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Builders of the future

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Architettura

H & M


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E’ da qualche mese, iniziato il cantiere della nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano (a Porta Volta/via Pasubio). Progetto dello studio Svizzero Herzog & De Meuron, che sarà completato per la fine del 2015. In quello che era il luogo delle mura, un omaggio fatto dai due architetti, al loro maestro Aldo Rossi, di cui furono assistenti quando insegnava all’ETH di Zurigo. I riferimenti “rossiani” sono evidenti : l’architettura gotica, le case del paesaggio lombardo, la diatriba compositiva tra orizzontale e verticale.

L’edificio sarà ad alta sostenibilità, adottando i seguenti accorgimenti :

1) Utilizzo di impianto di climatizzazione (sia per produrre il freddo che il caldo) che sfrutta l’acqua di falda (recuperata mediante 4 pozzi a 50 m di profondità e restituita da 5 pozzi, senza alcuna dispersione, a oltre 40 m di profondità).

2) Progettazione di particolari sistemi di oscuramento che, aderendo ai vetri anche nelle facciate inclinate, consentono di ridurre i carichi di raffrescamento estivi del 50%.

3) L’edificio non prevede l’utilizzo di impianti a gas e/o petrolio, azzerando le emissioni di CO2 in loco per la climatizzazione.

Così facendo si ottengono i seguenti risparmi per anno: – 116 TEP (tonnellate di petrolio equivalente) – 256 tonnellate di CO2 emesse in atmosfera

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Un progetto semplice e così trasparente, almeno nei render, da sembrare una grande serra, che fa il verso al muro che non c’è più. Ovviamente, quando fu presentato, divenne bersaglio degli strali del “vecchio” Vittorio Gregotti, che addirittura, sulle pagine del Corriere della Sera, si augurò che non fosse mai costruito.

Un progetto che quindi divide, visto che per molti, non è anche esteticamente piacevole, per l’ossessiva ripetitività degli elementi compositivi, e per una scelta dei materiali molto austera.

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Creatività


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In questi giorni sto leggendo il  libro di Stefano Boeri dal titolo emblematico “Fare di più con meno” (il Saggiatore, 2013). Costui, architetto ed ex assessore alla Cultura della giunta Pisapia, è iscritto al Partito Democratico, ed è fratello del noto economista Tito. E’ Boeri quanto di più avulso dal PD io conosca, potrebbe benissimo essere iscritto a qualche movimento.

Il libro offre un’interessante approccio all’attuale situazione di crisi, che io condivido appieno. L’assunto iniziale è che quanto stiamo vivendo non è un tunnel nero (ed oscuro) da cui ci si aspetta, prima o poi, di vedere, in fondo la luce, la crisi sarà il nostro presente ed il nostro futuro. Bisogna saper vivere, con intelligenza, cultura e creatività, l’oscurità. Senza aspettarsi una “luce in fondo al tunnel”.

La crisi ci obbliga a confrontarci con un nuovo paesaggio sociale e culturale, nonché economico. Boeri, dichiara che : “L’ingresso in questo nuovo paesaggio ci chiede di cambiare strumenti di misurazione. E ci obbliga a ripensare al rapporto tra risorse, vincoli e opportunità. Senza l’illusione di poter ritornare a una condizione di abbondanza di beni e servizi, ma anche senza nostalgia per un passato che non può più tornare”.

Bisogna fare di più con meno, ed in ciò, può avere molta importanza la “bellezza”, che è un valore aggiunto in cui noi italiani costituiamo un’eccellenza. Si tratta di mettere a sistema tutto ciò, essendo la bellezza un contenuto da applicare alle scarse risorse disponibili, da offrire, che può consentire una “nuova crescita” : sostenibile, concreta e soprattutto durevole, da consegnare alle generazioni future.

In tal senso bisogna essere portatori di una politica che faccia vibrare di passione la propria anima e quelle degli elettori. Una politica, soprattutto, che faccia proposte chiare, e che sia in grado di elaborare idee concrete per riprogettare l’Italia .

L’interpretazione progettuale di questi anni, proposta da Boeri è molto interessante, perché partendo da un opzione economica “la crisi”, propone delle soluzioni culturali (e non economiche), applicando le migliori prassi politiche (credibili), attualmente individuate nel campo della decrescita e della sostenibilità. Il tutto per imparare a convivere con  “creatività” quell’ombra, che deve essere vissuta come un’opportunità e non come un danno irreparabile.

Bisogna adottare un metodo teso a diffondere la creatività diffusa nella società, con un modo di approccio “fluido” che si vada via via definendo (in progress), modificandosi continuamente in funzione degli apporti dei singoli individui, recependo i loro problemi sempre più attuali. Solo alla fine, guardando in dietro, (nell’ombra), si saprà quale forma avrà avuto e come si sarà sviluppato.

Luce ed ombra caratterizzano la nostra esistenza, essendo esse le componenti fondamentali della vita su questo pianeta, l’economia è solamente una sovrastruttura culturale umana, forse la crisi la si supera proprio riducendo ciò che è inutile, in favore di un approccio globale più creativo.

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Blow-up


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Il bellissimo film di Michelangelo Antonioni “Blow-up” è del 1966, e di fatto costituisce la “fotografia” di un’epoca, quella della così detta “Swinging London”.

Il film dipana la storia, tratta da un libro di uno scrittore argentino,  incentrata su Thomas Hemmings, un burbero e “fascinoso” fotografo londinese che si occupa di moda. Egli sta realizzando un libro fotografico di taglio prettamente  sociologico, sono fotografie di paesaggi abitati londinesi. Cercando l’ispirazione per gli ultimi scatti da inserire nel libro, s’imbatte in due amanti in un parco e scatta loro delle foto, da lontano. La donna, se ne accorge e cerca di rintracciarlo scoprendo dove abita per farsi dare la pellicola contenente le foto. Questo stuzzica Thomas, che inizia a ricercare nelle immagini scattate i motivo di tale interesse. Ingrandendo (il cosiddetto Blow-Up) le fotografie, più volte, sembra che queste rivelino un cadavere, ma gli scatti sono oscurati, “sgranati” e incomprensibili.

Se come è capitato a me, in questo lunedì di Pasquetta, grigio e piovoso, ma con l’aria limpida, vi foste recati su un monte che dista, in linea d’aria, oltre 40 chilometri da Milano, vi sareste inevitabilmente accorti, che il paesaggio di Lombardia appare “sollecitato” da un nuovo “accrocchio” di architetture, che ne caratterizzano in maniera evidente la forma e le caratteristiche. Ingrandendo le immagini, si “esaltano” evidenti le forme del nuovo centro direzionale, che si sta completando in zona Garibaldi-Repubblica- Porta Nuova, che consente di distinguere nel paesaggio “omogeneo” della Pianura Padana, altamente urbanizzato, la città di Milano.

Come per il film di Antonioni, queste forme, approvate e concesse in gran fretta prima dell’inizio della grande crisi del 2008, rappresentano, oggi che si stanno completando, la “fotografia” di un’epoca. Un’epoca che già oggi non è più. Si tratta infatti dell’espressione “fisica” più evidente di un’economia della globalizzazione “fallimentare”, che ha fatto dell’attività economica/immobiliare il suo fatuo epicentro. Già oggi, con la lunga crisi economica che non riesce ad essere risolta,  tutta quella Slp (Superficie lorda di pavimento) terziaria, residenziale, commerciale, ad alta sostenibilità impiantistica, è in parte invenduta e/o non affittata, e difficilmente lo sarà in futuro.

Infatti, se in passato le cattedrali, svettavano nel paesaggio, quali rappresentazioni del potere religioso, ma di fatto dell’opera e della ricchezza di tutta una città e di una parte del territorio che le circondava; oggi i grattacieli, ed in particolare quelli di Milano, sono l’espressione del potere economico di altre aree del mondo, essendo un’operazione immobiliare di un fondo pensionistico americano (Texano).

Insomma anche quì, ingrandendo le foto……..si scopre un delitto, come in “Blow-up”, il delitto del paesaggio.

Il Trailer del film Blow-up di Michelangelo Antonioni

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La Torre per Uffici di Clarke e Pelli vista da Largo la Foppa

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Gli edifici residenziali di  Muñoz + Albin visti da Corso Como

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A sinistra edificio ad uffici e commerciale Goring e Straja Architects ed in centro le ex torri bianche FS edifici ad uffici Technimont di progetto CMR

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Al Centro le Torri residenziali alte in costruzione su progetto di  Arquitectonica

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Il “pungiglione” della Torre ad uffici di Clarke e Pelli

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Piazza Gae Aulenti di Land Architects

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La lampada ad energia solare che sorge al centro della piazza Gae Aulenti

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A destra l’edificio per uffici e commercio di Più Arch

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Piazza Gae Aulenti di Land Architects

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Piazza Gae Aulenti di Land Architects

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Al centro il Bosco Verticale, torri residenziali dello Studio Boeri

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A destra ed in centro gli uffici di Kohn Pedersen e Fox

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La torre ad uffici di Kohn Pedersen e Fox

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Muri dipinti


La pittura fu uno dei mezzi adottati in passato per rendere policroma l’architettura (anche all’esterno), per abbellirla ed impreziosirla, insieme a materiali da costruzione colorati, incrostazioni, mosaici, ecc.. Bastino come esempio le case di epoca romana rinvenute a Pompei con  gli apparati murali dipinti (III sec. A.C.), oppure gli edifici residenziali del centro storico di Lucerna (della metà del 1500 D.C.) con le facciate dipinte. Oggi sembra un aspetto quasi dimenticato, poco utilizzato, soprattutto quì in Europa. Quello che ancora sopravvive oggi, dell’arte pittorica muraria, è relegato al campo dell’illegalità vandalica, del Graffitismo.

Il Graffitismo è un’arte di confine, che utilizza l’architettura (muri ciechi, edifici dismessi, ecc.) quale supporto su cui collocare un’altra idea di città. Una città colorata, aggressiva, un urlo di protesta. Qualche volta, il Graffitismo contemporaneo è stato veicolato nel campo dell’arte, ma mai pensato come parte integrante del progetto di architettura.

Invece, come ci hanno insegnato Le Corbusier, ma anche Oscar Niemeyer, si può fare della decorazione, pittorica, musiva, o ceramica, degli edifici, uno degli elementi “forti” dell’ architettura. Un segno di distinzione, quasi una firma. Forse bisogna ritornare a “lavorare” (ed a rischiare) sulla superficie esterna degli edifici, non semplicemente con delle operazioni di grafica pura, delle “pelli”, ma con delle vere e proprie azioni disciplinari integrate.

tumblr_m2c6lzOrU41r70t2xo1_1280Le Corbusier (nudo) mentre dipinge un murales nella casa E-1027 di Eileen Grey a Roquebrune-Cap-Martin (Francia)

Quì il video : un Murales per Niemeyer a San Paolo (Brasile)

Un video sul “Mondo dei Murales”

Keith Haring – Murales di gruppo a Chicago

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Graffiti 3D – Esckaer

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Intervista a Dumbo, che spiega la sua filosofia da “graffitaro metropolitano”

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Diego Rivera – Pittore e Muralista Messicano

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Grigliata ecologica


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Un conoide vulcanico (e metallico risplendente), proprio di fronte allo spettacolare “Autogrill Villoresi Ovest” dalle forme moderne ed aerodinamiche realizzato da Angelo Bianchetti nel 1958, da  alcune settimane “perturba” il paesaggio caotico e dinamico di questa parte di Lombardia.

Il progetto lo si deve all’architetto e designer milanese, Giulio Ceppi, che opera all’interno della società con sedi in mezzo mondo, da lui creata, “Total Tool”. Un edificio che risparmia energia e riduce le emissioni di CO2 : dotato di pannelli solari, utilizzo di sonde geotermiche per climatizzare, recupero precipitazioni meteoriche, ecc.. La struttura di oltre 2.600 metri quadrati insiste su un’area di 78.000 metri quadrati di parcheggi, verde (compresa un’area per cani) e distributori di carburanti, nel comune di Lainate.

Ma veniamo all’architettura, che denuncia una similitudine impressionante con le forme vitree dell’ingresso della Fiera di Rho-Pero (per altro non molto lontane da quì), concepite da Massimiliano Fuksas. Lì però la concezione progettuale impiantistica è assolutamente dispersiva e poco sostenibile. Mentre invece, nell’Autogrill Villoresi Est, a Ceppi, riesce molto bene negli interni, dare un senso di sostenibilità e di accoglienza, mediante degli spazi molto rigorosi, lignei ed eleganti (forse solamente un pò caotici per quanto riguarda i percorsi). Quindi nulla di nuovo sotto i cieli di Lombardia, ma soltanto forme ridondanti e per nulla espressive di un linguaggio innovativo.

Chissà cosa direbbe di questi due colleghi (Ceppi e Fuksas), il Bianchetti, se fosse ancora vivo. Probabilmente attualmente la sua salma, da qualche parte, sta piroettando come una “turbina impazzita”.

Quì sotto due immagini dell’ingresso della Fiera di Rho-Pero

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Materiali locale/globale


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La via per Santiago (che ancora attraversa tutta l’Europa) al di là del Gran San Bernardo, si dipana in una serie di paesaggi ameni, che di fatto anticipano, la rigorosa e bellissima antropizzazione vinicola dei bordi del lago Lemano, su cui si affacciano Losanna e Ginevra. Quì, scendendo veloci verso Martigny, avendo a fianco il percorso che fu di migliaia di pellegrini, viene in mente immediatamente un personaggio che del camminare, ne ha fatto oggetto di un interessante racconto.

Per chi come me, ama la montagna, camminare ed il cinema, Werner Herzog, cineasta, scrittore  e documentarista tedesco, è sicuramente una figura di riferimento, un uomo da ammirare. Forse il suo più bel libro, si intitola “Sentieri di gliaccio”, ed è la storia di un viaggio meraviglioso che Herzog ha intrapreso a piedi, nell’inverno dell’ormai lontano 1974, per recarsi da Monaco a Parigi, dove lo aspettava una cara amica malata, Eisner Lotte. Una profonda e vera testimonianza d’affetto, quasi un pellegrinaggio sacrificale, che, secondo il cineasta tedesco, avrebbe dovuto aiutare, contribuire a tenere in vita una persona a lui cara. Strade, colline, boschi, architetture, paesaggi assolati, paesi attraversati da improvvisi temporali e bufere fitte (e magiche) di neve, villaggi deserti (misteriosi) e campi agricoli disabitati: questo è il paesaggio che ci fa percorrere Herzog con il suo libro mentre attua un gesto anticonformistico, dare corpo alla “lentezza”. Il racconto di Herzog ha la capacità di rappresentare in modo antico (ndr – la via Francigena, il sentiero per Santiago, ecc.) ed al contempo nuovo quell’Europa che attraversiamo spesso tutti quanti, in aereo, in treno, in auto. Un’Europa di cui percepiamo solamente, di solito (soprattutto noi italiani), esclusivamente i paesaggi, altamente  urbanizzati, le fabbriche, le autostrade, gli aeroporti, i complessi industriali. Lo scritto di Herzog, invece, ci restituisce raccontandoci il suo viaggio a piedi, un’Europa ancora agricola, naturale, con una dimensione ancora segreta. Un continente, quello europeo, profondamente antropizzato da migliaia di anni, ma che ancora presenta un paesaggio “forte” e “meraviglioso”, proprio in questo (spesso saggio) equilibrio tra sfruttamento umano e natura.

In queste zone, a ridosso del Gran San Bernardo, l’Europa si fa “sentire”, soprattutto proprio in questa sua dimensione,  ancora rurale ed atavica, dandoci la “misura” della sua grandezza storica, del sangue e delle vite umane sacrificate per conquistare questo assetto territoriale meraviglioso.

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Se è vero che il locale è una modalità di concepire il territorio ed il paesaggio  indipendentemente dalla scala di riferimento, di concepire le risorse, la società e il loro governo, è logico quindi sostenere che è di fatto, una “visione del mondo”.

Lo sviluppo delle società locali e quindi del paesaggio locale, rimanda ad un progetto che richiede il superamento del territorio e dell’ambiente come dati, come meri supporti delle attività economiche o come risorsa da consumarsi all’interno dell’idea di crescita illimitata.

Il Paesaggio locale, proprio quì, tra l’Italia, la Svizzera e la Francia, ha di fatto, nel corso del tempo, operato un salto concettuale, in cui si  richiede di considerare il locale come punto di vista che assume l’unicità, lo specifico come valore, la complessità come regola, l’auto organizzazione sociale, economica e paesaggistica, come modalità. Proprio come sostiene Ivano Spano, che scrive (ricerca : Sviluppo di comunità e partecipazione) : “Il territorio assume, quindi, la valenza di ecosistema e di società locale intesa come realtà complessa. Il rapporto tra territorio e processi socio-economici locali non va inteso, quindi, esclusivamente come proiezione spaziale di dinamiche economiche, ma come rapporto tra un insieme complesso di elementi le cui specificità territoriali sono espresse fondamentalmente dalla qualità di interazioni sociali e sistemi di comunicazione, cooperazione e scambio all’interno di concreti ambiti di identificazione culturale”.

E’ quì, dove si confrontano da centinaia di anni, modelli tra loro molto differenti, di intendere l’economia, il sociale e la gestione del territorio, che si percepisce con chiarezza l’importanza delle opzioni locali. Infatti  perchè il globale esista, e sia di qualità, bisogna avere una sommatoria di eccezionalità locali. Ciò vale, ovviamente anche per il paesaggio e l’architettura.

Quì sotto immagini di Losanna

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Quì sotto immagini di Ginevra

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Ki – Kongi


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Le torri “pastrufaziane” lungo il Naviglio a Milano di Angelo Bugatti

La prima volta che mi è giunto all’orecchio il nome di Giacomo Borella, è stato, quando, un mio amico, mi ha segnalato i suoi “Sopralluoghi Metropolitani” sul Corriere della Sera. Poi leggendo i suoi “veri e spietati” articoli minimali sull’architettura milanese, ne sono diventato un  vero e proprio “fan”.

Il moderno cattivo

Quando l’architettura esagera

Particolarmente mirato ed azzeccato il “Sopralluogo Metropolitano” sulle torri lungo il Naviglio milanese, opera “pastrufaziana” (di Gaddiana memoria) di un noto docente universitario, di cui sopra trovate le foto.

Tre torri sgraziate lungo il Naviglio

Il cognome Borella non mi era nuovo e mi è subito venuto in mente il grande paesaggista milanese Francesco Borella, di cui Giacomo è figlio. Ed è proprio questo uno dei rari casi di continuità (nella diversità) creativa e di sapienza  tra generazioni contigue, che operano nella stessa disciplina : il “paesaggio dell’architettura”.

Giacomo Borella, con i suoi soci dello studio Albori, di cui molti allievi e collaboratori di quell’Umberto Riva architetto e designer, forse una delle figure più colte e raffinate del panorama architettonico italiano, troppo presto dimenticato, hanno intrapreso una strada irta, al confine tra il paesaggio, l’architettura e la sua sostenibilità.

Il Giacomo Borella l’ho poi conosciuto un pò meglio, quando ho avuto a che fare con la ristrutturazione delle facciate e delle parti comuni della casa a ballatoio sui Navigli, in cui è collocato l’appartamentino in cui abita, ed anche quì mi ha confermato una lucidità di visione sull’architettura non comuni.

Il 6  marzo Giacomo Borella, architetto associato dello Studio Albori, ha incontrato in una sala piena,  gli avventori dell’Ordine degli Architetti di Milano, intervenuti al bel ciclo di conferenze “7X7”. Il nostro eroe, sempre molto simpatico, preciso e colto, ha presentato una notevole quantità di progetti, realizzati ed in corso di completamento. La serata, di cui quì sotto trovate la testimonianza video è scorsa via in lietezza, e con riconosciuto arricchimento culturale.

Mi sono chiesto se “uno così” fosse nato in Svizzera ……………….

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Studio Albori – Casa solare a Vens

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Studio Albori – Ville pensili, via Montebello, Milano

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Studio Albori – Polo scolastico – Agordo

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Sta sorgendo, a Milanofiori (Assago), un complesso ad uffici, di “cubazzi” ultra-trasparenti di vetro bluastri, strutturati attorno ad una corte, progettato dallo Studio Park di Milano. Si tratta di un edificio di oltre 27.000 metri quadrati di slp (open space) con mensa per i dipendenti inclusa, ad alta prestazione di sostenibilità energetica, che rientra nella certificazione LEED, Core and Shell, in classe Gold. L’edificio, proprio per la sua trasparenza, vuole diventare un ponte di collegamento visivo, per gli utenti, con il rado verde boschivo dell’intorno. A caratterizzare l’andamento regolare e monotono,  delle facciate, quà e là, delle lame vitree blu, si protendono verso l’esterno.

Niente di nuovo nel campo dell’architettura, anzi molto di “già visto”, però, la qualità di alcuni dettagli, fanno ben sperare nel risultato finale, visto che il complesso, probabilmente destinato ad una multinazionale, sarà completato per dicembre 2013.

Il complesso, costruito, “vicino-vicino” al bellissimo “Vaso Savoy” dell’architettura italiana, concepito con genialità dallo studio Zucchi ed Associati, proprio per il fatto di essere anonimo, riesce ad essere sfondo scenografico in grado di esaltare l’indubbia opera zucchiana, soprattutto per chi a piedi, proviene dalla stazione della metropolitana. Ed è questo forse il suo maggiore pregio, essere elemento scenografico, e quindi paesaggistico, di questo piano urbanistico, che si sta lentamente completando quì tra le risaie irrigue della bassa pianura  milanese. L’edificio, senza essere un’architettura “sparagnina”, ma piuttosto di “classe”,  riesce in maniera eccellente a twittare con l’intorno (architettonico e non), e probabilmente proprio per questa sua caratteristica evidente, sopravviverà alle mode ed alle tendenze, per molto, molto tempo.

Nonostante ciò,  Zucchi  vs  Park = 2 : 1 !

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Ritom


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Tra poco all’inverno, si farà strada, come sempre, la primavera. La prima volta che sono stato ai laghi Ritom, in Svizzera, era un maggio inoltrato, di una primavera calda ed assolata. Ecco qui, nella zona del “Rio Tom”, in un paesaggio meraviglioso ed ameno, un vero e proprio giardino paesaggistico d’alta quota, “costruito” d’acque e montagna, si può apprezzare cosa sia l’idea stessa del paesaggio, in cui l’uomo si inserisce, modificandolo in maniera saggia.  Quì, l’uomo, dal 1918,  ha antropizzato un sistema di laghi glaciali, a fini idrici e per produrre  energia, che forse non ha eguali come antropizzazione paesaggistica. Da quì, oltre a poter osservare l’importanza di una gestione idrica ed energetica saggia, in grado di proporre un intero territorio montano come, offerta turistica ed enogastronomica di livello europeo, si può anche osservare dall’alto, la grande arteria autostradale svizzera, definita “La via delle genti” (N2 ora E35).

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Ap 20007565

“L’autostrada, nei suoi elementi costitutivi  nonché negli oggetti integrativi dovrebbe  essere considerata non come un seguito di  strutture additive ma come un tutto armonico nelle sue espressioni formali: l’autostrada  dunque nel suo complesso, come un’opera  unitaria e, in quanto tale, debitamente inserita nel paesaggio che attraversa.” Chi scrive era Rino Tami, “consulente estetico” dell’Ufficio Strade Nazionali del Cantone Ticino (Svizzera), ruolo che svolse per un ventennio, dal 1963 al 1983.

Tami in un ventennio, meticolosamente affronta ogni aspetto, dell’inserimento nel territorio, nel paesaggio svizzero, del tracciato autostradale nel suo complesso. Ed ogni punto è  risolto attraverso un’attenta lettura del “genius loci” del sito e l’adozione degli accorgimenti più semplici e corretti, in un continuo dialogo tra preesistenze e modernità.

Un’attenzione particolare è riservata alla convinzione che un’autostrada è innanzitutto un’architettura del paesaggio in grado di proporre un nuova lettura della realtà ambientale circostante. Natura ed Artificio, convivono assieme senza distonie, ma ognuna integrandosi con il proprio reciproco.

Fonte primigenia di questa colta visione stilistica, è innanzitutto l’utilizzo di un unico materiale costruttivo, il beton (cemento armato a vista), declinato in maniera innovativa a comporre un linguaggio formale asciutto, direi quasi “spartano” alla ricerca della massima  pulizia possibile.

Il felicissimo risultato, facilmente leggibile dall’alto soprattutto dalla stazione di arrivo della funivia dei laghi Ritom, è un’opera di straordinaria bellezza e coerenza e soprattutto di altissimo valore formale, che contribuisce in misura determinante a caratterizzare, ma soprattutto a “disvelare” un’ampia porzione di territorio, da Chiasso al San Gottardo.

Il linguaggio di Rino Tami, farà scuola, divenendo, una vera e propria cifra stilistica, dell’arte di fare paesaggio in Svizzera, per le grandi infrastrutture. Infatti anche per l’alta velocità ferroviaria svizzera (AlpTransit, in corso di realizzazione) si ritrovano, negli apparati evidenti, la stessa tipologia di ricerca linguistica.

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