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Builders of the future

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Politecnico di Milano

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L’architettura la si insegna con sapienza, essendo disponibili “guide” che portano alla conoscenza (senza supponenza), di questa antica disciplina, e ciò è tanto più difficile laddove arte e scienza si intersecano indissolubilmente.

Uno studente di architettura, non va soverchiato, va accompagnato mettendosi al suo fianco, senza sostituirsi ad esso.

Bisogna diventare degli umili “contenitori di suggerimenti” che indicano la possibile strada ma non la via certa. Stimolare, titillare, affinché ognuno esprima se stesso, questo è il compito.

Ho visto troppo spesso colleghi esuberanti, egocentrici, progettare al posto dello studente fino a plagiarlo, per il solo piacere personale di esibire la loro bravura.

Colleghi, architetti bravissimi, ma che dell’insegnamento e di ciò che è trasmettere architettura, poco sapevano ed ancor meno “umilmente” intuivano.

Scrive le Corbusier in un testo del 1943 – Conversazione con gli studenti delle scuole di architettura – : “dedicarsi all’insegnamento dell’architettura, in questi tempi di traslazione da una civiltà decaduta a una civiltà nuova, è come prendere i voti, è credere, è consacrarsi, è darsi”.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Serginho


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Il municipio di Seriate (Bergamo), per chi, come me si è laureato avendo come relatore il progettista, è stato sicuramente un riferimento architettonico molto importante. Costui infatti, allora quarantacinque/cinquanta anni, nei lontani anni Ottanta (del Novecento), era considerato uno degli architetti emergenti della nuova generazione. Allievo di Vittorio Gregotti e di Piero Bottoni, è stato forse, uno dei più giovani ordinari di “composizione architettonica”. Sviluppa, in ambito universitario, originali studi sulla progettazione architettonica e urbana in rapporto alla morfogenesi insediativa, che hanno di fatto quale epicentro il paesaggio, basati su configurazioni (categorie crottiane) : 1) Morfologia, 2) Tipologia, 3) Tecnologia.

Studi, spesso così “criptici”, da risultare “indigeribili” ai più. A volte così elevati ed articolati da necessitare di approfonditi studi disciplinari specifici in: Filosofia, Geografia, Matematica, ecc.. Ricordo ancora come un “piacevole incubo-sadico” le affollatissime lezioni di Filosofia ed Epistemologia, erogate il lunedì mattina alle 8,30 in una delle aule di Architettura al Campus “Leonardo”. Soprattutto ricordo le interminabili liste di libri da leggere per la settimana successiva.

Spesso progettare con lui significava rintracciare dei riferimenti, degli assi, anche a molte decine (se no centinaia) di chilometri dall’area d’intervento, da restituire in tavole (allora tutte in carta da lucido e china nera) che sembravano più dei lenzuoli, che degli elaborati di urbanistica.

Costui, passava le vacanze estive (in un immobile vicino alla strada che porta alla Città Alta di Bergamo dal centro cittadino) a partecipare a concorsi ed a leggere libri, imparandoli ovviamente a memoria, ed a giocare a tennis (sosteneva essere disciplina sportiva “geometrica” indispensabile per formare gli architetti). Spesso, durante le revisioni, non si sottraeva al “giochetto” di proporci di dire una pagina di un testo da lui letto, per citarne esattamente il contenuto, punti e virgole comprese. Quando giocava a tennis era agilissimo e spietato, e sistematicamente “stracciava” i suoi assistenti, o chiunque incrociava con lui la racchetta.

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Citava spesso la Bibbia ed i Vangeli, ma anche “Precisazioni” e “L’opera completa” di Le Corbusier. Lo sguardo era magnetico, con grandi occhi azzurri e sopracciglia folte. La “erre moscia” (frutto di una formazione pre-scolastica impostata sull’idioma francese), gli conferiva anche un’insolita capacità di attrarre le giovani donne. I suoi corsi erano frequentatissimi, e pervasi da un’aurea mistica. Chi diventava suo/sua assistente faceva parte di un’elite unica ed esclusiva. Erano famose le sue incazzature, con i suoi collaboratori, alcune volte risolte in un dialetto bergamasco strettissimo, criptico ed ancestrale.

Di architetture, belle ed accattivanti, prodotte dal mio relatore di tesi, ne ho viste molto poche, e forse il municipio di Seriate è la sua opera migliore. Tremende molte delle “villule” bergamasche. Spesso l’apparato culturale, che si era “stratificato in testa” ne limitava molto l’azione, impedendogli di essere “lieve e sublime”. Però, il  tutto era giustificato e farcito di riferimenti culturali e del “genius loci”, mai banali. Mi ha inoculato la passione per il cemento armato a vista e per la geografia a grande scala, ed anche (all’opposto) il sistematico rigetto di queste cose.

Ho incominciato a perdere i capelli in maniera consistente, proprio ostinandomi ad averlo come relatore della mia tesi di laurea. Progetto interminabile e lunghissimo, che ho condiviso (per anni) con la mia collega Delia, la quale, invece, ebbe come regalo (non cercato) delle meches bianche sui capelli corvini e ricci.

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Parlo di  Sergio Crotti, (Serginho come lo appellavamo tra studenti, allora attingendo ad un noto giocatore della Roma), come se fosse morto, ma in realtà è vivo e vegeto, anche se so, che non sta molto bene. Spero che possa calpestare questo suolo terrestre per parecchi anni ancora e dedicarsi a quello che è il suo sport preferito, lo studio. Ecco il Politecnico di Milano, che in questi mesi compie 150 anni di vita, è anche questo, un luogo in cui, tra “deliri di pura megalomania” e “contraddizioni anti meritocratiche”, soprattutto legate alla produzione di laureati in architettura, come se fossero “polli di allevamento in batteria”, è in grado di regalare ancora oggi, qua e là, delle digressioni da vero e proprio “plagio psichico”, border line tra “Full metal jacket” ed “Ufficiale e gentiluomo”.

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N.B. Ovviamente il tutto è stato ad arte enfatizzato , per farne un racconto romanzato accattivante ed attrattivo, anche se in alcune parti descrive i fatti così come sono avvenuti.

Wang Shu


4 settembre 2012, Milano, Viale Alemagna 6, Triennale, ore 17,00

Andare in Triennale a sentire la Lectio Magistralis (Architecture in a recycle way) del più recente Pritzker Prize (2012), a metà pomeriggio, può essere un’esperienza mistica e sensuale. Soprattutto se, ad introdurre il giovane (49 anni) maestro cinese (Professore e Direttore della Scuola di Architettura Accademia Cinese dell’Arte, Hangzhou), e un magnifico ed illustrissimo, nonchè anzianotto, docente del Politecnico di Milano (61 anni).

Quest’ultimo, dal cognome di una nota casa automobilistica francese dei primi del Novecento, preso il microfono, ammonisce i moltissimi presenti, tra cui tanti studenti di architettura, in merito alla necessità di conoscere bene l’idioma anglosassone, visto che lo stesso Politecnico, da quest’anno accademico (2012-2013) introdurrà dei corsi nella sola lingua inglese.

Poi in un inglese, che dire stentoreo è dire poco, si mette a leggere il testo scritto di una introduzione bi-lingue (inglese – italiano) che lascia sgomenti gli spettatori, per incapacità di lettura, pronuncia, spelling. Insomma, tutti a guardarsi basiti, mentre il relatore indefesso prosegue per circa 30 minuti la sua imbarazzante performance. Quando tocca all’architetto cinese, che invece dimostra una capacità di possesso dell’idioma inglese, assoluta, sui volti dei più appaiono sorrisetti compiaciuti.

E’ la dimostrazione, della superiorità cinese (con tutti i suoi limiti) rispetto all’architettura italiana. Il giovane cinese, in pochi anni ha elaborato un linguaggio innovativo e di ricerca, ed ha costruito una quantità impressionante di edifici, tanto che oggi, avendo vinto il prestigioso “oscar dell’architettura mondiale” (Premio Pritzker) può rifiutare importanti incarichi in giro per il mondo, per dedicarsi al suo paese. Diverso è il caso dell’anzianotto docente del Politecnico a cui si devono pochi ed “insipidi” edifici di tristissima ed ormai vetusta (se non lingua morta?) “scuola italiana”.

Ma ritorniamo alla Lectio Magistralis, e ad alcuni aforismi che hanno contraddistinto la performance del maestro cinese, dove per avere un posto in piedi bisognava sgomitare (ennesima dimostrazione della mancanza endemica di spazi adeguati, per una Milano che è sempre meno da bere e sempre più da digerire) :

 Architecture in a recycle way

Poetic of construction with reciped things

 Teaching inside ruins

 Go back to see an refind what we have lost

 De reyiling in not only material but also kraftmen and many other things

 Architecture starts from hand drawings

Wang Shu e sua moglie, Lu Wenyu (anch’essa presente in sala), sono i membri dello Amateur Architecture Studio, fondato nel 1997 a Hangzhou in Cina. Il nome fa esplicito riferimento alla metodologia di approccio amatoriale alla disciplina architettonica e all’edificazione, basato sulla spontaneità, l’artigianalità e le tradizioni culturali di cui è ricca la Cina. Wang Shu trascorso un certo numero di anni di lavoro nei cantieri per imparare le abilità della tradizione costruttiva, è entrato in sinergia con le aziende costruttrici che utilizzano la sua conoscenza delle tecniche tradizionali e di tutti i giorni, per studiare le caratteristiche e le procedure di adattamento e trasformazione dei materiali per i progetti contemporanei. Questa combinazione unica, ed eccezionale, di conoscenza, tradizione, tattiche di costruzione sperimentali e intensa ricerca, definisce la base per progetti di architettura dello studio Amateur. Lo studio Amateur, ha una visione critica, di una parte della professione dell’architettura, soprattutto di quella che si identifica nella demolizione e nella distruzione di grandi aree urbane storiche.

http://www.casa24.ilsole24ore.com/art/mondo-immobiliare/2012-09-05/wang-premio-pritzker-2012-161615.php?uuid=AbSBpvYG

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