Serginho


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Il municipio di Seriate (Bergamo), per chi, come me si è laureato avendo come relatore il progettista, è stato sicuramente un riferimento architettonico molto importante. Costui infatti, allora quarantacinque/cinquanta anni, nei lontani anni Ottanta (del Novecento), era considerato uno degli architetti emergenti della nuova generazione. Allievo di Vittorio Gregotti e di Piero Bottoni, è stato forse, uno dei più giovani ordinari di “composizione architettonica”. Sviluppa, in ambito universitario, originali studi sulla progettazione architettonica e urbana in rapporto alla morfogenesi insediativa, che hanno di fatto quale epicentro il paesaggio, basati su configurazioni (categorie crottiane) : 1) Morfologia, 2) Tipologia, 3) Tecnologia.

Studi, spesso così “criptici”, da risultare “indigeribili” ai più. A volte così elevati ed articolati da necessitare di approfonditi studi disciplinari specifici in: Filosofia, Geografia, Matematica, ecc.. Ricordo ancora come un “piacevole incubo-sadico” le affollatissime lezioni di Filosofia ed Epistemologia, erogate il lunedì mattina alle 8,30 in una delle aule di Architettura al Campus “Leonardo”. Soprattutto ricordo le interminabili liste di libri da leggere per la settimana successiva.

Spesso progettare con lui significava rintracciare dei riferimenti, degli assi, anche a molte decine (se no centinaia) di chilometri dall’area d’intervento, da restituire in tavole (allora tutte in carta da lucido e china nera) che sembravano più dei lenzuoli, che degli elaborati di urbanistica.

Costui, passava le vacanze estive (in un immobile vicino alla strada che porta alla Città Alta di Bergamo dal centro cittadino) a partecipare a concorsi ed a leggere libri, imparandoli ovviamente a memoria, ed a giocare a tennis (sosteneva essere disciplina sportiva “geometrica” indispensabile per formare gli architetti). Spesso, durante le revisioni, non si sottraeva al “giochetto” di proporci di dire una pagina di un testo da lui letto, per citarne esattamente il contenuto, punti e virgole comprese. Quando giocava a tennis era agilissimo e spietato, e sistematicamente “stracciava” i suoi assistenti, o chiunque incrociava con lui la racchetta.

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Citava spesso la Bibbia ed i Vangeli, ma anche “Precisazioni” e “L’opera completa” di Le Corbusier. Lo sguardo era magnetico, con grandi occhi azzurri e sopracciglia folte. La “erre moscia” (frutto di una formazione pre-scolastica impostata sull’idioma francese), gli conferiva anche un’insolita capacità di attrarre le giovani donne. I suoi corsi erano frequentatissimi, e pervasi da un’aurea mistica. Chi diventava suo/sua assistente faceva parte di un’elite unica ed esclusiva. Erano famose le sue incazzature, con i suoi collaboratori, alcune volte risolte in un dialetto bergamasco strettissimo, criptico ed ancestrale.

Di architetture, belle ed accattivanti, prodotte dal mio relatore di tesi, ne ho viste molto poche, e forse il municipio di Seriate è la sua opera migliore. Tremende molte delle “villule” bergamasche. Spesso l’apparato culturale, che si era “stratificato in testa” ne limitava molto l’azione, impedendogli di essere “lieve e sublime”. Però, il  tutto era giustificato e farcito di riferimenti culturali e del “genius loci”, mai banali. Mi ha inoculato la passione per il cemento armato a vista e per la geografia a grande scala, ed anche (all’opposto) il sistematico rigetto di queste cose.

Ho incominciato a perdere i capelli in maniera consistente, proprio ostinandomi ad averlo come relatore della mia tesi di laurea. Progetto interminabile e lunghissimo, che ho condiviso (per anni) con la mia collega Delia, la quale, invece, ebbe come regalo (non cercato) delle meches bianche sui capelli corvini e ricci.

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Parlo di  Sergio Crotti, (Serginho come lo appellavamo tra studenti, allora attingendo ad un noto giocatore della Roma), come se fosse morto, ma in realtà è vivo e vegeto, anche se so, che non sta molto bene. Spero che possa calpestare questo suolo terrestre per parecchi anni ancora e dedicarsi a quello che è il suo sport preferito, lo studio. Ecco il Politecnico di Milano, che in questi mesi compie 150 anni di vita, è anche questo, un luogo in cui, tra “deliri di pura megalomania” e “contraddizioni anti meritocratiche”, soprattutto legate alla produzione di laureati in architettura, come se fossero “polli di allevamento in batteria”, è in grado di regalare ancora oggi, qua e là, delle digressioni da vero e proprio “plagio psichico”, border line tra “Full metal jacket” ed “Ufficiale e gentiluomo”.

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

N.B. Ovviamente il tutto è stato ad arte enfatizzato , per farne un racconto romanzato accattivante ed attrattivo, anche se in alcune parti descrive i fatti così come sono avvenuti.

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Una risposta a Serginho

  1. Adriana Ando' ha detto:

    Questa costruzione è agghiacciante, Terrificante, da film dell’orrore. Spesso capita agli studenti di non avere il coraggio di mandare all’inferno il professore che si sente UNICO. E’ veramente unico, ma riesce a rendere la vita difficile a tutti gli altri. E’ capitato a tutti noi almeno un caso. Spero che questo architetto sia in pensione e che non abbia fatto altri danni oltre a questo. Non so cosa si provi a frequentare quei locali, ma già pensare di andare in quel municipio mi metterebbe i brividi.

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