificio di Boeri a Marsiglia, dove la “struttura ardita” diventa troppo spesso, un elemento di intralcio fisico e visivo dell’architettura. Ci vuole equilibrio e lungimiranza, proprio come nell’edificio di Ricciotti. L’equilibrio della storia che sa farsi futuro, necessariamente passando dal presente.

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Messe (o del cestello della lavatrice)


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Da un tombino stradale, un sigaro “esausto” sembra guardare verso l’ingresso della Fiera di Basilea, quasi citando la casa  per appartamenti di Schutzenmattstrasse del 1993 di Herzog & De Meuron, completamente rivestita da frangisole di tale fattura (Von Roll). E qui infatti, che da poco, insiste un imponente edificio “simile ad un cestello di una lavatrice” come ha subito commentato il mio amico di Facebook Federico M., grande appassionato di architettura, appena ho postato una immagine.

Chissà se a guardare attraverso l’oblò della lavatrice (rimanendone
“fulminato”) e’ stato lo stesso Herzog, magari facendo il bucato, oppure qualche oscuro collaboratore che lavora nell’immenso studio di Basilea (oltre 250 dipendenti), in affaccio sul Reno.

Certo anche questo edificio, riconferma che bisogna prestare particolare attenzione e questi due grandi “Baristi dell’architettura”, capaci sempre di stupire con “aperitivi” di ottima fattura. Riescono, anche di un tradizionale happy hours  (di una “pelle” di facciata) a farlo diventare un evento importante, e ciò testimonia della loro classe infinita.

Nella nuova Hall di ingresso alla Messe (Fiera) di Basilea, la grande “centrifuga” genera, sotto di se uno spazio urbano, una piazza, da cui si accede al complesso fieristico, ma dove anche si puo’ prendere un taxi, oppure un tram.     Oppure semplicemente sostare in attesa di entrare a qualche manifestazione.
La piazza ha pavimentazione povera, di asfalto, ma il grande tondo di luce, che “ritaglia” il cielo, la nobilita fino a diventare una citazione del Pantheon romano.

Non a caso, li vicino, abbiamo rinvenuto le tracce di “passati bagordi” dove, tipici prodotti italiani, probabilmente sono stati utilizzati quali stimolanti, per future visioni architettoniche. Da loro due? Da altri? Chissà……

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La regola del mattone


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La Chiesa dei SS. Giovanni Battista  e Paolo, alla Bovisa, completata nel 1964 su progetto degli architetti Figini e Pollini è forse una delle più belle chiese moderne di Milano. Lo è soprattutto negli interni. Infatti se gli esterni richiamano in maniera evidente e “smaccata” le architetture di Alvar Aalto, di Le Corbusier e di Louis Kahn, anche gli interni evocano dei riferimenti precisi a questi architetti, però mediati dall’alta abilità dei due professionisti milanesi, nella cura dei dettagli e nella scelta dei materiali.

Gli interni sono un vero e proprio inno alla luce ed all’acustica: grandi lucernari modulano una luce sempre “opportuna” e mai eccessiva, coadiuvati da finestre e sapienti aperture sui muri verticali; una piccola fonte d’acqua illuminata dall’alto da un lucernario con vetrate blu, diffonde uno sgocciolio, che dalla cappella laterale in cui è collocata, si irraggia in tutta la chiesa.

L’edificio, la sua bellezza palese, interna ed esterna, è il frutto  di una società dalle idee chiare, in grado di osare e di “farsi contaminare” per creare quel futuro a cui molti allora aspiravano, quasi con certezza.

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/3m080-00053/

continua……..

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Oggi viviamo nell’epoca della crisi economica, ma anche in quella delle contaminazioni creative. La tv si contamina con la rete, i giornali sposano il linguaggio dei social media e “nuove praterie” si aprono agli incroci tra cultura ed architettura, cibo e paesaggio, cinema e , turismo ed agricoltura. Bisogna però avere entusiasmo, creatività, voglia di osare e l’ottimismo della ragione e del sentimento, per poter investire ora in Italia in questi anni bui. Soprattutto oltre a continuare a descrivere una società allo sbando e del malaffare (che certamente esiste in maniera diffusa), bisogna anche incominciare a descrivere chi opera in maniera virtuosa, positiva (e certamente anche qui si trovano anche oggi in Italia numerosi esempi) generando nuove attività, posti di lavoro e focalizzando l’attenzione internazionale sul nostro Paese .

Alessandro Baricco a Torino, vicino a Porta Palazzo, ad ottobre inaugura la nuova sede della scuola Holden. Si tratta di un esempio, proprio di “quell’osare”, colto ed intelligente, che sicuramente nel tempo darà i suoi frutti. Comunque un’idea per costruire il futuro, oltre che, ovviamente, un’iniziativa economica. Anche quì, un edificio in mattoni pieni rossi, quello della “Caserma Cavalli”, segna questa intrapresa (newco), a cui concorrono anche Eataly e Feltrinelli. L’edificio risale alla ristrutturazione fatta da Giovanni Castellazzi a seguito della disastrosa esplosione del 1852, un edificio rigoroso di impianto simmetrico, con una forte vocazione alla “costruzione” della forma urbana. Una scuola internazionale, per giovani talenti letterari, molto selettiva, in grado di avere una forte proiezione internazionale, che coniughi : letteratura, cibo, paesaggio, ecc…….e lavoro.

http://www.lastampa.it/2013/05/13/societa/baricco-feltrinelli-e-eataly-il-cibo-si-contamina-con-la-parola-O5pCImhf4e1MpN8VHho63K/pagina.html

Ecco, forse oggi bisogna ritornare allo spirito degli anni che hanno visto, costruire edifici come la Chiesa della Bovisa di Figini e Pollini, ritornare ad una società dalle idee chiare, ottimista perchè conscia, in grado di osare, per creare il futuro. Ha detto Farinetti Oscar, proprietario di Eataly, alla trasmissione “Otto e mezzo” (La7) del 24 maggio 2013 : – Bisogna riconoscere che l’Italia è una nazione, soprattutto di trasformazione, in grado di dare un alto valore aggiunto alle materie prime. Un valore aggiunto che è anche culturale, artistico, creativo……Tra 10 anni l’Italia sarà la nazione più ricca e florida d’Europa, se si saprà creare quel mix “globale” che è la “fusione” tra : agroalimentare, beni culturali, paesaggio, manufatti di precisione, artigianato, turismo, ricerca, design. All’estero esiste un 99,17% della popolazione mondiale, che aspira ai prodotti italiani, al paesaggio italiano, si tratta di mettere in connessione in maniera saggia, la domanda con l’offerta”.

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